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Concentrato d’uomo e salsa di monaci

«In che senso un monaco può essere detto laico o, viceversa, un laico essere definito monaco?» Da interrogativi come questo muove il saggio molto interessante del padre benedettino Giulio Meiattini, pubblicato sulla rivista «Ora et Labora» del Monastero San Benedetto di Milano con il titolo di Monaci e laici.

Per fissare il concetto di laicità l’autore si basa sulla ricerca della filosofa Annalisa Caputo, secondo la quale, in estrema sintesi, l’essere laico si identifica con l’umanità dell’uomo, e con il suo essere responsabile della terra condivisa, dell’ambiente sociale, della comunità, del tempo: «Tutto questo è laicità in quanto è “comune” a tutti, perché è l’umanità dell’uomo nel suo essere al e nel mondo». Da ciò deriva che il laico è il mediatore per antonomasia, colui che fa emergere ciò che è comune «attraverso il dialogo, la collaborazione, il confronto». La secolarità in cui è immerso il laico, cioè l’essere umano, è dunque apertura, pluralità, attenzione a ciò che lega, rifiuto di ciò che allontana.

Sull’altra sponda sta il monaco, «colui che si distingue dal comune», anche numericamente («solo pochi, statisticamente, sono monaci, anzi pochissimi»), colui che sta a parte. In questa prospettiva, se la laicità coincide con l’esssere uomo, e il monaco in qualche misura è alternativo al laico, «il monaco può ancora, e fino a che punto, dirsi uomo, appartenente al mondo e dunque laico? I monaci (e i religiosi in genere) non contraddicono, con la loro scelta di distinzione, l’appartenenza alla comune casa mondana e umana?»

È possibile superare questo falso dilemma, secondo Meiattini, ricorrendo all’originaria definizione di vita monastica come vera philosophia. Nell’antichità il filosofo è colui che cerca la verità unica e universale oltre i fenomeni, non soltanto teorizzando ma anche praticando veri e propri esercizi ascetici e spirituali. In questo senso il monaco-filosofo fa lo stesso, «i monaci – in quanto dediti a ricordare praticamente, oltre la pluralità e la dispersione degli enti, … l’essere comune e l’Essere fondante… – non hanno mai preteso fare altro che ricordare a se stessi, e così alla chiesa e all’umanità intera, ciò che è comune per eccellenza, perché assoluto e universale». Dunque il monaco è «forse laico per definizione», concentrato senza distrazioni sulla condizione umana e sul suo limite, e aperto sia all’essenza sia alla differenza, «consacrato a ciò che è comune per eccellenza».

Le due dimensioni sono primarie e costitutive, il tutti e l’uno, e l’autore allarga la riflessione agli spunti del cosiddetto «monachesimo interiore», quel filone di pensiero che considera il monaco come archetipo, precendente le stesse fedi religiose. Il laico ricorda al monaco che c’è un mondo, una casa comune; il monaco ricorda al laico che c’è un monastero, una cella (un’infinità di celle). Sono due poli che convivono e che non possono trascurarsi a vicenda. Il suggestivo approdo di Meiattini è in una parafrasi della famosa definizione di Evagrio: se, come dice Evagrio, il «monaco è colui che, separato da tutti, a tutti è unito», allora il «laico è colui che, unito a tutti, da tutti è separato».

È una formulazione interessante, sulla quale ragionare. Unità e separatezza: come non riconoscere la realtà di tale compresenza, anche prescindendo dalla cornice della fede? A questo quadro, tracciato con logica e razionalità, e in cui forse l’unico tratto che mi disturba è una certa presunta inevitabilità (come quando l’autore si rivolge a «credenti o meno», oppure quando mette in guardia contro il laicismo e la sua pretesa di autonomia), mi limito ad aggiungere tre note. Anzitutto, mi piacerebbe inserire nella riflessione il fatto che la tradizione prevalente preveda una comunità di monaci, che può essere sì simbolo di quella più grande, ma anche alternativa. Poi, sul versante dell’unità, ricorderei il ruolo non soltanto negativo del conflitto (direi presente anche nella scelta monastica): per quanto sia ossessionato dalla mediazione, so che ciò deriva dalla mia paura del conflitto, senza il quale, per semplificare, i salti non si compiono. Infine, ossessionato anche dalla separatezza, non dimenticherei che in agguato sul fondo dell’individuo, se così si può dire, potrebbe non esserci l’unicità, bensì la sostituibilità.

Giulio Meiattini osb, Monaci e laici, in «Ora et Labora» LXVII (2012), 2, pp. 155-65.

