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Qualcuno ci vuole (Dice il monaco, XXVI)

Dice p. Cesare Falletti, priore del monastero cistercense Dominus Tecum a Pra’d Mill, presso Bagnolo Piemonte, nel 2012:

La gente che viene ci chiede sempre: «Che ci state a fare qui, potreste andare a curare i malati, a fare tante cose…» Tutti ce lo chiedono. E la risposta è: «Me lo chiedo anch’io». Nel senso che io perché Dio distribuisce le sue vocazioni proprio così non lo so… Lui lo sa. E io credo che ci vogliono un po’ di monaci, molti insegnanti, molti medici, e che Dio nelle sue chiamate equilibra tutto. Molti preti, e poi… gente al servizio ce ne vuole tanta, gente che risponde e sta attenta a lui a nome di tutta l’umanità ne bastano pochi, ma qualcuno ci vuole.

La dichiarazione si può ascoltare (e il volto del priore di Pra’d Mill vedere) nella prima puntata della prima stagione dei Passi del silenzio, la notevolissima serie di documentari di Tv2000 dedicata ai monasteri italiani (a partire dal minuto 50′ e 21″).

 

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Preferenza esclusiva

«Non si può vivere la vita monastica senza dar ragione di una preferenza esclusiva.» Su questa frase mi sono fermato (stavo leggendo il testo di una conferenza recente e molto interessante dell’abate generale dei cistercensi Mauro Giuseppe Lepori). Sembra un concetto molto anticonformista (per mancanza di un termine migliore, che non sia «inattuale») quello di preferenza esclusiva, segno di una lealtà e di una dedizione ormai sempre più rare. Una nobile stabilità che tuttavia può anche cambiare di valore e diventare rigidità mentale, ottusità, ostilità al rinnovamento. (Questa ambiguità, tra l’altro, si rispecchia in una simile ambiguità tipica del mondo dei consumi: ogni produttore di merci sogna che il proprio cliente si assesti su una «preferenza esclusiva», e al tempo stesso è soltanto grazie al tradimento di questa preferenza che è possibile lanciare nuovi prodotti.)

Secondo l’abate Lepori tale preferenza è il distintivo della vocazione monastica, lo è verso la Chiesa, lo è verso le altre forme di vita cristiana, lo è anche verso il mondo. Il mondo, ribadisce con forza, deve vedere con chiarezza la differenza monastica, e deve essere spinto a chiederne il perché («Che cosa ha il tuo amato più di ogni altro?», Cantico dei Cantici, 5, 9). «Non è solo una liturgia che suscita questa domanda. Né il vivere in luoghi tranquilli. E neppure un modo di vivere e vestire alternativo. Neanche l’essere all’avanguardia su certe tematiche, di vita sana, ecologiche, ecc.» Il perché della preferenza esclusiva, che diventa «consacrazione preferenziale», al Mistero manifestatosi nel Cristo è la vera testimonianza, «l’apporto più prezioso che il monachesimo è chiamato a offrire alla Chiesa e al mondo».

Io trovo che questo perché i monaci e le monache lo abbiano suscitato e lo suscitino con il loro essere, con la loro storia e con le loro testimonianze, più ancora con quelle concrete – gli edifici, gli oggetti, la nozione di comunità che si sono susseguite nei secoli – che con quelle concettuali. Per me spesso è più provocatorio un chiostro, o un ufficio notturno, che una confessione o una meditazione. Queste ultime sono preziose, senza dubbio, e ne consumo sempre in gran quantità, ma credo che si situino nella zona dove la comprensione si fa più difficile. Se mi soffermo ad esempio sulla descrizione che viene tentata di quella «preferenza esclusiva», la mia mente sente sapore di tautologia: «La preferenza di Dio è la preferenza di Dio. È anzitutto la preferenza di una relazione reale con Dio in quanto Dio, un reale fermarsi in sua presenza, un reale ascolto della sua parola, nel silenzio, e fino alla profondità del nostro cuore».

Non lo so. La nube della non conoscenza?

(Mauro Giuseppe Lepori, La vita monastica 50 anni dopo il Concilio Vaticano II, assemblea generale del Service des Moniales de France, Poissy, 11‐12 giugno 2014; il testo, ovviamente molto ampio nell’impianto e assai ricco di spunti, è disponibile sul sito dell’Ordine Cistercense, qui il link diretto alla versione italiana.)

