«Facciamo che tu eri l’abate…» (dalla «Vita di Benedetto di Aniane»)

Nella Vita di Benedetto di Aniane di Ardone Smaragdo (prima metà del IX secolo), della quale ho trovato una preziosa traduzione italiana, viene raccontato, tra gli altri, un miracolo davvero singolare. L’azione miracolosa, operata dalla comunità intera di cui Benedetto era abate, non ha niente di speciale, trattandosi di una guarigione, ma la situazione che la produce sì.

In montibus

Dal racconto veniamo anzitutto a sapere che il lavoro dei monaci comprendeva la pastorizia e che prevedeva anche l’alpeggio, la scena si svolge infatti tra i «monti sui quali erano soliti dimorare mentre pascolavano le pecore». Poi scopriamo che per poter rispettare i tempi dell’ufficio divino, non potendo rientrare ogni volta all’abbazia, i confratelli avevano costruito nei pressi dei pascoli un oratorio.

Ed ecco la svolta inattesa: «In esso [nell’oratorio], dopo che i confratelli si erano allontanati da quel luogo, entrarono delle donne che, deridendo i monaci, dicevano a vicenda: “Tu avrai la funzione dell’abate e starai al suo posto”». Cioè, ci sono delle donnemulieres»), che non soltanto hanno osservato i riti dei religiosi e ne hanno riso insieme, ma che decidono di scherzarci su, giocando a Facciamo che tu eri l’abateet deridentes habitacula monachorum dicebant ad invicem: Tu vicem abbatis habeto in loco ejus stans»). E lo fanno proprio: si sistemano negli stalli del piccolo coro e, «comportandosi come quelli che pregano», simulano il rito e imitano anche le prostrazioni.

Inaudito! E infatti «un’adeguata vendetta divina le raggiunse subito»: visto che avevano deriso i monaci con finte genuflessioni e inchini, «incominciarono a essere tormentate dal mal di schiena» (l’originale parla di tornutionibus, termine con pochissime attestazioni, cui viene attribuito anche il significato di «vertigini»).

E il dolore non se ne va finché i mariti non si danno da fare, raggiungendo i monaci e supplicandoli di intercedere per quelle sconsiderate («ut pro temerariis preces funderent»). I monaci di Benedetto non esitano un istante, e «per merito delle preghiere dei confratelli le donne riacquistarono immediatamente la salute fisica».

Ardone Smaragdo, Vita di san Benedetto di Aniane, 26, in Benedetto di Aniane. Vita e riforma monastica, a cura di G. Andenna e C. Bonetti, Edizioni Paoline 1993, pp. 84-85.

 

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Bernardo di Chiaravalle, Psy.D.

Leclercq Monaci e amoreLa tesi del solito Jean Leclercq («solito» per me, perché in fondo è grazie ai suoi scritti che mi sono avvicinato con intenzione a queste materie) è semplice ed espressa con chiarezza: mentre nel monachesimo «tradizionale» i nuovi membri delle comunità provenivano principalmente dalle schiere degli oblati, con il XII secolo le reclute del «nuovo» monachesimo (Cisterciensi, Certosini, ecc.) erano individui adulti provenienti dal «mondo». Se nel primo caso, quindi, trattandosi di bambini offerti a suo tempo dai genitori a un monastero e poi ivi cresciuti, «la maggioranza dei monaci, di ambo i sessi, non avevano conosciuto altro che la vita del chiostro» (e ne avevano appreso le regole), nel secondo «molti di questi monaci – uomini e donne – entravano in monastero in possesso di una precisa conoscenza dell’amor profano», e della vita nei castelli e nei borghi, delle attività di scambio e spesso anche della guerra.

