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Ciliegie 2, o: l’abate Gandalf

L’ho già fatto e lo farò ancora. Periodicamente m’imbatto in nomi troppo «divertenti», e me li devo segnare…

1. Ottato di Milevi
2. Febadio di Agen
3. Restituto di Cartagine
4. Eustazio di Sebaste
5. Teodoro di Mopsuestia
6. Maratonio di Nicomedia
7. …

Avevo quasi completato questo elenco di nomi curiosi quando mi sono fermato. In questo momento sulla scrivania ci sono: una ghiottissima Storia del monachesimo occidentale. Dal Medioevo all’età contemporanea (di Mariano Dell’Omo), nuova di zecca; la fondamentale Vita di santa Macrina di Gregorio di Nissa e il sorprendente Commonitorio. Estratti di Vincenzo di Lérins (dal quale stavo estraendo il secondo «undici»).

Non ho finito con i monaci, anzi, non credo che finirò mai, anzi, ho appena cominciato. Mi sforzerò di leggere quello che c’è scritto senza travisarlo, seguirò di nota in nota tutto quello che mi riuscirà, ascolterò. Però sarei disonesto se non confessassi che quando leggo i «miei» monaci mi sento – anche? in fondo? sotto sotto? talvolta? – non molto diverso da quando leggo Il Signore degli Anelli.

Bella scoperta, si dirà.

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«Comportati bene!»

Bisogna essere onesti e dire che in larghissima misura queste letture sono un misto di «compensazione» e compiacimento. È un meccanismo conosciuto: «contro il logorio della vita moderna» non c’è niente di meglio di un bel commento al secondo libro dei Dialoghi di Gregorio Magno, cioè alla Vita di San Benedetto. L’acquisto e la lettura (con la matita in mano) di volumi seri e che non compaiono nelle classifiche dei best seller, per lo meno di quelle di oggi; la familiarità con nomi e concetti di uso non strettamente quotidiano; la possibilità di farne un distintivo tutto sommato a buon mercato, come quel «Nucleare? No, grazie!» di qualche anno fa, e con un sapore tutto suo, da spirito coltivato: «Io leggo i monaci, se non ti dispiace» – tutte strategie di una pseudoidentità fatta di «gradimenti» e hit-parade. Tanto che al posto dei monaci – o al loro fianco, come di fatto accade – ci potevano essere la filatelia, i sottomarini, i polifonisti fiamminghi, e il risultato sarebbe stato non differente, e altrettanto irrilevante.

Poi, di questa torta troppo dolce, c’è una fettina che si chiama interesse e semplice desiderio di conoscenza. Anche questo è terreno noto. E il dilettante non fa altro che trovare e seguire i maestri da cui apprendere. Miti e oscuri studiosi che hanno consumato l’esistenza su edizioni critiche imponenti come massicci montuosi: tu arrivi, leggi (in un tempo incomparabilmente inferiore a quello speso per realizzare tali opere) e impari. Poi dimentichi, ma qualcosa ricordi. E imparare è bello, ed è contro la distruzione.

Resta infine una briciola, di quelle che tiri su col polpastrello inumidito, e che si trova per esempio in una frase come questa: «Tralasciando momentaneamente l’analisi della Regola e volgendo invece lo sguardo all’ortoprassi monastica espressa nelle agiografie, abbiamo una ricchezza di testi da offrire». In altre parole: ecco, dimmi cosa devo fare, come comportarsi bene?

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80.000

Devo ammettere che l’ossessione per le «regole», oltre a esser stata probabilmente la porta d’ingresso nel «mondo» monastico, è qualcosa che vivo in maniera passiva. Non si tratta, soltanto, di comprendere per quanto possibile un fenomeno storico e religioso, quanto di risalire alla ferita iniziale che, sempre infiammata, ha prodotto fiumi di norme, precetti, indicazioni. Regole che tentano di rispondere alla domanda: «Cosa (si deve) fare?», e più esattamente: «Come ci si deve comportare?» Un’alluvione di regole, la parte finale dell’Esodo, il Levitico, anche molto prima e ben oltre i confini del mondo occidentale; come se quella sopra riportata fosse tra le prime quattro o cinque domande che l’essere umano cosciente di sé si sia posto.

