Questo monastero non è un albergo!

Abbazia cistercense di Thoronet (foto Potts)

Abbazia cistercense di Thoronet (foto Potts)

Sono state rese pubbliche le «Riflessioni conclusive» che l’abate generale dell’Ordine Cistercense, Mauro Giuseppe Lepori, ha pronunciato al termine della sua Relazione sullo stato dell’Ordine al XVIII Sinodo, tenutosi a Roma ai primi di luglio. Sono riflessioni molto personali, in cui spesso ricorre la prima persona singolare, e per questo assai interessanti, e attraversate da una grande preoccupazione, appena dissimulata.

Preoccupazione profonda, che va oltre la questione della sopravvivenza delle comunità: «Tante nostre comunità, umanamente considerando, possono fare lo stesso discorso [della vedova di Sarepta, 1 Re 17, 7-16]: abbiamo quel che basta per vivere ancora qualche anno, o comunque per morire in pace, poi sarà finita». L’abate generale si augura che la discussione che sta per aprirsi vada la di là del tema pratico della precarietà, che pure va affrontato, e auspica uno slancio che si racchiude in una domanda molto sincera: «Come siamo chiamati ad esprimere la nostra fiducia che anche nelle condizioni odierne del mondo, della Chiesa, delle nostre comunità, Dio ha un disegno buono, un disegno di vita, per noi e per il mondo?» Insomma, ancora una volta, che senso abbiamo noi monaci oggi? Che ne deve essere di noi?

Con la cautela, e la mitezza, di un abate generale, Mauro Lepori due risposte le tenta: autorità come accompagnamento e comunità come cantiere costante di comunione. Per quanto riguarda il primo aspetto l’abate denuncia il senso di impotenza e solitudine che talvolta avverte («l’abate generale cistercense è un po’ il presidente d’Italia. Ha pochi poteri, e quindi poca “corte”, ma siccome le altre strutture di governo sono spesso in crisi, deve comunque occuparsi di tante realtà difficili, praticamente da solo») e le difficoltà legate all’organizzazione dell’Ordine («la struttura del nostro Ordine non aiuta sempre ad affrontare i problemi con trasparenza»). È importante che i superiori e le superiore si parlino e si aiutino tra loro: accompagnino e siano accompagnati nella loro funzione, che è l’unica che, nella pratica quotidiana di discernimento e decisione, può «tenere insieme» le comunità, mantenerle vive e in cammino, sollecitandone i membri a essere anzitutto fratelli e sorelle. (A questo riguardo, tra l’altro, compare nel discorso dell’abate l’unico, criptico accenno a tensioni intramonastiche: «Poi ci sono falsi pastori o pastore, mercenari o mercenarie, che riescono a fuggire con tutto il gregge, come abbiamo visto purtroppo nel nostro Ordine, col sostegno di altri pastori-mercenari…»)

Dal modo in cui l’abate parla di comunità, seconda traccia della sua risposta, si evince come essa sia da dare tutt’altro che per scontata. È lui stesso a dirlo con inusuale franchezza: «In molte comunità non trovo comunità. Trovo un gruppo, trovo squadra, a volte esercito, ma più spesso ospiti di albergo. È un po’ come gli alberghi che servono un’impresa particolare, per esempio una fabbrica, un aeroporto, un grosso cantiere, e in cui quindi tutti gli ospiti sono più o meno dello stesso mestiere, ma in albergo ci stanno solo per lavorare altrove». No, qualunque sia l’attività cui si è chiamati, la prima ragione della comunità è la comunità stessa, la vita insieme sotto una Regola e una guida. Vita di lavoro, preghiera, meditazione, ascolto, confronto, sostegno, dialogo, silenzio, veglia e ricreazione – tutto insieme, in un «lavoro di formazione continua».

Questa è la ragione e al tempo stesso il messaggio della comunità, in una dimensione mistica, ovviamente, poiché la comunità è «inserita» nel Corpo di Cristo e ha bisogno di questo centro più ancora che dei soldi per pagare le riparazioni e le bollette, «perché senza questo centro vedo che le persone si perdono, perdono la strada, non sono felici, vivono come pagani».

 

1 Commento

Archiviato in Cisterciensi

Asceti serpenti (Reperti, 22: Thomas Mann)

1940_Thomas_Mann_Die_vertauschten_Köpfe_Orig.-UmschlagMi hanno suggerito, giustamente, di leggere Le teste scambiate, un racconto lungo di Thomas Mann, che ne trasse lo spunto da una leggenda trovata nel libro dell’amico indologo Heinrich Zimmer dedicato al mito indiano.

