Il mondo fisico e la piega del tovagliolo

Passa il tempo e mi chiedo ancora il perché di queste letture e di questi appunti, e, oltre a questo, credo che la risposta più veritiera sia per provare a capire il fenomeno della fede (quella a me più vicina e familiare). Ma non in astratto, poiché su quel piano non mi riconosco alcuna possibilità di comprensione, bensì in una delle sue manifestazioni più concrete, pratiche, e soprattutto comunitarie.

Di qui la prospettiva monastica, per due ordini di ragioni. Anzitutto per la concretezza, appunto, delle ricadute etiche, se così si può dire. La Regola, sempre se così si può dire, mi pare una specie di precipitato della reazione fede-vita, e trovo significativo che l’ampiezza della Regola sia una misura variabile (come la legge, peraltro), dall’unico precetto «Segui il Vangelo» alle costituzioni più dettagliate, con tendenza alla sovrapposizione «uno a uno» di Regola e vita. (Si veda a mo’ d’esempio questo precetto tratto dal capitolo III delle Regole della Trappa: «Finita la refezione, metta ognuno i suoi rilievi su l’estremità della tavola, raccolga i minuzzoli, e rimetta la salvietta nelle sue pieghe, posandola su la ciotola, senza farla capovoltare; e a piè di questa, sopra una riga che è su la tavola, cucchiaio, forchetta e cultello; avvertendo che la cascata della salvietta torni per appunto su detta riga, e non più qua nè più là».) «Che cosa devo fare?» è domanda irresistibile (con l’accompagnamento di: «Mi venga detto una volta per tutte») e che, per altri versi che non sono capace di argomentare, mi spinge a pensare che la Regola preceda la fede, sia più originaria.

In secondo luogo sono, ovviamente, sensibile all’aspirazione di larga parte del monachesimo regolato di mettere ordine là dove il caos sembra prevalere – storicamente, culturalmente, psicologicamente. Mettere ordine insieme. L’ordine mi pare una combinazione di sogno e nevrosi suprema, e il monachesimo la incarna in maniera direi sublime.

So che l’ordine monastico non può essere disgiunto anche dalla carità, questo scivoloso sinonimo dell’amore, ma insomma, in questo tentativo di comprensione, faccio quello che posso, un po’ alla volta.

Nel complesso, direi che mi riconosco in questa frase di Valentino Braitenberg: «Molto probabilmente il confine tra ciò che è fisica e ciò che non lo è un bel giorno svanirà e allora si tratterà solamente di distinguere tra cose che “esistono oggettivamente”, alle quali tutti crediamo, e altre che appartengono alla fantasia del singolo. Il mondo della vita sta diventando, in misura crescente, oggetto della fisica e con ciò anche quello dei cervelli e dei fenomeni psicologici. C’è da aspettarsi che anche la fantasia del singolo e le sue sensazioni si lasceranno integrare in un’immagine coerente del mondo fisico, e in tal modo niente ne resterà fuori» (L’immagine del mondo nella testa, 2003).

Nel frattempo, riprendo a leggere Mectilde de Bar.

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A gran colpi di martello (Catherine Mectilde de Bar)

Comincia così un nuovo capitolo della mia ossessione. Scorrendo un elenco di remainders ho notato un volume di Lettere alle monache 1641-1697 di Catherine Mectilde de Bar, un nome che avevo già incontrato, leggendo di Vannisti, Mauristi e di Claude Martin, e messo momentaneamente da parte, insieme con l’Istituto da lei fondato nel 1653, le Benedettine dell’Adorazione Perpetua del Santissimo Sacramento. L’epistolario è stata la scintilla. In un genere, la letteratura monastica, già per costituzione rivolto in massima parte all’interno della cerchia dei suoi fruitori, gli epistolari rappresentano un insieme ancora più chiuso, e per questo interessante. Nelle lettere che si scambiano, monaci e monache lasciano cadere, quasi sempre, censure e precauzioni: noi ci capiamo, possiamo parlare (abbastanza) liberamente dei fatti nostri.

