Nazarena, monaca reclusa (pt. 1)

«So quanto facile sia illudersi circa queste intuizioni. Perciò non intendo essere presa sul serio. Forse Dio non c’entra affatto con quello che dico, né ispira ciò che sento. Non mi fido assolutamente di quanto provo, anche quando credo che venga da lui. Mi fido invece di chi mi parla in suo nome.»

Non sorprende che la prima a essere cauta circa la propria eccezionale esperienza sia lei stessa, suor Maria Nazarena, al secolo Julia Crotta (Glastonbury, Connecticut, 1907 – Roma, 1990; i genitori sono piacentini emigrati), monaca camaldolese che visse reclusa in una cella del monastero romano di Sant’Antonio Abate dal 1945 alla morte. E non sorprende anche, ma per un altro motivo, che la stessa prudenza si intuisca nelle parole dell’autrice dell’ottima cura del volume, la carmelitana Emanuela Ghini, come se stesse maneggiando materiale altamente infiammabile. Quando, ad esempio, Nazarena si dilunga sulla propria fame («per almeno venti anni ho sofferto di questo tormento»), la curatrice si chiede se non fosse bulimica, per poi scartarne la possibilità. E ancora: «Davanti a un cammino penitenziale estremo qual è quello di Nazarena, può sorgere il sospetto di atteggiamenti psichici non normali di genere masochistico», un’esperienza «anzi umanamente folle» che però è illuminata da quello che la monaca ha lasciato scritto e che non dà adito a dubbi circa il suo pieno equilibrio psicologico: Nazarena «volle vivere totalmente nascosta non certo per difficoltà umane di rapporto».

Gli scritti che gettano un po’ di luce sono undici note di carattere autobiografico, il Regolamento (con il quale si presenta nel 1945 da Pio XII perché lo approvi), trentatré lettere delle circa cento conservate e una scelta di frasi di Giovanni della Croce e Teresa di Lisieux. Vi si legge di un’infanzia e un’adolescenza serene e ricche di esperienze. Julia studia, fa sport, fa musica, con impegno e risultati (si laurea infine in Lettere e Filosofia). È alta (più di un metro e ottanta, e infatti gioca a basket), determinata, allegra, «golosissima», forte (una «robusta costituzione» che la sosterrà nelle privazioni). La «chiamata», interiore, verso un’altra «cosa» è del 1934, «cosa» che prende la forma della solitudine, del «deserto».

Passati due anni a New York (la New York del 1935-37), entra nel Carmelo di Newport, ma ne viene respinta tre mesi dopo. Così, parte per Roma (non tornerà mai più negli Stati Uniti) dove, attraverso vari contatti, fa un primo passo verso l’Ordine camaldolese, un’esperienza che si interrompe dopo solo un anno. Nel 1939 entra nel Carmelo francese di Torpignattara, dove passa cinque anni durissimi (per motivi non chiari, probabilmente «perché non era al suo posto», dice la curatrice), che la prostrano («Ero uno scheletro ambulante»). Si riprende e il richiamo della solitudine diventa imperioso: finalmente nel 1945 entra nel monastero camaldolese sull’Aventino dove resterà fino alla fine. Nel 1947 professa i voti perpetui e assume il nome di suor Maria Nazarena. Nel 1959 ottiene una piccola cella – 5 metri per 3, con un’ancor più piccola terrazza «per respirarvi aria» – appositamente sistemata secondo i suoi intenti.

Julia Crotta ha raggiunto infine il suo «deserto», in via di Santa Sabina, 64, 00153 Roma.

(1-continua; la seconda parte è qui)

Oltre ogni limite. Nazarena monaca reclusa 1945-1990, a cura di Emanuela Ghini, Casale Monferrato, Piemme, 1993.

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Ma il gift shop è aperto?

È necessaria, prima di procedere, un’ammissione. Riguarda la componente che per comodità dirò di «moda» dell’interesse per il monachesimo, o più esattamente d’«evasione». Componente dalla quale sarò immune?