 

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Jerpoint Abbey

Jerpoint 00Jerpoint Abbey è un nobilissimo rudere cisterciense che si trova nei pressi di Thomastown, nella contea di Kilkenny (Irlanda). La fondazione risale al 1160, e nei suoi circa quattrocento anni di vita l’abbazia crebbe in potere e prestigio, sviluppò intorno a sé una cittadina (ora scomparsa) e fu al centro di molte vicende, non soltanto religiose: «Per ricchezze, onori e bellezze architettoniche», dicono le guide ottocentesche, «nessuna istituzione monastica in Irlanda superò Jerpoint».

Jerpoint 01Lo scrittore e giornalista irlandese S.C. Hall pubblicò pure delle Lines written at evening, at Jerpoint Abbey, che cominciano così (in realtà, questa è la seconda di venticinque stanze):

I gaze where Jerpoint’s venerable pile,

Majestic in its ruins, o’er me lowers:

The worm now crawls through each untrodden aisle,

And the bat hides within its time-worn towers.

It was not thus when, in the olden time,

The lowly inmates of yon broken wall

Lived free from woes that spring from care or crime,

Those shackles which the grosser world enthrall.

Then, while the setting sunbeams glistened o’er

The earth, arose to heaven the vesper song:

But now the sacred sound is heard no more,

No music floats the dreary aisles along;

Ne’er from its chancel soars the midnight prayer;

The stillness broken by no earthly thing,

Save when the night-bird wakes the echoes there,

Or the bat flutters its unfeather’d wing.

 

Jerpoint 02Nei brandelli di chiostro sopravvissuti (e in parte ricostruiti nel ventesimo secolo) ho visto una cosa che, se ben ricordo, non avevo mai visto altrove. In alcuni degli intercolunni delle poche colonnette rimaste in piedi, si possono vedere degli altorilievi molto curiosi, non tutti di argomento religioso.

 

 

 

 

Compresa questa giovane donna sorridente, con la sua mantellina, e questo paggio, forse col mal di pancia.

Jerpoint 04 Jerpoint 05

(Foto Potts)

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Questo monastero non è un albergo!

Abbazia cistercense di Thoronet (foto Potts)

Abbazia cistercense di Thoronet (foto Potts)

Sono state rese pubbliche le «Riflessioni conclusive» che l’abate generale dell’Ordine Cistercense, Mauro Giuseppe Lepori, ha pronunciato al termine della sua Relazione sullo stato dell’Ordine al XVIII Sinodo, tenutosi a Roma ai primi di luglio. Sono riflessioni molto personali, in cui spesso ricorre la prima persona singolare, e per questo assai interessanti, e attraversate da una grande preoccupazione, appena dissimulata.

Preoccupazione profonda, che va oltre la questione della sopravvivenza delle comunità: «Tante nostre comunità, umanamente considerando, possono fare lo stesso discorso [della vedova di Sarepta, 1 Re 17, 7-16]: abbiamo quel che basta per vivere ancora qualche anno, o comunque per morire in pace, poi sarà finita». L’abate generale si augura che la discussione che sta per aprirsi vada la di là del tema pratico della precarietà, che pure va affrontato, e auspica uno slancio che si racchiude in una domanda molto sincera: «Come siamo chiamati ad esprimere la nostra fiducia che anche nelle condizioni odierne del mondo, della Chiesa, delle nostre comunità, Dio ha un disegno buono, un disegno di vita, per noi e per il mondo?» Insomma, ancora una volta, che senso abbiamo noi monaci oggi? Che ne deve essere di noi?

Con la cautela, e la mitezza, di un abate generale, Mauro Lepori due risposte le tenta: autorità come accompagnamento e comunità come cantiere costante di comunione. Per quanto riguarda il primo aspetto l’abate denuncia il senso di impotenza e solitudine che talvolta avverte («l’abate generale cistercense è un po’ il presidente d’Italia. Ha pochi poteri, e quindi poca “corte”, ma siccome le altre strutture di governo sono spesso in crisi, deve comunque occuparsi di tante realtà difficili, praticamente da solo») e le difficoltà legate all’organizzazione dell’Ordine («la struttura del nostro Ordine non aiuta sempre ad affrontare i problemi con trasparenza»). È importante che i superiori e le superiore si parlino e si aiutino tra loro: accompagnino e siano accompagnati nella loro funzione, che è l’unica che, nella pratica quotidiana di discernimento e decisione, può «tenere insieme» le comunità, mantenerle vive e in cammino, sollecitandone i membri a essere anzitutto fratelli e sorelle. (A questo riguardo, tra l’altro, compare nel discorso dell’abate l’unico, criptico accenno a tensioni intramonastiche: «Poi ci sono falsi pastori o pastore, mercenari o mercenarie, che riescono a fuggire con tutto il gregge, come abbiamo visto purtroppo nel nostro Ordine, col sostegno di altri pastori-mercenari…»)