Ho iniziato a leggere il volume e sono stato subito colpito da uno dei temi centrali, se non il tema centrale, dell’epistolario: l’annientamento di sé, del proprio io e della propria volontà. Non in prospettiva nichilista, ovviamente, bensì quale premessa all’accesso a una piena dimensione creaturale, e di lì a quella vittimale (con la quale ci si avvicina al carisma specifico dell’istituto). Non passa quasi lettera senza che Mectilde non trovi il modo di variare un’ennesima volta il tema: «Dobbiamo rimanere sempre nel nulla», «Le piccole inquietudini che sentite sono vermi di amor proprio e di voi stessa che vi pungono e vi rodono: bisogna farli morire», «La morte a noi stessi, il santo annientamento si compiono solo a gran colpi di martello», «Nessuno vuol essere quello che è; e io posso dire che la vita non è che menzogna e vanità, se non stiamo nell’abisso del nostro abominevole niente, non solo coi pensieri o con l’immaginazione, e nemmeno con la parola, ma con l’opera e l’azione». Ogni tanto è come se Mectilde accelerasse, come se la lettera, che ha comunque una sua struttura, le prendesse la mano, e la furia interiore si riversasse sulla carta in una speciale miscela di dolcezza e violenza. Di una persona che scrive così devo leggere di più.

Poi mi sono imbattuto in questo passo, di una lettera del 1665: «… L’adorazione perpetua si diffonde tra i secolari, che vengono alla nostra cappella per fare le loro ore di riparazione, con la corda al collo e il cero in mano» – come testimoniato dal dipinto qui a fianco, che, se non ho capito male, raffigura Anna d’Asburgo che partecipa, nel 1654, alla celebrazione solenne della riparazione (altro concetto chiave dell’istituto) nel monastero parigino delle Benedettine dell’adorazione  perpetua, un anno dopo la loro fondazione, con la corda e con il cero, seppur inginocchiata su un regale cuscino.

In un’altra lettera, del 1666, Mectilde ritorna sul tema della morte «a tutti i desideri» e scrive: «La fede nuda sarà per voi vita e sentiero per il quale passerete in Dio; ma, cara figliola, questo sentiero è tanto più austero in quanto è la morte dell’amor proprio. In questa via le riflessioni, i ragionamenti, i gusti, le soddisfazioni agonizzano. Bisogna oltrepassare tutto questo e sentire i lamenti e i gemiti del nostro interno… Bisogna risolversi a perder tutto, se vogliamo guadagnare tutto». E io, che aggiungo un risibile gusto novecentesco a questa tentazione nichilista (priva quindi di qualsiasi prospettiva di «guadagno»), a questo punto so che cercherò di leggere tutto quello che Mectilde de Bar ha scritto.

Catherine Mectilde de Bar, Non date tregua a Dio. Lettere alle monache 1641-1697, con introduzioni di J. Leclercq, A. Rayez e D. Barsotti, Jaca Book 1978 (uno spicchio del mondo che si apre a chi vuole approfondire si può trovare in questo splendido sito di Miscellanea di studi su madre Mectilde de Bar).

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«La ragione per cui noi monaci siamo monaci» (Giorgio Boatti, Sulle strade del silenzio)

Giorgio Boatti ha fatto una cosa che non credo farò mai: è andato a vedere. Fedele, probabilmente, anche a una formazione di giornalista di indagine e inchiesta, ha compiuto un viaggio per una dozzina di monasteri italiani, senza trascurarne gli «spaesati dintorni», come recita il sottotitolo del volume che racconta di tale viaggio. Lo spunto per la prolungata ricognizione, che inizia con l’abbazia di Finalpia (in provincia di Savona) e si conclude al Goleto (in Irpinia), è personale, ma si trasforma quasi subito in una mossa più generale: «Vado per questa strada perché ho il sospetto che le luci nascoste che giungono da questi luoghi siano ancora capaci di offrire qualche solido orientamento. Perfino nella densa penombra calata sui giorni italiani. Busso a queste porte perché ho l’impressione che qui si impari davvero che si può cambiare il mondo, ma – faccenda piuttosto complicata – a patto di cominciare a cambiare se stessi…»

Questo viaggio, dicevo, non credo che lo farò mai – sorvolando sulla «faccenda piuttosto complicata» – da un lato per evitare quella sensazione di stare spiando in casa altrui, di cui ho parlato recentemente, dall’altro per la considerazione della «separazione» sulla quale si basa la scelta monastica. Sì, certo, l’ospitalità, quella benedettina ad esempio, non può in alcun modo essere trascurata, ma sarei tentato di vederla come un’inevitabile conseguenza di quella scelta, come se i cenobiti avessero sempre saputo che avrebbero richiamato pellegrini alle loro porte, mossi dai più diversi tipi di esigenze, e quindi era meglio prevedere sin da subito un fratello portinaio e un fratello foresterario.