Per quanto un po’ schematica, è una tesi che permette a Leclercq di leggere con profitto alcuni fatti importanti nello sviluppo della letteratura monastica, in particolare la diffusione dei trattati dedicati all’istruzione dei novizi e la nascita di un nuovo genere letterario, dedicato all’amore monastico – il che naturalmente conduce al «cardine di tutta la letteratura d’amore di ambito monastico nel dodicesimo secolo [, che] è costituito dalla conversione, opera ed influenza di Bernardo di Clairvaux».

Oltre che per la trasmutazione dell’amore, tuttavia, l’opera di Bernardo è stata fondamentale anche per la sublimazione dell’«aggressività sociale» dei suoi monaci. «È noto che molti dei monaci di Clairvaux, al tempo di Bernardo, erano stati cavalieri, addestrati alle armi, versati nella letteratura cortese e a conoscenza dei romanzi cavallereschi. Ma qualunque fosse la loro origine sociale, essi erano figli della propria epoca e così, in maggiore o minor misura, conoscevano – e subivano l’influenza – delle canzoni e dei racconti del momento.»

Cosa fa Bernardo, soprattutto nelle opere minori, quelle «per tutti i giorni»? Trova il modo di sfogare gli impulsi aggressivi e il bisogno d’azione dei suoi monaci insistendo sulla dimensione militare, di vero combattimento, dell’impegno spirituale. Nelle Sentenze e nelle Parabole la Bibbia viene riletta, nei suoi episodi più violenti, espungendo il «male contenuto nel senso letterale» e trasfigurandolo nel significato simbolico. Bernardo usa tutto il lessico militare e cavalleresco, parla di assedi, imboscate, accampamenti, scudieri, fortificazioni, torri, prigioni, ecc., trasponendolo puntualmente sul piano spirituale: «Una triplice linea di fortificazioni protegge l’anima: essa è circondata dall’assidua pratica della discrezione; trova sicuro baluardo nell’intercessione dei santi; ed è completamente cinta dalla divina protezione, capace di resistere a tutti gli assalti del diavolo»; e da parte sua il miles Christi deve portare lo «scudo della pazienza», la «corazza dell’umiltà» e in testa l’«elmo della salvezza», infine «la parola del Signore sarà la spada nella sua mano e giusti desideri il destriero sul quale è montato». Bernardo parla un linguaggio che un ex soldato capisce al volo, e intanto lo trasforma in un «operatore di pace».

Piena consapevolezza di sé, accettazione, neutralizzazione degli impulsi inconsci e sublimazione: questo è il percorso che Bernardo fa compiere ai suoi monaci. «Si può forse vedere in questa sicura capacità di guida psicologica una prova che Bernardo aveva per primo percorso questa strada?» si chiede in conclusione Leclercq. È uno storico, e quindi per iscritto deve rispondere «forse», ma pare evidente che in cuor suo abbia risposto «sì».

Jean Leclercq, Aggressività o repressione in s. Bernardo e nei suoi monaci (1979), in I monaci e l’amore nella Francia del XII secolo, Jouvence 2014, pp. 111-138.

 

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«Como un monge calmo» (Reperti, 28: Pessoa)

Che io sappia le presenze monastiche in Pessoa sono molto rare – senza dimenticare quanto ancora mi manchi da leggere e quanto ancora resti di inedito. Mi ha quindi sorpreso ritrovare nel poemetto Il pastore amoroso dell’eteronimo Alberto Caeiro un riferimento così chiaro e anche così significativo. Sono proprio i primi versi della prima poesia del poemetto, ricostruito come tante altre opere di Pessoa, ma ciò nonostante esempio perfetto del limpido materialismo di Caeiro, forse l’eteronimo più amato dall’ortonimo.

È l’incipit di una dichiarazione amorosa singolare, e l’immagine è molto più profonda di quanto possa sembrare a prima vista:

Quando io non avevo te

amavo la Natura come un monaco quieto ama Cristo…

Adesso amo la Natura

come un monaco quieto la Vergine Maria,

religiosamente, a mio modo, come prima,

ma in un’altra maniera più commossa e immediata.