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«Mentre vi guardo» di m. Ignazia Angelini (pt. 2)

(la prima parte è qui)

C’è poi un livello più denso di riflessioni nel quale l’autrice prova a definire i tratti più specifici dell’essere monache, riflessioni che muovono dal concetto di «unicità imperfetta» dell’individuo (la formula è mia). Il monastero è «una comunità che mette a tema l’imperfezione» ed è al tempo stesso un progetto fondato sulla tesi che «non ci sono persone umane incompatibili». È il luogo dove ci si apre in piena gratuità all’altro (e attraverso di esso all’Altro). L’altro è il tu senza il quale non c’è io: «Se qualcuno non mi chiama io non esisto», e nel monastero l’altro per così dire si radicalizza. Anzitutto perché non è scelto (cosa che in verità avviene anche altrove) e in secondo luogo perché ci tiene costantemente sotto osservazione – pure questo accade anche in altri ambiti, ma nel chiostro non ci sono maschere: «Noi monache viviamo sempre insieme sotto gli occhi le une delle altre e sempre nello stesso luogo, non abbiamo ambiti diversi. In un certo senso siamo costrette ad avere un unico volto. La stabilità monastica è una condizione di autenticità perché ti impedisce di bluffare, di nasconderti». Questa scelta, anzi questa «chiamata», esplora in profondità la dimensione dell’unicità («La sfida monastica si basa sulla convinzione che il cuore umano è uno e che rimane se stesso in qualunque situazione»), che l’autrice si spinge a definire «la dimensione monastica dell’esistenza umana», quella per la quale la verità di un individuo, di una «persona unificata», risiede «nel corrispondere allo stesso nome, il proprio, sempre».

Tale «vocazione» si fonda sul concetto, appunto, di unicità di ogni esistenza, un terreno sul quale non posso seguire l’autrice: l’unicità «della mia corporeità, del mio essere umano, del mio patrimonio cromosomico» è puramente accidentale, la definirei un fatto combinatorio, e non penso che la mia esistenza sia un novum che cambia l’universo. «Se non pensi questo», avverte la badessa, «allora tiri a campare»: bene, vorrà dire che tiro a campare.

Posso essere affascinato dall’immagine di «una umanità riconciliata attraverso la lotta intorno alle passioni», anche più che affascinato, ma la storia della specie cui appartengo mi suggerisce diversamente. E posso senz’altro seguire l’autrice sul fatto che non mi chiamo da solo, ma non vedo come la relazione fondi la fede, o meglio, e vorrei esprimermi bene, non vedo qui la rilevanza della fede. «Io credo sia praticamente impossibile che un uomo onesto e senza risentimenti sia ateo», dice la badessa, che non concepisce come l’alterità non abbia un nome, anzi un Nome, che per lei è Gesù. Incassati la disonestà e i risentimenti, io di nomi potrei farne una lista abbastanza lunga, e quelli mi bastano, nel senso che sono più che sufficienti per tentare di orientare le mie azioni.

E mi sia concessa una punta di irritazione di fronte all’insinuazione: tu dici di non credere, ma in realtà non può essere così. Io credo alle persone che affermano di credere, non dico loro che, in realtà, inseguono l’ippogrifo, mi farebbe piacere essere trattato alla stessa maniera.

(2-fine)

Madre Ignazia Agelini, Mentre vi guardo. La badessa del monastero di Viboldone racconta, a cura di Pierfilippo Pozzi, Einaudi 2013.

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«Mentre vi guardo» di m. Ignazia Angelini (pt. 1)

Da tempo ormai le case editrici laiche frequentano con regolarità gli argomenti monastici, non soltanto dal punto di vista storico, un filone di consolidata tradizione, ancorché meno forte in Italia, ma soprattutto da quello delle testimonianze dirette, sia sotto forma di reportage e interviste, sia proprio di testi di priori, eremiti e badesse. Non ho mai avuto problemi ad acquistare volumi dell’editoria religiosa – e perché, poi? –, ma di certo non mi faccio scappare un libro come quello appena pubblicato da Einaudi: Mentre vi guardo, della badessa dell’abbazia benedettina di Viboldone Ignazia Angelini (classe 1944, a Viboldone da quasi cinquant’anni). Anzitutto perché già nel titolo, in quel «vi», c’è un senso, se non di dialogo, per lo meno di indirizzo, e poi perché, dal momento che respiriamo la stessa aria, mi pare meno irragionevole confrontarmi direttamente e idealmente ribattere.