I tre protagonisti della vicenda – lei, lui, l’amico di lui – a un certo punto si recano da un eremita per un consiglio circa la loro peculiare situazione e costui, «Kamadamana, il vincitore dei desideri», oltre a darglielo, li ammaestra con un breve monologo sull’ambiguità della rinuncia. Perché raccogliere delle giuggiole se poi devo rinunciare a esse? Perché una rinuncia senza una sfida non vale nulla? Ma in questo modo non cedo comunque al godimento della vista? «La penitenza insomma è una botte senza fondo, una cosa imperscrutabile, perché le tentazioni dello spirito vi si mescolano con quelle dei sensi e danno da fare come il serpente che mette due teste quando gliene fu mozzata una. Ma è bene che sia così e ciò che conta è sempre l’intrepidezza.»

Va notato che la figura dell’eremita è un’aggiunta di Mann rispetto agli elementi presenti nella leggenda originale; non mi pare assurdo quindi immaginare che per il luogo in cui risiede l’eremita, la foresta di Dankaka, insieme con altri santi, Mann si sia servito di reminiscenze di altra provenienza. Questa foresta, infatti, assomiglia parecchio alla Tebaide, essendo «abbastanza vasta per offrire ad ognuno sufficiente isolamento e un tratto di orrido deserto». Gli uomini, e le donne, che la popolano praticano diversi gradi di ascesi, alcuni «avevano quasi interamente domato i puledri dei sensi e combattendo fino all’ultimo sangue la loro carne… arrivavano a osservare i voti più crudeli»: digiuni «senza limiti», abiti sempre bagnati d’inverno, bracieri accesi per aumentare il calore della stagione calda, movimento costante (in piedi, seduti, in piedi, seduti), e così via fino al sospirato ricongiungimento con Brahma.

Una santa comunità di asceti, non priva tuttavia di tensioni non del tutto sante. Chissà a cosa stava pensando Mann quando aggiunse questo breve commento: «Il mondo dei solitari è un mondo come un altro dove gli appartenenti sono bene informati e dove si fanno molte chiacchiere e critiche, dove regnano gelosie, curiosità e smania di essere da più, sicché l’eremita sa benissimo dove abita l’altro e come vive».

Di’, hai sentito di Euprepio? Per cuscino usa una pietra, non levigata! ‘Sto impunito.

Thomas Mann, Le teste scambiate (1940), traduzione di E. Pocar, in Le teste scambiate. La legge. L’inganno, introduzione di R. Fertonani, Mondadori 2011, pp. 1-126.

 

Lascia un commento

Archiviato in Reperti

Niente, era solo un pelucco

Un’ultima nota prima di riporre sullo scaffale questo volume di Regole monastiche della Spagna visigota che tanto mi è piaciuto. Nient’altro che un gesto, semplice eppure tanto comune e significativo oggi, qui, come allora nella Spagna visigota, colto tra la righe di una regola.

La Regola comune, all’interno delle varie disposizioni per i monasteri che ospitano monaci e monache, precisa anche i modi in cui ci si deve salutare. Bisogna stare sempre allerta, «Cristo è geloso; non vuole fare della sua casa una casa di commercio». Il contatto in particolare è pericoloso, quello fisico, quello di sguardi, quello più innocente:

«Nessun abate o fratello presuma poi, in qualsiasi luogo, di dare un bacio ad un anziano senza il permesso dei superiori, né di volgere il capo, come per un accordo, verso le monache. Né una donna osi mettere le mani sulla testa o sull’abito di un monaco per spianarlo.»

Regola comune o Regola degli abati, in Regole monastiche della Spagna visigota, introduzione e note di J. Campos Ruiz, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 2014, p. 200.

 

Lascia un commento

Archiviato in Libri, Regole, Spigolature

Pépinière au monastère. La Regola di san Fruttuoso (pt. 2/2)

(la prima parte è qui)

La Regola comune o Regola degli abati, ispirata alla Regola di Fruttuoso, secondo alcuni a lui attribuibile, secondo altri specifica per i monasteri doppi (il che la renderebbe molto preziosa), va collocata intorno alla fine del sesto decimo del VII secolo e nonostante la brevità offre molte «particolarità» interessanti. Ad esempio si diffonde con una certa ampiezza sulla categoria dei sedicenti monaci che Benedetto bolla e depreca come sarabaiti e tratta molto più sbrigativamente. Oppure vi si può trovare un capitolo dedicato a «come devono vivere quelli ai quali sono affidate le greggi del monastero»; vi si trovano istruzioni per la convivenza, assai problematica, di monaci e monache; e infine va ricordato che il testo è stato tramandato nei codici insieme con un «Patto», esempio notevole per antichità ed estensione di una formula scritta di professione monastica.