Dal modo in cui l’abate parla di comunità, seconda traccia della sua risposta, si evince come essa sia da dare tutt’altro che per scontata. È lui stesso a dirlo con inusuale franchezza: «In molte comunità non trovo comunità. Trovo un gruppo, trovo squadra, a volte esercito, ma più spesso ospiti di albergo. È un po’ come gli alberghi che servono un’impresa particolare, per esempio una fabbrica, un aeroporto, un grosso cantiere, e in cui quindi tutti gli ospiti sono più o meno dello stesso mestiere, ma in albergo ci stanno solo per lavorare altrove». No, qualunque sia l’attività cui si è chiamati, la prima ragione della comunità è la comunità stessa, la vita insieme sotto una Regola e una guida. Vita di lavoro, preghiera, meditazione, ascolto, confronto, sostegno, dialogo, silenzio, veglia e ricreazione – tutto insieme, in un «lavoro di formazione continua».

Questa è la ragione e al tempo stesso il messaggio della comunità, in una dimensione mistica, ovviamente, poiché la comunità è «inserita» nel Corpo di Cristo e ha bisogno di questo centro più ancora che dei soldi per pagare le riparazioni e le bollette, «perché senza questo centro vedo che le persone si perdono, perdono la strada, non sono felici, vivono come pagani».

 

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«Alla mercé della propria fragilità»

Monaci che parlano di monaci: si tratta forse di uno dei pochissimi casi nei quali, a differenza della maggior parte dei discorsi autoreferenti (scienziati che parlano di scienza, musicisti che parlano di musica, e così via), il tempo subisce la massima dilatazione e i Padri del Deserto diventano praticamente nostri contemporanei: abba Poemen è lì che intreccia stuoie sotto il sole cocente e intanto risponde alle nostre domande su quel che dobbiamo fare. O meglio, il discorso viene continuamente ripreso e pressoché nulla di ciò che è stato viene escluso dalla considerazione presente. È del tutto normale, ad esempio, che in un articolo dell’abate generale dei cisterciensi della comune osservanza, datato 2013, si legga una frase come questa: «Forse già con la separazione tra l’Ordine Cistercense della Comune e quello della Stretta Osservanza abbiamo rotto qualcosa di vitale della nostra identità, del nostro carisma» (abbiamo rotto, si noti, non si ruppe). E infatti, due frasi più in là pare che la controversia con Cluny sia cosa del mese scorso: «La Carta Caritatis appartiene al nostro carisma, forse anche più del desiderio di voler osservare meglio che non a Cluny la regola di san Benedetto».

Questa «continuità» del monachesimo, per lo meno di quello novecentesco, è uno dei suoi aspetti più peculiari e che più mi affascinano. Non perché il passato «non passi», bensì perché esso fa sempre comunque parte del discorso. E mi chiedo inoltre quali forme assuma il senso di comunità e di appartenenza che ne deriva. Un fiume che si ingrandisce, con il rischio forse che le acque siano sempre più lente, se non addirittura stagnanti: è una preoccupazione che mi è capitato di scorgere sovente nei testi dedicati alle «sfide» che il monachesimo contemporaneo deve affrontare, a riprova che la presenza vitale del passato non preclude che lo sguardo si diriga anche nella direzione opposta.

In questo senso trovo molto utile «Vita Nostra», la rivista dell’Associazione Nuova Cîteaux, perché ospita in ogni numero articoli di monaci e monache di oggi che si interrogano sulla loro forma di vita. Anche quando affrontano argomenti dei quali so ancor meno del solito, offrono quasi sempre spunti inattesi. Come Bernardo Olivera (ocso) che, introducendo un volume dedicato proprio al monachesimo nel XXI secolo, sintetizza così, non senza ironia, la sua visione: «Noi monaci e monache abbiamo senza alcun dubbio una lunga storia da raccontare, e con l’aiuto di Dio, abbiamo anche una storia da creare. Nel purgatorio esiste un luogo speciale riservato per i monaci e per le monache, di ieri e di sempre, che peccano per fedeltà servile alla tradizione invece di rischiare e scommettere sulla creatività per comunicare la stessa tradizione arricchita», e individua in rifondazione, rinnovamento e riforma le parole chiave per una «ri-evangelizzazione monastica» (ma, attenzione, «l’esperienza, nell’ambito della ri-evangelizzazione monastica ci insegna due cose: è più facile risuscitare un monaco morto che convertire un monaco vivo ed è più difficile far ragionare una monaca fondatrice che motivare una monaca “installata”»).

