Gossip

Il pettegolezzo è uno dei bersagli più frequenti dei Padri del deserto e degli scrittori cristiani delle origini. La maldicenza, lo sparlare, l’attenzione verso le dicerie e il piacere di condividerle. Un esempio curioso e articolato di questo atteggiamento l’ho trovato nel Libro dei gradi – opera di area siriaca databile tra la fine del IV secolo e l’inizio del V e probabilmente relativa alla comunità protomonastica dei «Figli e Figlie del Patto».

Nel micidiale Discorso XXIX, Sul maltrattamento del corpo (sul quale tornerò più diffusamente), l’autore anonimo traccia un catalogo degli «induriti», cioè dei peccatori, che rispecchia perfettamente una parte dello spettro di comportamenti reciproci di una comunità di uomini e di donne di oggi. In particolare, sarà colpevole colui o colei «quando dà credito a qualche racconto venuto da lontano senza aver visto né sottoposto a esame; quando riferisce a qualcuno qualcosa di sconveniente e privo di misura»; naturalmente quando mente o non mantiene le promesse, ma anche «quando non fa partecipe dell’onore chi lo merita… quando dice cose odiose sui virtuosi… quando rivela il segreto del suo compagno».

Già, perché chi cede a queste debolezze e pronuncia «vane cose», dovrà renderne conto alla fine dei tempi, lui «e coloro che le prendono per vere e le ripetono dopo coloro che le hanno proferite, anche se non hanno avuto visione diretta delle cose e non le hanno toccate con mano». È per le parole, ce lo ricorda Gesù (nel Vangelo di Matteo), che saremo giustificati o condannati, per cui una scelta saggia è quella di tacere del tutto, anche su ciò che si conosce di persona.

Anche perché, se all’autorità territoriale (il «re terreno e i suoi scribi») non sfugge alcuna faccenda del regno, figurati al «Re celeste»… che riprenderà il maldicente così: «“Tu, cos’hai detto nel tal posto? Vieni a rendere conto.” E se lui risponde: “L’ho sentito dal tale”, nessuno accetterà, ma: “Rendi conto della cosa: perché l’hai presa per vera e l’hai divulgata senza che ne abbia avuto visione?”» Eh, perché?

Verificare sempre le fonti, mi raccomando.

Il libro dei gradi, XXIX: Sul maltrattamento del corpo, in Il digiuno nella chiesa antica, a cura di I. De Francesco, C. Noce e M.B. Artioli, Paoline 2011.

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«Un eremo non è un guscio di lumaca»

Dopo le asprezze dell’«Eremita» precedente, e le mie chiusure nei suoi confronti, mi ha fatto bene leggere il resoconto di un’eremita di pasta completamente diversa qual è stata Adriana Zarri (come quando si parla con una persona della quale non si condividono le idee ma si capisce la lingua, e poi ci si pensa). Un eremo non è un guscio di lumaca raccoglie soprattutto i testi di Erba della mia erba, le lettere dall’eremo di Molinasso (dalle parti di Ivrea) già apparse in volume nel 1981, cui si aggiungono altri testi sparsi (tra l’edito e l’inedito) e poche pagine inedite, scritte a Cà Sàssino, ultima residenza, sempre presso Ivrea, dove la teologa e scrittrice è morta nel novembre del 2010. Mi ha fatto bene anzitutto perché mi ha indirettamente mostrato la stupidità di alcune considerazioni che ho svolto qui in passato, poi perché ho visto con chiarezza le qualità di una scelta solo in apparenza simile a quella dell’«Eremita» – d’altra parte, come ricorda l’autrice, «ciascun eremita fa regola a se stesso».