Così, li prendo tutti, i libri che contengono regole. Anche se non so nulla, e nulla saprò, del contesto storico e culturale che ha prodotto quei testi. E nonostante questa ignoranza, quando li apro mi pare di respirare aria di casa, soprattutto quando scendono dalle vette delle questioni cardinali e si diffondo nelle minuzie della quotidianità. Talvolta gli echi sono familiari, come nel Brahmajala Sutra, testo canonico del buddhismo mahāyāna, forse tradotto dal sanscrito in Cina nel V secolo, forse originario della stessa Cina, i cui «dieci precetti maggiori» si leggono volentieri in parallelo ai «dieci comandamenti», ma che poi prosegue con i «quarantotto precetti secondari», tra i quali si può leggere: «Un discepolo del Buddha non mangerà le cinque erbe piccanti: aglio, cipolle, porri, erba cipollina e assafetida. Anche se vengono aggiunte per insaporire le pietanze principali. Se farà ciò deliberatamente, commetterà un’infrazione di secondo grado» (4).

Il più delle volte non capisco niente, ma al tempo stesso è come se sentissi la mente al lavoro, che per esempio ritiene opportuno mettere per iscritto un’indicazione come questa: «Le gocce d’acqua che escono dalla bocca non fanno sì che una persona sia considerata come se fosse sporca di avanzi, a meno che queste cadano sul suo corpo. Lo stesso vale per i peli della barba che finiscano in bocca o per qualunque cibo sia rimasto tra i denti». È la regola 5.141 del Trattato di Manu sulla norma, il Mānavadharmaśāstra, celebre raccolta indiana di norme etico-politico-giuridiche, risalente al II secolo a.C., da poco disponibile in italiano. E capisco anche quello scarto vertiginoso dal minimo particolare all’universale che caratterizza spesso questi testi, perché sei lì che osservi un prato e improvvisamente ti ricordi di un’altra cosa, in un tumultuoso flusso di risposte sempre in ritardo rispetto alla vastità che si prospetta: «Non si devono sbriciolare zolle d’argilla, né tagliare l’erba con le unghie. Non bisogna compiere azioni che non portano frutti o che avranno conseguenze spiacevoli» (4.70).

È irrazionale, lo so. Anche perché nessun trattato potrà mai contenere tutte le risposte, tutte le regole. Per quanto, alla fine del Brahmajala Sutra, ci sia un’indicazione bibliografica che mi piacerebbe esplorare: «Tutti voi Bodhisattva dovrete studiare e osservare i Dieci Precetti, che sono stati osservati, sono osservati e saranno osservati da tutti i Bodhisattva. Tali precetti furono spiegati nel dettaglio nel capitolo Le Ottantamila Regole di Comportamento».

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E ivi residente

Dei tre voti del monachesimo medioevale (stabilità, conversione dei costumi e obbedienza) è la stabilità che mi ha sempre attratto di più, con le sue molte possibili interpretazioni, alcune delle quali sicuramente aliene allo spirito originale (che si riferisce alla permanenza del monaco nel suo monastero). Non è certo la prima volta che mi approprio indebitamente di concetti nati in un preciso contesto e con un preciso significato, ma qui non si tratta soltanto di conoscere un fenomeno storico, bensì di scovare anche qualche indicazione. E così, stabilità: stare per lo più nello stesso posto, negando quello che sarebbe l’istinto naturale ad andare, a girare, a esplorare.

Stabilità è anche sforzarsi di non cedere all’umore; frequentare un luogo, una persona, un’idea a lungo prima di dirne qualcosa; comportarsi in modo uniforme (uniformemente corretto, si spera…) – diventare parte dell’arredamento, per dirla con una battuta; non oscillare tra una decisione e l’altra (e nelle cose meno rilevanti scegliere in maniera duratura); disporre gli oggetti secondo un ordine; non annoiarsi; essere fedeli.

E anche: uscire sempre alla stessa ora (e provare un certo disagio se ciò non avviene); fare gli stessi percorsi; avere camicie di una sola tinta; non temere di essere prevedibili; mangiare sempre le stesse cose (tre); avere così tante abitudini da vergognarsene; rimettere sempre il cappuccio alla penna, magari allineando le scritte…

Una noia mortale, si dirà. E anche una grande arroganza, per certi versi. E il dubbio, poi, dove lo metti? E la curiosità? Sì, è vero, le contraddizioni grandinano. La stabilità però rimane uno strumento potente per tener desta la coscienza dei propri limiti, è l’antidoto al delirio cui può indurre la frustrazione o il molto più nobile entusiasmo e, per certi versi, è la migliore risposta proprio all’arroganza.
La stabilità, inoltre, regala quantità insospettabili di tempo e spalanca vaste regioni non meno interessanti di quelle cui si rinuncia. Non si va, fisicamente, da nessuna parte, ma al di là della finestra si apre un paesaggio sconfinato. Esattamente ciò che accade quando accendo questo computer.