Il libro ha due centri di gravità. Anzitutto le pagine dedicate al monachesimo di oggi, che sono di grande interesse e non possono che essere lette con attenzione. Dalle considerazioni sulla clericalizzazione dei monasteri (ma il versante femminile, per ovvi motivi, si è difeso meglio, al punto che «credo che la vera anima monastica abbia mantenuto di più il suo senso originario proprio nell’ambito femminile») e sul peso della gerarchia ecclesiastica maschile («lo sguardo indagatore dei signori di curia»), alle riflessioni sulle aspettative sbagliate che nutrono le giovani monache («l’idea che la donna monaca fa “diverso”, fa “fino”»); da qualche nota mesta per una forma di vita controcorrente («come espressione della tradizione monastica, noi stiamo sempre più lottando con un mondo che va in direzione opposta, ma non so quanto il nostro messaggio arrivi») e destinata probabilmente all’assoluta marginalità («diventa sempre più improbabile che molti monasteri, nati in momenti di sovrabbondanza di domanda religiosa, reggano l’impatto con la contemporaneità»), a leggere punte polemiche, sempre temperate e rispettose, contro la qualità «generalmente desolante» della liturgia, contro certe strumentalizzazioni («come tutte queste Madonne che trasmetterebbero presunte rivelazioni») e ancora contro lo snaturamento dei monasteri come centri culturali o, peggio, luoghi di «turismo spirituale».

Fin qui tutto bene, si potrebbe dire. La seconda area tematica ospita un confronto più generale con questioni sociali ed esistenziali: la badessa, più che legittimamente, tengo a precisare, parla del nostro mondo, ci parla. E lo fa stigmatizzando circostanze e fenomeni: i rapporti di oggi sono degradati («c’è stato un terremoto fondamentale per cui sentimenti come l’invidia, la gelosia, la brama di possesso non sono stati debitamente istruiti della loro forza distruttrice dei legami»); il mito della realizzazione di sé e la retorica di quello che lasciamo a memoria del nostro passaggio nel mondo (a questo proposito trovo del tutto mal posto il riferimento al «fondatore della Ford» che non avrebbe «cambiato niente»); l’eterno adolescente che incolpa di tutto i padri, o addirittura il Padre; lo «straniamento dell’umano dall’umano» (che sarebbe all’orgine della crisi planetaria, «che è meglio vada alle sue conseguenze ultime, così che si possa avviare una nuova partenza»); la «comunicazione disimpegnata» che si consuma attraverso le immagini; la «gnosi contemporanea, laica», incarnata soprattutto da psicoanalisi, astrofisica e neuroscienze; la stessa vicenda della nave Concordia, che diventa emblema di «un’ipocrisia istituzionalizzata» (non mi convince molto la chiamata in correo, come anelli di una catena, degli armatori e persino «delle persone che credono che per fare il viaggio di nozze si debba esprimere la felicità in questo modo su una crociera del genere, tra sale giochi e solarium. È un’espressione dell’Italia di oggi… un’immagine veramente aberrante rispetto alla realtà»). Anche qui tutto bene: non sono d’accordo, ma questo non è importante.

(1-continua)

Madre Ignazia Agelini, Mentre vi guardo. La badessa del monastero di Viboldone racconta, a cura di Pierfilippo Pozzi, Einaudi 2013.

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Vivere insieme (pt. 2)

(la prima parte è qui)

La Regola, si diceva: «Essa è accolta da coloro che vivono in quel luogo e diventa la garanzia di una vita comunitaria di qualità». La Regola non è né subita né osservata, è scelta, questa volta sì, all’interno di un percorso che altri hanno già compiuto. Con una precisazione anche qui fondamentale: «La Regola di Benedetto non è stata scritta prima di essere stata vissuta», cioè è stata scritta dopo che ha dato i suoi frutti. Il punto della Regola è proprio nei frutti che ha dato e dà, oggi, ed è per questo che la lettera non deve prevalere, e non prevale, sull’esperienza. «La vita è sempre più forte… Per fare questo legame costante tra regola e vita è necessaria una parola autorevole, un responsabile: è l’abate» (qui Piovano cita B. Rollin).

L’abate, grazie a quel meccanismo – che talvolta mi sento di definire miracoloso – che è il discernimento, è la garanzia  della «circolazione e della crescita di questa vita», è al tempo stesso il custode della Regola e il primo servitore della vita di tutti i giorni, colui che «rende fecondo lo scarto tra regola e vita». Vale la pena citare qui per esteso un passo che contiene tra l’altro, con il consueto garbo che vige tra i monaci di oggi, uno spunto polemico interessante.

«E in un certo senso non esiste la regola di Benedetto come modello di vita stretto, ma comunità che vivono, nella loro specificità e nelle condizioni di vita che costituiscono il loro tessuto storico, la regola di san Benedetto. La pretesa di vivere la regola sine glossa è, in qualche modo, un fallimento, perché rischia di uccidere la vita e di fatto tende ad eliminare questa quarta coordinata proposta da Benedetto.» L’abate è il fulcro dell’equilibrio tra obbendienza «infantile» e contestazione in nome della libertà: «Chi rifiuta di dipendere da una legge e di accettare di ricevere la vita da un altro, non può essere monaco secondo la RB. È un test importante le cui conseguenze sono antropologiche e spirituali».