Ma, come dicevo, c’è un capitolo, il sesto, molto curioso e che merita di essere letto per dar conto di un passo della Regola dei monaci di Fruttuoso. Studiosi e curatori lo hanno intitolato Come gli uomini, con le mogli e i figli, debbano vivere in monastero senza pericolo. Eccone la prima metà.

Piacque alla santa regola comune che quando arrivasse qualcuno con moglie o figli piccoli [era dunque una circostanza prevista, forse più che altro perché comunque si verificava, e, come tale, regolata], cioè tra i sette anni, sia i genitori che i figli si diano in potere all’abate, il quale da se stesso, con ogni sollecitudine, disponga ragionevolmente che cosa debbano osservare [decide quindi l’abate, in piena autonomia e con la discrezione che sarà poi sommamente benedettina]: anzitutto non abbiano alcun potere sul proprio corpo [è un modo per estendere loro il voto di castità?], e non si preoccupino del cibo o degli abiti. Né pretendano di possedere ricchezze o case di campagna che un tempo lasciarono [la spoliazione va ancora ribadita; fa sorridere l’unico riferimento alle «case di campagna»], ma vivano in monastero soggetti come ospiti e pellegrini [uno status un po’ vago, soprattutto perché temporaneo]. Né i genitori siano solleciti per i propri figli, né questi per i loro genitori; né s’intrattengano in conversazione comune, a meno che ciò non fosse comandato dall’autorità dell’abate [fin qui, per quanto la situazione sia non proprio stabile, tutto bene; adesso si fanno strada i problemi].

Tuttavia, questi bambini molto piccoli che vediamo trastullarsi con i loro giocattoli, per una misericordia loro concessa [l’immagine di tre o quattro bambini piccoli, seduti sul prato al centro del chiostro, che giocano con bambole di pezza o cavallucci di legno o magari a palla, è per me inedita e notevole], abbiano permesso, quando lo vorranno, di andare dal padre o dalla madre [certo, tutti i bambini, dopo un po’, vogliono la mamma o il papà], affinché i genitori non cadano nel vizio della mormorazione a causa loro [cioè, immagino, a loro volta si lamentino che non possono vedere i propri figli], perché di solito c’è molta mormorazione in monastero a motivo di questi bambini piccoli [qui s’intravede qualcosa di non chiarissimo, non necessariamente legato alle gravi circostanze evocate dalla Regola di Fruttuoso, ma comunque delicato; la chiusa di questa parte del capitolo è infatti molto istituzionale].

Ma siano aiutati da tutti e due i genitori, finché abbiano una certa conoscenza della regola e sempre siano istruiti, in modo che tanto i bambini che le bambine, si sentano spinti verso il monastero che abiteranno.

(2-fine)

Regola comune o Regola degli abati, in Regole monastiche della Spagna visigota, introduzione e note di J. Campos Ruiz, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 2014, pp. 161-209.

 

2 commenti

Archiviato in Libri, Regole

Il solito problema dell’ananas

Una delle attività nelle quali dilapido serenamente tante ore è la visita dei siti web delle abbazie. Al di là delle informazioni, e delle gallerie fotografiche, c’è una cosa che vi cerco, sempre speranzoso: la cronaca del monastero – in particolare di quelli anglosassoni, meno schiacciati dalla tradizione e tradizionalmente più pragmatici. A volte va cercata nella newsletter, a volte non viene pubblicata (che ci sia è pressoché certo), ma quando c’è per me è irresistibile: scorro il flusso di fatti e fatterelli con remota e incomprensibile partecipazione e con un’attenzione che lascerebbe presumere la presenza in quelle pagine, di solito brevi e lineari, di un segreto ben celato.