Da parte sua, l’abate generale Mauro Lepori, che citavo sopra, riassume così il suo pensiero: «La grande sfida del monachesimo dei nostri giorni è, come per tutta la Chiesa, la sfida della libertà della vocazione», e utilizza l’immagine della grande famiglia per sviluppare il tema della comunione, non soltanto dei confratelli di una casa, ma dei monasteri di una congregazione, di tutti i monaci del mondo, verrebbe da dire: «Le comunità che credono di andare molto bene perché hanno vocazioni, successo, ricchezze, e che per questo motivo credono di non aver bisogno delle altre comunità presto o tardi fanno cadute rovinose e catastrofiche. Chi funziona da solo funziona male». I monasteri di oggi sono il terreno ideale per la cultura e la pratica della comunione, a patto che si tratti di una scelta volontaria, poiché non esiste un’istituzione che la possa imporre: «Chi capisce, chi accetta e cerca aiuto sarà aiutato e andrà bene, anche se è messo a confronto con grossi problemi. Chi non lo vuole, chi preferisce camminare da solo, che si accontenta di ciò che è e che fa da solo, rimarrà realmente solo, alla mercé della propria fragilità e dei propri problemi».

Ma sta parlando soltanto ai monaci l’abate generale?

(Dom Mauro Giuseppe Lepori, L’avvenire del monachesimo e il ruolo dell’Alliance Inter-Monastères; dom Bernardo Olivera, Una visione monastica per il XXI secolo, in «Vita Nostra» IV [2014], 1.)

 

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Tenere in mano del fumo (Cluny vs Cîteaux, 2)

Giovanni Cassiano affronta l’argomento intorno al 420, nelle Istituzioni cenobitiche (IV, 30 e segg.), e lo fa dapprima raccontando la storia dell’abate Pinufio, poi riportando le sue parole. L’argomento è l’ammissione di un novizio al monastero. Siamo in quel periodo di enorme interesse in cui la Regola si sta cristallizzando, in cui mille consuetudini provate sul campo stanno per trasformarsi in una norma prevalente. Rivolgendosi a un giovane, Pinufio dice: «Tu ti sei reso conto di quanti giorni sei rimasto alla porta del monastero per essere oggi ricevuto. Ed ora devi renderti ragione di questa tua attesa». Pinufio, da parte sua, aveva atteso «per un periodo abbastanza lungo» fuori del monastero di Tabennesi, poi aveva passato tre anni al servizio del fratello giardiniere, mentre gli altri monaci si domandavano se lui fosse adatto alla loro forma di vita.

Poco più di un secolo dopo Benedetto sistema la cosa con indicazioni precise. Nel capitolo 58 della Regola colui che bussa alla porta del monastero perché vuole farsi monaco aspetterà fuori «quattro o cinque giorni», poi starà «pochi giorni» nella foresteria, quindi entrerà in noviziato. Qui farà esperienza della forma di vita e verrà istruito, dopo due mesi gli verrà letta la Regola, poi altri sei mesi di noviziato, altra lettura della Regola, altri quattro mesi e terza lettura della Regola. In capo a un anno, quindi, dopo aver riflettuto, provato e capito cosa lo aspetta, sarà accolto.

Passano i secoli e, com’è naturale, secondo alcuni, la regola si allenta. A Cluny pare che accolgano subito chi ne fa richiesta, senza seguire tutta la trafila. I cisterciensi, che si vogliono paladini del ritorno alla vera osservanza, puntano il dito contro i cluniacensi: «Voi non seguite la Regola», fate di testa vostra (ovviamente la vicenda è più sfumata). La polemica va affrontata prima che degeneri e Pietro il Venerabile, abate di Cluny, scrive a Bernardo, ricapitolando i punti della contesa (venti) e rispondendo alle accuse: è la lettera 28 dell’epistolario di Pietro, databile intorno al 1122-23.

È una lettera lunga e mirabile, one hundred percent the Venerable style. Okay, dice Pietro, «tralasciando per il momento quelle cose con le quali potremmo giustamente attaccarvi [gran maestro di tattica], risponderemo alle obiezioni che… ci avete rivolto», e al primo punto c’è proprio la questione dei novizi.

