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Vivere insieme (pt. 2)

(la prima parte è qui)

La Regola, si diceva: «Essa è accolta da coloro che vivono in quel luogo e diventa la garanzia di una vita comunitaria di qualità». La Regola non è né subita né osservata, è scelta, questa volta sì, all’interno di un percorso che altri hanno già compiuto. Con una precisazione anche qui fondamentale: «La Regola di Benedetto non è stata scritta prima di essere stata vissuta», cioè è stata scritta dopo che ha dato i suoi frutti. Il punto della Regola è proprio nei frutti che ha dato e dà, oggi, ed è per questo che la lettera non deve prevalere, e non prevale, sull’esperienza. «La vita è sempre più forte… Per fare questo legame costante tra regola e vita è necessaria una parola autorevole, un responsabile: è l’abate» (qui Piovano cita B. Rollin).

L’abate, grazie a quel meccanismo – che talvolta mi sento di definire miracoloso – che è il discernimento, è la garanzia  della «circolazione e della crescita di questa vita», è al tempo stesso il custode della Regola e il primo servitore della vita di tutti i giorni, colui che «rende fecondo lo scarto tra regola e vita». Vale la pena citare qui per esteso un passo che contiene tra l’altro, con il consueto garbo che vige tra i monaci di oggi, uno spunto polemico interessante.

«E in un certo senso non esiste la regola di Benedetto come modello di vita stretto, ma comunità che vivono, nella loro specificità e nelle condizioni di vita che costituiscono il loro tessuto storico, la regola di san Benedetto. La pretesa di vivere la regola sine glossa è, in qualche modo, un fallimento, perché rischia di uccidere la vita e di fatto tende ad eliminare questa quarta coordinata proposta da Benedetto.» L’abate è il fulcro dell’equilibrio tra obbendienza «infantile» e contestazione in nome della libertà: «Chi rifiuta di dipendere da una legge e di accettare di ricevere la vita da un altro, non può essere monaco secondo la RB. È un test importante le cui conseguenze sono antropologiche e spirituali».

Quindi. Insieme, per scelta ma senza scegliere i compagni di strada, e non da soli come i pur stimati eremiti (che peraltro, secondo Piovano, nella lettura di Benedetto sono cenobiti maturati. Non c’è eremitismo senza prima, e verrebbe da dire anche dopo, vita in comune). Nello stesso posto, e non come i girovaghi, che sono sempre soltanto ospiti del mondo e degli altri. Secondo uno stile prefissato, e non seguendo il proprio, isolato volere, come fanno i sarabaiti che «considerano santo tutto ciò che corrisponde al loro modo di pensare e ai loro desideri, mentre ritengono illecito ciò che non è di loro gradimento». Accogliendo infine le decisioni di una guida, che, Piovano tralascia di ricordare, viene comunque eletta.

Le assonanze sono molte e, come dicevo prima, mi pare che alla fine un grande sforzo sia profuso per ottenere adesso un risultato. Certo, rimane la domanda, implicita anche nel concetto di «guida»: per andare dove? Ma se invece di «alla vita eterna», si rispondesse «da nessuna parte», cambierebbe poi molto?

(2-fine)

Adalberto Piovano, Vivere insieme, sotto una regola e un abate (RB 1), in «Ora et Labora, LXVII (2012), 1 (gennaio-giugno), pp. 13-23.

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Vivere insieme (pt. 1)

Con mia grande soddisfazione ho perfezionato finalmente l’abbonamento a «Ora et Labora», la rivista semestrale curata dalle Benedettine dell’adorazione perpetua del Monastero San Benedetto di Milano e giunta alla sessantasettesima annata. Soddisfazione per via dell’intestazione della rivista, «Quaderni di interesse monastico», che riassume perfettamente la mia modesta intenzione, e soprattutto perché mi pare rappresenti uno splendido laboratorio di riflessioni di monaci e monache di oggi su se stessi. Ho ricevuto i due numeri del 2012 e ad apertura vi ho trovato subito una conferma nel breve testo del p. Adalberto Piovano, del monastero di Dumenza, intitolato Vivere insieme, sotto una regola e un abate (RB 1). Una riflessione, appunto, che ha anzitutto quel sapore speciale di un «fatto» che, al di là delle vicende storiche, è sempre presente e al tempo stesso in rapporto a un esordio vecchio di più di mille anni.

C’è un capitolo della Regola, si domanda Piovano, in cui è racchiusa l’essenza della forma di vita monastica? Della sua struttura concreta prima ancora che del suo ideale? Sì, è il capitolo 1, e più esattamente il versetto 2: «Il primo [genere di monaci] è quello dei cenobiti, ossia di coloro che vivono in un monastero e obbediscono a una regola e a un abate».

«Credo», afferma Piovano, «che abbiamo qui le quattro coordinate della vita monastica proposta da Benedetto e quella che anche noi desideriamo vivere»: vivere insieme; un luogo preciso; uno stile di vita; una guida, un padre. Fin qui, posso dire, c’ero arrivato anch’io, ma è nel commento ai quattro punti che ho trovato nuove e interessanti indicazioni per una maggiore comprensione.

Anzitutto la sottolineatura della vita in comune, che va intesa come una realtà più concreta della stessa «comunità» (molto in voga, oggigiorno): «Qui si parla di… una vita in cui ognuno si affianca all’altro quotidianamente… in cui ogni cammino dell’altro diventa una storia comune». Con una precisazione fondamentale, la gratuità: «Non si è scelti e questo differenzia, in un certo senso, da un’altra forma di vita comune, che è una coppia o una famiglia». Non ci si sceglie, non si sceglie il monastero, vi si è chiamati, da e in vista di un bene superiore.