Nessun segreto, invece; nei casi migliori, soltanto uno sguardo limpido e tranquillo, quale dev’essere quello del monaco o della monaca che redige tale cronaca. «Gennaio. È stato un inverno decisamente gradevole, finora. Non come l’anno scorso. Abbiamo avuto neve e freddo, ma non troppo. E per adesso nessuna tempesta, cosa di cui dobbiamo essere grati. Ciò significa che le cose sono andate avanti nella norma, senza molte cancellazioni. Non sarà la Florida, ma non abbiamo nemmeno gli uragani»: un esempio per tutte è quella che ho appena finito di leggere, la cronaca del 2013 dell’abbazia benedettina dell’Assunzione di Richardton, North Dakota. Cronaca tra l’altro che, insieme con la «Assumption Abbey Newsletter», è stata tenuta negli ultimi trentasei anni da fratello Terrence (Kardong, non proprio un benedettino qualsiasi), che ha lasciato l’incarico proprio l’agosto scorso: «Certo, il compito di scovare idee nuove era sempre più faticoso, anno dopo anno, ma non l’avrebbe fatto per 36 anni se non l’avesse trovato anche piacevole e gratificante. Tenuto conto che di censure non ce ne sono mai state, qualche volta ha gettato un po’ di scompiglio in comunità [sometimes ruffled some feathers in the community], ma perlopiù i confratelli sono stati comprensivi».

Ecco. Alla fine di febbraio l’abate Brian ha fatto visita al priorato di Tibatì, nei pressi di Bogotà: tutto bene; tutto bene anche a Pasqua, sebbene facesse un po’ freddo: venduto tutto il pane di Pasqua e anche il vino, inoltre fratello Stephen, all’accoglienza, è stato un successone («Fr. Stephen was assigned as one of the greeters and he proved to be a smash hit. Everybody loves Fr. Stephen»); in aprile son venuti i ragazzi del concorso regionale per i cori, che bravi; poi il ritiro degli oblati – 35 partecipanti!; messa l’aria condizionata in cucina; un po’ di trasferte, conferenze, visite, capitoli generali; fratello Placid in giugno è stato assegnato alla tosatura dei prati; lavori, lavori, lavori, ma anche relax; e poi «circa ogni dieci anni i rovi dei mirtilli selvatici danno frutto, e quest’anno è successo! Così, siamo corsi fuori con i secchielli, e il risultato è stato: mirtilli selvatici a colazione e soprattutto torta di mirtilli selvatici…»; in agosto è venuta a parlarci una psichiatra specializzata nel trattamento di preti e religiosi, ha parlato soprattutto del «problema della pornografia su Internet. Come ce l’ha presentata, l’industria pornografica è enorme, e mira ad acchiappare ogni categoria di persone, monaci compresi [As she presented it, the pornography industry is huge, and it aims to snare all kinds of people, including monks]»; in agosto abbiamo comprato un nuovo trattore, una bellezza, tutti vogliono guidarlo… e nella foto che accompagna la nota sul trattore (bisogna cercarla, seguendo il link della newsletter) c’è tutto il senso di una comunità di uomini vestiti di nero che invecchiano insieme in un paesino sperduto del North Dakota.

Un altro anno è passato. La comunità conta 254 confratelli, 51 dei quali vivi. Anche l’abbazia è viva. Si guarda al nuovo anno: «18 novembre. La produzione annuale di panfrutti e cominciata. Se devono essere pronti per il “porte aperte” di Natale, devono andare in forno prima del Giorno del Ringraziamento». Il problema, come sempre, è la frutta: «Quest’anno l’ananas c’ha messo un sacco ad arrivare».

3 commenti

Archiviato in Benedettine / Benedettini, Spigolature

Un goto di grande forza e coraggio. La Regola di san Fruttuoso (pt. 1/2)

«Se sant’Isidoro di Siviglia è un ispano-romano che legifera nella sua regola con una soave ed equilibrata ponderazione per i monaci di media o bassa ascesi, san Fruttuoso di Braga è un goto di grande forza e coraggio, che impone rigore e decisione generosa senza riserve per darsi alla vita monastica e alla virtù»: bello questo incipit dell’introduzione alla Regola dei monaci di Fruttuoso di Braga, è come un’ouverture che ti dispone allo spirito dell’opera che stai per ascoltare. Che nella fattispecie è una breve regola (24 articoli) data intorno al 646 da Fruttuoso per il monastero che fondò a Compludo – bel posto dimenticato da Dio nei pressi di Ponferrada, nella regione di León. È collegata alle medesime fonti della Regola di Isidoro, insieme alla quale è stata prevalentemente tramandata.