Ah, i monaci… Così tranquilli, sereni, lontani dalla fretta che tutti ci affligge. Sono il simbolo della stabilità in un mondo che rotola verso l’abisso. Le loro parole pacate, quegli scritti sepolti nelle biblioteche (la Patrologia del Migne!). La curiosità, anche, per quei comportamenti bizzarri, la dieta parca, le levatacce, le regole, uh!

I monasteri, poi, che gran bei posti: visitarli è un piacere. La sala capitolare, lo scriptorium, la grangia. Hanno dei nomi così evocativi: Sénanque, Saint Martin de Boscherville, Pontigny, Fontevivo. Il tour delle abbazie provenzali non te lo puoi perdere. C’è un frammento di chiostro del XIV secolo! Hai visto le rovine di Jumièges? Già, i chiostri: quanti ne avrò visitati? Ma non sono un po’ tutti uguali? Ma come?! Eresia! Non mi dirai che San Michel de Cuixa è uguale a Thoronet?! Ma scusa, non hai letto Marius Schneider? Ho fotografato tutti i capitelli di Moissac, se vuoi ti mostro il set completo.

Non ti scordare un giretto allo shop, mi raccomando. Quante saponette ho comprato soltanto perché marchiate col sigillo dell’abbazia, e le tisane (dirompenti) dei cisterciensi, e la bag di Saint-Wandrille, il miele di Ganagobie, il nocino di Valserena

Scusa, e il gregoriano? Non comincio nemmeno! E Il grande silenzio? Ah!

Sto esagerando, lo so. I monaci m’interessano davvero, ma quando sono seduto in un chiostro, e c’è un bel venticello, silenzio, una piccola aiuola, non voglio dimenticare tutto quello che con i monaci c’entra poco e che invece si chiama fuga, immagine idealizzata, uso improprio e anche compiacimento.

L’importante, per lo meno, è saperlo. Adesso vado, che mi aspetta il Venerabile Beda.

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Francesco vs Benedetto

L’intento è dichiarato, confrontare due monumenti: la regola benedettina (ca. 540) e quella francescana (1221-23), e a dispetto delle poche pagine questo libretto offre una gran quantità di materiali e riflessioni. E, soprattutto, un punto di vista «interno». La volontà di non giudicare, l’appello a una «conoscenza più scientifica», è espressa in apertura e ribadita in chiusura, ma l’autore è un francescano (1912-2002, studioso, docente, ministro provinciale e visitatore generale), e si sente. Anzi non dispiace che dopo le dichiarazioni di rito si lasci prendere un po’ la mano nel mostrare le proprie simpatie. Cosa che, tra l’altro, dà della grande famiglia monastica un’immagine più terrena e «reale», al di là dell’onnipresente perorazione dei «diversi carismi» che tutti concorrerebbero a dare valore all’esperienza religiosa…

Le convergenze sono poche: la provenienza geografica (Umbria), quella sociale (famiglie benestanti), la precocità della vocazione, l’assenza di sacerdozio e il fatto che entrambi sono «accompagnati» da figure femminili di grande rilievo (Scolastica e Chiara).

Dall’altro lato, invece, il tempo li divide (settecento anni) e soprattutto il contesto dal quale «escono» e in relazione al quale elaborano le loro regole. Benedetto scrive in un periodo di chiusura sociale, di dissoluzione di un sistema (l’impero romano) che lascia il vuoto, e concepisce il monastero come una fortezza di difesa dal caos; Francesco scrive in un mondo che si è riaperto, ai viaggi, agli scambi e ai commerci. Il primo fugge il mondo per ritrovare Dio, il secondo si mette in strada per riportarvelo. Benedetto si rivolge prevalentemente al «tu» e al «voi» della comunità, mentre Francesco si scioglie spesso nel «noi» (e non a caso non chiama mai Ordine la sua fondazione, bensì «fraternità» o «religione»). La regola benedettina si adatta facilmente a vari tipi di comunità, mentre quella francescana «non si presta ad alcuna manipolazione e non potrà mai accettare coperture di comodo» (come dire che quella benedettina è esposta a un rischio del genere?).