Osservo a margine di questa sottolineatura, tuttavia, una cosa che mi ha sempre colpito. Anche considerando questo bene superiore e «futuro», nondimeno un’immensa quantità di energia umana viene spesa per il «funzionamento» della comunità, oggi, sabato 15 dicembre 2012, e poi domani, e dopodomani, e posdomani l’altro, a riprova che tale «funzionamento» rappresenta un valore, adesso. E potrei aggiungere, sempre dalla mia prospettiva disassata, che ciò pare un bene sia che si tratti di un’attesa di qualcos’altro o no.

Questa vita in comune, poi, ha bisogno di un luogo delimitato, simbolico e concreto, dove si sta, dove si compiono i riti della propria fede, ma dove ci si preoccupa anche della pattumiera. E l’unione di riti e pattumiera, senza fratture, è permessa da uno stile di vita: la Regola.

(1-continua)

Adalberto Piovano, Vivere insieme, sotto una regola e un abate (RB 1), in «Ora et Labora, LXVII (2012), 1 (gennaio-giugno), pp. 13-23.

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Peli superflui, senape e cavalcate

È una cosa che faccio spesso: leggere un testo monastico normativo – non necessariamente una «regola» – e concentrarmi sugli aspetti meno legati alla fede e più quotidiani, anzitutto per avere con maggiore evidenza davanti agli occhi il volto e i gesti degli individui cui erano destinati quei testi e in secondo luogo per un motivo più confuso, un pensiero sballato probabilmente. Lo riassumo così: il sospetto che per alcuni la regola non discenda dalla fede, bensì all’opposto ne sia il risultato (non inevitabile, peraltro). Detto altrimenti, la regola precede la fede – cosa che vorrei saper argomentare con dovizia di riferimenti precristiani, e invece non so.

È con questo spirito che ho letto lo Speculum novitii (Lo specchio del novizio) di Stefano di Salley, monaco cisterciense inglese attivo nella prima metà del secolo XIII. Entrato da giovane all’abbazia di Fountains, nello Yorkshire del nord, ne diventò ben presto cellerario; fu poi abate di Salley (dopo il 1225), successivamente di Newminster, fino al 1247, quando chiuse il giro tornando a Fountains, dove morì come abate nel 1252. Lo Speculum, che s’inserisce in un genere letterario molto preciso, teso a fornire esempi da imitare (o più esattamente un’immagine nella quale rispecchiarsi per cogliere le eventuali difformità dal modello – e qui vorrei saper argomentare uno spunto che forse potrebbe collegare gli specula alle ricerche sui neuroni a specchio, e invece non so), lo Speculum testimonia la particolare sensibilità dell’autore per la fragilità, non solo psicologica, soprattutto dei principianti e possiede «il tono di chi ha trovato qualcosa di buono per sé e desidera trasmetterlo ad altri, perché il cammino sia più facile e l’esistenza più serena e gioiosa» (M. Fioroni).

Sarebbe sufficiente il primo capitolo, dedicato alla confessione quotidiana, che offre una specie di modulo fitto di «peccati» sul quale spuntare ciò che fa al caso proprio: ci siamo distratti dalla preghiera pensando «al riordino della casa, oppure alla caccia, alla corsa dei cavalli», abbiamo perso tempo, abbiamo pensato all’unione carnale, ci siamo lamentati per un dolorino, abbiamo fatto una battuta, siamo andati più rapidamente a tavola che nel coro, abbiamo accettato un regalo, abbiamo parlato, o pensato, male di qualcuno, ecc.: «Ecco lo specchio: nella misura in cui ti sarai reso conto di essere stato ferito in queste cose, apriti alla confessione». E se quando ti presenti in capitolo per essere giudicato ti vergogni, «pensa che chi ti proclama è il rasoio di Dio e ti vuole tagliare i brutti peli [Dei est novacula et pilos deformes tibi tollere vult]»; oppure «pensa che ti è stata mandata dal cielo una pietanza, cioè una correzione, che piace, anche se talvolta non è condita con cannella, ma con senape [quae non semper cinnamomo sed etiam sinapi aliquando condita]».

Per ogni mancanza, peccato o tentazione Stefano ha un pronto rimedio: quando sei impaziente, pensa alla pazienza del Cristo; quando ti ostini «in cose minime», sappi che sarai ripagato in ugual moneta; «quando ti esalti per la voce sonora, considera che ciò per cui ti gonfi non è che vento»; quando sei tentato da un cibo più buono, pensa al vas stercorum; «quando ti sollecita il desiderio di cavalcare, pensa a ciò che capitò a Dina, che era uscita soltanto per passeggiare» e fu rapita e violentata da Sichem; «quando ti risulterà noiosa la vita del chiostro», quando vorrai rivedere i tuoi famigliari, «quando sentirai battere la tavola che invita al lavoro»…

Ah, tre ultime cose: «stai attento a non toccare nessuno»; «quando si deve fare una pausa durante il lavoro, non ricercare gli angoli e non sedere lontano dagli altri» e infine «se non puoi mangiare ciò che ti viene posto davanti, non permettere in nessun modo che ti portino altro, ma mangiane un po’, così che sembri che tu abbia mangiato. Se qualcuno insiste affinché tu mangi, con un segno rispondi solamente: “Va bene, è sufficiente, basta così”».

Stefano di Salley, Speculum novitii. Lo specchio del novizio, a cura di Milvia Fioroni, Edizioni Glossa 2010.

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«Cose manicatoie e bevitoie» (le monache di Pontetetto)

Capita che su Amazon.it spunti un fondo di magazzino della «Scelta di curiosità letterarie inedite o rare dal secolo XIII al XIX», pubblicata a Bologna da Romagnoli nel 1863, e ristampata in anastatica da Forni nel 1968 sotto gli auspici della Commissione per i testi in lingua, e io mi ci butti. Perché nella serie, concepita e realizzata con scopi filologici e di storia della lingua, si trovano «chicche» monastiche, come i Capitoli delle monache di Pontetetto presso Lucca. Scrittura inedita del sec. XIII.