Quindi. Insieme, per scelta ma senza scegliere i compagni di strada, e non da soli come i pur stimati eremiti (che peraltro, secondo Piovano, nella lettura di Benedetto sono cenobiti maturati. Non c’è eremitismo senza prima, e verrebbe da dire anche dopo, vita in comune). Nello stesso posto, e non come i girovaghi, che sono sempre soltanto ospiti del mondo e degli altri. Secondo uno stile prefissato, e non seguendo il proprio, isolato volere, come fanno i sarabaiti che «considerano santo tutto ciò che corrisponde al loro modo di pensare e ai loro desideri, mentre ritengono illecito ciò che non è di loro gradimento». Accogliendo infine le decisioni di una guida, che, Piovano tralascia di ricordare, viene comunque eletta.

Le assonanze sono molte e, come dicevo prima, mi pare che alla fine un grande sforzo sia profuso per ottenere adesso un risultato. Certo, rimane la domanda, implicita anche nel concetto di «guida»: per andare dove? Ma se invece di «alla vita eterna», si rispondesse «da nessuna parte», cambierebbe poi molto?

(2-fine)

Adalberto Piovano, Vivere insieme, sotto una regola e un abate (RB 1), in «Ora et Labora, LXVII (2012), 1 (gennaio-giugno), pp. 13-23.

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Vivere insieme (pt. 1)

Con mia grande soddisfazione ho perfezionato finalmente l’abbonamento a «Ora et Labora», la rivista semestrale curata dalle Benedettine dell’adorazione perpetua del Monastero San Benedetto di Milano e giunta alla sessantasettesima annata. Soddisfazione per via dell’intestazione della rivista, «Quaderni di interesse monastico», che riassume perfettamente la mia modesta intenzione, e soprattutto perché mi pare rappresenti uno splendido laboratorio di riflessioni di monaci e monache di oggi su se stessi. Ho ricevuto i due numeri del 2012 e ad apertura vi ho trovato subito una conferma nel breve testo del p. Adalberto Piovano, del monastero di Dumenza, intitolato Vivere insieme, sotto una regola e un abate (RB 1). Una riflessione, appunto, che ha anzitutto quel sapore speciale di un «fatto» che, al di là delle vicende storiche, è sempre presente e al tempo stesso in rapporto a un esordio vecchio di più di mille anni.

C’è un capitolo della Regola, si domanda Piovano, in cui è racchiusa l’essenza della forma di vita monastica? Della sua struttura concreta prima ancora che del suo ideale? Sì, è il capitolo 1, e più esattamente il versetto 2: «Il primo [genere di monaci] è quello dei cenobiti, ossia di coloro che vivono in un monastero e obbediscono a una regola e a un abate».

«Credo», afferma Piovano, «che abbiamo qui le quattro coordinate della vita monastica proposta da Benedetto e quella che anche noi desideriamo vivere»: vivere insieme; un luogo preciso; uno stile di vita; una guida, un padre. Fin qui, posso dire, c’ero arrivato anch’io, ma è nel commento ai quattro punti che ho trovato nuove e interessanti indicazioni per una maggiore comprensione.

Anzitutto la sottolineatura della vita in comune, che va intesa come una realtà più concreta della stessa «comunità» (molto in voga, oggigiorno): «Qui si parla di… una vita in cui ognuno si affianca all’altro quotidianamente… in cui ogni cammino dell’altro diventa una storia comune». Con una precisazione fondamentale, la gratuità: «Non si è scelti e questo differenzia, in un certo senso, da un’altra forma di vita comune, che è una coppia o una famiglia». Non ci si sceglie, non si sceglie il monastero, vi si è chiamati, da e in vista di un bene superiore.

Osservo a margine di questa sottolineatura, tuttavia, una cosa che mi ha sempre colpito. Anche considerando questo bene superiore e «futuro», nondimeno un’immensa quantità di energia umana viene spesa per il «funzionamento» della comunità, oggi, sabato 15 dicembre 2012, e poi domani, e dopodomani, e posdomani l’altro, a riprova che tale «funzionamento» rappresenta un valore, adesso. E potrei aggiungere, sempre dalla mia prospettiva disassata, che ciò pare un bene sia che si tratti di un’attesa di qualcos’altro o no.

Questa vita in comune, poi, ha bisogno di un luogo delimitato, simbolico e concreto, dove si sta, dove si compiono i riti della propria fede, ma dove ci si preoccupa anche della pattumiera. E l’unione di riti e pattumiera, senza fratture, è permessa da uno stile di vita: la Regola.

(1-continua)

Adalberto Piovano, Vivere insieme, sotto una regola e un abate (RB 1), in «Ora et Labora, LXVII (2012), 1 (gennaio-giugno), pp. 13-23.

