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Una capacità (Dice il monaco, VII; Mectildiana)

Dice Catherine Mectilde de Bar, in un capitolo del 1662, e in una «conversazione familiare»:

Credetemi, la vostra perfezione è nell’obbedienza, ma non vi assicuro che sia nelle cose che voi proponete, per quanto vi sembrino sante. Per esempio: vorreste fare orazione mentre l’obbedienza è di coricarvi; io vi dico che la vostra preghiera, per quanto sublime, non è che un’illusione. Queste sono, di solito, manifestazioni della nostra superbia che ci sottrae all’obbedienza per renderci singolari; e vi sono dei contemplativi superbi come demoni. Sì, sorelle mie, ho visto anime molto elevate, in stati eminenti di orazione, cadute come stelle dal cielo per essersi allontanate dall’obbedienza. Questo fa tremare; non pensate infatti che, per aver domandato certi permessi alle superiore, siate discolpate davanti a Dio. Niente affatto, a meno che non si tratti di qualcosa per la vostra salute. Allora ve lo permetto di tutto cuore; ma non di tutte le altre cose che potete fare; in nome di Dio non chiedete esenzioni… Io vi posso esentare dai digiuni e dalle astinenze, ma non dall’obbedienza, perché è un voto fatto al Signore.

Dobbiamo essere una capacità di Dio…

Catherine M. de Bar, Attesa di Dio. Riflessioni sulla Regola di San Benedetto, Jaca Book 1982, pp. 113-114.

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A gran colpi di martello (Catherine Mectilde de Bar)

Comincia così un nuovo capitolo della mia ossessione. Scorrendo un elenco di remainders ho notato un volume di Lettere alle monache 1641-1697 di Catherine Mectilde de Bar, un nome che avevo già incontrato, leggendo di Vannisti, Mauristi e di Claude Martin, e messo momentaneamente da parte, insieme con l’Istituto da lei fondato nel 1653, le Benedettine dell’Adorazione Perpetua del Santissimo Sacramento. L’epistolario è stata la scintilla. In un genere, la letteratura monastica, già per costituzione rivolto in massima parte all’interno della cerchia dei suoi fruitori, gli epistolari rappresentano un insieme ancora più chiuso, e per questo interessante. Nelle lettere che si scambiano, monaci e monache lasciano cadere, quasi sempre, censure e precauzioni: noi ci capiamo, possiamo parlare (abbastanza) liberamente dei fatti nostri.

Ho iniziato a leggere il volume e sono stato subito colpito da uno dei temi centrali, se non il tema centrale, dell’epistolario: l’annientamento di sé, del proprio io e della propria volontà. Non in prospettiva nichilista, ovviamente, bensì quale premessa all’accesso a una piena dimensione creaturale, e di lì a quella vittimale (con la quale ci si avvicina al carisma specifico dell’istituto). Non passa quasi lettera senza che Mectilde non trovi il modo di variare un’ennesima volta il tema: «Dobbiamo rimanere sempre nel nulla», «Le piccole inquietudini che sentite sono vermi di amor proprio e di voi stessa che vi pungono e vi rodono: bisogna farli morire», «La morte a noi stessi, il santo annientamento si compiono solo a gran colpi di martello», «Nessuno vuol essere quello che è; e io posso dire che la vita non è che menzogna e vanità, se non stiamo nell’abisso del nostro abominevole niente, non solo coi pensieri o con l’immaginazione, e nemmeno con la parola, ma con l’opera e l’azione». Ogni tanto è come se Mectilde accelerasse, come se la lettera, che ha comunque una sua struttura, le prendesse la mano, e la furia interiore si riversasse sulla carta in una speciale miscela di dolcezza e violenza. Di una persona che scrive così devo leggere di più.

Poi mi sono imbattuto in questo passo, di una lettera del 1665: «… L’adorazione perpetua si diffonde tra i secolari, che vengono alla nostra cappella per fare le loro ore di riparazione, con la corda al collo e il cero in mano» – come testimoniato dal dipinto qui a fianco, che, se non ho capito male, raffigura Anna d’Asburgo che partecipa, nel 1654, alla celebrazione solenne della riparazione (altro concetto chiave dell’istituto) nel monastero parigino delle Benedettine dell’adorazione  perpetua, un anno dopo la loro fondazione, con la corda e con il cero, seppur inginocchiata su un regale cuscino.

In un’altra lettera, del 1666, Mectilde ritorna sul tema della morte «a tutti i desideri» e scrive: «La fede nuda sarà per voi vita e sentiero per il quale passerete in Dio; ma, cara figliola, questo sentiero è tanto più austero in quanto è la morte dell’amor proprio. In questa via le riflessioni, i ragionamenti, i gusti, le soddisfazioni agonizzano. Bisogna oltrepassare tutto questo e sentire i lamenti e i gemiti del nostro interno… Bisogna risolversi a perder tutto, se vogliamo guadagnare tutto». E io, che aggiungo un risibile gusto novecentesco a questa tentazione nichilista (priva quindi di qualsiasi prospettiva di «guadagno»), a questo punto so che cercherò di leggere tutto quello che Mectilde de Bar ha scritto.

Catherine Mectilde de Bar, Non date tregua a Dio. Lettere alle monache 1641-1697, con introduzioni di J. Leclercq, A. Rayez e D. Barsotti, Jaca Book 1978 (uno spicchio del mondo che si apre a chi vuole approfondire si può trovare in questo splendido sito di Miscellanea di studi su madre Mectilde de Bar).

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