È piena di cose curiose, non ha una vera struttura, la sequenza degli argomenti sembra del tutto casuale e le prescrizioni sono spesso affiancate con dei nessi dei quali sfugge il senso («nessuno tenga per mano un altro, né ad un certo punto se ne vada in qualche luogo senza benedizione»): questo la rende molto interessante. Talvolta il precetto è quanto di più generico: «Il servo di Cristo non deve essere affatto finto, ma veritiero»; altre volte si scende nel dettaglio estremo: «Usino i calzini dalle calende di novembre fino alle calende di maggio». Talvolta la casistica delle colpe sorprende un po’ («chi mente, chi ruba, chi percuote», «se qualcuno fosse stato trovato ubriaco nel cenobio»); altre volte l’abate sembra un sergente istruttore («due volte alla settimana l’abate o il preposito rivolti il letto di ciascuno e frughi bene per vedere se qualcuno vi avesse messo qualcosa di superfluo o di nascosto»). Una volta ci si trova trasportati nel silenzio e nel buio, quasi inimmaginabili oggi, di una notte del VII secolo: «Poi, avviandosi verso il suo dormitorio in sommo silenzio, con atteggiamento raccolto e passo calmo… ognuno raggiunga il suo letto, dove… infine termini la sua orazione, e non ardisca far rumore, o brontolare o scaracchiare fortemente, ma si addormenti, nel silenzio della notte»; un’altra volta un gesto simbolico riacquista tutto il suo significato reale: «Agli ospiti o ai fratelli pellegrini… la sera bisogna lavar i piedi che, se sono in cattive condizioni per il viaggio, devono essere unti con olio».

Le sanzioni, come si ricordava all’inizio, sono dure, e si estendono da ogni specie di privazione alle punizioni corporali («se neppure così si emenderà, sia sferzato molto energeticamente»). Il culmine viene raggiunto per una circostanza di massima gravità, che raramente viene evocata così esplicitamente nelle regole: «Colui che va dietro ai bambini o ai giovani, o colui che fosse sorpreso a baciarli o in qualunque turpe occasione…» Se l’accusa è provata, e gli eventuali testimoni attendibili, il colpevole viene frustato, privato della tonsura, «subirà l’ingiuria di avere il viso ricoperto degli sputi di tutti», messo in ceppi e sbattuto in cella per sei mesi (con solo tre pani d’orzo la settimana); in seguito altri sei mesi di una specie di libertà vigilata e infine reintegrato «sempre sotto la custodia e la sollecitudine di due fratelli spirituali».

Quali bambini, ci si potrebbe tra l’altro domandare, considerato che i monaci non devono «assolutamente andare in alcun luogo tranne che per motivo di necessità». Una risposta può venire dal sorprendente capitolo 6 della Regola comune, un’altra regola di ispirazione fruttuosiana diffusa nella Spagna visigota del VII secolo. Un capitolo che merita di essere letto per esteso.

(1-continua)

Fruttuoso di Braga, Regola dei monaci, in Regole monastiche della Spagna visigota, introduzione e note di J. Campos Ruiz, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 2014.

 

Lascia un commento

Archiviato in Libri, Regole

«Alla presenza di testimoni»: la Regola di Isidoro di Siviglia

Sempre belle e interessanti le regole pre- e post-benedettine precedenti alla definitiva affermazione del capolavoro di san Benedetto. Sono spesso compilazioni di precetti derivati da altre regole, non hanno ancora quel grado di astrazione tipico delle legislazioni più strutturate e il più delle volte mantengono l’evidenza delle situazioni che le ispirano. Sono sì piene di ripetizioni, e talvolta confuse, ma restituiscono nella maniera più chiara il processo di messa a punto di un codice ampiamente applicabile. Mi piacciono perché i monaci che si muovono dietro di esse li vedi balzare dalla pagina come se fossero appena usciti dalla loro cella.

Un bell’esempio è la Regola dei monaci di Isidoro di Siviglia, autore ben altrimenti noto delle Etimologie, redatta probabilmente tra il 615 e il 619 e composta da venticinque, agili capitoli. Non sono in grado di fare regologia comparata (credo che potrebbe essere la mia occupazione ideale), ma alcune cose interessanti desidero annotarle. A partire dal Capitolo I che, fatto non comunissimo, è dedicato al monastero: «L’edificio monastico avrà soltanto una porta ed un’unica uscita per la quale si vada nell’orto», orto che deve essere incluso nel complesso «perché i monaci, lavorando dentro, non abbiano alcun motivo per andar vagando fuori».

Interessante, poi, la motivazione dell’impegno scritto che deve prendere il novizio, che esplicita in maniera diretta il riferimento «militare» della professione: «Come infatti quelli che sono promossi alla milizia secolare, non passano nella legione, se non sono prima iscritti nelle liste, così, anche quelli che si devono distinguere nella milizia celeste, nell’accampamento spirituale, non possono far parte del numero e della società dei servi di Cristo se prima non s’impegnano con la professione orale o scritta». Dopodiché, come nell’esercito, vale solo l’anzianità di servizio – «chi in monastero entra per primo sarà il primo in ogni grado e ordine» –, ogni altra distinzione è abolita.