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Tutti i Santi Monaci

Non sapevo – come milioni di altre cose – che oggi, 13 novembre, si celebra la festa di «Tutti i santi monaci e monache che sono vissuti secondo la Regola di San Benedetto» (mentre domani, 14 novembre, si commemorano tutti i monaci e le monache defunti).
Il «proprio» della liturgia del giorno prevede per le lodi mattutine un inno gregoriano molto poetico: il Salvete, cedri Libani, che pullula di «praterie celesti», di brezze e «pii venticelli», di ramoscelli e «puri ruscelletti».
Qui lo si può ascoltare, e seguire, nell’interpretazione di Giovanni Vianini, direttore della Schola Gregoriana Mediolanensis.

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Abbazia di Pluscarden, una visita

(Foto Potts)

Durante il viaggio in Scozia che abbiamo fatto questo mese, siamo andati a visitare l’abbazia benedettina di Pluscarden, nei pressi di Elgin (diocesi di Aberdeen), perché è l’unica in tutta la Gran Bretagna ancora attiva nella sua sede originaria. I monaci vi sono rientrati nel 1948, dopo quasi quattro secoli di abbandono, e i lavori di ricostruzione sono ancora in corso… ma queste sono tutte informazioni che si possono trovare sull’esauriente sito dell’abbazia.

La strada per giungervi (una «single track road» come tante in Scozia) sembra fatta apposta per creare la giusta aspettativa e introdurre all’atmosfera di ritiro dal mondo, alla potente carica di pace, raccoglimento e meditatività del luogo. L’ultimo, breve tratto si compie a piedi, per ritrovarsi improvvisamente di fronte al complesso abbaziale e pensare ancora una volta a come i monaci sapessero scegliere con sapienza i luoghi.

La visita vera e propria è limitata ai due transetti della chiesa e a due cappelle collegate, dalle quali si può gettare uno sguardo al coro. Poco distante, si può entrare anche nel cimiterino ombreggiato.

(Foto Potts)

Nell’ordine abbiamo incontrato un anziano monaco, che si è eclissato nell’edificio principale camminando molto faticosamente, un giovane confratello seduto all’organo, intento a provare qualche brano, e un monaco giardiniere che rasava il prato a bordo di un trattorino. Naturalmente siamo andati allo shop, dove ho preso un medaglietta di san Benedetto (ne ho un certo numero), un vasetto di balsamo antidolorifico al miele, un cd di canto gregoriano con la liturgia di san Columba cantata proprio dai monaci di Pluscarden e tre volumetti. Tre di quei tipici esempi di pubblicazioni monastiche difficili da trovare nei circuiti normali e di cui sono molto ghiotto.

Anzitutto un numero (il 157, datato «Quaresima 2012») di Pluscarden Benedictines, il notiziario dell’abbazia, dove tra le altre cose si può leggere un estratto degli «Annals» (novembre 2011 – gennaio 2012), redatti da brother Matthew e in cui sono riportati fatti di diversa importanza e trovano spazio anche notazioni lievi, ma non per questo meno significative. Il 7 dicembre, ad esempio, è nevicato: pochi centimetri nella valle «which now looks very beautiful»; il Natale è passato felicemente, e il giorno di Santo Stefano «we had our usual steak and kidney pie for lunch»; al primo del nuovo anno, durante la ricreazione serale (Guadeamus) «we watched For a Few Dollars More [Per qualche dollaro in più], which we all enjoyed»; e poi le partenze, gli arrivi, le visite, i lavori e, evento cruciale di inizio anno, l’introduzione del nuovo orario (un articolo apposito informa che l’importante novità è stata oggetto di una «extensive consultation, in which every monk in solemn vows was free to  make any comment or suggestion he liked», dopo la quale il consenso è stato unanime).

Il secondo acquisto è stato un album fotografico, In This Place I Will Give Peace, che racconta per immagini i nuovi primi cinquant’anni dell’abbazia (1948-1998). I documenti visivi dei lavori di restauro e vera e propria ricostruzione, e delle cerimonie ufficiali, sono intervallati da ritratti di monaci che sono vissuti e morti o sono tuttora viventi nell’abbazia. Per la maggior parte sono immagini non premeditate e spesso commoventi, che trasmettono con evidenza quel senso di particolare attaccamento fisico e spirituale che una comunità monastica può generare nei confronti del luogo nel quale ha pronunciato il voto di stabilità: dom Benedict alle prese con le sue api, br. Dronstan sorridente con un martello pneumatico in mano, br. Michael tutto contento alla macchina per cucire e dom Edmund «in his beloved greenhouse».

Infine Our Purpose and Method dell’abate Aelred Carlyle, figura complessa del monachesimo britannico e fondatore nel 1895 della prima comunità benedettina anglicana (dalla quale, dopo il passaggio al cattolicesimo, deriverà la comunità di Pluscarden). Un documento interessante, al quale probabilmente dedicherò qualche nota a parte.