Alberto Caeiro, Il pastore amoroso, I, in Fernando Pessoa, Un’affollata solitudine. Poesie eteronime, a cura di P. Ceccucci, BUR 2012, p. 101.

 

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«È raro che parliamo poco» (Tommaso da Kempis e il silenzio)

kempisCitabilissimo il De solitudine et silentio di Tommaso da Kempis, dato per la prima volta in traduzione italiana da Lucio Coco per la collana delle edizioni San Paolo «Vetera sed nova». Il nome di Tommaso si associa istantaneamente all’Imitazione, di cui almeno – come ci informa una nota – «un esame codicologico e linguistico permette… di accettare che Tommaso ne fu il revisore e il redattore finale», ma qui troviamo il monaco «olandese» alle prese con due temi classici del monachesimo, esposti attraverso una lettera a un confratello che ha potuto finalmente lasciare gli incarichi nel mondo e ritirarsi di nuovo nel chiostro.

Citabilissimo, dicevo, perché la lettera, il cui titolo esteso è A un religioso che ha assolto il suo ufficio, sulla raccomandazione della solitudine e sulla custodia del silenzio, è zeppa di massime e frasi ben congegnate, che si prestano all’estrapolazione dal contesto. La seconda parte, in particolare, quella sul silenzio, sembra perfetta per indulgere all’idea che un monaco del XIV secolo stia parlando di e a noi. Come nel passo che è stato, molto oculatamente, riportato in copertina: «In generale tutti abbiamo bisogno più di tacere che di parlare, mentre sono davvero pochi quelli che sono così lenti nell’eloquio che hanno bisogno di esservi costretti. Viceversa bisogna usare nei nostri confronti molta violenza perché è raro che parliamo poco. Infatti parlare e chiacchierare è un fatto naturale, tacere invece è contro la carne che si diletta di pascersi degli esteriori e mondani clamori».

E direi che va sottolineata la concessione che «loqui et fabulari secundum naturam est»; l’umanità che Tommaso descrive parla incessantemente, e questo ce lo rende amico, poiché lui per primo si interroga sui confini tra silenzio raccolto, che favorisce la contemplazione, l’ascolto del Signore e nei casi più alti il colloquio con Lui, e un mutismo «rigido e indisciplinato» che non giova a nessuno. Anzi, chi è in grado di vivere da solo, ne sia grato a Dio, mentre chi vive «insieme ad altri» non può irrigidirsi in un «così singolare silenzio»: «Chi invece vive insieme a molti non deve bastare solo a se stesso, ma deve essere socievole anche con gli altri». Bisogna imparare a distinguere i momenti e i luoghi, le occasioni e le circostanze, in cui si deve tacere e in cui non si può non parlare: come negare una parola di conforto, o di consiglio, a chi ce la chiede? I lunghi colloqui sono «empi e sospetti», ed è sempre meglio avere una «certa e definita materia da trattare», altrimenti è un attimo spettegolare e cadere nelle frivolezze. Per non parlare poi del «confabulare vespertino o notturno»…

Per molti di noi, poi, sarebbe addirittura «più agevole tacere del tutto», così non si rischia di sbagliare. Già, perché, e qui Tommaso sembra lasciare poco scampo, «la parola che si proferisce è o oziosa o scherzosa, oppure enfatica, aspra, sdegnosa, dissoluta, oppure adùla e seduce, oppure esprime vanità o presunzione, oppure è detta a difesa o per accusare, oppure è denigratoria e falsa, o disonesta e nociva, oppure contiene un rimprovero o è ironica, oppure è superflua, improvvisa, intempestiva o illecita, oppure esprime un vizio di qualsiasi altro genere». Cavoli, se ripenso a ciò che ho detto nelle ultime ventiquattro (quarantotto…) ore, e vi applico queste categorie, che cosa si salva?