Mi pare infatti che la visione, e anche la teologia da quel che posso capire, che sta dietro la scelta eremitica di Adriana Zarri sia di segno quasi opposto: una scelta di piena adesione al mondo e alla comunità degli esseri umani, vissuta però nella solitudine, che è cosa ben diversa dall’isolamento: «Un eremo non è un guscio di lumaca, e io non mi ci sono rinchiusa; ho solo scelto di vivere la fraternità in solitudine. […] Non si sceglie la solitudine per la solitudine ma per la comunione, non per star soli ma per incontrarsi, in un modo diverso, con Dio e con gli uomini». La tentazione di considerare queste frasi alla stregua di un volteggio linguistico è forte, e tuttavia è l’esistenza stessa di chi le ha scritte che dà loro sostanza, la sua vicenda pubblica prima, durante e dopo gli anni del Molinasso. L’eremo di Adriana Zarri era certamente isolato ma aperto a tutti, ai contadini vicini, agli amici, agli ospiti occasionali, ai tanti animali (e anche ai malintenzionati, ahimè); era un luogo di preghiera, modellata in parte sulla liturgia delle ore, ma non di penitenza e macerazione; era un luogo di contemplazione, ma anche di lavoro (manuale e intellettuale). Un luogo dal quale il mondo non era cacciato fuori (tra l’altro radio, tv e giornali non sono mai stati esclusi), bensì accolto in una forma più intensa e concentrata, attraverso lo sprofondamento in una situazione radicalmente circoscritta: cascina, orto, stalla, cantina-cappella, bosco, freddo, caldo, pioggia, ieri, ora, la nuova stagione: «Io, comunque, sono qui».

Un «qui» che non esaurisce la nostra vicenda (e come potrebbe, per chi si disegna comunque in una prospettiva cristiana) e che tuttavia è già molto e non deve essere sperperato. La formula cui giunge la teologa è interessante: «Ci sarà, ci dovrà essere, vogliamo ancora che ci sia altro cammino e conquista e gioia; ma il futuro che resta da sperare non toglie che ormai il più ci è stato dato e ci sentiamo in una situazione di arrivo, di definitività. Io chiamo questo “definitività del provvisorio” perché la contingenza è già assunta a livello di assoluto». (L’eco sinistra, sociologica, che assume oggi questa formula forse sfuggiva alla teologa…)

Non sono certo di seguire fino in fondo questo discorso, anzi, ma, per tornare all’inizio, trovo comprensibile la lingua della credente Adriana Zarri, soprattutto nei pudori («è tanto più sano parlare di conigli piuttosto che, impudicamente, di nostro Signore che ci incontra»), nelle aperture («ora, se guardo l’orologio, vedo che è tempo di scendere. Forse pregherò fuori, anziché in cappella. Amo il tempio desacralizzato del mondo, proprio perché amo il mondo e lo trovo cattedrale degnissima di Dio»), nella rivalutazione dell’ordinarietà («un anonimato senza orpelli»), nell’abbraccio di tutti gli aspetti dell’esistenza, anche di quelli che si è scelto di non praticare.

Adriana Zarri, Un eremo non è un guscio di lumaca, Einaudi 2011.

[Aggiungo, come in nota, una curiosità, una di quelle associazioni che scattano involontariamente. «Se non esiste questa disposizione all’accoglienza universale, è poi difficile aprire una finestra per far entrare Dio. Tutto, invece, il nostro essere deve farsi finestra, apertura, accoglienza»: una frase che, per un forte utilizzatore del famoso sistema operativo, acquista uno strano sapore.]

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Scusi, perché no? («Introduzione alla orazione mistica», pt. 2)

(la prima parte è qui)

«Qui c’è appena qualche solco, ma ben dritto: al punto da costringere alla conversione o al rifiuto.» Così l’«eremita» introduce le sue riflessioni, suddividendole in due parti, una preparatoria e distruttiva – delle nostre illusioni, delle nostre abitudini, della nostra individualità –, una più propedeutica alla comunione con la divinità. Se sulla seconda parte mi è impossibile dire alcunché, dalla prima mi sento chiamato in causa, e ammetto una strana ambivalenza. Riconosco cioè come mia, da un lato, l’avversione per quello che si può definire «accomodamento» nel proprio sedicente io, o anche «compiacimento spirituale» (tutto il volume è percorso da una netta critica verso certi aspetti della religiosità corrente), ma, dall’altro, non ne condivido la durezza, soprattutto quando l’orizzonte sembra svuotarsi di altri individui, dei compagni di strada.