È poi nell’analisi delle differenze di ordine spirituale che mi pare di notare la «soddisfazione» dell’autore di stare dalla parte di Francesco. Quello che mantiene ancora l’aspetto di un rigoroso confronto diventa, con grande tatto e cautela, un inno all’umanità e alla modernità francescane, anche a prezzo di qualche dimenticanza nella rassegna delle caratteristiche benedettine. Un esempio rivelatore, tra i molti, sono le scelte lessicali adottate per illustrare i temi della fraternità e dell’obbedienza nelle due regole.

Il cuore della regola di Francesco, secondo il p. Quaglia, è raccolto nel capitolo 10, «la magna charta della fraternità francescana», che «non si preoccupa di stabilire, regolare, proibire questo o quello. Avendo dato le indicazioni di fondo, le linee direttrici, lascia i frati all’esercizio, faticoso certo ma esaltante, della minorità nella fraternità. […] La vita francescana è sostenuta più da impulsi carismatici che da leggi, più da creatività che da statuti… più dall’apertura che dalla clausura… più da un apostolato pieno di fantasia che da una zoppicante imitazione». Così, il rapporto tra superiori e inferiori risulta improntato al «servizio», e non vi è l’insistenza benedettina sulla disciplina e sulla punizione, sull’organizzazione quasi poliziesca che tutto stabilisce, seppure con discrezione, per il buon funzionamento della comunità. Nel monastero benedettino il monaco deve espropriare la propria volontà a favore dell’abate, che è garante dell’autorità e guida verso la salvezza; anche nel convento francescano il frate si sottomette, per amore di Cristo, ma tutti si sottomettono a tutti. L’obbedienza benedettina è scolastica, militaresca, prevalgono in essa «le motivazioni ascetico-organizzative su qualunque altro elemento che ne possa allargare l’orizzonte di respiro morale e alleggerirne la pesantezza»; quella francescana è soprannaturale e mistica, cristologica e liberante (libertaria?), universale e lieta. L’obbedienza benedettina, sembra suggerire l’autore, rischia di deresponsabilizzare l’individuo ed è aperta al pericolo dell’autoritarismo, quella francescana responsabilizza il singolo e spinge verso la letizia condivisa.

Il libretto è ricco di molto altro, ma a volerlo riassumere con una battuta, verrebbe da dire che con Benedetto si sta in caserma, consegnati, mentre con Francesco si va in manifestazione, tutti uguali.

Armando Quaglia, Due Regole a confronto. San Benedetto e san Francesco, Edizioni Messaggero Padova 1990.

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Una piccola terrazza e una pizza

Grazie alla preziosa segnalazione di un lettore di questo blog ho recuperato il volume che raccoglie gli scritti e narra la storia di suor Maria Nazarena, monaca camaldolese che visse quarantacinque anni (1945-1990) reclusa in una cella del monastero romano di Sant’Antonio Abate sull’Aventino. Prima di dedicargli l’attenzione dovuta, ho letto di corsa il Regolamento (sono fissato con le Regole), poche pagine che racchiudono le norme di vita che la monaca si diede (e che fece approvare, in una versione ridottissima, da papa Pio XII in persona, il quale, dopo una breve esitazione, fece sul foglio un segno di croce).

Le ho percorse su e giù, queste paginette, alla ricerca di un appiglio, di uno spunto qualsiasi, anche minimo, di «debole umanità» dal quale partire per provare a comprendere questa vicenda estrema. Qualcosa che magari non avesse nulla a che vedere con il resto, e correndo il rischio di fraintendere, ma che mi mostrasse il segno di un terreno, per quanto piccolo, comune.

Al punto 3 («Silenzio e solitudine») Nazarena scrive: «Non potrà uscire dalla reclusione se non per recarsi da medici e per cure… Passeggerà in cella o sulla piccola terrazza della reclusione». Mentre al punto 8 («Vitto») precisa, tra l’altro: «Non userà mai vino né caffè. Sempre esclusi: carne, pesce, uova, pasta asciutta, burro, pizza e ogni dolce».