(Tra parentesi, leggevo proprio nei giorni scorsi, in una splendida traduzione di Lorenzo Magalotti, le «Regole de’ forestieri» contenute nelle Regole della Trappa, che, secondo me molto indicativamente, cominciano così: «Non si riceveranno altri forestieri, che quelli che la carità e la pietà vorranno che si ricevano, e che s’averà motivo di credere indirizzati al monastero dalla Divina provvidenza. A questi tali si renderanno tutti i doveri dell’ospitalità, avvertendo sopra tutto di non fare apparire d’essere incomodati dalla loro visita».)

L’ospitalità, sì, tuttavia la separazione rimane, come dice molto chiaramente, in una delle interviste più significative del volume, dom Pietro Vittorelli, l’abate di Cassino: «Mi impressiona negativamente il fatto che il monachesimo sarebbe o starebbe tornando di moda. Un fatto di questo genere sarebbe assolutamente fuorviante per una corretta lettura di quello che il monachesimo è, sia nel mondo sia nella Chiesa stessa. Capisco, e non voglio dare giudizi perentori in merito, che ci possa essere la voglia, la tentazione di aggrapparsi ai monasteri come risposta a un’esigenza di maggiore cura spirituale, di cui vagamente si sente il bisogno. Però non è questa la ragione per cui noi monaci siamo monaci; per cui stiamo in monastero. Noi, pur con tutta l’attenzione che vogliamo riservare al mondo, siamo qui perché abbiamo scelto di stare fuori dal mondo».

Dunque non vado, a maggior ragione io che non vi cercherei una «cura spirituale», e mi limito a questa forma di ascolto che è la lettura, forse perché, nonostante la tentazione più che tipica che provo, non voglio stare fuori del mondo, forse perché non credo che si possa stare fuori del mondo (se non per forza maggiore o condanna). Senza mondo, mi verrebbe anche da aggiungere, non si dà monastero.

D’altra parte non è affatto un male che ci sia qualcuno, come Giorgio Boatti, che invece, con sguardo rispettoso ma anche critico, vada a vedere e ad ascoltare, e poi ci racconti che cosa ha visto e sentito (compreso il silenzio).

Giorgio Boatti, Sulle strade del silenzio. Viaggio per monasteri d’Italia e spaesati dintorni, Laterza 2012. (Colgo l’occasione per ringraziare l’autore che nelle «Note e indicazioni bibliografiche» ha voluto citare, con parole generose, anche questo blog.)

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Evagrio e Sigmund Freud (Dice il monaco, VI)

Dice Evagrio Pontico:

Inoltre, quando sei preoccupato per il viaggio di un fratello, i demoni sono soliti farlo apparire in sogno il giorno del suo ritorno, per spingerci, una volta che il sogno se n’è andato, a ricorrere agli indovini di sogni quando un fratello parte e a fare buona accoglienza a coloro da cui bisogna invece fuggire, se non si vuole che spingano l’anima a deviare verso altri errori. I demoni infatti non conoscono nulla prima che avvenga, ma annunciano spesso quello che sta avvenendo e inventano fantasie. Spesso, dunque, quando siamo nella quiete, essi vedono un fratello venire verso di noi: allora lo preannunciano per mezzo di pensieri, ai quali non bisogna credere, anche se sembrano veritieri.

Cosa che trovo in singolare consonanza con quanto scrive Sigmund Freud a proposito delle «strane coincidenze», citando un caso occorso a lui stesso.

Nominato da poco professore, stava passeggiando in un parco, quando gli venne in mente una coppia di genitori che tempo prima si erano rifiutati di affidargli le cure della loro bambina. Stava sviluppando una «fantasia di vendetta» su di loro, e improvvisamente se li vide di fronte, in atteggiamento cordiale: Una breve riflessione distrusse l’apparenza miracolosa dell’incontro. Io stavo camminando su una strada larga e diritta, quasi deserta, in direzione di quella coppia, avevo visto e riconosciuto le due persone alzando fuggevolmente lo sguardo a circa venti passi da loro, ma avevo annullato questa percezione – sul modello di un’allucinazione negativa – per gli stessi motivi di antipatia che poi s’imposero nella fantasia apparentemente emersa in modo spontaneo.

Evagrio Pontico, La tempesta dei pensieri. A Eulogio sulla confessione dei pensieri e sul consiglio riguardo a essi, a cura di L. Cremaschi e B. Mariano, Monastero di Bose-Qiqajon 2005, p. 45; Sigmund Freud, Psicopatologia della vita quotidiana, Boringhieri 1971, pp. 276-77 («Determinismo, credenza nel caso e superstizione»).