Insomma, come si apre bocca si sbaglia, ma Tommaso, come dicevo, è uno di noi e non approva «che ti carichi di pesi più angusti e gravi di quanto tu possa portare». Si fa quel che si può, avendo in mente il meglio anche quando non ci si avvicina nemmeno lontanamente, «essendo infatti uomini, siamo assai fragili: basta una cosa piccola e da nulla per venire non poco feriti e guastati».

Tommaso da Kempis, La solitudine e il silenzio. Una necessità per tutti, a cura di L. Coco, San Paolo 2015 (Vetera sed nova; 7).

 

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Cronaca nera monastica

In un saggio del 1979 di Jean Leclercq sulle strategie retoriche messe in atto da Bernardo di Chiaravalle per aiutare i suoi confratelli a sublimare l’aggressività, a un certo punto ho letto: «I monaci medievali non erano psicologicamente diversi dai loro contemporanei, e provenivano da ambienti sociali dove la violenza era all’ordine del giorno e in cui si dava libero sfogo agli impulsi aggressivi in una quantità di scontri e combattimenti. Un buon numero di testi convalida la verità di questo giudizio: ad esempio i registri della sacrestia dell’abbazia benedettina di Fleury dal decimo al dodicesimo secolo, le delibere dei capitoli generali dell’Ordine cisterciense, la Vita di s. Stefano Obazine». Sulle delibere dei capitoli generali dei cisterciensi una nota rimanda a uno studio francese, di qualche anno prima, dal titolo molto curioso: Violenze, risse e omicidi nei cisterciensi. L’ho cercato, l’ho trovato facilmente e l’ho letto.

L’autore, A. Dimier, ha spulciato gli otto volumi degli Statuta capitolorum generalium ordinis cisterciensis, registrando tutti i riferimenti a fatti violenti interni alle comunità e dando conto di tre principali categorie: a) le violenze perpetrate ai danni di abati (la stragrande maggioranza dei casi); b) le dispute, le risse, i crimini commessi tra membri di una comunità; c) i gesti di rivolta di monache. L’arco temporale coperto va dal 1176, anno in cui si dà notizia dell’omicidio dell’abate di Clairvaux, Gerardo, da parte del monaco Ugo di Bazoches (che ha aspettato l’abate, al termine dell’ufficio delle Lodi, nascosto ai piedi della scala che porta al dormitorio e l’ha pugnalato), a una nota del 1738, in cui si danno ulteriori disposizioni per la costruzioni di prigioni nei monasteri dell’Ordine.

Non avevo mai letto, tra l’altro, di questa cosa delle prigioni che nei monasteri cisterciensi «si trovano generalmente sotto la scala che dal chiostro conduce al dormitorio dei monaci», e delle quali si possono ancora vedere alcuni resti, ad esempio nelle abbazie provenzali di Thoronet, Senanque e Silvacane.

La carrellata è interessante anche se non del tutto sorprendente. L’abate che cerca di ristabilire la disciplina e correggere gli errori a volte rischia grosso: può essere picchiato, pugnalato o avvelenato; in un caso viene aggredito insieme al suo priore mentre sta pregando nel coro; in un altro caso ancora è vittima addirittura di un’imboscata prima che arrivi presso la comunità che deve rimettere in riga. La pena in questi casi è sempre l’incarcerazione perpetua, a pane e acqua, e talvolta con i ferri a mani e piedi.

Un caso curioso è quello dell’abate di Fontfroide, Pierre Ferrer, che intorno al 1450 viene accusato di «gestione» scandalosa e quindi espulso dall’Ordine. Dopo un periodo di vagabondaggio, Ferrer «riprende possesso della sua abbazia con un intervento armato», e fatto oggetto di un mandato di arresto dal siniscalco di Carcassonne, «gli risponde barricandosi con un gruppo di armati nel monastero, e tenendolo fino alla morte». «In seguito a questi gravi disordini», commenta Dimier, «l’abbazia di Fontfroide non si risolleverà più.»