«Nell’accogliere i novizi osserviamo in maniera assoluta la Regola, poiché seguiamo quella parola che dice: Tutto ciò che il Padre mi dà verrà a me, e colui che viene a me non lo respingerò» (Gv 6, 37). La difesa di Pietro è molto interessante ed è basata su una mossa cruciale: osservare la Regola in maniera assoluta non significa osservarla in ogni suo «apice e iota», bensì seguire il Vangelo. La vita monastica non è forse una vita apostolica? E qual è il suo cuore? «Noi professiamo di seguire la regola della madre carità, che rivendica come cosa propria a se stessa il fatto che tutto ciò che avviene nella sua logica è chiarissimamente retto e non distorto, equo e non iniquo, giusto e non ingiusto»: la palla, per così dire, è ributtata in campo cisterciense. E inoltre: perché usare la durezza se con un po’ di condiscendenza possiamo salvare un’anima? Non è forse questo lo scopo di tutto? E ancora: colui che duramente respingessimo, potrebbe tornare nel mondo e perdersi, non è forse meglio evitarlo? E infine: «A tutto ciò aggiungiamo il fatto che in nome di questa considerazione della carità fraterna è lecito, soprattutto ai maestri della chiesa di Dio, trasgredire gli insegnamenti dei padri e, in vista dell’utilità delle anime, temperare i precetti delle diverse regole» – un’ammissione di grande rilievo.

Si noti che Pietro non nega mai i «fatti» di cui vengono accusati i cluniacensi, su questo come su tutti gli altri diciannove punti, tutta la sua difesa è incentrata sul distanziamento dalla lettera della Regola e su una visione più ampia, basata appunto sul comandamento della carità. Poiché tuttavia è intellettualmente onesto, cinquanta pagine dopo (sembra quasi che la sua tattica sia la presa per sfinimento) ammette: sì, voi potete comunque accusarci di trasgredire il voto che abbiamo fatto di osservare la Regola; è vero, i novizi, ad esempio, li accogliamo subito. Per rispondere, l’abate di Cluny si alza in piedi: «A ciò rispondiamo: anche se diceste ciò mille volte, noi mille volte vi risponderemmo: abbiamo fatto voto di osservare la Regola, ma non abbiamo escluso dalla Regola la carità. Se avessimo escluso la carità non si potrebbe dire che abbiamo fatto voto di osservare una regola, poiché se manca ciò che rende una regola retta non si dà più una regola». Vedete voi, commenta l’abate di Cluny con una stoccata da maestro, «o con la rettitudine seguite la regola o, senza rettitudine, seguite la deviazione. Cioè, è inevitabile che o con la carità siate in possesso della Regola, o senza carità teniate in mano del fumo».

Pietro il Venerabile, Lettera 28, in Sotto la guida del Vangelo. Cluny e Cîteaux: testi e storia di una controversia, a cura di Cecilia Falchini, Edizioni Qiqajon 2013, pp. 101-183 (l’episodio precedente della “serie” è qui.)

 

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Il fumo delle cucine (Cluny vs Cîteaux, 1)

Come dicevo, la lettura di Sotto la guida del Vangelo, dedicato alla controversia tra Cluny e Cîteaux mi ha appassionato, e ora che l’ho praticamente terminata non so da dove cominciare, tante sono le cose interessanti e che mi hanno colpito. Vi dedicherò quindi una serie di appunti non ordinati, saltando da un punto all’altro.

L’argomento centrale della polemica, in estrema sintesi, è quale sia la «vera» forma di vita monastica, incorporato nel tema dell’osservanza alla Regola di Benedetto, che viene letta e riletta fino alle virgole (dice ad esempio Guglielmo di Malmesbury a proposito dei cisterciensi che «si attengono talmente alla Regola da ritenere di non doverne tralasciare nemmeno uno iota o un trattino»). Strumento di appoggio primario dei contendenti, nella interpretazione, sono ovviamente le Sacre Scritture: alla Bibbia, opportunamente citata, si può far dire tutto. La cosa non sorprende, certo, ma un conto è averne nozione in astratto, un altro discorso è vedere il fenomeno in atto in un corpus coerente e connesso di testi. Grazie all’accurato «Indice biblico» (a me è sempre piaciuta la variante «Indice scritturistico»), scopriamo che sono citati 33 dei 46 libri dell’Antico Testamento e ben 24 dei 27 testi del Nuovo Testamento. Le fonti extrabibliche, nel complesso, non sono molte: quelle classiche meritano un approfondimento a parte, mentre quelle monastiche sono davvero poche.