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Quando ricevo il nuovo fascicolo di «Benedictina»

Quando ricevo il nuovo fascicolo di «Benedictina» è sempre una piccola festa (che ricorre, ahimè, solo due volte all’anno): vuoi per la veste tipografica sobria e demodé, vuoi per il marchietto rosso del Centro storico benedettino italiano, che pubblica la rivista, vuoi per il piacere di scorrere il sommario, con quei titoli di articoli come: Postille su Fogazzaro e l’Abbazia di Praglia dai carteggi dell’abate Teodoro Cappelli.

L’ultimo numero (Anno 59, Fasc. 1, gennaio-giugno 2012), testé arrivato, ha rinnovato la tradizione senza incertezze. Il sommario è di quelli di alto livello: Romualdo e Camaldoli, Claude Martin e le benedettine dell’Adorazione perpetua, una cronotassi, Fogazzaro, appunto, e un «necrologium monacorum» da un’abbazia del cesenate. E poi c’è l’Editoriale, firmato come di consuetudine dal «Redattore», che questa volta mi è parso particolarmente notevole.

Anzitutto per l’italiano semplice e bello in cui è scritto, e inoltre per alcune finezze e punture di spillo dissimulate con discrezione nel dettato. Attacca così: «Tenuto conto che già all’inizio del sec. XI lo storico cluniacense Raoul Glaber parlava di un bianco manto di nuove chiese che aveva ricoperto l’Europa, non fa meraviglia che all’inizio del terzo millennio qua e là si celebrino uno di seguito all’altro millenari di monasteri famosi, alcuni dei quali ancora in vita», con una strizzatina d’occhio a chi usa ancora la grafia di Rodolfo il Glabro… Il millenario di Camaldoli, dunque, oggetto di diversi convegni «alla cui organizzazione il nostro Centro, pur non essendovi stato in alcun modo coinvolto [piccolo sassolino levato], ritiene opportuno dare la dovuta pubblicità». Non solo, «altro materiale di carattere romualdino» sarà pubblicato prossimamente, a riprova di interessamento e augurio per le successive iniziative, «nonostante la nostra estraneità ad esse» [e due].

«Per il resto la nostra rivista», continua l’Editoriale, «anche se giudicata di carattere “locale” dal Ministero per i Beni culturali e perciò esclusa dai finanziamenti statali [terzo elegante sassolino], prosegue sia pur umilmente nel suo impegno scientifico…» con contributi seri e critici «a ricordare le glorie – ma anche le sconfitte – del monachesimo italiano». Assai fine è poi il riferimento allo studio su Fogazzaro, «di cui è nota la profonda amicizia per i benedettini di Praglia», come quello alla ricerca su Mechtilde de Bar, che ebbe contatti con i Maurini, ai quali «noi continuiamo ad ispirarci, ripercorrendo gli annali dell’ordine di san Benedetto, non solo per approfondirne il passato, ma anche per fornirne, quali fonti, il materiale della storiografia futura».

La nota di chiusura è per chi non c’è più, in questo caso il «noto poligrafo» dom Réginald Grégoire, «che raccomandiamo al commosso suffragio dei nostri lettori».

Lo so che non c’entro molto con tutto questo, e so anche altre cose che hanno a che vedere con questo mio «interesse», tanto che a volte mi sembra quasi di stare spiando in casa altrui da dietro uno stipite. Però, come dicevo, un nuovo numero di «Benedictina» resta, più o meno legittimamente, una piccola festa – me lo rigiro in mano e sono contento così.

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Vincent de Paul Merle, il monaco che fondò Petit Clairvaux (Who’s Who, VIII, pt. 2)

(la prima parte è qui)

Rimasto appiedato sul molo di Halifax, «con un sospiro che aveva forse un fondo di segreta soddisfazione» (Th. Merton), Merle si rassegna in brevissimo tempo a quella che non può che essere la volontà di Dio. Tanto più che in Nova Scotia c’è un gran bisogno di sacerdoti e il vescovo di Quebec è ben contento di arruolarlo, senza contare che ci sono molte comunità di indiani, ad esempio i Micmac (Mi’kmaq), da aiutare e guidare sulla via della retta fede. Prende così corpo il progetto di aprire un monastero trappista nella regione, e, ottenuto il permesso dal suo abate, nell’inverno del 1815 fr. Vincent lascia Halifax, diretto a nord e «accompagnato da tre misteriosi negri che lo avevano seguito da New York.