Bello il Capitolo XIX che, dopo aver ribadito la messa al bando nel monastero della proprietà privata, sfocia nell’elogio del cenobitismo e nella sua giustificazione. Bisogna diffidare dei reclusi e degli eremiti, «molti reclusi, infatti, vogliono nascondersi per mettersi in evidenza» e «tutti quelli che si allontanano dalle folle per riposare, quanto più fuggono gli altri, tanto meno si nascondono». Gli altri, appunto, sono importanti: se siamo viziosi, gli altri ci aiuteranno a curarci; se siamo virtuosi, potremo agli altri essere d’esempio. In ogni caso, «occorre dunque dimorare in una santa comunità e trascorrere la propria vita alla presenza di testimoni». Testimoni umani, e non divini, mi viene da aggiungere, e devo ammettere che trovo questo concetto molto utile come antidoto a certi miei vaneggiamenti asociali.

Più ancora, tuttavia, mi è piaciuto il Capitolo XVII, dedicato alle colpe, tradizionalmente divise in leggere e gravi. L’elenco di quelle leggere è un affresco di umanità, interrotto soltanto dall’esigenza di essere concisi. Siamo tutti lì: chi giunge tardi all’ufficio, chi ama il sonno, chi rompe per caso qualcosa, chi si apparta per un momento, chi riceve una lettera di nascosto, chi non riesce a trattenere una risposta sgarbata, chi ride, chi fa una battuta volgare, chi parla troppo e – primo fra tutti – «chi si diletta a stare in ozio».

Tre giorni di scomunica e passa tutto.

Isidoro di Siviglia, Regola dei monaci, in Regole monastiche della Spagna visigota, introduzione e note di J. Campos Ruiz, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 2014.

Lascia un commento

Archiviato in Regole

«Anche a prezzo di apparenti contraddizioni» (Louis Bouyer, pt. 2)

(la prima parte è qui)

No, prima di passare alla «pratica» voglio soffermarmi su un altro capitolo che il teologo Louis Bouyer dedica alla «teoria» della vita monastica. È intestato al Cristo ed è anch’esso pieno di definizioni del genere «il monaco è…», «il vero monaco è…», come questa: «Il monaco ideale, si potrebbe dire, è dunque il monaco che Cristo ha completamente svuotato del suo io, per prenderne il posto».

Come ho già ricordato, Bouyer invita a sostituire il consueto riferimento all’imitazione con quello più corretto di assimilazione. È l’ansia di assimilazione che spinge il monaco ad anticipare la morte – quella dell’io, attraverso penitenza e spoliazione – per essere compartecipe anche della resurrezione. Se il Cristo è il Risorto, il monaco che vuole assimilarsi a lui, cerca di metterne in atto, già nel transito terreno, la medesima dinamica. Secondo Bouyer, tra l’altro, qui va rintracciata «quella che si potrebbe chiamare “la mistica del monachesimo”», che ruota intorno al concetto del «corpo di Cristo», quello fisico (eucaristico) e quello mistico (la Chiesa). Il monaco vuole tutto subito, il prima possibile, e quindi rinuncia, «muore a se stesso», per intravedere sin d’ora qualcosa dell’«ultimo giorno».

Di fronte alla dimensione del «mistero», in cui si inoltra questo discorso, non ho nulla di sensato da dire; trovo però interessante il fatto che Bouyer stesso ricordi l’obiezione più ovvia, e ancor più interessante – e inaccettabile – il modo in cui vi si sottrae. Se la morte a se stessi è il fulcro della vita del monaco, e della «vita del cristiano perfetto», ciò significa che la nostra personalità distinta, che pure è creazione di Dio, si annienta? Assolutamente no: «Se da un lato è vero che la vita monastica implica la mortificazione di ogni individualismo, ed esige che sia messo a morte anche l’io [corsivo mio], essa però conduce alla liberazione e alla fioritura definitiva della persona [un’eco marxista?]: cioè sia delle nostre persone, e della creazione intera, sia della persona escatologica la cui realizzazione finale deve anzi fornire alla storia il suo significato».

E come è possibile ciò? È possibile, ma non è dato dire come: le parole non bastano, «vacillano», ma «anche a prezzo di apparenti contraddizioni, non bisogna accettare di sacrificare nessun aspetto di questa meravigliosa realtà». Anche qui il corsivo è mio, e a esso sia affidato tutto il mio sconcerto.