Di queste ultime, una è molto divertente. Si tratta della Vita di Odone, secondo, grande, abate di Cluny dal 927 al 942. A citarla è Pietro il Venerabile, successore di Odone, in una lettera ai priori e sottopriori cluniacensi, databile tra il 1144 e il 1156, cioè ben oltre il divampare della controversia e quando lo stesso Pietro ha da tempo avviato un tentativo di riforma del suo Ordine. È una specie di circolare diretta ai «quadri», nella quale Pietro torna su un argomento in apparenza marginale, cioè il cibo, e nello specifico la carne. Il tema è stato dibattuto fino alla nausea, Pietro si è anche già pronunciato chiaramente in materia, ma lui continua a ricevere segnalazioni («mi è stato riferito, e questo non da persone superficiali o da poco») di comportamenti reprensibili da parte dei confratelli. I monaci cluniacensi, gli hanno detto, «passano di luogo in luogo e, come uno sparviero o un avvoltoio, dove vedono il fumo delle cucine, dove con le loro narici sentono l’odore della carne arrosto o cotta, rapidamente volano là». E poiché sta parlando ai suoi tira fuori Odone, «il primo padre dell’ordine cluniacense», il quale era per così dire intervenuto sulla questione con questa storia.

Un giorno, di buon mattino, un monaco era andato dai suoi parenti e aveva preteso un buon pasto. Ma non è ora di pranzo, gli obiettano, e lui irritato: Che diamine, ho cavalcato tutta la notte, per obbedire a un comando, e ora volete che digiuni? Di pronto c’è del pesce, gli rispondono, e lui ancora più irritato, si guarda intorno, adocchia una gallina, la tramortisce con un colpo di bastone e sbotta: «Ecco, questa, questa oggi sarà il mio pesce!» I parenti azzardano un «ma, padre, ti è consentito mangiare carne?» È davvero troppo, bisogna metterli al loro posto, ignoranti che sono: «I volatili non sono carne», sentenzia il monaco. «Volatili e pesci, infatti, hanno la stessa origine e sono creati allo stesso modo, sicut noster hymnus continet.» In un attimo la gallina è sul fuoco, ma «quand’era già un buon tempo che la stavano arrostendo egli, impaziente, per lo stimolo della gola e come mosso dalla frenesia, si gettò sulla gallina, ne estrasse un boccone e se lo infilò in bocca. E subito, dopo averla masticata, provò a ingoiarla, ma non vi riuscì». Il boccone non va né su né giù, altri accorrono, grandi pacche sulla schiena e sul collo («pugnos tamen et cervicatas»), «ma non vi fu nulla da fare», e il monaco, senza nemmeno poter confessare i propri peccati, «in un istante morì».

Vedi cosa accade a mangiare carne quando non si deve…

Pietro il Venerabile, Lettera 161, in Sotto la guida del Vangelo. Cluny e Cîteaux: testi e storia di una controversia, a cura di Cecilia Falchini, Edizioni Qiqajon 2013, pp. 465-76; la Vita di Odone si può leggere in PL 133, l’episodio è raccontato in III, 4.

 

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The Monk Club

Sono molto contento di aver scoperto «Vita Nostra», la rivista dell’Associazione «Nuova Cîteaux» che ha avviato una nuova serie nel 2011, e mi ci sono abbonato subito, perché offre la possibilità di accedere a testi di carattere interno dell’Ordine Cistercense: conferenze, documenti, interventi e dossier, di autori e autrici di diversa provenienza e diversa posizione gerarchica, che, oltre a temi storici, affrontano anche problemi del monachesimo contemporaneo, con salutare chiarezza. Il panorama che se ne ricava è vario, complicato e, appunto, problematico. Non che prima nutrissi la falsa immagine di un Ordine compatto, uniforme e ottusamente unanime, tuttavia leggere direttamente alla fonte quali sono i punti di maggiore attrito e le preoccupazioni più ricorrenti sposta la nozione a un livello di precisa concretezza.

Attriti e preoccupazioni che si concentrano intorno al tema della formazione delle nuove leve – diciamo così –, non a caso posto in apertura dell’editoriale di s. Maria Francesca Righi, sul numero 1, e al quale è dedicata una sezione fissa. «Più visito le comunità», scrive l’abate generale Mauro Giuseppe Lepori (ocist), «e più mi accorgo che il problema della formazione è il problema cruciale del nostro Ordine (e di tutta la Chiesa)». Dopo un passaggio preliminare – ho visto e in parte letto i primi cinque numeri – mi limito a prendere qualche appunto, in vista di successivi approfondimenti.