Il curatore, Carlo Minutoli, ci informa di «aver tratta dalle tenebre» la scrittura, contenuta in un codice della Biblioteca Capitolare di Bologna, non certo per la «niuna amenità del soggetto», quanto per essere «monumento di lingua dei primi tempi». Va da sé che invece, per me, l’amenità sia garantita, trattandosi del volgarizzamento duecentesco di «una delle tante regole che andavano attorno ad uso dei numerosi monasteri dell’ordine benedettino», a integrazione della Regola di Benedetto vera e propria.

Il monastero di Santa Maria di Pontetetto (Pons tectus) presso Lucca, fondato intorno al 1095, prosperò e poi sopravvisse, tra molte traversie, fino al 1408, quando papa Gregorio XII lo abolì, trasferendo le monache a Santa Giustina in Lucca. «Non rimane oggi vestigio, salvo una lapida che ricorda tuttora la pia fondatrice e prima Badessa Ombrina.»

Il testo, composto da ventisei «capitoli», è affascinante oltre che per la lingua proprio per le norme supplementari che l’estensore ritenne di dover aggiungere alla Regola benedettina e che mostrano in negativo le questioni e i comportamenti, gravi e meno gravi, che l’esperienza diretta impose appunto di regolare (la legge scrive la colpa dopo che questa è stata commessa).

Anzitutto, molto indicativamente, si parla di soldi, che devono essere gestiti da una camarlinga, eletta a maggioranza, «alle cui mani pervegnano tucte l’entrate e rendite et beni del monasterio et per le suoi mani si facciano le spese necessarie». Tale camarlinga dovrà presentare un bilancio semestrale che, una volta approvato, sarà scritto «in un libro per ciò deputato: sickè noi [cioè il vescovo o il visitatore] quando volessimo possiamo sapere e vedere la buona o la ria amministragione di ciascuno anno». (I soldi vengono menzionati esplicitamente al cap. 11: «Ancora ke nulla monaca tenga appresso sè pecunia oltra soldi X» – chissà quanti?) È previsto anche una specie di «consiglio superiore» del monastero, composto da quattro monache scelte dalla badessa che restano in carica sei mesi – «ma non possa essere consigliera li sei mesi seguenti quella ke è stata li sei mesi passati».

Ai rapporti con l’esterno sono dedicati diversi capitoli, a riprova del fatto che le religiose quasi mai, probabilmente, si staccavano del tutto dalle famiglie d’origine e dal loro ambiente: non si devono rivelare fatti e faccende del monastero, scambiare oggetti o doni («sciecto cose manicatoie e bevitoie»), non si parla con estranei se non alla grata del parlatorio (dove però è vietato mangiare) e accompagnate da una guardiana, non si possono tenere corrispondenze scritte, non si devono diffondere dicerie «nè le brigre o discussioni o scandali o rinbrocci o disonori, o vero li autri secreti facti del monastero et delle monache» (che, quindi, erano all’ordine del giorno).

La badessa, sul cui operato vigilano le consigliere, è garante dell’osservanza della regola, deve badare a non prendere le parti di alcuna, né mostrare simpatie, e somministrare in capitolo le penitenze per le colpe commesse. Gli esempi citati di «colpe» sono, come sempre, significativi: se una monaca picchia una consorella (e «che ind’esca sangue»), se si ribella, se pecca di «carnalitade» e «se nessuna desse a mangiare o a bere cosa velenosa o di veleno, e non solamente ki ‘l desse, ma etiamdio ki l’avesse apparecchiatolo per dare». Una convivenza talvolta difficile, parrebbe, o, detta altrimenti, un nido di vipere.

La badessa inoltre è tenuta a denunciare al visitatore tutti «li falli, li lasciamenti, o negligença», e se non lo farà, «o vero s’ella facesse  o procurasse, ordinasse, inducesse, consiliasse, comandasse o conferisse, o di qualuncaltro  modo o colore operasse, per prego o per minaccia, per sè o per altrui, directe o indirecte ke ad noi volliendo visitatione o inquisitione fare generale o speciale, o a colui ke acciò da noi fusse deputato, si celasse o non si notificasse lo stato del monastero», sarà accusata di «malitia» e deposta, e nei casi più gravi «sententiamo in fine hora ke la sia incarcerata e rinserrata».

(L’elenco delle «curiosità letterarie» è qui.)

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Compilation by Eugippio

Già la vicenda filologica della Regola di Eugippio è interessante, ed è una storia lunga, cominciata con una citazione di Isidoro di Siviglia e conclusasi solo di recente in seguito al lavoro di de Voguë sulle fonti della Regola del Maestro, che ne ha fissato l’attribuzione. È, sostanzialmente, un centone che Eugippio, abate di Lucullano, lascia ai suoi monaci come testamento, e raccoglie un florilegio di estratti da altre opere monastiche: la Regola del Maestro, anzitutto, seguita da Agostino, Basilio, Pacomio, Cassiano e Agostino. Una specie di «compilation», sapientemente assemblata, che occupa «una posizione di rilievo in quanto, con la sua datazione di origine tra il 530 e il 533, oltre che essere forse l’ultima precedente o addirittura contemporanea a quella di Benedetto, che non cita mai, per la sua dimensione si presenta come una delle più lunghe pervenuteci».