La personalità autentica, conclude in crescendo Bouyer, sta «nell’essere creato che ha rinunciato alla nefasta autonomia del peccato» (un’espressione che meriterebbe un’analisi approfondita) e che si dispone a seguire il Cristo in una «collettività unanime». Di questa singolare entità, che attira e insieme spaventa, il monastero rappresenta l’avanguardia: luogo, stando alle descrizioni di Bouyer, senza dubbio eccezionale e popolato da acrobati miracolosamente sospesi su un abisso di contraddizioni.

E adesso passiamo veramente alla pratica.

(2-continua)

Louis Bouyer, Il senso della vita monastica, prefazione di L. D’Ayala Valva, traduzione di L. Marino, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2013.

 

Lascia un commento

Archiviato in Libri

21st Century Monastic Man (pt. 3/4)

(la prima parte è qui, la seconda qui)

Il futuro del monachesimo potrebbe contemplare anche la sua scomparsa, in particolare in Occidente, là dove la Rivoluzione industriale e l’Illuminismo hanno lasciato un marchio indelebile. Il benedettino Terrence Kardong si muove con cautela, ma non evita le ipotesi più dolorose: «Forse vale la pena di chiederci se la scomparsa del monachesimo possa essere contraria al volere divino». Molti sono gli aspetti del monachesimo che ci appaiono «meravigliosi», ma questo non significa che Dio voglia che esso necessariamente sopravviva. La Chiesa sì, noi monaci e monache no, «dobbiamo ammetterlo. Non dobbiamo farci prendere dalla nostra retorica. Non siamo indispensabili».

Punto e a capo. Detto questo, con coraggio, bisogna ammettere, Kardong prosegue analizzando in cosa i monaci possono contribuire al nuovo secolo. Che lo debbano fare è fuori discussione, «anche se monos vuol dire “da solo”, il monaco non è un solipsista», siamo in un mondo abitato da altre persone e facciamo parte di una Chiesa universale. È vero, la Regola dice che bisogna «estraniarsi dal modo di vivere del mondo» (IV, 20): dal modo, tuttavia, non dal mondo.

Anzitutto: comunità, e ciò non stupisce. Il monastero può ricordare a un mondo ultraindividualizzato e ultraprivatizzato che la comunità è un valore, un terreno di coltura di solidarietà, di fiducia e di apertura che deve essere mantenuto vivo. A patto, naturalmente, che non si trasformi anch’esso in «un condominio nel quale non sai neanche chi sia il tuo vicino». In secondo luogo: celibato, e qui l’indicazione è meno trasparente. Kardong non si sottrae affatto alla delicatezza del tema, in relazione alla Chiesa di oggi e alla questione degli abusi: «È una materia molto controversa, e molti pensano che la Chiesa stia commettendo un grave errore a imporre il celibato ai preti; ma non c’è controversia circa il celibato di monaci e monache. Il celibato rappresenta la nostra essenza». È un voto che fa riferimento al rapporto con Dio e, in un certo senso, al concetto stesso di rapporto, in contrasto con la «pan-sessualità» della società occidentale. «La nostra testimonianza monastica di celibato è anche un modo per dire (pacatamente) al mondo che il sesso non è così importante [sex is not such a “big deal”]». In realtà lo è, e la Chiesa lo ha scoperto in maniera devastante, chiosa Kardong, che un po’ genericamente conclude: «In questa atmosfera, mi sembra che il celibato monastico possa avere un influsso positivo e rasserenante anche sulla Chiesa». Infine: lectio divina, e quest’ultima indicazione non è chiarissima. Il riferimento primario sembra essere rappresentato dai monaci stessi, che non devono confondere altre forme di studio e approfondimento con la lectio («Cosa dobbiamo fare con la televisione e Internet?»); mentre, allargando la prospettiva, l’accento sembra cadere sul nutrimento spirituale e sulla capacità di concentrazione di contro alla potenziale dispersione prodotta dai nuovi media.

È lo stesso Kardong, concludendo, ad ammettere di essere forse un po’ pessimista, forse più per motivi personali che generali («Dopotutto, le mie aspettative di un tempo per l’istituzione monastica sono state in qualche misura deluse»): sarebbe precipitoso tuttavia pensare che il monachesimo non abbia più nulla da offrire alla Chiesa e al mondo; parafrasando Chesterton, «non è che il monachesimo sia stato messo alla prova e giudicato manchevole, non è stato realmente sperimentato. Quindi, ai monaci e alle monache del mondo dico: “Proviamolo veramente!”». Una battuta in fondo ingenerosa, che non riesce a nascondere un certo imbarazzo.

