The Monk Club

Sono molto contento di aver scoperto «Vita Nostra», la rivista dell’Associazione «Nuova Cîteaux» che ha avviato una nuova serie nel 2011, e mi ci sono abbonato subito, perché offre la possibilità di accedere a testi di carattere interno dell’Ordine Cistercense: conferenze, documenti, interventi e dossier, di autori e autrici di diversa provenienza e diversa posizione gerarchica, che, oltre a temi storici, affrontano anche problemi del monachesimo contemporaneo, con salutare chiarezza. Il panorama che se ne ricava è vario, complicato e, appunto, problematico. Non che prima nutrissi la falsa immagine di un Ordine compatto, uniforme e ottusamente unanime, tuttavia leggere direttamente alla fonte quali sono i punti di maggiore attrito e le preoccupazioni più ricorrenti sposta la nozione a un livello di precisa concretezza.

Attriti e preoccupazioni che si concentrano intorno al tema della formazione delle nuove leve – diciamo così –, non a caso posto in apertura dell’editoriale di s. Maria Francesca Righi, sul numero 1, e al quale è dedicata una sezione fissa. «Più visito le comunità», scrive l’abate generale Mauro Giuseppe Lepori (ocist), «e più mi accorgo che il problema della formazione è il problema cruciale del nostro Ordine (e di tutta la Chiesa)». Dopo un passaggio preliminare – ho visto e in parte letto i primi cinque numeri – mi limito a prendere qualche appunto, in vista di successivi approfondimenti.

Le persone che arrivano oggi a un monastero, e chiedono di entrarvi (evento che viene esplicitamente definito «un miracolo»), lo fanno spinte sia da un desiderio positivo di ricerca spirituale ed esistenziale (in risposta alla «chiamata»), sia da un desiderio negativo di alternativa al mondo da cui vogliono distanziarsi e del quale tuttavia sono molto più imbevute rispetto a un tempo (per ragioni anagrafiche e culturali). Se lo portano dietro, il mondo, sotto forma di aspettative, che riversano talvolta impropriamente sulla comunità monastica, andando incontro al più classico dei «bruschi risvegli». Scrive dom Guillaume Jedrezjack (ocso): «Dopo il primo periodo di euforia che segue ogni conversione, si assiste più o meno rapidamente a un cambiamento, nella maggior parte dei monaci e delle monache, spesso dopo la professione solenne. Fino a quel momento essi spendevano ogni energia nello sforzo necessario per appartenere alla comunità […]. E poi arriva la fase delle disillusioni, con la quantità di disintegrazioni».

La preoccupazione dei superiori è che i monasteri siano percepiti come «dei club dove si entra per realizzare la propria vocazione personale di cui la comunità e i superiori devono solo essere i funzionari» (ancora l’abate Lepori). Il monastero come una palestra cui iscriversi per tornare in forma, in preparazione di competizioni future, mentre se c’è una cosa che credo di aver capito è che il monastero è il luogo dove cimentarsi, tra l’altro, con lo scardinamento sistematico  della propria «forma» (mentale, o spirituale, e fisica, mi vien  da dire), per mettersi sulla «via della vita».

Oppure, scrive la badessa di Vitorchiano Rosaria Spreafico (ocso), «ci troviamo di fronte a persone per le quali non è ovvio porsi con profondità – assumendone il rischio – le domande costitutive per cercare il significato unico e unificante dell’esistenza umana.» Sono cariche delle contraddizioni del mondo, e pertanto frammentate e fragili, eppure disponibili ad accettare la sfida della vocazione, anche se non sanno esattamente nemmeno quale sia la posta. «Difficilmente», continua la badessa, «oggi si presentano persone dialettiche, critiche e contestatrici della proposta di vita e di obbedienza che ricevono, ma la loro disponibilità deve essere purificata e trasformata.» E il corsivo è dell’autrice.

«Vita Nostra» – Rivista periodica dell’Associazione «Nuova Cîteaux».

 

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