Come osservano i curatori dell’edizione italiana, Bazyli Degórski e Luciana Mirri, più che per l’aspetto legislativo, ancora non del tutto formato, l’opera di Eugippio si distingue per il contenuto spirituale e più concretamente per la «concezione di “regola” come specchio della propria santità in itinere»: nei testi raccolti il monaco, anche grazie alla pratica della lettura quotidiana, si specchia, scorgendovi come dovrebbe essere e come sarà; ed è pratica comunitaria, «di gruppo», che rimbalza dalla pergamena alla realtà circostante: il monaco è discepolo della regola che legge/osserva, e dalla quale è a sua volta «osservato», come è discepolo del confratello che osserva/legge e dal quale è a sua volta osservato. Dice Agostino (citato in I, 152): «Affinché, poi, possiate mirarvi in questo libretto come in uno specchio, per non trascurare qualche cosa per dimenticanza, vi sia letto una volta alla settimana». (Non avevo mai considerato, tra l’altro, come il cenobitismo possa essere visto come «antidoto delle conseguenze del primo peccato», quello che fa dire a Caino, in risposta alla richiesta del Signore: «Non lo so [dove sia Abele]. Sono forse il guardiano di mio fratello?» «Nell’economia della redenzione», sottolineano i curatori, «nuovamente il fratello è il guardiano di suo fratello»).

Non vi si legge nulla di originale, quindi, ma vi si ripassano pagine importanti, apprezzando il montaggio e, come mi capita sempre, soffermandosi sulle piccole cose e le curiosità, soprattutto quelle che fanno da contraltare ai grandi temi spirituali, le minuzie che ci ricordano che si tratta pur sempre di vita quotidiana. Al capitolo I, 100 (ripreso da Agostino) ad esempio si legge: «Tenete i vostri abiti in unico posto, sotto uno o due custodi o quanti potrebbero essere sufficienti per sbatterli, affinché non siano corrotti dalle tignole»; oppure al capitolo VII, 1 (tratto da Basilio), parlando ancora di vestiti e calzature: «Se per caso fossero troppo piccoli o grandi rispetto alla misura della propria statura, si deve dirlo, ma con ogni delicatezza e mansuetudine».

Il capitolo XX (dalla Regola del Maestro) chiede: «Da quanti passi il fratello, lasciato il lavoro, dovrebbe accorrere all’oratorio?» E la risposta è precisa: cinquanta (che secondo i curatori equivalgono a 73 m e 95 cm). «Se la distanza dal luogo fosse più grande dei cinquanta passi, non diciamo più che il fratello che lavora deve andare all’oratorio, in modo che i fratelli che accorrono da lontano troppo velocemente e cercano, a gara, di superarsi a vicenda [me li vedo proprio], non corrano senza serietà e con trascuratezza, e affaticati dalla lunga strada entrando tardi all’oratorio, con lo stomaco palpitante dopo la fatica della via, non siano in grado di adempiere alla recita del salmo…» Già, la salmodia, il cuore della giornata di un monaco; ma anche una fatica, magari alle quattro del mattino, svegliati a forza, col freddo… «Inoltre, quando si salmeggia, occorre evitare i colpi di tosse frequenti, o gli sbadigli ripetuti e prolungati, oppure il continuo sputar saliva; o che venga tolto il muco dalle narici» (XXIV, 22, dalla Regola del Maestro).

A volte è sufficiente un avverbio per aprire un piccolo sipario, come nel titolo del capitolo XVI (da Basilio), che chiede «Non è proprio lecito ridere?» Come dire: siamo proprio sicuri, eh? E a volte c’è spazio anche per una battuta, come nel capitolo XXVII (sempre dal Maestro), che riporta la famosa distinzione in quattro categorie dei monaci: cenobiti, anacoreti, sarabaiti e girovaghi. Ah, i sarabaiti, «rammolliti in una natura di piombo», fanno quello che vogliono, senza regola né maestro, «tutto ciò che pensano o decidono lo chiamano santo, e quel che non vogliono lo considerano illecito. E mentre cercano di avere in loro arbitrio cellette, borsette e cosette, non si accorgono di perdere le loro animette».

Eugippio, Regola, a cura di B. Degórski e L. Mirri, Città Nuova 2005.

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Inutili, ridicole o irrazionali

Sollecitato dalle letture sullo statuto giuridico delle regole monastiche, ho voluto vedere, cominciare a vedere, quale sia lo stato attuale della questione e ho recuperato il commento più aggiornato e, probabilmente, autorevole alle relative norme del diritto canonico, cioè Istituti di Vita Consacrata e Società di Vita Apostolica, di Antonio Calabrese. È un testo molto interessante, che si accende nel contrasto tra l’articolazione giuridica del pensiero, molto «geometrica» e attenta alla virgola, e la natura diciamo così speciale del suo «oggetto». Lo leggerò tutto perché è innegabile che un certo modo di argomentare mi attiri in sé, e perché voglio sapere, ma già il primo capitolo, che definisce «La vita consacrata», merita qualche appunto.

Anzitutto il commento alla natura di tale «vita», come viene stabilita dal Canone 573, che si fonda sulla «professione dei consigli evangelici»; professione che deve essere eseguita con un atto effettivo davanti alla «società ecclesiale»: infatti «una consacrazione con i relativi impegni presi nel foro interno non ha rilevanza giuridica». La vita consacrata che ne deriva è uno stato di vita, cioè «una condizione stabile di vita, derivante da una causa permanente, non facilmente mutabile» (con espressione che discende direttamente da Tommaso d’Aquino), è di origine divina, poiché divino è il suo fondatore, Gesù, e il suo fondamento, Dio; mira al conseguimento della perfezione, attraverso il dono di sé a Dio e l’imitazione di Gesù; è perpetua, lo deve essere almeno nell’intenzione.

La dedizione, vincolante, ai consigli evangelici degli individui consacrati è un «prolungamento» di quanto avviene col battesimo (ci si dedica «con nuovo e speciale titolo»). In questo senso la vita consacrata è uno stato «avanzato rispetto a quello dei semplici fedeli», poiché elimina gli «impedimenti» che potrebbero frapporsi al perseguimento della carità e poiché accede più decisamente alla «dimensione escatologica, in quanto testimonia nel mondo le realtà future, delle quali è segno luminoso».