Singolare il caso del monaco Jean André, dell’abbazia di Stolpe, in Pomerania, che nel 1466 confessa spontaneamente l’assassinio di una prostituta «che si era introdotta di notte nel monastero», compiuto per «evitare lo scandalo». O ancora quello dei monaci di un abbazia norvegese, che una notte prendono a forza il priore, il sacrestano e il maestro del coro, li caricano su una barca e li abbandonano su un’isola deserta, e che, tornati indietro, aggrediscono l’abate e i suoi ospiti, li spogliano e li cacciano: «Il capitolo generale del 1243 li dichiara scomunicati e passibili della pena prevista per i cospiratori».

«Si deve sottolineare il fatto», conclude l’autore, «che in un periodo di sette secoli di storia dell’ordine di Cîteaux, che contava più di settecento monasteri maschili, e ancor più femminili – si parla cioè di migliaia e migliaia di religiosi – i circa sessanta casi di monaci o monache colpevoli di violenze o omicidi non sono che un’infima minoranza rispetto alla larghissima maggioranza di coloro che seppero restare fedeli alla loro vocazione.» Che poi è quello che osserva anche Leclercq: «La cosa stupefacente è che i monaci, che provenivano da una società così violenta, non soltanto erano meno violenti della maggioranza della gente, ma anche, in qualche modo, riuscirono a riconciliare e ad assicurare un po’ di pace alla loro epoca».

A. Dimier, Violences, rixes et homicides chez les Cisterciens, in «Revue des Sciences Religieuses» 46 (1972), 1, pp. 38-57; che si può leggere qui.

 

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Sfere, non cubi (Dice il monaco, XXXII)

Dice Matoes, Padre del deserto:

Un fratello chiese al padre Matoes: «Che devo fare? La mia lingua mi è causa di afflizione: quando giungo in mezzo agli altri, non riesco a trattenerla, ma in ogni loro buona azione trovo da giudicarli e accusarli. Che devo dunque fare?». L’anziano gli rispose: «Fuggi nella solitudine. È debolezza infatti. Chi vive con dei fratelli , non deve essere un cubo, ma una sfera, per poter rotolare verso tutti». E disse: «Non per virtù vivo in solitudine, ma per debolezza; sono forti infatti quelli che vivono in mezzo agli uomini».

Detti dei Padri del deserto, serie alfabetica, Matoes, 13 (questo e il precedente appunto mi sono stati suggeriti dalla lettura dell’articolo di Lisa Cremaschi, Il desiderio dell’armonia con tutto il creato nei Padri del deserto, «Ora et Labora» LXX [2015], 1).

 

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Due comportamenti solo apparentemente contraddittori del grande Macario

Macario è uno dei Padri del deserto che mi sono più simpatici. Egiziano, contemporaneo di Antonio, di poche parole, talvolta dure, e di molti atti, anche assai dolci, con un passato di cammelliere, onorato da vivo e più ancora da morto, di sé diceva di non essere diventato monaco, ma di avere «semplicemente» visto dei monaci.

Puntò alla solitudine più assoluta nel deserto di Scete. Se ne stava nella sua grotta, dando un’occhiata qualche volta alla strada: «Ed ecco un giorno passare di lì Satana in forma di uomo: sembrava che indossasse una tunica di lino piena di buchi, e dai buchi sporgevano delle fiale». Dove vai? E cos’è quella roba? gli chiede Macario. «Vado a insinuare i pensieri nei fratelli», risponde Satana. «Porto ai fratelli le golosità», ne porto tante perché alla fine ce n’è almeno una che piace. Al ritorno, però, Satana è molto seccato perché tutti sono stati «sgarbati» con lui e l’hanno scacciato; tutti tranne uno, Teopempto, «lui mi dà retta e, quando mi vede, si contorce come il vento».