Le persone che arrivano oggi a un monastero, e chiedono di entrarvi (evento che viene esplicitamente definito «un miracolo»), lo fanno spinte sia da un desiderio positivo di ricerca spirituale ed esistenziale (in risposta alla «chiamata»), sia da un desiderio negativo di alternativa al mondo da cui vogliono distanziarsi e del quale tuttavia sono molto più imbevute rispetto a un tempo (per ragioni anagrafiche e culturali). Se lo portano dietro, il mondo, sotto forma di aspettative, che riversano talvolta impropriamente sulla comunità monastica, andando incontro al più classico dei «bruschi risvegli». Scrive dom Guillaume Jedrezjack (ocso): «Dopo il primo periodo di euforia che segue ogni conversione, si assiste più o meno rapidamente a un cambiamento, nella maggior parte dei monaci e delle monache, spesso dopo la professione solenne. Fino a quel momento essi spendevano ogni energia nello sforzo necessario per appartenere alla comunità […]. E poi arriva la fase delle disillusioni, con la quantità di disintegrazioni».

La preoccupazione dei superiori è che i monasteri siano percepiti come «dei club dove si entra per realizzare la propria vocazione personale di cui la comunità e i superiori devono solo essere i funzionari» (ancora l’abate Lepori). Il monastero come una palestra cui iscriversi per tornare in forma, in preparazione di competizioni future, mentre se c’è una cosa che credo di aver capito è che il monastero è il luogo dove cimentarsi, tra l’altro, con lo scardinamento sistematico  della propria «forma» (mentale, o spirituale, e fisica, mi vien  da dire), per mettersi sulla «via della vita».

Oppure, scrive la badessa di Vitorchiano Rosaria Spreafico (ocso), «ci troviamo di fronte a persone per le quali non è ovvio porsi con profondità – assumendone il rischio – le domande costitutive per cercare il significato unico e unificante dell’esistenza umana.» Sono cariche delle contraddizioni del mondo, e pertanto frammentate e fragili, eppure disponibili ad accettare la sfida della vocazione, anche se non sanno esattamente nemmeno quale sia la posta. «Difficilmente», continua la badessa, «oggi si presentano persone dialettiche, critiche e contestatrici della proposta di vita e di obbedienza che ricevono, ma la loro disponibilità deve essere purificata e trasformata.» E il corsivo è dell’autrice.

«Vita Nostra» – Rivista periodica dell’Associazione «Nuova Cîteaux».

 

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Fratelli, il ciuffo non si addice

Sul finire del Cinquecento papa Clemente VIII (quello di Giordano Bruno) spedisce d. Domenico Boerio, chierico della Congregazione di San Paolo (i Barnabiti) a visitare l’abbazia cisterciense di Santa Maria di Staffarda. Il barnabita, «uomo grandemente pratico di dare incamminamento sodo alle nuove fondazioni», come apprendiamo altrove, va e relaziona. Le sue note si sono conservate dentro gli «enormi faldoni» che raccolgono le carte dell’erudito cisterciense Ferdinando Ughelli, cioè i manoscritti latini 3204-3249 del fondo Barberini presso la Biblioteca Vaticana. Grazie a un articolo di Stefano Pagliaroli, che ne ha condotto uno «spoglio sistematico – foglio per foglio e linea per linea», possiamo avere un assaggio, assai gustoso, di queste note. (Tutto l’articolo peraltro è molto interessante.)

La situazione a Staffarda è molto compromessa. Tanto per cominciare non c’è una biblioteca, soltanto un paio di casse di libri («malissimamente tenuti, carichi di terra») abbandonate in una stanza. C’è qualche scaffale nel chiostro, «luogo assai humido», e i monaci «dicono che ivi si studia: Dio sa come studiano».

Nella cucina regna il caos, ogni osservanza è saltata. Tutti i monaci vi entrano a piacimento, anche per scaldarsi, mentre non dovrebbero, e vi perdono tempo «in ciancie, burle et troppo inutilmente». La preparazione del cibo è affidata a un laico, pagato dall’abbazia, «et, nell’hora di pranzo, quando si magna, molti de’ monaci stanno in cucina a farsi cuocere chi una cosa et chi un’altra in particolare oltre quello che si dà in comune». Il «cucinaro… sa molto bene i portamenti de’ monaci et frati», ma tiene la bocca chiusa. Non parliamo delle cantine! Oltre alla comune, l’abbazia ospita quella di un oste e quella del fittavolo, e poi c’è quella del priore, che ci tiene il vino prodotto da «due vigne del suo beneficio» e di cui fa commercio.

L’archivio è chiuso, e il priore non ricorda nemmeno se ne esistano le chiavi. I «disordini» non si contano. Troppi secolari entrano ed escono dal monastero. Persino l’officina tonsoria è fuori controllo – e qui la citazione estesa è inevitabile…

«Hanno un luogo deputato all’officio della barbaria, assai sordido, ma fra di loro non ci è chi esserciti l’officio di barbiere et si servono di secolari a i quali danno certo salario l’anno. Et, facendosi a’ monaci et a’ frati la corona, non s’adopra rasoio, ma si tagliano i capelli con forbici, in modo che la corona non si fa così bene. Anzi, quando l’habbiamo visitati, pochi l’havevano et molti havevano capelli longhi, massime sopra il fronte, che “facevano”, come si dice, “il ciuffo”: et stava male. Se gli comandò si facesse la corona: et fu fatto.»