Questi impedimenti, che la vita consacrata aggira, sono concisamente rappresentati dagli opposti dei consigli: «la concupiscenza della carne (vi si oppone la castità), la concupiscenza degli occhi o eccessiva sollecitudine per le cose temporali (vi si oppone la povertà), la superbia della vita [espressione molto curiosa] o tentazione del potere (vi si oppone l’obbedienza)». Se la trattazione di castità e povertà è sì interessante ma procede comunque entro binari noti (continenza nel celibato, castità non forzata, concentrazione dell’amore unicamente verso Dio; distacco di fatto e di spirito dai beni – questo il senso dell’espressione «poveri di spirito»), è il paragrafo dedicato all’obbedienza a spiccare, anche per la natura stessa del concetto. L’obbedienza ai superiori si estrinseca, a imitazione di Gesù, «come qualcosa di meglio della libertà di fare quello che si vuole», come rinuncia «a un bene superiore, quale è appunto la nostra libertà».

(Qui, pur dal mio angolino anonimo, mi è difficile tacere: proprio non capisco perché l’alternativa all’obbedienza debba essere per forza un generico «fare quello che si vuole». Se si escludono fatti di scarso rilievo, se in generale ci si riferisce alla dimensione comunitaria e sociale, io – come ipotetico soggetto – non faccio quasi mai «quello che voglio»; rispetto, scelgo o mi sforzo di rispettare, delle regole: quelle della convivenza civile, quelle stabilite dalla legge, quelle dell’attività lavorativa, quelle della ragione, ecc., volta a volta sono regole contrattate, accettate, discusse, subite, ma non hanno un fondamento esterno al loro contesto. Potrei quasi dire che non è necessario che lo abbiano, ma mi fermo subito. In ogni caso, non mi pare che dall’altra parte dell’obbedienza cieca ai superiori ci sia necessariamente il caos, l’esercizio brutale delle proprie voglie.)

L’obbedienza, si diceva, è dovuta ai propri superiori, «che sono considerati rappresentanti di Dio», il quale «vuole che il consacrato esegua quanto il superiore comanda». L’ambito di questo comando è rappresentato dalle norme dello specifico istituto, cioè «regole, costituzioni, statuti, costumanze, privilegi obbliganti, ecc.», e, per limitarsi a un solo aspetto di questa intricata trattazione, è molto curioso ciò che, per così dire, resta fuori da tale ambito, ciò che non può essere comandato, né deve essere obbedito. Per l’esattezza si tratta di quanto sta «contro, sopra, fuori o sotto il diritto proprio». Contro il diritto «è tutto ciò che è contrario alla legge divina, alla legge ecclesiastica o alla legge civile, purché sia giusta». Sopra il diritto ci sono le cose impossibili («perché nessuno è tenuto all’impossibile»), gli atti eroici («cioè straordinariamente difficili». I due esempi relativi sono stranamente accoppiati: assistere gli appestati o abbandonare l’insegnamento di ruolo, ottenuto tramite concorso ed esercitato da lungo tempo) e le austerità eccezionali. Fuori o sotto il diritto ci sono i precetti, che sono già comandati a prescindere dalla vita consacrata, e gli incarichi alieni al carisma dello specifico istituto (curare gli ammalati per un eremita).

E infine «le cose inutili, ridicole o irrazionali».

Antonio Calabrese, Istituti di Vita Consacrata e Società di Vita Apostolica, terza edizione aggiornata, Libreria Editrice Vaticana 2011.

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Giorgio Agamben, Altissima povertà (pt. 3)

(la prima parte è qui, la seconda parte qui)

Nel lungo processo di definizione dello status giuridico della regola il caso francescano, e sarebbe più corretto dire di Francesco, si situa per così dire in un punto estremo di radicalità, e a esso è dedicata la terza, densissima parte del volume di Agamben.

Non è un caso che la radicalità francescana emerga all’inizio del XIII secolo, in un momento di forte effervescenza di movimenti religiosi, ed ereticali, in contrasto con le gerarchie ecclesiastiche, o più esattamente visti da esse come una minaccia mortale, non tanto sul piano dottrinale quanto su quello della vita stessa, del modo di vivere. Proprio su questo aspetto, da un punto di vista monastico, il concetto che per eccellenza è legato al modo di vivere, cioè la regola, diventa terreno di scontri e contraddizioni. La particolare tensione che si era creata tra i due estremi di regola e vita, in direzione di una sostanziale identificazione, si fa massima in Francesco, le cui poche parole sembrano indicare una «terza via», la forma-di-vita.

Come nell’incipit della «Regola non bollata» del 1221 (cioè confermata senza bolla), in quello che si ritiene il residuo della prima regola presentata a Innocenzo III nel 1210, il Prologo e il Capitolo I, laddove (I, 1) si legge «La regola e vita dei frati è questa, cioè vivere in obbedienza, in castità e senza nulla di proprio, e seguire la dottrina e l’esempio del Signore Nostro Gesù Cristo». Regola e vita, che quindi non sono la stessa cosa, e che si uniscono a formare una terza cosa, una forma-di-vita, appunto, che altro non è che l’imitazione della vita di Gesù raccontata dal Vangelo: «Come avversari e seguaci intesero immediatamente, la “forma del Santo Vangelo” non è in alcun modo riconducibile a un codice normativo», e ancora: «È chiaro che Francesco ha qui [R.n.b., II] in mente qualcosa che non può semplicemente chiamare “vita”, ma che nemmeno si lascia classificare come “regola”». Non è una legge che possa essere infranta (non per niente Francesco rifiuta di impegnarsi personalmente nell’esercizio della disciplina verso chi non rispetta la regola), è una zona extragiuridica, è il tentativo immane di «realizzare una vita e una prassi umane assolutamente al di fuori delle determinazioni del diritto». Un tentativo che, ricorda A., ovviamente infiammerà la reazione della curia e che per la sua spinta rivoluzionaria non potrà che fallire.