Dimenticavo la nota di colore. Mentre eravamo allo shop è entrato un monaco e, giocoforza, abbiamo scambiato due parole, very benedictine e very british. Come mai siete venuti proprio qui, dove siete diretti, che splendida giornata, ecc. Da dove venite? Italia, Milano? «Ah, ci sarebbe piaciuto che Armani ci disegnasse il saio, ma non poteva…»

(Oltre alle molte immagini presenti sul sito, si può vedere anche questo breve montaggio di presentazione dell’abbazia.)

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A gran colpi di martello (Catherine Mectilde de Bar)

Comincia così un nuovo capitolo della mia ossessione. Scorrendo un elenco di remainders ho notato un volume di Lettere alle monache 1641-1697 di Catherine Mectilde de Bar, un nome che avevo già incontrato, leggendo di Vannisti, Mauristi e di Claude Martin, e messo momentaneamente da parte, insieme con l’Istituto da lei fondato nel 1653, le Benedettine dell’Adorazione Perpetua del Santissimo Sacramento. L’epistolario è stata la scintilla. In un genere, la letteratura monastica, già per costituzione rivolto in massima parte all’interno della cerchia dei suoi fruitori, gli epistolari rappresentano un insieme ancora più chiuso, e per questo interessante. Nelle lettere che si scambiano, monaci e monache lasciano cadere, quasi sempre, censure e precauzioni: noi ci capiamo, possiamo parlare (abbastanza) liberamente dei fatti nostri.

Ho iniziato a leggere il volume e sono stato subito colpito da uno dei temi centrali, se non il tema centrale, dell’epistolario: l’annientamento di sé, del proprio io e della propria volontà. Non in prospettiva nichilista, ovviamente, bensì quale premessa all’accesso a una piena dimensione creaturale, e di lì a quella vittimale (con la quale ci si avvicina al carisma specifico dell’istituto). Non passa quasi lettera senza che Mectilde non trovi il modo di variare un’ennesima volta il tema: «Dobbiamo rimanere sempre nel nulla», «Le piccole inquietudini che sentite sono vermi di amor proprio e di voi stessa che vi pungono e vi rodono: bisogna farli morire», «La morte a noi stessi, il santo annientamento si compiono solo a gran colpi di martello», «Nessuno vuol essere quello che è; e io posso dire che la vita non è che menzogna e vanità, se non stiamo nell’abisso del nostro abominevole niente, non solo coi pensieri o con l’immaginazione, e nemmeno con la parola, ma con l’opera e l’azione». Ogni tanto è come se Mectilde accelerasse, come se la lettera, che ha comunque una sua struttura, le prendesse la mano, e la furia interiore si riversasse sulla carta in una speciale miscela di dolcezza e violenza. Di una persona che scrive così devo leggere di più.

Poi mi sono imbattuto in questo passo, di una lettera del 1665: «… L’adorazione perpetua si diffonde tra i secolari, che vengono alla nostra cappella per fare le loro ore di riparazione, con la corda al collo e il cero in mano» – come testimoniato dal dipinto qui a fianco, che, se non ho capito male, raffigura Anna d’Asburgo che partecipa, nel 1654, alla celebrazione solenne della riparazione (altro concetto chiave dell’istituto) nel monastero parigino delle Benedettine dell’adorazione  perpetua, un anno dopo la loro fondazione, con la corda e con il cero, seppur inginocchiata su un regale cuscino.

In un’altra lettera, del 1666, Mectilde ritorna sul tema della morte «a tutti i desideri» e scrive: «La fede nuda sarà per voi vita e sentiero per il quale passerete in Dio; ma, cara figliola, questo sentiero è tanto più austero in quanto è la morte dell’amor proprio. In questa via le riflessioni, i ragionamenti, i gusti, le soddisfazioni agonizzano. Bisogna oltrepassare tutto questo e sentire i lamenti e i gemiti del nostro interno… Bisogna risolversi a perder tutto, se vogliamo guadagnare tutto». E io, che aggiungo un risibile gusto novecentesco a questa tentazione nichilista (priva quindi di qualsiasi prospettiva di «guadagno»), a questo punto so che cercherò di leggere tutto quello che Mectilde de Bar ha scritto.

Catherine Mectilde de Bar, Non date tregua a Dio. Lettere alle monache 1641-1697, con introduzioni di J. Leclercq, A. Rayez e D. Barsotti, Jaca Book 1978 (uno spicchio del mondo che si apre a chi vuole approfondire si può trovare in questo splendido sito di Miscellanea di studi su madre Mectilde de Bar).