Per due anni si stabilisce nel villaggio di Chezzetcook. Qualcosa, al di là della fede, e dello zelo missionario, è scattato: «Era sempre indaffaratissimo…» Le difficoltà sono tante, a cominciare dalla trafila burocratica per ottenere dal governo britannico, lui, di nazionalità francese e cattolico, il permesso di fondare una comunità monastica. La situazione è così complicata che l’abate Lestrange lo invita a tornare a casa. Merle chiede un’ulteriore proroga e si spinge ancora più a nord, verso la contea di Antigonish e Cape Breton. Sempre incerto sulla scelta migliore, fr. Vincent si ferma infine a Tracadie, nella primavera del 1819, dove acquista un appezzamento e dà il via ai lavori. «Il luogo dove stiamo costruendo la nostra casa è molto adatto per un monastero trappista»: una valle profonda, un fiume, la protezione delle montagne, il mare non lontano e un terreno ottimo per le coltivazioni.

Le difficoltà, lungi dall’essere finite, sembrano aumentare. Anzitutto non ci sono postulanti, e poi gli ostacoli burocratici permangono, tanto che dalla Francia giunge l’indicazione di vendere tutto e andare nel Kentucky. Merle, in preda a un grande turbamento, chiede consiglio al vescovo, il quale lo solleva dalla responsabilità della disobbedienza e lo sollecita a rientrare in Francia per confrontarsi con l’abate Lestrange. Il viaggio, cominciato nel 1823, si conclude due anni dopo: fr. Vincent può far ritorno in Nova Scotia accompagnato da cinque confratelli e soprattutto con un’approvazione formale: «Vi esortiamo espressamente a recarvi in America, tra gli Indiani che troverete nelle vaste solitudini dei boschi del Canada…»

Nel settembre del 1825, forte probabilmente anche dell’autorizzazione governativa, Merle raggiunge lo scopo della sua vita: la fondazione ufficiale del monastero di Saint Bernard de Petit Clairvaux. Così scrive fr. Francis Xavier, il più fidato dei confratelli: «Grazie a Dio, dopo non so quanti ostacoli e disavventure, siamo finalmente arrivati sani e salvi alla nostra meta. Ci troviamo in una terra selvaggia (Indiana) e vicini agli Indiani. Che povertà! Viva la Francia! Qui non si trova niente e tutto è molto caro. Non c’è denaro, e la gente viene pagata con patate, cavoli e carne».

Si trattò di una gioia breve. Gli altri monaci che avevano seguito fr. Vincent non resistettero alla durezza della vita trappista trapiantata in Canada; i postulanti continuavano a essere pochi e instabili; lo stesso Ordine cisterciense attraversò in Francia un periodo di grandi sommovimenti; i mezzi erano sempre pochi; Lestrange morì nel 1827 e la sua riforma della Trappa si spense. Nel 1836, scoraggiato, Merle decide di tornare in Europa per cercare di salvare la sua comunità. Va in Francia, in Inghilterra e infine a Roma, alla sorgente dell’autorità. Quando nel 1840 riparte per la Nova Scotia, ha sì in mano un documento della Sacra Congregazione de Propaganda Fide, che sancisce lo statuto di Petit Clairvaux alle dipendenze del vicario apostolico locale, ma ha anche il «cuore spezzato» perché il nuovo abate della Trappa gli ha rifiutato la sua benedizione, sostanzialmente espellendolo dall’Ordine.

Rientrato a Tracadie, Merle affida la guida della comunità a fr. Francis Xavier, sistema le questioni legate alla proprietà del terreno su cui sorge Petit Clairvaux e si ritira nel vicino convento delle trappistine, anch’esso da lui fondato, dove muore il 1° gennaio 1853.

«Anche in vita egli era stato venerato come un santo, ma da allora il suo culto si diffuse per tutta la Nuova Scozia e Capo Breton. Si narrarono di lui cose di ogni genere, alcune plausibili, altre più o meno leggendarie, come il “miracolo” di quella volta in cui arrestò una furiosa tempesta levandosi una scarpa e gettandola in mare» (Th. Merton).

(2-fine)

 [da Thomas Merton, Le acque di Siloe (1949), Garzanti 1992, pp. 123 e sgg.; Luke Schrepfer, Pioneer Monks in Nova Scotia (1947), Kessinger Publishing 2007, pp. 16 e sgg.]