È alla luce di questo tentativo che, ad esempio, bisogna leggere il nome che Francesco ha dato ai suoi frati: minori, anche cioè minorenni, soggetti privi di potestas, sottomessi alla potestà di un paterfamilias (Dio padre e, in subordine, il papa). E la chiave di questo tentativo, il fondamento di questa «neutralizzazione del diritto rispetto alla vita», è la rinuncia alla proprietà, la povertà (l’altissima paupertas, il «senza nulla di proprio»), sulle orme di Gesù (Figlio minorenne del Padre?). I francescani sono bambini che rinunciano al possesso delle cose senza però rinunciare all’uso di esse, all’uso di fatto: «L’abdicatio iuris (con il ritorno che essa implica allo stato di natura precedente alla caduta) e la separazione della proprietà dall’uso costituiscono il dispositivo essenziale di cui i francescani si servono per definire tecnicamente al peculiare condizione che essi chiamano “povertà”». Non rinunciano all’uso perché si trovano in uno stato di necessità che precede qualsiasi legge (mangiare per sopravvivere, ad esempio, come gli animali che tanto rilievo hanno nella predicazione di Francesco): «L’uso e lo stato di necessità sono i due estremi che definiscono la forma di vita francescana».

Sul concetto di «uso» si scatena la guerra, uno scontro durissimo che si concluderà con la vittoria del papato, nella persona di Giovanni XXII (e della sua bolla Ad conditorem canonum), a riprova del potenziale eversivo del messaggio francescano. Le questioni si faranno sottilissime e coinvolgeranno alcuni dei cervelli più fini del tempo (nel campo campo francescano, che ben presto si dividerà tra spirituali e conventuali, per esempio Ubertino da Casale, Angelo Clareno, Bonagrazia, Bonaventura, Olivi, ecc.): uso contro proprietà, come nel caso dei «beni di consumo» – un pezzo di pane? – che nel momento in cui vengono usati – cioè mangiato – diventano «proprietà» di chi li usa; o ancora uso di fatto e uso di diritto, cioè da un lato il «puro esercizio fattuale di una prassi umana» [mangiare] e dall’altro il «diritto di usare» una cosa fondato su un diritto positivo di origine umana.

Il mite e preveggente Francesco, suggerisce A., si era saggiamente tenuto fuori queste complicazioni «rifiutando di articolare in una concettualità giuridica e lasciando affatto indeterminato il suo vivere sine proprio», affidando il suo messaggio a una forma di vita che poté manifestarsi in tutta la sua potenza soltanto nell’esperienza di un solo individuo e dei suoi primi, pochissimi seguaci, anche per via del suo profondo significato escatologico: «La forma di vita francescana è la fine di tutte le vite…, l’ultimo modus, dopo il quale non è più possibile la molteplice dispensazione di modi vivendi. L'”altissima povertà”, col suo uso delle cose, è la forma-di-vita che comincia quando tutte le forme di vita dell’Occidente sono giunte alla loro consumazione storica».

Con Francesco, sembra di capire, si sarebbe salvata la vita stessa, e non soltanto le persone.

(3- fine)

Giorgio Agamben, Altissima povertà. Regole monastiche e forma di vita (Homo sacer IV, 1), Neri Pozza 2011.

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Giorgio Agamben, Altissima povertà (pt. 2)

(la prima parte è qui)

A fronte della novità e dell’ambiguità della regola, diventa importante definirne la natura giuridica, e l’«imbarazzo» dei giuristi, puntualmente registrato da Agamben, dimostra la difficoltà di questa definizione, per lo meno sulla base della tradizione del diritto romano. Ripercorrendo la messa a punto delle regole cenobitiche – Pacomio, Basilio, il Maestro, ecc. – emerge che il loro carattere, anche in presenza di un sistema di pene per le mancanze (non certo reati) commesse, «ha un significato essenzialmente morale ed emendativo, paragonabile alla terapia prescritta da un medico», o, ancora, rimanda alla dimensione di un’ars o di una tecnica. Quanto è significativo, ad esempio, che la Regola del Maestro, precedente diretto della Regola di san Benedetto, sia appunto di un maestro e non di un sovrano? («Tutta la terminologia della regola è in questo registro tecnico, che ricorda il vocabolario  delle scuole e delle botteghe tardoantiche e medievali»). Il monastero è una scuola dove s’impara un mestiere, per quanto molto particolare, e se si sbaglia, ci si corregge e si riprova («In questo senso, il monastero è forse il primo luogo in cui la vita stessa – e non soltanto le tecniche ascetiche che la formano e la regolano – è stata presentata come un’arte»).

Ci troviamo di fronte quindi a qualcosa che è più di un consiglio, ma non è una legge in senso stretto (secondo la formula di Cándido Mazon). La regola è fondata sui tre cardini dell’obbedienza, della castità e dell’umiltà (i tria substantialia), tenuti insieme, per così dire, dalla carità, ma non si traduce in precetti inderogabili pena la dannazione: i tre voti (altro termine problematico per i giuristi) sono precetti, «tutte le altre cose che sono contenute nella regola non riteniamo che siano nel precetto, altrimenti a stento un monaco su quattro potrebbe salvarsi» (come annota un commentatore del XVI sec. citato sempre da Mazon).