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Purgamenta mundi

L’annullamento, la volontà di scomparire, di essere dimenticati da tutti è un appello che si trova negli scritti di monaci e monache di ogni tempo e luogo. Vi sono sensibile, è inutile nasconderlo, così vi faccio sempre caso. Recentemente mi sono imbattuto in tre esempi a distanza ravvicinata.

Teresa di Lisieux: «Desidero essere dimenticata, e non soltanto dalle creature, ma anche da me stessa. Vorrei essere ridotta a nulla fino al punto da non avere più alcun desiderio» (ca. 1890).

Thomas Merton: «Ho bisogno di solitudine, perché ho bisogno di essere niente, di scomparire: tamquam purgamenta huius mundi [come la spazzatura di questo mondo]. Ho una spaventosa vergogna della stolta pubblicità ormai legata al nome di Thomas Merton» (1952).

Nazarena (Julia Crotta): «Infine, Padre, vorrei raccomandarle di non parlare di me né di serbare miei ricordi o cose fatte da me. Devo essere ignota a tutti, nascondermi dietro i lavori più ordinari» (1959).

È curioso. Perché quest’ansia di essere dimenticati? Non è forse quello che, di fatto, accade? Non è l’anonimato la condizione «di base»? Che bisogno c’è di scomparire quando già lo siamo, «scomparsi»? Il tema non si riduce a questo, ma a me pare che tale preoccupazione nasca dal pensiero, inconfessabile per un religioso, che la propria azione, la propria vicenda sia invece memorabile, per non dire unica. Un intollerabile peccato di vanagloria, quindi, che detta quegli accenti a volte disperati (una specie di excusatio non petita). E ci trovo un tratto di umanità che in qualche modo mi fa sorridere.

Lasciate fare al tempo, mi verrebbe da dir loro…

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Ma il gift shop è aperto?

È necessaria, prima di procedere, un’ammissione. Riguarda la componente che per comodità dirò di «moda» dell’interesse per il monachesimo, o più esattamente d’«evasione». Componente dalla quale sarò immune?

Ah, i monaci… Così tranquilli, sereni, lontani dalla fretta che tutti ci affligge. Sono il simbolo della stabilità in un mondo che rotola verso l’abisso. Le loro parole pacate, quegli scritti sepolti nelle biblioteche (la Patrologia del Migne!). La curiosità, anche, per quei comportamenti bizzarri, la dieta parca, le levatacce, le regole, uh!

I monasteri, poi, che gran bei posti: visitarli è un piacere. La sala capitolare, lo scriptorium, la grangia. Hanno dei nomi così evocativi: Sénanque, Saint Martin de Boscherville, Pontigny, Fontevivo. Il tour delle abbazie provenzali non te lo puoi perdere. C’è un frammento di chiostro del XIV secolo! Hai visto le rovine di Jumièges? Già, i chiostri: quanti ne avrò visitati? Ma non sono un po’ tutti uguali? Ma come?! Eresia! Non mi dirai che San Michel de Cuixa è uguale a Thoronet?! Ma scusa, non hai letto Marius Schneider? Ho fotografato tutti i capitelli di Moissac, se vuoi ti mostro il set completo.

Non ti scordare un giretto allo shop, mi raccomando. Quante saponette ho comprato soltanto perché marchiate col sigillo dell’abbazia, e le tisane (dirompenti) dei cisterciensi, e la bag di Saint-Wandrille, il miele di Ganagobie, il nocino di Valserena

Scusa, e il gregoriano? Non comincio nemmeno! E Il grande silenzio? Ah!

Sto esagerando, lo so. I monaci m’interessano davvero, ma quando sono seduto in un chiostro, e c’è un bel venticello, silenzio, una piccola aiuola, non voglio dimenticare tutto quello che con i monaci c’entra poco e che invece si chiama fuga, immagine idealizzata, uso improprio e anche compiacimento.

L’importante, per lo meno, è saperlo. Adesso vado, che mi aspetta il Venerabile Beda.

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Azioni e omissioni, parole e silenzi

Qualche giorno fa ho citato qui una frase di un monaco benedettino, a proposito della «tentazione», della quale sottolineavo un breve e notevole inciso: siamo messi alla prova per poter conoscere noi stessi e anche per essere «riconosciuti da[gli] altri». Il tema provoca per così dire un cortocircuito con un’altra breve frase di una monaca che sta vivendo circa mille anni dopo quel monaco. Si tratta della badessa Anna Maria Cànopi che nel suo commento alla Regola di san Benedetto, in fondo a una pagina, scrive: «Sappiamo che ci conoscono meglio gli altri che noi stessi. Perciò dobbiamo consegnarci agli altri con fiducia». Mi vengono a questo proposito tre osservazioni.