(3-continua)

Michael Casey, Thoughts on Monasticism’s Possible Futures; Terrence Kardong, Thoughts on the Future of Western Monasticism, in A Monastic Vision for the 21st Century a cura di P. Hart, ocso, Cistercian Publications 2006, pp. 23-42; 57-72.

 

2 commenti

Archiviato in Libri

21st Century Monastic Man (pt. 2/4)

(la prima parte è qui)

Tornando alle quattro qualità indispensabili evidenziate da Michael Casey (ricerca di Dio, rinuncia, semplicità e tradizione), vediamo alcuni degli sviluppi abbozzati dal monaco e scrittore trappista.

La rinuncia anzitutto si modellerà sull’evoluzione della società circostante: «I modi che la rinuncia monastica adotterà saranno determinati dalle forme in cui l’ambiente sociale esprimerà l’alienazione o il disinteresse nei confronti di Dio». Ciò cui i novizi dovranno rinunciare determinerà la «forma esteriore della vita monastica»; se la società industriale, ipotizza Casey, continuerà a isolare vieppiù i suoi membri in una rete di circostanze e attività virtuali, i monasteri potrebbero ad esempio diventare «centri di realtà non-virtuale».

Alcuni monasteri sopravvivranno come «monumenti di meravigliosa irrilevanza», perché ci sarà sempre qualcuno che vorrà far parte di una tradizione gloriosa anche se ormai spenta. Saranno, questi, luoghi di conservazione della memoria, «parchi a tema devozionali, con alcuni veri monaci proprietari del luogo che parteciperanno part-time alle diverse attività condotte sul terreno del monastero» («pious theme parks»? Accidenti!). Ma la spinta innovativa verrà da altre comunità che sapranno mettere in discussione qualsiasi aspetto della tradizione. La tradizione va ripensata, reinventata in modi che sgorgheranno dai luoghi dove il monachesimo sarà più vitale, e «l’Europa non può reclamare alcun monopolio di decisione circa i modi nei quali la spinta monastica cercherà di esprimersi; probabilmente nemmeno circa l’interpretazione della tradizione benedettina». Apertura e inclusività dovranno essere le parole d’ordine, ed è qui che i toni di Casey si alzano e l’ottimismo contribuisce a colorare le visioni del futuro.

Tanto per cominciare, in questa prospettiva le comunità miste saranno all’ordine del giorno («non vedo come questo possa essere evitato una volta che accettiamo la premessa dell’uguaglianza di genere»): basterà essere un minimo attenti a strutture architettoniche e riti comunitari per non esporre a inutili rischi la castità, la quale peraltro ne risulterà padroneggiata con maggiore profondità.

Ma l’apertura potrebbe anche andare oltre. «Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme!» canta il Salmo 133, «certo», commenta Casey, «ma non sarebbe ancor meglio se insieme vivessero i fratelli e le sorelle, gli ebrei, i greci e i barbari, i giovani e i vecchi, i saggi e gli stupidi, gli innocenti e i recidivi?» Con l’amore, il lavoro e i leader carismatici, secondo lui si può fare.

Come dicevo, talvolta l’accento è spostato di più sulla preoccupazione. O meglio, lo sguardo verso il futuro si accompagna a toni meno brillanti, come nel caso dei Thoughts on the Future of Western Monasticism, del monaco benedettino Terrence Kardong, scrittore e curatore dell’American Benedictine Review. Dopo un breve excursus autobiografico, Kardong apre la sua riflessione sulla nota più evidente e dolente: «La parte più significativa del problema è il reclutamento. Le persone non chiedono più di entrare nei nostri monasteri. La mia congregazione, la più grande nel mondo sul versante maschile, conta la metà dei membri che aveva nel 1965… Certo, domani può presentarsi alla porta un san Bernardo con tutta la famiglia e ribaltare la tendenza, ma nel complesso il mondo monastico si sta restringendo». Qualcuno obietterà, ricorda Kardong, che ci sono comunità in piena fioritura. Sì, nel mondo in via di sviluppo la vita monastica possiede ancora un certo tipo di attrattiva, e d’altra parte in Occidente ci sono delle «nicchie» tradizionali destinate a sopravvivere senza problemi, «ma non vedo come questo possa essere il futuro di tutto il mondo monastico».

(2-continua)

Michael Casey, Thoughts on Monasticism’s Possible Futures; Terrence Kardong, Thoughts on the Future of Western Monasticism, in A Monastic Vision for the 21st Century a cura di P. Hart, ocso, Cistercian Publications 2006, pp. 23-42; 57-72.

2 commenti

Archiviato in Libri