Ecco, mi sono detto, quando ha dovuto elencare ciò cui avrebbe rinunciato, le è scappata la cosa che le piaceva di più. Bene, da quella pizza, e da quella piccola terrazza, posso cominciare ad ascoltarla.

Oltre ogni limite. Nazarena monaca reclusa 1945-1990, a cura di Emanuela Ghini, Piemme 1993.

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Ugo il Grande, abate (Who’s Who, IV)

Ugo di Semur, 1024 ca. – 1109, o.s.b., abate di Cluny per oltre sessant’anni, dal 1049 alla morte. Da bambino andava di nascosto in chiesa e, sempre di nascosto, più o meno a quindici anni, «entrò» all’abbazia borgognona di Cluny, «la più compiuta anticipazione della Gerusalemme celeste» dell’Alto Medioevo. Fece carriera, a venticinque diventò abate e diede grandissimo lustro alla congregazione cluniacense. Grande viaggiatore, indefesso «masticatore» delle sacre scritture, «diplomatico» (fu ad esempio a Canossa in occasione del famoso «Ah, vieni a…»), profeta, fondatore di monasteri e costruttore, operò anche moltissime guarigioni (da vivo e da morto): l’acqua in cui si lavava le mani era ottima contro le infiammazioni, le briciole del suo pane curavano le febbri, mentre le sue preghiere risolvevano praticamente tutto.

Piace, tuttavia (sempre con rispetto), ricordarlo in rapporto al sonno. Più che di sonno, in realtà, al massimo si trattava di «un breve riposo pomeridiano», in cui aveva una visione, oppure di «un breve momento» di assopimento, da cui si riprendeva subito con un’altra visione. D’altra parte «era il suo corpo a dormire, perché restavano vigili la sua santità e i suoi meriti». Infatti, anche di notte, «nel sonno rimuginava dentro di sé gli argomenti cui si era dedicato da sveglio». Quando poi dormiva un po’ più profondamente veniva disturbato, ovviamente, da un sogno «di serpenti e di bestie»: sicché si destò e «scosse immediatamente il cuscino per controllare cosa vi fosse sotto, e scoprì un libro di Virgilio Marone finito lì per caso. Non appena ebbe tolto quell’opera profana poté dormire tranquillo».

Una sola volta gli capitò di addormentarsi profondamente, molto profondamente. Si trovava a Berzé-la-Ville, e stava riposando «in una stanzetta attigua alla chiesa». Scoppiò un temporale, «accompagnato da tuoni, caduta di pietre e grandine», e a un certo punto un fulmine incendiò l’edificio. Lui, niente: «quell’uomo giusto riposava tranquillo in mezzo alle fiamme». Gli altri confratelli scapparono, e qualcuno cominciò già a piangere la triste sorte dell’abate. L’incendio si estese, «intorno al suo letto», ma le fiamme non osarono toccarlo, anzi, dopo aver divorato tutto, si allontanarono, sospinte lontano dalla carità – «e lasciamolo dormire, una volta tanto…»

(La Vita di sant’Ugo abate di Cluny, del monaco Egidio, si può leggere in Ugo abate di Cluny, Europìa 1992.)

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Quindici fichi secchi

Una delle più curiose (e divertenti) classificazioni degli anacoreti è quella che ci offre Teodoreto, vescovo di Cirro (vicino ad Aleppo) dal 423, nella sua Storia di monaci siri. È quasi inevitabile che a occhi moderni questi campioni di ascetismo del monachesimo primitivo sembrino delle macchiette, impegnati come sono in una specie di olimpiade della mortificazione. Tuttavia, è altrettanto inevitabile una strana fascinazione per questo rivolgere contro se stessi il disgusto del mondo (di un mondo concreto, di una società), e provare un brivido di fronte a questa feroce disciplina, a questo spietato masochismo ante litteram, per quanto probabilmente amplificati dall’apologetica. E colpisce come il «bersaglio», l’ossessione radicale, di questi individui, siano proprio quegli impulsi e bisogni che caratterizzano l’(animale) uomo.