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«Cose manicatoie e bevitoie» (le monache di Pontetetto)

Capita che su Amazon.it spunti un fondo di magazzino della «Scelta di curiosità letterarie inedite o rare dal secolo XIII al XIX», pubblicata a Bologna da Romagnoli nel 1863, e ristampata in anastatica da Forni nel 1968 sotto gli auspici della Commissione per i testi in lingua, e io mi ci butti. Perché nella serie, concepita e realizzata con scopi filologici e di storia della lingua, si trovano «chicche» monastiche, come i Capitoli delle monache di Pontetetto presso Lucca. Scrittura inedita del sec. XIII.

Il curatore, Carlo Minutoli, ci informa di «aver tratta dalle tenebre» la scrittura, contenuta in un codice della Biblioteca Capitolare di Bologna, non certo per la «niuna amenità del soggetto», quanto per essere «monumento di lingua dei primi tempi». Va da sé che invece, per me, l’amenità sia garantita, trattandosi del volgarizzamento duecentesco di «una delle tante regole che andavano attorno ad uso dei numerosi monasteri dell’ordine benedettino», a integrazione della Regola di Benedetto vera e propria.

Il monastero di Santa Maria di Pontetetto (Pons tectus) presso Lucca, fondato intorno al 1095, prosperò e poi sopravvisse, tra molte traversie, fino al 1408, quando papa Gregorio XII lo abolì, trasferendo le monache a Santa Giustina in Lucca. «Non rimane oggi vestigio, salvo una lapida che ricorda tuttora la pia fondatrice e prima Badessa Ombrina.»

Il testo, composto da ventisei «capitoli», è affascinante oltre che per la lingua proprio per le norme supplementari che l’estensore ritenne di dover aggiungere alla Regola benedettina e che mostrano in negativo le questioni e i comportamenti, gravi e meno gravi, che l’esperienza diretta impose appunto di regolare (la legge scrive la colpa dopo che questa è stata commessa).

Anzitutto, molto indicativamente, si parla di soldi, che devono essere gestiti da una camarlinga, eletta a maggioranza, «alle cui mani pervegnano tucte l’entrate e rendite et beni del monasterio et per le suoi mani si facciano le spese necessarie». Tale camarlinga dovrà presentare un bilancio semestrale che, una volta approvato, sarà scritto «in un libro per ciò deputato: sickè noi [cioè il vescovo o il visitatore] quando volessimo possiamo sapere e vedere la buona o la ria amministragione di ciascuno anno». (I soldi vengono menzionati esplicitamente al cap. 11: «Ancora ke nulla monaca tenga appresso sè pecunia oltra soldi X» – chissà quanti?) È previsto anche una specie di «consiglio superiore» del monastero, composto da quattro monache scelte dalla badessa che restano in carica sei mesi – «ma non possa essere consigliera li sei mesi seguenti quella ke è stata li sei mesi passati».

Ai rapporti con l’esterno sono dedicati diversi capitoli, a riprova del fatto che le religiose quasi mai, probabilmente, si staccavano del tutto dalle famiglie d’origine e dal loro ambiente: non si devono rivelare fatti e faccende del monastero, scambiare oggetti o doni («sciecto cose manicatoie e bevitoie»), non si parla con estranei se non alla grata del parlatorio (dove però è vietato mangiare) e accompagnate da una guardiana, non si possono tenere corrispondenze scritte, non si devono diffondere dicerie «nè le brigre o discussioni o scandali o rinbrocci o disonori, o vero li autri secreti facti del monastero et delle monache» (che, quindi, erano all’ordine del giorno).

La badessa, sul cui operato vigilano le consigliere, è garante dell’osservanza della regola, deve badare a non prendere le parti di alcuna, né mostrare simpatie, e somministrare in capitolo le penitenze per le colpe commesse. Gli esempi citati di «colpe» sono, come sempre, significativi: se una monaca picchia una consorella (e «che ind’esca sangue»), se si ribella, se pecca di «carnalitade» e «se nessuna desse a mangiare o a bere cosa velenosa o di veleno, e non solamente ki ‘l desse, ma etiamdio ki l’avesse apparecchiatolo per dare». Una convivenza talvolta difficile, parrebbe, o, detta altrimenti, un nido di vipere.

La badessa inoltre è tenuta a denunciare al visitatore tutti «li falli, li lasciamenti, o negligença», e se non lo farà, «o vero s’ella facesse  o procurasse, ordinasse, inducesse, consiliasse, comandasse o conferisse, o di qualuncaltro  modo o colore operasse, per prego o per minaccia, per sè o per altrui, directe o indirecte ke ad noi volliendo visitatione o inquisitione fare generale o speciale, o a colui ke acciò da noi fusse deputato, si celasse o non si notificasse lo stato del monastero», sarà accusata di «malitia» e deposta, e nei casi più gravi «sententiamo in fine hora ke la sia incarcerata e rinserrata».

(L’elenco delle «curiosità letterarie» è qui.)

