Capanne, porcili, depositi, roulotte e pollai

Qualche anno fa ho scritto una nota su un libro dedicato agli eremiti contemporanei della cui superficialità mi rammarico ancora (il pezzo è rimasto dov’era, ovviamente). Da allora, credo soprattutto di aver capito quanto sia improprio unire strettamente la dimensione eremitica a quella dell’ascetismo penitenziale. È possibile che tale «errore» sia dovuto all’idealizzazione dei «fondatori» dell’eremitismo, i Padri del Deserto, coloro che ne avrebbero posto le vere coordinate: uomini (e donne) anzitutto di penitenza e poi di contemplazione. Ma non è detto che sia così, che la chiave dell’eremitismo sia l’espiazione, l’autopunizione per i propri peccati. Se cerco quindi di essere molto più cauto, non riesco tuttavia a non sentire una certa forma di sollievo nel desiderio di fuga dal mondo, e dagli altri, finalmente soddisfatto, non importa se all’interno di una stanza senza finestre o in una capanna ai margini di un bosco. È solo una mia proiezione?

Mi è capitato ancora leggendo il capitolo che, nel suo libro In praise of the Useless Life1, il monaco trappista Paul Quenon dedica ai famosi eremitaggi che circondavano l’Abbazia di Gethsemani nel Kentucky. E non soltanto al più famoso, il «bungalow» di Thomas Merton, del quale Quenon è diventato oggi il «custode», ma a tutti quelli dei molti monaci che negli anni Sessanta e Settanta diedero vita a quella che l’autore stesso chiama «la nostra età d’oro degli eremitaggi». «C’è qualcosa in certi posti che reclama la presenza di un eremitaggio, ben prima che un eremita si presenti alla ricerca di un luogo adatto», dice Quenon, osservando i boschi circostanti l’abbazia. La forma che questi rifugi presero, poi, dipese molto dalla personalità dei monaci che li edificarono.

Ad esempio quello di d. James Fox, abate di Gethsemani per vent’anni: una struttura seminascosta e sorprendente, in pietra, cemento e vetro, disegnata per lui dal cellerario (ex impiegato nello studio di Frank Lloyd Wright) come luogo dove deporre il peso delle responsabilità abbaziali (all’epoca delle sue dimissioni, nel 1968, Gethsemani ospitava oltre trecento monaci). La baracca di fr. Odilo, invece, era costruita con materiali di scarto: più che costruita, «messa assieme», senza un vero progetto, «stravagante e imprevedibile» come il suo abitante, definito dallo stesso Quenon «un solitario», e ricordato mentre attraversava la cucina del monastero sussurrando: «Sono solo di passaggio». Fr. Alan aveva riadattato un porcile, mentre fr. Hilarion aveva recuperato una roulotte usata; nella sua roulotte fr. Chrysogonus (Waddell) aveva trasportato un piccolo pianoforte e aveva trasformato la toilette in una libreria; poi era passato a una sistemazione più grande e l’aveva riempita di libri: «Teneva le finestre chiuse per evitare che l’umidità del Kentucky rovinasse i vecchi volumi. Quando cominciò a usare un computer, schermò tutte le finestre e l’ambiente diventò buio come una caverna, a eccezione di una piccola lampada sulla scrivania».

Fr. Rene costruì la sua «Arca» con gli avanzi dei pannelli di legno usati per realizzare le confezioni di formaggio vendute dall’abbazia; l’Arca, priva di acqua corrente e di elettricità, diventò in seguito l’eremitaggio di fr. Roman Ginn, «quanto di più simile a un Padre del Deserto ti potesse capitare d’incontrare»: ci passava tutta la settimana e soltanto la domenica faceva un salto al monastero, con i suoi due asini al seguito, per concelebrare la messa e per recuperare cibo e acqua. Fr. Matthew Kelty usò un prima un deposito di dinamite abbandonato, vicino a una cava, poi la casupola di un pozzo; mentre fr. Augustine prima si rinchiuse in una piccola stanza del monastero, chiamata «La casa dei 10.000 oggetti», poi passò in un pollaio dismesso. La galleria di personaggi è lunga, fitta di curiosità e bizzarrie, piena, credo di poterlo dire, anche di piccoli segnali di un conforto cercato nel contatto stretto con la natura e nella separazione dagli altri esseri umani.