Appena il diavolo si allontana, Macario si alza e si affretta verso il monastero. Grandi feste, ma lui vuole essere portato subito da Teopempto. Si siede con lui e gli chiede: «”Come ti vanno le cose, fratello?”. Disse: “Bene, grazie alle tue preghiere”. “Non ti fanno guerra i pensieri?”. “No, finora sto bene”.» Teopempto si vergogna come un cane, ha paura di confessare, e allora Macario s’inventa di essere lui vittima dei pensieri: nonostante l’età, la fama e tutto quanto «sono turbato dallo spirito di fornicazione». Alla fine il giovane monaco si apre e Macario lo lascia confortato e attrezzato di buoni consigli.

Rientrato al suo eremo, qualche giorno dopo Macario rivede Satana che torna dal monastero. «”Come vanno i fratelli?”. “Male!”, disse [Satana]. “Perché?”. “Perché sono tutti sgarbati; e, quel ch’è peggio, anche quello che mi era amico e mi ubbidiva è cambiato non so come, e nemmeno lui mi dà più retta, anzi è diventato il più sgarbato di tutti».

D’altra parte Pietro racconta che un giorno Macario andò in visita da un anacoreta e, «trovatolo malato, gli chiese: “Che vuoi mangiare?”». Nella cella non c’era niente di niente, e quando l’anziano gli rispose «un pasticcino», Macario non esitò un istante e andò «a prenderlo fino ad Alessandria e lo portò al malato».

«E questo fatto meraviglioso rimase ignoto a tutti.»

Detti dei Padri del deserto, serie alfabetica, Macario l’Egiziano, 3, 8.

 

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«Sparsi nei deserti» (la «Storia dei monaci in Egitto»)

ConiPadrinel desertoHo già preso qualche appunto sulla Historia monachorum, in particolare sulla sua versione latina, di Rufino di Concordia – secondo alcuni autore, secondo altri traduttore di un originale greco – ma l’ho riletta volentieri sia perché è molto divertente, sia perché ne è testé uscita una nuova edizione per le benemerite Edizioni Scritti Monastici dell’Abbazia di Praglia, basata su quello che viene appunto considerato l’originale greco, di autore incerto.

Databile intorno al 400, è un vero e proprio reportage di un monaco di Gerusalemme che, insieme ad alcuni compagni, va a raccogliere notizie su gli «uomini perfetti» che si sono ritirati nei deserti dell’Egitto, e può essere assimilato ai grandi esempi della Storia lausiaca e della Storia dei monaci siri. Non è un documento storico, per quanto i particolari più minuti raccontino aspetti molto interessanti della quotidianità, non è un romanzo fantastico, per quanto sia bombo di senso del meraviglioso: è, come giustamente viene proposto, una «evocazione», di un clima spirituale, di uno slancio, di un’incarnazione della fede, concepita e scritta soprattutto come esortazione per tutti coloro che verranno e ai quali di quel clima non resterà altro che il racconto: sappiate che quegli uomini (e quelle donne, qui però assenti) sono esistiti.

E hanno compiuto prodigi.

«Ho visto, infatti, in Egitto», dice l’autore all’inizio del suo racconto, «molti padri che vivono una vita angelica, seguendo le orme del Signore nostro Salvatore e, come nuovi profeti, con la loro condotta ispirata, meravigliosa, virtuosa, dimostrano di possedere una potenza divina… Alcuni di loro non sanno che sulla terra c’è un altro mondo, che nelle città s’insinua la cattiveria… È possibile vederli, sparsi nei deserti, in attesa del Cristo, come figli legittimi aspettano il padre, come un esercito il proprio re, o come servi devoti il loro padrone e liberatore» (Prologo, 5-7).

