«È raro che parliamo poco» (Tommaso da Kempis e il silenzio)

kempisCitabilissimo il De solitudine et silentio di Tommaso da Kempis, dato per la prima volta in traduzione italiana da Lucio Coco per la collana delle edizioni San Paolo «Vetera sed nova». Il nome di Tommaso si associa istantaneamente all’Imitazione, di cui almeno – come ci informa una nota – «un esame codicologico e linguistico permette… di accettare che Tommaso ne fu il revisore e il redattore finale», ma qui troviamo il monaco «olandese» alle prese con due temi classici del monachesimo, esposti attraverso una lettera a un confratello che ha potuto finalmente lasciare gli incarichi nel mondo e ritirarsi di nuovo nel chiostro.

Citabilissimo, dicevo, perché la lettera, il cui titolo esteso è A un religioso che ha assolto il suo ufficio, sulla raccomandazione della solitudine e sulla custodia del silenzio, è zeppa di massime e frasi ben congegnate, che si prestano all’estrapolazione dal contesto. La seconda parte, in particolare, quella sul silenzio, sembra perfetta per indulgere all’idea che un monaco del XIV secolo stia parlando di e a noi. Come nel passo che è stato, molto oculatamente, riportato in copertina: «In generale tutti abbiamo bisogno più di tacere che di parlare, mentre sono davvero pochi quelli che sono così lenti nell’eloquio che hanno bisogno di esservi costretti. Viceversa bisogna usare nei nostri confronti molta violenza perché è raro che parliamo poco. Infatti parlare e chiacchierare è un fatto naturale, tacere invece è contro la carne che si diletta di pascersi degli esteriori e mondani clamori».

E direi che va sottolineata la concessione che «loqui et fabulari secundum naturam est»; l’umanità che Tommaso descrive parla incessantemente, e questo ce lo rende amico, poiché lui per primo si interroga sui confini tra silenzio raccolto, che favorisce la contemplazione, l’ascolto del Signore e nei casi più alti il colloquio con Lui, e un mutismo «rigido e indisciplinato» che non giova a nessuno. Anzi, chi è in grado di vivere da solo, ne sia grato a Dio, mentre chi vive «insieme ad altri» non può irrigidirsi in un «così singolare silenzio»: «Chi invece vive insieme a molti non deve bastare solo a se stesso, ma deve essere socievole anche con gli altri». Bisogna imparare a distinguere i momenti e i luoghi, le occasioni e le circostanze, in cui si deve tacere e in cui non si può non parlare: come negare una parola di conforto, o di consiglio, a chi ce la chiede? I lunghi colloqui sono «empi e sospetti», ed è sempre meglio avere una «certa e definita materia da trattare», altrimenti è un attimo spettegolare e cadere nelle frivolezze. Per non parlare poi del «confabulare vespertino o notturno»…

Per molti di noi, poi, sarebbe addirittura «più agevole tacere del tutto», così non si rischia di sbagliare. Già, perché, e qui Tommaso sembra lasciare poco scampo, «la parola che si proferisce è o oziosa o scherzosa, oppure enfatica, aspra, sdegnosa, dissoluta, oppure adùla e seduce, oppure esprime vanità o presunzione, oppure è detta a difesa o per accusare, oppure è denigratoria e falsa, o disonesta e nociva, oppure contiene un rimprovero o è ironica, oppure è superflua, improvvisa, intempestiva o illecita, oppure esprime un vizio di qualsiasi altro genere». Cavoli, se ripenso a ciò che ho detto nelle ultime ventiquattro (quarantotto…) ore, e vi applico queste categorie, che cosa si salva?

Insomma, come si apre bocca si sbaglia, ma Tommaso, come dicevo, è uno di noi e non approva «che ti carichi di pesi più angusti e gravi di quanto tu possa portare». Si fa quel che si può, avendo in mente il meglio anche quando non ci si avvicina nemmeno lontanamente, «essendo infatti uomini, siamo assai fragili: basta una cosa piccola e da nulla per venire non poco feriti e guastati».

Tommaso da Kempis, La solitudine e il silenzio. Una necessità per tutti, a cura di L. Coco, San Paolo 2015 (Vetera sed nova; 7).

 

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