«La stagione degli eremitaggi è finita», conclude Paul Quenon. «Come i funghi sono spuntati dalla terra e alla terra sono tornati… Oggi infatti ne sono rimasti due, che vengono usati solo di tanto in tanto.» Ma di eremiti ce ne saranno sempre nella Chiesa, aggiunge, e io provo una gran simpatia per questa particolare versione kentuckyana, che unisce al richiamo verso un più concentrato e profondo dialogo con Dio, attraverso la solitudine, una dose, anche non necessariamente consapevole, di asocialità, di anarchia e di spirito d’avventura.

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  1. Paul Quenon, o.c.s.o., In Praise of the Useless Life. A Monk’s Memoir, foreword by Pico Iyer, Ave Maria Press 2018.

 

4 commenti

Archiviato in Eremiti, Libri

4 risposte a “Capanne, porcili, depositi, roulotte e pollai

  1. alessandrogemmiti

    Credo, invece, sia improprio tentare di cristallizzare le motivazioni per una scelta di questo tipo. Ho conosciuto, e conosco tuttora, diversi eremiti e mi risulterebbe molto arduo, se non impossibile, dare una motivazione standard alla scelta compiuta da ognuno di loro. Proprio per la conoscenza che ho di loro, potrei – forse – individuare un denominatore comune che è quello del desiderio di un dialogo con il divino scevro da sovrastrutture liturgiche ed affanni dovuti agli incarichi sacerdotali. So (ma non conosco) di altri eremiti attraverso un lungometraggio – “Voci dal silenzio” – i cui autori, Alessandro Seidita e Joshua Wahlen, hanno girato un po’ in tutta Italia intervistando vari personaggi come quelli di cui stiamo trattando. In effetti, dalla sua visione, sembra proprio riscontrarsi il desiderio che ho descritto sopra. Ma per quanto attiene alle motivazioni “vere” che hanno determinato la propria scelta, dovremmo, almeno, conoscere la loro vita. In ogni caso, secondo la visione del lungometraggio e secondo la mia cultura in merito, i predetti personaggi non sono concentrati solo nella Toscana, ma oserei dire che abbiano ormai “colonizzato” buona parte dell’Italia. Tradizionalmente con l’Abruzzo in testa, ma anche fin nelle Alpi e con varie figure femminili 🙂

    • MrPotts

      Infatti, quella “battuta” era fuori luogo. Sono d’accordo sull’inutilità di cercare una “motivazione standard” per quel tipo di scelta; diciamo che mi è difficile non pensare che una certa forma di “asocialità” (per semplificare) non vi giochi nemmeno un minimo ruolo. Naturalmente bisognerebbe anzitutto intendersi sul termine e, naturalmente, posso sbagliarmi del tutto.

  2. Per quel poco o nulla che ho capito finora della vocazione – intesa non solo in senso stretto (sacerdozio, monachesimo, matrimonio) ma anche in senso quotidiano – inclinazioni abilità aspirazioni e circostanze storiche oggettive sono tutti elementi – segni – che Dio traccia sulla e nella nostra strada e che concorrono al discernimento da farsi tanto riguardo allo stato di vita, tanto alle singole scelte che si compiono nell’alveo di tale stato. Ecco perché penso che non vi sia particolare contraddizione tra l’avere un certo spirito “asociale” e l’essere chiamati all’eremitaggio: le vocazioni sono possibilità e suggerimenti che Dio offre affinché noi possiamo raggiungere la nostra pienezza in Lui e con Lui e grazie a Dio (letteralmente…) sono più rare le vocazioni al totale sacrificio che non quelle a una lieta e faticosa battaglia quotidiana.

    • MrPotts

      Non vorrei aver dato l’impressione che la mia sia una specie di “accusa”; non è altro che un’osservazione suscitata dal fatto rarissimamente – certo, sulla base di quel niente che ne posso sapere io -, chi scrive di eremitismo, fa riferimento alla possibilità che il desiderio di solitudine comprenda “anche”, seppur in minima parte, il bisogno di fuga dalla vicinanza dei propri “simili”.
      Grazie per il commento.

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