Come nella coppia di opposti rappresentata dagli «ipetri» e dai «reclusi», che estremizzano il tema del riparo, della casa. I primi infatti scelgono di vivere all’aperto, sempre, con qualsiasi condizione climatica – come il «grande Giacomo» che, incurante di una forte nevicata durata tre giorni, «ne fu sepolto a tal punto che non si vedeva neppure un piccolo brandello dei cenci che lo ricoprivano» (e fu salvato soltanto da un gruppetto di spalatori); o come il «grande Eusebio» che, «giunto a vecchiaia così avanzata da aver perduto la maggior parte dei denti, non mutò né il nutrimento né la dimora; ma, gelato d’inverno e bruciato d’estate, sopportò con fermezza le avverse condizioni dell’aria e […] logorò il suo corpo con molte fatiche, tanto che la cintura non gli restava ai fianchi, ma gli cadeva a terra». I reclusi, da parte loro, se la prendono con la più normale delle «boccate d’aria» e, visto che tanto lì dobbiamo finire, si portano avanti e si seppelliscono vivi, come il «meraviglioso Zenone» che, da corriere imperiale qual era, si precipitò «in una tomba (la regione di Antiochia ne ha molte) e visse da solo per purificare la sua anima e tenerne costantemente terso lo sguardo. […] Perciò non ebbe un letto, né una lucerna, né un focolare, né una pentola, né un’ampolla, né una cassetta, né un libro, né alcuna altra cosa».

Oppure come nella coppia di simili rappresentata dagli «stiliti» e dagli «stazionari», che sopprimono il bisogno di muoversi. E se i famosi stiliti si piazzano su una colonna, per essere più vicini al Signore, gli stazionari scelgono la costante immobilità (magari con l’aggravio di qualche catena di ferro) – come il «meraviglioso Abramo, che domò il suo corpo con veglie, con lo stare in piedi e con digiuni tali che per moltissimo tempo rimase come immobile, non potendo affatto camminare».

Come si vede, la lotta contro il sonno e il cibo è data quasi per scontata. E a proposito di quest’ultimo si può trovare anche qualche indicazione concreta su cosa effettivamente mangiassero questi anacoreti per non morire di fame: «lattughe, cicorie, prezzemolo e altre erbe siffatte», «quindici fichi secchi» per sette settimane, «ceci e fave bagnate con acqua», «una libbra di pane [300 g ca.] divisa in quattro parti e distribuita in quattro giorni», ecc. Una dieta, tra l’altro, che procurava un sacco di problemi intestinali, anche gravi, il cui «sollievo» cozzava ad esempio con l’imperativo di non muoversi mai…

Questi uomini e queste donne («ritengo utile ricordare che anche le donne hanno lottato non meno, anzi di più»), ci ricorda Teodoreto, «indussero il corpo a far pace con l’anima», furono campioni nella lotta contro il demonio, chiudendo gli occhi, le orecchie e la bocca, negando la fame e la «dolce tirannide del sonno (e in quel dolce Teodoreto si tradisce…), abolendo il riso e scegliendo «la durezza del suolo».

Cioè non essendo uomini e donne.

Teodoreto di Cirro, Storia di monaci siri, Città Nuova 1995.

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Osservare e ascoltare

Mi ha sempre colpito la circostanza che molti scrittori che hanno tessuto le lodi dell’eremo l’abbiano fatto da una posizione opposta o dopo averlo abbandonato. Ah, potessi starmene chiuso nella mia cella, dice talvolta il monaco, intanto che viaggia da un monastero all’altro, partecipa a missioni, si mescola alle umane vicende. Può trattarsi di nostalgia del paradiso perduto, di segreta aspirazione, certo, dello struggimento che divampa proprio quando si perde una condizione, ma è comunque singolare che provenga da chi, in qualche forma, non ha resistito al richiamo del mondo «di fuori». Come se si sentisse in colpa.