Anzitutto mi piace della letteratura monastica questa interconnessione, questa rete di rimandi e riferimenti, o anche questo ossessivo ritornare sui medesimi temi, che si estende per circa duemila anni. Si potrebbe obiettare che anche in altre regioni del sapere esiste questa rete, per esempio nel discorso scientifico, o addirittura che tutta l’elaborazione concettuale dell’essere umano è una rete. Nel caso dei monaci, forse, si può osservare con più facilità, giacché persino la forma in cui sono espresse determinate questioni è praticamente la stessa. Come se i monaci, oltre a vivere nel proprio tempo, fossero anche tra loro tutti contemporanei.

Mi pare inoltre di intravedere qui una possibile via di distinzione netta tra cenobiti e frati da un lato – uomini e donne di comunità -,  ed eremiti e contemplativi dall’altro – uomini e donne di clausura, soli al mondo («Per un certosino», dice uno di costoro, «pensare ai suoi confratelli è spesso un ostacolo o una tentazione»).

E quindi mi dà da pensare, infine, il tema vero e proprio: gli altri mi conoscono meglio di me. Poiché, viene da aggiungere, di me colgono il puro lato pragmatico: azioni, omissioni, parole e silenzi. Cosa che per un sedicente materialista non è affatto contraddittorio.

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Fratture

Per quanto mi sforzi di comprendere, lasciando da parte qualsiasi intento polemico, mi è difficile seguire la logica della «tentazione», soprattutto per come l’ho trovata esposta tante volte nella letteratura monastica. Quella tentazione che se non viene direttamente dal Signore, da lui è comunque permessa (a partire da Giobbe).

Visto che è passato di qui da poco, cito Otlone: «[Non bisogna meravigliarsi che a Dio piaccia] che tutti siano messi alla prova. Perché non conoscerebbero davvero se stessi, né sarebbero riconosciuti da altri, se queste esperienze non li avessero resi consapevoli e provati» (quel «né sarebbero riconosciuti da altri» meriterebbe una riflessione a parte). Soltanto nella tentazione, e nella caduta, possiamo prendere veramente atto della nostra debolezza e della nostra fragilità, così da convertire il nostro orgoglio in umiltà, nella certezza che non saremo mai tentati «oltre le nostre forze». Quindi sopporta tutto, più o meno, perché ti fa bene e perché, in ogni caso, qualcuno sa che ce la puoi fare.

Ora, si potrebbe obiettare che l’errore stia proprio nel cercare una logica, ma anche chiamandolo discorso (poiché mistero mi è impossibile) rimane secondo me un punto rilevante: per sapere che le ossa si possono fratturare non ho bisogno di rompermi una gamba. Me lo dice la medicina, me lo dice la storia, me lo dice il vicino di casa che è scivolato sulle scale nonostante avesse fatto attenzione – e me lo racconta.

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Di bocca buona

In generale – forse troppo in generale? – credo sia meglio essere «di bocca buona». Non voglio dire che ci si debba trasformare in una spugna che assorbe qualsiasi cosa fino a sfiancarsi; e ammiro gli spiriti critici a oltranza, cui non va mai bene niente e sono in grado di spiegare perché. Nel complesso, però, con gli strumenti che ho a disposizione, trovo più proficuo che mi «piacciano» tante cose.

Una questione mi preme, poi, dietro tale atteggiamento un po’ semplicistico (e molto conveniente per tutti coloro che producono cose che io compro). Cioè che, sempre in generale, sono io ad avere l’onere di capire le cose, e non le cose che hanno il dovere di farsi capire da me.

Ho continuato a usare il termine «cosa» in maniera troppo vaga, ne sono consapevole, ma rimane il fatto che di fronte, appunto, alla «cosa» uscirsene con sbrigativi «Non mi piace, non m’interessa, che schifezza, non si capisce niente», e allontanarsi leggeri, mi pare una scelta di cui non andare fieri.

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Pensare (il) niente

Osservare, ascoltare, compatire, patire. Ammutolire davanti a certe immagini evocate dal grande repertorio della storia. “Sentirsi un niente di fronte alle massicce cose attuali.” O, meglio/peggio, essere una variante, combinazione di elementi di un insieme. L’apparente ampiezza di tali elementi, e ancor più il gran numero di combinazioni possibili, produce l’illusione dell’unicità. Da cui derivano molte sciocchezze, tra cui questo commovente attaccamento alle proprie opinioni.

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