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Peli superflui, senape e cavalcate

È una cosa che faccio spesso: leggere un testo monastico normativo – non necessariamente una «regola» – e concentrarmi sugli aspetti meno legati alla fede e più quotidiani, anzitutto per avere con maggiore evidenza davanti agli occhi il volto e i gesti degli individui cui erano destinati quei testi e in secondo luogo per un motivo più confuso, un pensiero sballato probabilmente. Lo riassumo così: il sospetto che per alcuni la regola non discenda dalla fede, bensì all’opposto ne sia il risultato (non inevitabile, peraltro). Detto altrimenti, la regola precede la fede – cosa che vorrei saper argomentare con dovizia di riferimenti precristiani, e invece non so.

È con questo spirito che ho letto lo Speculum novitii (Lo specchio del novizio) di Stefano di Salley, monaco cisterciense inglese attivo nella prima metà del secolo XIII. Entrato da giovane all’abbazia di Fountains, nello Yorkshire del nord, ne diventò ben presto cellerario; fu poi abate di Salley (dopo il 1225), successivamente di Newminster, fino al 1247, quando chiuse il giro tornando a Fountains, dove morì come abate nel 1252. Lo Speculum, che s’inserisce in un genere letterario molto preciso, teso a fornire esempi da imitare (o più esattamente un’immagine nella quale rispecchiarsi per cogliere le eventuali difformità dal modello – e qui vorrei saper argomentare uno spunto che forse potrebbe collegare gli specula alle ricerche sui neuroni a specchio, e invece non so), lo Speculum testimonia la particolare sensibilità dell’autore per la fragilità, non solo psicologica, soprattutto dei principianti e possiede «il tono di chi ha trovato qualcosa di buono per sé e desidera trasmetterlo ad altri, perché il cammino sia più facile e l’esistenza più serena e gioiosa» (M. Fioroni).

Sarebbe sufficiente il primo capitolo, dedicato alla confessione quotidiana, che offre una specie di modulo fitto di «peccati» sul quale spuntare ciò che fa al caso proprio: ci siamo distratti dalla preghiera pensando «al riordino della casa, oppure alla caccia, alla corsa dei cavalli», abbiamo perso tempo, abbiamo pensato all’unione carnale, ci siamo lamentati per un dolorino, abbiamo fatto una battuta, siamo andati più rapidamente a tavola che nel coro, abbiamo accettato un regalo, abbiamo parlato, o pensato, male di qualcuno, ecc.: «Ecco lo specchio: nella misura in cui ti sarai reso conto di essere stato ferito in queste cose, apriti alla confessione». E se quando ti presenti in capitolo per essere giudicato ti vergogni, «pensa che chi ti proclama è il rasoio di Dio e ti vuole tagliare i brutti peli [Dei est novacula et pilos deformes tibi tollere vult]»; oppure «pensa che ti è stata mandata dal cielo una pietanza, cioè una correzione, che piace, anche se talvolta non è condita con cannella, ma con senape [quae non semper cinnamomo sed etiam sinapi aliquando condita]».

Per ogni mancanza, peccato o tentazione Stefano ha un pronto rimedio: quando sei impaziente, pensa alla pazienza del Cristo; quando ti ostini «in cose minime», sappi che sarai ripagato in ugual moneta; «quando ti esalti per la voce sonora, considera che ciò per cui ti gonfi non è che vento»; quando sei tentato da un cibo più buono, pensa al vas stercorum; «quando ti sollecita il desiderio di cavalcare, pensa a ciò che capitò a Dina, che era uscita soltanto per passeggiare» e fu rapita e violentata da Sichem; «quando ti risulterà noiosa la vita del chiostro», quando vorrai rivedere i tuoi famigliari, «quando sentirai battere la tavola che invita al lavoro»…

Ah, tre ultime cose: «stai attento a non toccare nessuno»; «quando si deve fare una pausa durante il lavoro, non ricercare gli angoli e non sedere lontano dagli altri» e infine «se non puoi mangiare ciò che ti viene posto davanti, non permettere in nessun modo che ti portino altro, ma mangiane un po’, così che sembri che tu abbia mangiato. Se qualcuno insiste affinché tu mangi, con un segno rispondi solamente: “Va bene, è sufficiente, basta così”».

Stefano di Salley, Speculum novitii. Lo specchio del novizio, a cura di Milvia Fioroni, Edizioni Glossa 2010.

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«Cose manicatoie e bevitoie» (le monache di Pontetetto)

Capita che su Amazon.it spunti un fondo di magazzino della «Scelta di curiosità letterarie inedite o rare dal secolo XIII al XIX», pubblicata a Bologna da Romagnoli nel 1863, e ristampata in anastatica da Forni nel 1968 sotto gli auspici della Commissione per i testi in lingua, e io mi ci butti. Perché nella serie, concepita e realizzata con scopi filologici e di storia della lingua, si trovano «chicche» monastiche, come i Capitoli delle monache di Pontetetto presso Lucca. Scrittura inedita del sec. XIII.