(Da: Stefano Pagliaroli, Spigolature ughelliane, in «Rivista Cistercense» XXIX [2012], 3, pp. 275-297.)

 

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Rissa tra monaci

Dopo aver scritto («certamente prima del 1170») la vita del suo amatissimo abate Aelredo di Rievaulx, figura di primissimo piano dei cisterciensi, e uno dei «quattro evangelizzatori di Cîteaux», Walter Daniel riceve molte critiche. Ha esagerato, ha proposto miracoli senza portare testimoni, ha usato espressioni forvianti. Ed è così amareggiato e indignato per queste critiche che poco dopo redige una Lettera a Maurizio (probabilmente il predecessore di Aelredo) per respingerle e confutarle. Il testo è sopravvissuto poiché l’autore stesso ha finito con l’anteporlo alla Vita di Aelredo di Rievaulx, per evitare ulteriori controversie («Ho posto separatamente questa lettera all’inizio del nostro libretto in modo che vi si possa ricorrere come a un indice, soprattutto nel caso in cui, riguardo ai fatti, si rivelasse necessario produrre il nome dei testimoni»). Tutta la vicenda di Aelredo, per non parlare dell’opera, merita un’attenzione speciale, ma qui è scattata prima la curiosità per un episodio singolare.

Walter si premura anzitutto di citare estesamente i testimoni dei fatti narrati, poi di rivendicare il diritto dello scrittore di usare le armi della retorica e infine di aggiungere altre storie a riprova della santità di Aelredo. Santità che ha la sua radice primaria nella carità dell’abate, capace di sopportare le offese più gravi e di amare senza riserve anche i nemici più maligni. «Io, miserabile qual sono», scrive Walter, «porto l’abito monastico, sono tonsurato, indosso la cocolla, ed è come tale che parlo, che dico, che attesto, che garantisco, che giuro, giuro al cospetto di Colui che è la Verità stessa, Cristo nostro Signore: mi stupisco di più davanti alla carità di Aelredo di quanto mi stupirei se avesse risuscitato quattro uomini da morte.»

Era tormentato da tanti guai di salute, Aelredo, e un giorno, distrutto da una colica particolarmente dolorosa, è sdraiato su una stuoia davanti a un camino: «Tutto il suo corpo, come un foglio di pergamena posto vicino a una fiamma, era a tal punto accartocciato che sembrava avere la testa direttamente tra le ginocchia». Walter è seduto vicino a lui, molto triste. Ed ecco che arriva un «monaco epicureo, dall’aspetto taurino [quidam epicurus monachus… aspectu taurino]» e aggredisce l’abate, dapprima verbalmente, poi, afferrata a due mani la stuoia, lanciando letteralmente il sofferente nel fuoco: «Ah, miserabile! Ora ti uccido!… Che fai lì disteso, impostore della peggior specie, individuo assolutamente inutile e sciocco», adesso ti faccio vedere io! Walter reagisce e agguanta l’energumeno per la barba, ma quello è più grosso e, in poche parole, lo mena. Lo strepito è tale che sopraggiungono altri monaci, i quali, visto lo spettacolo, «non desiderano altro che mettere le mani addosso [inicere manos] a quel figlio della peste». Ma prima che la situazione degeneri, si leva la voce di Aelredo: «No, no, ve ne prego! No, figli miei!… Sono tranquillo, non sono ferito, non sono turbato», anzi, sono riconoscente al confratello che buttandomi nel fuoco mi ha purificato.

Così dicendo, Aelredo prende tra le mani il capo del monaco violento, lo bacia e lo benedice e «non diede ordine di espellerlo dal monastero, né di bastonarlo; non comandò di legarlo come un pazzo furioso, né di metterlo in ceppi; non permise infine che nessuno gli rivolgesse una sola parola di biasimo». È contro di me che ha peccato, e solo io potrei vendicarmi, ma non lo farò mai, perché la perfezione passa attraverso queste prove, ed «è così che saremo salvati». «Talionem non reddit», commenta Walter, chi sarebbe capace di tanto?

Walter Daniel, Lettera a Maurizio, in Vita di Aelredo di Rievaulx, a cura di A. Tombolini, Jaca Book 2012, pp. 173-211.

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