La divaricazione tra regola e legge era ben presente, secondo Agamben, ai padri come Pacomio e Basilio, che vi si attenevano sulla base delle indicazioni di san Paolo (il Vangelo è altro rispetto alla legge, «ed è probabile che la scelta stessa del termine regula implicasse una contrapposizione alla sfera del comandamento legale»), e tuttavia si assiste a una «giuridizzazione tendenziale» della professione monastica, anche e soprattutto per ragioni di controllo delle comunità: canonisti e commentatori si accaniscono sull’eccentricità della regola, spaccano parole e concetti in quattro, e il dibattito non si arresta più. Secondo studiosi moderni, ad esempio, la regola è un contratto «modellato sul paradigma della stipulatio romana – senza dimenticare che la promessa (in corsivo perché è un altro termine problematico) del novizio benedettino è accompagnata da un documento scritto, una petitio che il postulante deposita sull’altare…

E a questo proposito, a costo di dilungarsi, forse vale la pena di rileggere il capitolo 58 della Regola di san Benedetto, che trasuda questa ambiguità giuridica di cui parla Agamben: «Il novizio, dunque, all’atto della professione, faccia solenne promessa nell’oratorio, alla presenza di tutti, davanti a Dio e ai suoi santi, di vivere per tutta la vita in monastero, di perfezionare continuamente nel bene i propri costumi e di obbedire: così, se un giorno violerà i suoi voti, sappia che ineluttabile sarà la condanna di Colui del quale si prende gioco. In ordine a questa promessa, egli rediga una domanda, contenente la formula di professione, nel nome dei santi di cui lì si conservano le reliquie e dell’abate in carica: una domanda scritta di suo pugno, o almeno, nel caso che sia analfabeta, scritta da un altro e da lui contrassegnata e deposta sull’altare».

Su questa linea, ai primi del ‘900 uno studioso ha scovato un esempio di petitio, databile intorno al 670 e per la verità già trasformatasi, appunto, in un contratto. È il Pactum che si trova in fondo alla regola di San Fruttuoso di Braga ed è un vero e proprio accordo tra un insieme di monaci e un abate, con tanto di obbligazioni reciproche («forse il primo e unico esempio di un contratto sociale, in cui un gruppo di uomini si sottopone incondizionatamente all’autorità di un dominus attribuendogli il potere di dirigere in tutti i suoi aspetti la vita della comunità che viene così fondata»).

Ecco, comunità, altro aspetto chiave della questione. Al di là delle sottigliezze giuridiche, resta che la regola rappresenta una messa in discussione della «forma della propria vita», senza identificarsi con la somma delle azioni che la compongono, e ciò avviene, e non può essere diversamente, all’interno di una comunità, poiché – scrive A. rifacendosi a Wittgenstein – «non è possibile seguire una regola in modo privato… riferirsi a una regola implica necessariamente una comunità e un’abitudine». Comunità che non è la conseguenza della regola, bensì la radice. «Se l’ideale di una “vita comune” ha ovviamente un carattere politico», conclude A. la prima parte del volume, «il cenobio è forse il luogo in cui la comunità di vita come tale è rivendicata senza riserve come l’elemento in ogni senso costitutivo.» È il «canone stesso della prassi umana» a essere trasformato nell’esperienza cenobitica, con conseguenze che ancora oggi forse non cogliamo pienamente e che trovano nei francescani – o nel solo Francesco? – piena consapevolezza.

(2-continua)

Giorgio Agamben, Altissima povertà. Regole monastiche e forma di vita (Homo sacer IV, 1), Neri Pozza 2011.

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Giorgio Agamben, Altissima povertà (pt. 1)

La prima cosa da dire è che il saggio di Agamben rappresenta davvero uno sguardo laico sul monachesimo e in particolare sul suo aspetto cruciale, cioè la regola e la comunità che la adotta. Per la ricchezza di fonti e la loro interpretazione, per la cura speciale nella scelta delle citazioni, per l’intenzione e la densità dell’argomentazione è stata una lettura di estremo interesse.

La domanda di partenza è quella che, con mezzi ben più modesti, mi pongo da tanto tempo: che cos’è una regola? È una legge, una norma, un precetto? E che cosa promette chi vi si sottomette, a cosa s’impegna? E ancora: come vi si sottomette? Come in un contratto? La prima parte del volume conduce a districarsi nelle questioni complesse relative alla natura della regola, al suo status giuridico, evidenziando in essa sia una radicale novità rispetto al pensiero normativo precedente, sia una forte ambiguità, che esploderà in tutta la sua potenza nelle controversie medievali.

La novità fondamentale della regola è posta dal ripensamento – pratico e operativo – del rapporto tra azione e norma all’interno di una comunità liberamente formata che si oppone all’anarchia e all’assenza di regole. Quasi fosse una nuova polis, o emergesse dallo «stato di natura», il monastero è il luogo dove la regola – che, per quanto ispirata, è comunque scritta dagli esseri umani – sgorga da una «forma di vita» (quella apostolica) prima ancora che da un principio; il monastero è un luogo dove si sta insieme e dove si vive in un certo modo. Un indizio interessante, ad esempio, si trova nella terminologia dell’habitatio, da cui discende l’abitare, inteso come residenza e stabilità, l’abito come veste uniforme e l’abito come abitudine, modo di vita regolare. (Tra l’altro, nota Agamben, «è solo dopo che il monachesimo ebbe trasformato la veste in un habitus, rendendola indiscernibile da un modo di vita, che la Chiesa (a partire dal concilio di Macon, 581) dà inizio al processo che porterà alla chiara differenziazione tra abito clericale e abito secolare».)