Forse, anche, c’è il desiderio che l’umanità si trasformi in una «collettività di eremiti»: tutti soli, ma anche tutti insieme, separati ma in contatto (al modo in cui la sociologia legge alcune dinamiche contemporanee). E per far questo bisogna uscire e agire, in nome di una di quelle ipotesi irreali che non deludono perché non possono essere verificate.

Ad esempio Pier Damiani, autore di uno dei vertici della letteratura dedicata al tema, la Lode della vita eremitica, contenuta nel suo opuscolo Il libro chiamato Dominus vobiscum (Liber appellatus Dominus vobiscum). Già la vicenda del suo autore è emblematica, con il suo continuo entrare e uscire dall’eremo (mi ordinavano di farlo, ci risponderebbe…) e con la sua morte on the road, nel 1072. Anche lo spunto del trattatello, poi, è significativo. Uno spunto linguistico che rimanda direttamente alla questione: i confratelli gli chiedono con insistenza se durante le orazioni devono dire «Il Signore sia con voi» e se devono rispondere a se stessi dato che sono soli nella cella. La risposta di Pier Damiani è una densa riflessione ecclesiologica, nella quale non mi addentro per ovvi motivi di incompetenza.

Mi limito ad ascoltare questa lingua così ricca, questo rigoglio di immagini (molte delle quali guerresche), queste accensioni poetiche: «Come le stelle, l’una dopo l’altra, alternando i loro cammini arrivano al giorno, così i salmi, che escono dalle sue labbra [del monaco] come da un qualche oriente, scorrono a poco a poco verso la loro fine, fatti quasi compagni di viaggio delle stelle». E di riflesso mi sembra di vedere il mondo, con i giardini, i mercati e le officine, i bagni e le piscine, i colpi di martello e la rugiada, quelli accesi dal desiderio («luxuriosis renibus») e quelli che dicono le parolacce («jocosi»).

Non voglio far dire a Pier Damiani quello che non dice. Però me lo immagino mentre viaggia e osserva il mondo, le cose e gli esseri umani, e anche se si prepara a dirne quattro a questi ultimi, continua a osservarli e ad ascoltarli. E prende appunti.

Pier Damiani, Il libro chiamato Dominus vobiscum indirizzato all’eremita Leone, Piemme 2001.

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Giovanni the terminator

Si sa che le agiografie sono piene di curiosità, spesso molto divertenti se decontestualizzate (il che non sarebbe corretto, lo so, ma pazienza). Così non se la prenderanno i vallombrosani se ironizzo su questa storiella che riguarda il loro padre (e che è raccontata da Andrea di Strumi nella sua Vita di Giovanni Gualberto, probabilmente del 1092); ci sarà modo di tornare sui temi seri e importanti della spiritualità di Vallombrosa (tra parentesi, uno dei nomi più belli della tradizione monastica).

Un giorno Giovanni Gualberto si trova davanti al suo monastero e vede una mandria di mucche. Idea: un po’ di cibo per i poveri! A chi chiedere? A san Paolo: «Oh, san Paolo, se tu me ne dessi una per questi poveri!» Detto fatto, una mucca crolla al suolo, stecchita.
Uhm, una però non basta… Zac! Altre tre, in rapida successione.
I pastori, «diventati per ciò tristi», spostano la mandria.
Giovanni, imperterrito, tira di nuovo in ballo l’apostolo: «San Paolo, essi sono fuggiti cambiando luogo, e tuttavia non possono sfuggire te, che sei il patrono di questo luogo». Risultato: quinta, sesta, settima, ottava e nona mucca.
Una mandria sterminata.
Umilmente, i pastori si lamentano: «[Scusa, Giova’] è meglio che te ne stia nel tuo cenobio di Vallombrosa piuttosto che venire qui a uccidere tanti animali!»
Ma Giovanni li rassicura subito: «So che siete tristi… ma non temete, poiché per il momento non ne morirà più neanche una».
E così avvenne.
Pare che un pastore meno rispettoso abbia borbottato: «Be’, grazie, ce le hai ammazzate tutte…»

(Nota saccente. Nella sua Vita del santo Giovanni, primo abate di Vallombrosa, composta una trentina di anni dopo quella di Andrea, Attone di Pistoia trascrive pari pari l’episodio, con una piccola, significativa variante. Là dove Andrea, alla fine del massacro, diceva: «Consumata però l’ultima, i pastori, rattristati dalla perdita subita, vennero da lui…», Attone scrive: «Allora i pastori, estremamente turbati per la perdita di nove animali, venendo verso di lui…» Come dire, non è che gliele ha ammazzate tutte, eh.)