È lo stesso autore che osserva come non basterebbe il tempo per raccontare tutte le manifestazioni della virtù somma di questi uomini: taciturni, pazienti, candidi, obbedienti, ospitali, servizievoli, altruisti, longevi, prevalentemente crudisti e grandi amici degli animali; come abba Teona che «di notte, così raccontavano, usciva dalla sua cella e si univa alle bestie selvatiche alle quali dava da bere l’acqua che aveva. Intorno alla sua casetta si potevano vedere orme di bufali, di onagri, di gazzelle e di altri animali la cui compagnia per lui era motivo di grande piacere» (VI, 4).

Mi piace molto quando, quasi inavvertitamente, si insinua nel racconto un minimo particolare che non rimandi all’ascesi e alla penitenza. In questo caso addirittura un «grande piacere», oppure un pisolino, come nel caso di abba Giovanni che, «prima di tutto restò in piedi per tre anni sotto una roccia, pregando incessantemente Dio, senza mai sedersi, senza dormire, a eccezione di qualche sonnellino che riusciva quasi a rubare in quella posizione» (XIII, 4): lo so, è un puro gioco intellettuale, ma io lo vedo l’anziano asceta che chiude gli occhi un momento, e la testa gli scivola di lato e si appoggia alla pietra…

O come nella storia dell’uva e del grande Macario, al quale «furono portati dei grappoli d’uva fresca. Egli volentieri l’avrebbe mangiata ma, per dimostrare di essere temperante, la mandò ad un fratello ammalato», il quale a sua volta la spedì a un altro, che, per carità, e via così: «Quell’uva, in conclusione, fece il giro di molti fratelli e nessuno la mangiò»; fece il giro completo del monastero perché tornò a Macario che «la riconobbe, fece delle indagini, e rimase stupito» (XXI, 14): bravi confratelli!

I nomi non sono estranei alla simpatia che provo per questi personaggi: abba Or, abba Bes, abba Surus, Amun e Pitirione, abba Dioscoro, Piammonas e Pafnuzio, che un giorno disse a un mercante: «Perché non vieni anche tu a godere del nostro nome, il nome di monaco?», e quello andò. E abba Patermuzio, per il quale il sole arrestò il suo corso «e non tramontò prima del suo arrivo nel villaggio [dove si stava recando a visitare discepoli ammalati]: tutti gli abitanti della zona videro bene il fenomeno». Tutti.

Con i Padri nel deserto (Storia dei monaci in Egitto), a cura di S. di Meglio, Edizioni Scritti monastici, Abbazia di Praglia, 2015 (con illustrazioni molto interessanti da un volume del 1625).

 

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«Vecchie abitudini devote» (Reperti 27: Kavafis)

Se non sbaglio è l’unica volta che il termine compare nel corpus delle poesie di Kavafis, il «canone». Non è nemmeno un «reperto», è giusto un’evocazione in una delle innumerevoli, splendide e trasparenti poesie dedicate alle figure della storia bizantina, in questo caso a Manuele Comneno, imperatore di Bisanzio dal 1143 al 1180.

L’imperatore Manuele Comneno

un malinconico giorno di settembre

sentì approssimarsi la morte. Gli astrologi

di corte (ben pagati) blateravano

che sarebbe vissuto molti anni ancora.

Mentre quelli parlavano, lui

ricordava vecchie abitudini devote,

e ordinò che dalle celle dei monaci

portassero paramenti sacerdotali,

li indossò, ben lieto di mostrare

l’aspetto modesto di un monaco o di un prete.

 

Felici quanti hanno fede,

e finiscono i loro giorni come il re Manuele

vestiti di umiltà nel loro credo.

Costantino Kavafis, Manuele Comneno, in Le poesie, traduzione e cura di N. Crocetti, Einaudi 2015, pp. 39-41.