A questo insieme di aspetti, la regola aggiunge la dimensione del tempo. Prima degli uffici, delle fabbriche, del «tempo del mercante» e della rivoluzione industriale, «di rado è stato notato che, quasi quindici secoli prima, il monachesimo aveva realizzato nei suoi cenobi, a fini esclusivamente morali e religiosi, una scansione temporale dell’esistenza dei monaci, il cui rigore non soltanto non aveva precedenti nel mondo classico, ma, nella sua intransigente assolutezza, non è stato forse uguagliato in alcuna istituzione della modernità, nemmeno dalla fabbrica taylorista». Già, perché il tempo del monastero non prevede spazi vuoti e senza nome, intervalli di «tempo libero»; non ci sono interruzioni nella vita del monaco, quale che sia la sua occupazione del momento: la liturgia, la meditazione, il lavoro manuale, la refezione, tutta la sua vita è «santificata» attraverso il tempo (è qui che si può ravvisare la «pretesa totalitaria dell’istituzione monacale»). Oggi siamo abituati – e sfiancati, aggiungo – a considerare la nostra vita come una successione di tempi e orari, ma «non dobbiamo tuttavia dimenticare che è nello horologium vitae cenobitico che tempo e vita sono stati per la prima volta intimamente sovrapposti fino a quasi coincidere». (Da ricordare che l’orologio, l’horolegium, secondo l’etimologia medievale alla connessione delle ore, all’horas legare.)

L’ambiguità deriva allora proprio da questa sovrapposizione integrale: cosa sto facendo in questo momento, vivo o sto seguendo la regola? Seguo la regola o sto semplicemente vivendo? «Una norma che non si riferisce a singoli atti ed eventi, ma all’intera esistenza di un individuo, alla sua forma vivendi, non è più facilmente riconoscibile come diritto, così come una vita che si istituisce nella sua integralità nella forma di una regola non è più veramente vita.» E a riprova di ciò Agamben scova un bella espressione di Stefano di Tournay (canonista del sec. XII) che, parlando dei Granmontani, scrive che il libretto contenente le loro costituzioni «non regula appellatur ab eis, sed vita», non è chiamato da essi regola, bensì vita.

(1-continua)

Giorgio Agamben, Altissima povertà. Regole monastiche e forma di vita (Homo sacer IV, 1), Neri Pozza 2011.

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Fratello Ludwig

Grazie al prezioso suggerimento di un lettore molto avvertito ho acquistato il libro Devi cambiare la tua vita del filosofo tedesco Peter Sloterdijk. Prima di sistemarlo nella coda di lettura, ho dato un’occhiata all’indice e ho notato il titolo di un paragrafo che mi ha fatto sobbalzare: «La regola monastica di Ludwig Wittgenstein». Quando? Dove? Cosa?

Vi si analizza una breve frase, del 1949, tratta dalla raccolta dei Pensieri diversi, che recita: «La cultura è una regola monastica. O almeno presuppone una regola monastica» – e io non l’avevo notata!? Il traduttore avverte che ne ha modificato la traduzione per essere più aderente all’argomentazione di Sloterdijk. Nella versione italiana di Wittgenstein (Michele Ranchetti, 1980) infatti si legge: «Civiltà è una regola di un ordine. O almeno presuppone una regola» – ah, ecco perché! Poi però sono andato ugualmente a prendere il volume per controllare e, surprise, ho trovato: «Civiltà è regola di un ordine religioso. O almeno presuppone una simile regola» – ah!, nella nuova edizione del 1988, quella in mio possesso, ha aggiunto «religioso»…

Al di là di questa divagazione pedante, la frase è molto interessante e non sono affatto stupito che Wittgenstein faccia riferimento alla «regola monastica» (Ordensregel), e non tanto per i possibili riscontri biografici, cui anche Sloterdijk accenna, bensì per la tonalità di tanti atteggiamenti di Wittgenstein e di molti suoi scritti (per quello che ne ho capito, s’intende). Devo ancora leggere il libro, per collocare correttamente quanto espresso nel paragrafo in questione, ma mi hanno colpito le considerazioni di Sloterdijk: «Tutto induce ad affermare che, sul momento, [Witt.] non fosse tanto interessato alla parola “cultura”, sotto la quale avrebbe subito percepito delle cavità se avesse voluto approfondire l’analisi, quanto piuttosto l’espressione “regola monastica”», un concetto – una «cosa» – che si avvicinerebbe molto a ciò che intendeva per «grammatica», cioè «un set di prescrizioni non ulteriormente fondabili, la cui summa produce un modo di vivere» e che può essere compreso soltanto da chi si muove al suo interno.

Caratteristica di ogni regola, secondo Sloterdijk, è l’obbligo per i monaci e per le monache di svolgere qualsiasi attività con una certa «cautela meditativa», senza mai abbandonarsi all’abitudine e anzi avendo sempre presente l’incombere del comando del superiore. La vita monastica è diversa da quella «normale» per l’adesione esplicita a un complesso di prescrizioni (cosa che non ci viene chiesta quando facciamo parte di una comune «cultura»), per l’obbedienza e per l’assenza della «divisione del lavoro tra i sessi», con particolare riguardo alla procreazione. «Evidentemente – prosegue Sloterdijk – Wittgenstein voleva alludere a qualcos’altro» e precisamente al «modo di vivere associato» che può essere definito «cultura» e «può essere paragonato all’esistenza secondo una regola monastica».

Un modo di vivere «sgravato» dalle conseguenze della sessualità, improntato a severità, vigilanza ed essenzialità e fondato arbitrariamente «come le determinazioni grammaticali di qualsiasi lingua naturale». E carico di una dinamica separatista: «L’impiego del concetto di “cultura” da parte di Wittgenstein non lascia alcun dubbio: ai suoi occhi, la cultura nel senso più esigente del termine nasce solamente per separazione di chi è davvero colto (Kultiviert) dalla restante “cultura”, o cosiddetta tale, ossia quel confuso aggregato di abitudini buone o cattive che, nel loro complesso, non producono più della consueta “sozzura”».

Nientemeno… Sarà meglio che lo legga in fretta, questo libro…

Peter Sloterdijk, Devi cambiare la tua vita. Sull’antropotecnica, a cura di P. Perticari, traduzione di S. Franchini, Cortina 2010, pp. 165-69 (e Ludwig Wittgenstein, Pensieri diversi, a cura di M. Ranchetti, Adelphi 1998, p. 155).

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