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Un goccio di latte

Tra i temi iconografici più curiosi, e inquietanti, che vedono protagonista Bernardo di Chiaravalle c’è quello della lactatio Virginis, cioè dell’allattamento simbolico del dottore mellifluo da parte della Madonna. Un fatto miracoloso, attribuitogli ben dopo la sua morte, che rappresenta, per così dire, l’autorizzazione suprema a predicare, l’investitura più alta. È un tema che viene da lontano e che gli studiosi hanno pazientemente rintracciato in una lettera di Pier Damiani (la XXIX).

Simbolico fino a un certo punto, a dire la verità. Negli esempi pittorici prevale, ovviamente, lo zampillo, e quindi la distanza, a garanzia anche di decenza.

Ma nelle fonti scritte la faccenda si complica. In una delle raccolte agiografiche di esempi edificanti (dei primi del Trecento) si legge ad esempio che il giovane monaco cisterciense un giorno si addormentò nella chiesa di Châtillon-sur-Seine, in attesa della predica (e già qui ci sarebbe qualcosa da dire…). La Madonna allora «mise la sua santa mammella nella sua bocca e gli insegnò la scienza divina. E da allora egli fu uno dei predicatori più sottili del suo tempo».

(Cfr. Laura Dal Prà, Bernardo di Clairvaux. Un santo e la sua immagine, in Bernardo di Clairvaux, Jaca Book 2007.)

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La nube (della non conoscenza)

E così, verso la fine del XIV secolo, un religioso inglese, strenuamente attaccato al proprio anonimato, se ne esce con questo breve trattato dedicato alla vita contemplativa, una specie di manuale ad uso del novizio, e alla «conoscenza» del Signore ottenibile soltanto attraverso, appunto, la «non conoscenza». «Ché se mai lo vedrai o sentirai in questa vita, sempre sarà in questa nube e questa oscurità.»

Se da un lato non posso accettare un inno a tale «oscurità», dall’altro non posso non ammirare la lingua che lo esprime e l’intelligenza che lo intona. È una delle risposte più chiare che mi sia capitato di leggere alla mia velleità di ragionare sulla fede. Una dichiarazione, certo, e non un’argomentazione – non vale, mi viene da dire –, ma comunque una risposta. Poiché l’ostacolo della vita contemplativa è anzitutto «la vista acuta e chiara dell’intelligenza naturale», «perché l’amore può raggiungere Dio anche in questa vita, ma la conoscenza no», perché «non c’è né mai ci sarà in questo mondo essere tanto puro e tanto in alto rapito a contemplazione […] senza che vi sia tra esso e il suo Dio un’alta e meravigliosa nube di non conoscenza».

La strada da percorrere per arrivare lassù sarebbe quella della preghiera (che è il coronamento della lettura e della riflessione), una preghiera concisa, di poche parole, anzi di «una breve parola di una sola sillaba»: sin, peccato. Cioè quel «bubbone di cui non sai nulla, ma che è null’altro che te stesso». Già, perché se intendo bene l’anonimo autore, il vero male è semplicemente essere: «Tutti hanno motivo di dolore, ma più di tutti colui che sa e sente che egli è».

Da bravo nipotino dell’Illuminismo mi irrito molto. L’oscurità è affascinante e il mistero può essere di conforto, ma soltanto perché c’è una zona sempre più ampia di luce alla quale so di poter tornare.

La nube della non conoscenza, a cura di Pietro Boitani, Adelphi 1998.

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