Il curatore, Carlo Minutoli, ci informa di «aver tratta dalle tenebre» la scrittura, contenuta in un codice della Biblioteca Capitolare di Bologna, non certo per la «niuna amenità del soggetto», quanto per essere «monumento di lingua dei primi tempi». Va da sé che invece, per me, l’amenità sia garantita, trattandosi del volgarizzamento duecentesco di «una delle tante regole che andavano attorno ad uso dei numerosi monasteri dell’ordine benedettino», a integrazione della Regola di Benedetto vera e propria.

Il monastero di Santa Maria di Pontetetto (Pons tectus) presso Lucca, fondato intorno al 1095, prosperò e poi sopravvisse, tra molte traversie, fino al 1408, quando papa Gregorio XII lo abolì, trasferendo le monache a Santa Giustina in Lucca. «Non rimane oggi vestigio, salvo una lapida che ricorda tuttora la pia fondatrice e prima Badessa Ombrina.»

Il testo, composto da ventisei «capitoli», è affascinante oltre che per la lingua proprio per le norme supplementari che l’estensore ritenne di dover aggiungere alla Regola benedettina e che mostrano in negativo le questioni e i comportamenti, gravi e meno gravi, che l’esperienza diretta impose appunto di regolare (la legge scrive la colpa dopo che questa è stata commessa).

Anzitutto, molto indicativamente, si parla di soldi, che devono essere gestiti da una camarlinga, eletta a maggioranza, «alle cui mani pervegnano tucte l’entrate e rendite et beni del monasterio et per le suoi mani si facciano le spese necessarie». Tale camarlinga dovrà presentare un bilancio semestrale che, una volta approvato, sarà scritto «in un libro per ciò deputato: sickè noi [cioè il vescovo o il visitatore] quando volessimo possiamo sapere e vedere la buona o la ria amministragione di ciascuno anno». (I soldi vengono menzionati esplicitamente al cap. 11: «Ancora ke nulla monaca tenga appresso sè pecunia oltra soldi X» – chissà quanti?) È previsto anche una specie di «consiglio superiore» del monastero, composto da quattro monache scelte dalla badessa che restano in carica sei mesi – «ma non possa essere consigliera li sei mesi seguenti quella ke è stata li sei mesi passati».

Ai rapporti con l’esterno sono dedicati diversi capitoli, a riprova del fatto che le religiose quasi mai, probabilmente, si staccavano del tutto dalle famiglie d’origine e dal loro ambiente: non si devono rivelare fatti e faccende del monastero, scambiare oggetti o doni («sciecto cose manicatoie e bevitoie»), non si parla con estranei se non alla grata del parlatorio (dove però è vietato mangiare) e accompagnate da una guardiana, non si possono tenere corrispondenze scritte, non si devono diffondere dicerie «nè le brigre o discussioni o scandali o rinbrocci o disonori, o vero li autri secreti facti del monastero et delle monache» (che, quindi, erano all’ordine del giorno).

La badessa, sul cui operato vigilano le consigliere, è garante dell’osservanza della regola, deve badare a non prendere le parti di alcuna, né mostrare simpatie, e somministrare in capitolo le penitenze per le colpe commesse. Gli esempi citati di «colpe» sono, come sempre, significativi: se una monaca picchia una consorella (e «che ind’esca sangue»), se si ribella, se pecca di «carnalitade» e «se nessuna desse a mangiare o a bere cosa velenosa o di veleno, e non solamente ki ‘l desse, ma etiamdio ki l’avesse apparecchiatolo per dare». Una convivenza talvolta difficile, parrebbe, o, detta altrimenti, un nido di vipere.

La badessa inoltre è tenuta a denunciare al visitatore tutti «li falli, li lasciamenti, o negligença», e se non lo farà, «o vero s’ella facesse  o procurasse, ordinasse, inducesse, consiliasse, comandasse o conferisse, o di qualuncaltro  modo o colore operasse, per prego o per minaccia, per sè o per altrui, directe o indirecte ke ad noi volliendo visitatione o inquisitione fare generale o speciale, o a colui ke acciò da noi fusse deputato, si celasse o non si notificasse lo stato del monastero», sarà accusata di «malitia» e deposta, e nei casi più gravi «sententiamo in fine hora ke la sia incarcerata e rinserrata».