 

 

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«Monaci, uomini senza Dio?», di Maria Chiara Giorda e Sara Hejazi

GiordaHejaziLa provocazione del breve studio di Giorda (studiosa di storia delle religioni) e Hejazi (antropologa e giornalista) è evidente sin dal titolo: provare a osservare il monachesimo contemporaneo come una delle diverse forme di «spiritualità senza Dio» che caratterizzerebbero la modernità. Sganciato da una dimensione esclusivamente trascendente e non ridotto alla sola variante cattolica, il monachesimo «diventa – assieme ad altre pratiche di spiritualità – una delle possibili scelte individuali di costruzione del mondo e della propria vita, di autorealizzazione, di perfezionamento del sé». Il «senza Dio» va preso appunto come provocazione, per spostare l’accento sul significato pratico della via monastica, «un’alternativa agli stili di vita contemporanei, e che quindi vuole farsi anche arte di vivere nel presente».

Secondo le due studiose proprio nel momento in cui i monasteri si consolidano come alternativa al mondo «di fuori», con quel mondo inevitabilmente dialogano, in maniera via via più stretta, ne hanno bisogno, da un punto di vista sia materiale sia simbolico. Lo scambio è intenso, tanto che «ci si deve domandare quanto i monaci e le monache che vivono nel mondo secolare del III millennio siano stati permeati dallo sguardo, a volte indiscreto, del mondo, da diventare ciò che quel mondo si aspetta che siano». Tale scambio avviene in numerosi «luoghi», inediti rispetto alla tradizione, ad esempio quello del «turismo religioso» e dell’ospitalità, che si declina moltissime forme: gite domenicali, visite più approfondite, ritiri veri e propri, e poi corsi, conferenze, concerti; oppure quello di Internet, che è un aspetto molto dibattuto dalle comunità monastiche stesse, anche qui con una varietà di forme che rispecchia il mondo «di fuori»: siti, pagine Facebook (di comunità o personali), canali Youtube, blog, shop online, ecc. Ogni comunità si viene a trovare al centro di una rete di relazioni, e ne è responsabile oltre che protagonista come gli altri partecipanti. Anzi, nel momento in cui il monastero diventa centro di attrazione e di diffusione – di parole, cose, stili, pratiche – viene quasi a configurarsi una specie di audience (spesso legata alla presenza di figure carismatiche), un «pubblico, un gruppo di persone che lo frequenta e che passa del tempo in quel luogo non solo perché è monastico tout court, ma perché è proprio quel luogo, ha proprio quel gruppo umano, vive quella spiritualità». Di quale separazione si può parlare di fronte a questi fenomeni?

Giorda e Hejazi si concentrano quindi su due esempi specifici (giustamente, poiché di un insieme di comunità individuali si parla e non di un movimento astratto): il monastero cistercense maschile «Dominus Tecum» di Pra ‘d Mill, presso Bagnolo Piemonte, e il monastero misto buddhista zen Shobozan Fudenji, presso Tabiano, in provincia di Parma. È un confronto interessante – di scelte architettoniche, di strutture degli spazi, di gestione del tempo, di rapporti con l’esterno –, al termine del quale le studiose chiudono il cerchio in un modo che sicuramente molti non condivideranno, ma che mi pare stimolante: per chi si avvicina a questi luoghi «si potrebbe dire che non importa nemmeno il tipo di religione, non vi è una profonda riflessione sulla teologia che sorregge la spiritualità, ma si condividono delle pratiche, degli esercizi, come la sveglia al mattino presto, i pasti, le liturgie; l’importante è esserci, starci, prendere parte, molto più che comprendere».

Anche i monaci e le monache di oggi, concludono le autrici, sono ovviamente nel pieno della trasformazione, la loro alternativa si incarna comunque dentro il mondo, e «al cambiare del mondo, cambia anche il monachesimo e cambiano anche i monaci. In questo senso, esistono delle pratiche, esiste un senso comune riferibile al monastero, ma non esiste un’essenza della vita monastica».

Maria Chiara Giorda, Sara Hejazi, Monaci, uomini senza Dio? Pratiche, senso essenza, Mimesis 2014.

 

 

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