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Il grande Monaco solitario e sociale (pt. 2)

(la prima parte è qui)

Distante ma vincolato, il monaco di Paolo VI, e non ignaro delle nuove istanze sociali che si muovono poco fuori le mura dell’abbazia, e che inevitabilmente, talvolta, le penetrano. I sei anni che separano l’omelia di Montecassino dal discorso che ricordavo all’inizio della prima parte non sono sei anni qualsiasi, e le nuove parole del papa riflettono, oltre alla consueta attenzione, anche la presa d’atto di ciò che sta accadendo per strada. C’è prudenza, allontanamento metaforico dalla realtà, lentezza vaticana, una punta di goffaggine e di disagio, ma è comunque chiaro di cosa stia parlando il papa.

Tra parentesi. Il discorso del 1970 può essere consultato nella versione «ufficiale» sul sito del Vaticano, ma può anche essere letto in volume nella versione completa delle cosiddette «glosse marginali», che il pontefice forse aggiungeva personalmente sull’onda del momento. In questo caso tali glosse sono molto interessanti, sia perché esprimono in maniera meno ingessata certi sentimenti (in una di esse, ad esempio, Paolo VI confessa la sua «connaturale preferenza» per l’Ordine benedettino e ricorda che «senza essere stati clienti assidui [sic] delle vostre abbazie, ne abbiamo però assorbito gli insegnamenti e gli esempi in alcuni nostri viaggi e in alcune nostre soste, rimaste indimenticabili e benefiche nello sviluppo spirituale della nostra anima»), sia perché a esse sono affidate considerazioni meno generiche e più dubbiose.

La società benedettina («questa antica formula, che sembra davvero galleggiare sopra le inquiete onde del tempo») non è un anacronismo e va più che mai additata ai monaci stessi e al mondo, in particolare alla luce dei suoi capisaldi: 1) l’obbedienza e il ruolo dell’abate, 2) la comunità, 3) la preghiera e la liturgia, 4) la frequentazione della Sacra Scrittura, 5) la dignità del lavoro.

Ed è proprio nei primi due punti che, se così si può dire, il Sessantotto si fa sentire. Anzitutto sul fronte dell’autorità: «E qui facciamo una glossa marginale…», dice appunto il papa, «richiamandoci all’attualità e alla gravità di questo problema… L’esercizio dell’autorità è diventato una delle cose più gravi, più difficili, più contestate e, nello stesso tempo, più necessarie proprio per la situazione sia civile che spirituale del mondo». L’autorità non si può toccare, avverte il papa, il suo modo sì; e qui Paolo VI concede con travagliata cautela un po’ di terreno: «Guarderemo davvero di rivedere il modus, l’arte, lo stile la forma che forse insensibilmente aveva in noi presentato delle forme che non sono di per sé così necessarie o autenticamente evangeliche» (e sottolineo con il corsivo una frase tanto insolitamente sgraziata quanto sintomo di difficoltà).

Per affrontare il tema della comunità il papa si affida invece, sempre in una «glossa marginale», a una molto più tranquilla metafora, quella dell’orchestra e del suo direttore, e, quasi stesse riferendo le novità del giorno ai venerabili abati, se ne esce con una frase dal tono sorprendentemente colloquiale: «È successo questo: è cambiata la musica, e il direttore d’orchestra occorre che cambi anche lui, che rimodelli se stesso per poterla davvero dominare e farla eseguire». E cosa, esattamente, è cambiato? La risposta, nel suo candore allibito, è a dir poco molto significativa: «La persona umana con il progresso moderno è emersa».

Il pontefice osserva lo spettacolo dell’esplosione sociale, senza nascondere il suo personale timore e senza arroccarsi (e come potrebbe?), dice che bisogna capire e lavorare e non tirarsi indietro, ma poi distoglie comunque lo sguardo: «E poi ci sono queste isole, le vostre, tranquille, ancora sullo schema di ora et labora», isole di rifugio, di conforto, di distacco, di esempio – Mi raccomando, almeno voi…, sembra sottintendere. Il mondo che circonda la Montecassino risorta («tanto perfezionato e orgoglioso di sé») non è l’impero romano in dissoluzione, ma il sentimento che ispira a Paolo VI è vagamente simile, e la bandiera del padre fondatore deve sventolare ancora come allora, con i suoi emblemi fondamentali di fede e unità, quell’«unità, a cui il grande Monaco solitario e sociale ci educò fratelli».

Solitario e sociale.

(2-fine)

Paolo VI, Omelia del 24 ottobre 1964, Montecassino; Discorso agli abati della Confederazione benedettina, Roma 30 settembre 1970; cfr. anche Luigi Crippa, Magistero e monastero. Avvio allo studio del recente magistero pontificio sul monachesimo benedettino, Editrice Domenicana Italiana 2011.

 

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