(L’elenco delle «curiosità letterarie» è qui.)

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Tre precetti di Pacomio (Dice il monaco, V)

Prescrive Pacomio:

La sera, dopo il lavoro, non si potrà andare a ungersi ed ammorbidirsi le mani con l’olio senza essere accompagnati da un altro. E nessuno ungerà tutto il corpo salvo in caso di malattia, né si laverà o farà il bagno, se il male non è grave.

Non è permesso entrare nella cella di un altro senza aver prima bussato alla porta.

Nessuno parlerà ad un altro nell’oscurità.

Pacomio, Praecepta, 92, 89, 94, in Pacomio e i suoi discepoli, Regole e scritti, a cura di L. Cremaschi, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 1988.

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Termodinamica monastica

Come potevo resistere davanti a un titolo del genere…

Termodinamica monastica. La Legge di Murphy in convento è un piccolo libro a suo modo sorprendente. Scritto da Gaetano Lo Russo, padre rogazionista (i Rogazionisti sono una congregazione dedita in particolare alla «cura» delle vocazioni), è diviso in due sezioni, che, diversamente dalla maggior parte dei volumi, corrono parallele, una sulle pagine pari e una sulle dispari. Il Dizionario breve, che occupa le pari, è una serie di brevi storie raccolte dall’autore durante tanti anni di attività sacerdotale e di viaggi: incontri, vicende esemplari, tristi e lievi, osservazioni e momenti curiosi narrati con garbo e semplicità.

La sorpresa è nelle pagine dispari, la Termodinamica monastica, in cui sono allineate, proprio alla maniera dei volumetti della Legge di Murphy, leggi, appunto, corollari, considerazioni, vere e proprie battute sulla vita religiosa: molte legate ai valori che la ispirano, altrettante francamente spiritose su aspetti per così dire meno nobili della vita dei monasteri, o che ironizzano con gusto  su problemi e questioni anche spinose, e molte altre ancora che con un sorriso rivelano uno sguardo critico, forse un po’ rassegnato, su certe dinamiche della vita comunitaria non del tutto edificanti.

D’altra parte, dopo un inizio che recita così: «Motto di S. Agostino. Ama e fa’ ciò che vuoi», «Variante del Re David. Sì, ma stai attento con chi lo fai», ci si può aspettare di tutto.

Non mi resta che scegliere qualche esempio e strizzare l’occhio al padre rogazionista.

  1. Dilemma del pacco dono. La vocazione è un dono di Dio? Ma chi l’ha detto che era per me?
  2. Camel Trophy 1. È più facile far passare un cammello attraverso la cruna di un ago che far passare un postulante dal postulantato al noviziato.
  3. Sulle famiglie religiose 1. I Salesiani sono dappertutto, i Gesuiti ci sono già stati, i Rogazionisti vorrebbero andarci.
  4. Ammonimento di Maccari. L’attività del monaco cretino è molto più dannosa dell’ozio del monaco intelligente.
  5. Legge di Shanahan. La durata di una riunione aumenta col quadrato del numero dei frati presenti.
  6. Corollario di Tommaso da Kempis. Se vuoi vivere con Cristo crocifisso, entra in convento. Se vuoi vivere con Cristo risorto, resta dove sei.
  7. Assioma di Twain. Le cose buone nel convento: o sono contro la Regola, o offendono il Superiore, o fanno ingrassare.
  8. Mancanze. Due cose mancano quasi sempre in comunità: le chiavi dell’automobile e l’automobile.
  9. Amarsi ma non abbracciarsi. Con gli anni i frati diventano come i porcospini. Se lontani, vorrebbero avvicinarsi, se vicini, si pungono l’un l’altro.
  10. Tempi forti. I tempi forti della vita del frate: Natale, Pasqua, il 2° tempo di Inter-Juve.

Un trittico dedicato alle suore.

  1. Costante dei convegni. Un relatore e un numero infinito di suore.
  2. Considerazione di suor Scolastica. La cosa che tu hai appena finito di fare la tua tua consorella più antipatica l’aveva già fatta ieri.
  3. Breve di suor Germana. Ne uccide più la lingua che la spada. Ma anche la cucina del monastero non scherza.

E una chiusa che non ti aspetti.

  1. Seconda regola del predicatore. La miglior predica deve assomigliare a una minigonna: corta, aderente alla vita e aperta al mistero.

Gaetano Lo Russo, Termodinamica monastica e Dizionario breve di varia umanità, Editrice Rogate 2009.

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