La scelta fondamentale, secondo l’«eremita», è la via purgativa, che ci conduce alla consapevolezza della nostra fragilità e «malattia»: bisogna aprire il proprio cuore, e poiché non siamo in grado di farlo agli altri, il «deserto» è l’occasione per aprirlo a noi stessi, e ancor più al Signore. Bisogna gettare la maschera, riconoscere il «veleno» che è in noi (il peccato originale) e «rinunciare a realizzare una nostra personalità egocentrica, secondo progetti istintivi e idolatrici» (che sono opera dei «demoni progettisti»). Ora, non credo sia cecità di fronte al male non condividere questa antropologia negativa. L’alternativa non è «piacersi», come sostiene l’autore. Non amo i miei difetti: li soffro e cerco di correggerli; non amo miei appetiti: li indago, li assecondo o li respingo; non amo le mie opinioni: a esse, in realtà, sono sempre meno attaccato. Di certo, talvolta indulgo – me le faccio passare – ma non per questo ripongo piena fiducia in me stesso, e non sento il bisogno di un’istanza superiore per percorrere questa strada, l’istanza che semmai mi soccorre sono gli altri, tutti «gli altri», anche se non cerco a oltranza la loro compagnia.

«La dimensione umana peccatrice», prosegue l’«eremita», «è una dimensione deliberata e permessa dal Padre celeste. Essa è costitutiva della nostra esistenza.» Credo di capire, ma no, mi è sufficiente il concetto di debolezza animale (mortalità, ecc.) per contemplare il mio nulla. Un nulla che si gioca tutto qui, in questi limiti concreti di spazio e di tempo, e del quale sconto già qui la pena.

Le parole dell’autore si fanno via via più severe a mano a mano che l’opera di purgazione prosegue, in una curiosa mescolanza di aspetti atemporali e contingenti («il mondo serve alla Misericordia Divina come osservatorio, per poterci assegnare il posto più adatto dopo la nostra morte» (sic), «generazione perversa e traditrice come la nostra», «quando facciamo assegnamento sulle creature umane, comincia per noi un pungente purgatorio», «saremo felici solo per le nostre sventure» e così via), tanto che mi è sorto il dubbio che costui abbia sofferto esperienze molto negative in mezzo agli esseri umani per esprimersi con tale immotivata durezza.

Sulla seconda parte, quella più precisamente dedicata all’«orazione mistica», come dicevo non mi pronuncio, sarei del tutto inopportuno. Mi soffermo soltanto su due frasi che mi hanno colpito. La prima è una domanda: «Il lettore che sia giunto fin qui potrebbe domandarsi: tutto ciò non sarà frutto di autosuggestione?» Niente affatto, risponde l’«eremita»: «Non può essere la nostra fantasia a fingere di trovarsi alla Presenza di Dio». Scusi, perché no? La seconda frase è posta a conclusione del percorso quasi indecifrabile dell’orazione mistica, la comunione con Gesù Cristo, il «fondamento dell’essere cristiano»: «Fuori di questo, credetelo, per noi c’è il lucido nulla». Ebbene sì, preferisco il lucido nulla, che in ogni caso per qualche decina d’anni mi avrà dato parecchio da fare.

Sono stato confuso, in questo tentativo di resoconto, lo so. Forse sono stato condizionato dal tono violento di queste pagine. Magari ci ritornerò. Per il momento, di fronte al bivio che l’autore poneva all’inizio, tra conversione e rifiuto, la mia scelta non può che essere il rifiuto.

(2-fine)

Un eremita, Introduzione alla orazione mistica, Effatà Editrice 2008.

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Marciume? («Introduzione alla orazione mistica», pt. 1)

Gli eremiti, come i malati, e talvolta i vecchi, hanno (o si prendono) spesso il privilegio di dire quello che pensano senza veli né rispetto per le convenzioni. È quindi con estremo interesse che li ascolto quando decidono di parlare, senza soffermarmi su quel pizzico di contraddizione insito nel fatto stesso di rivolgersi a qualcuno da parte di chi si è sottratto all’umano colloquio – d’altra parte gli individui comuni da millenni vanno a sollecitare risposte a chi si è ritirato nel deserto. Così sono salito volentieri sul ring di Introduzione alla orazione mistica di «Un eremita». Ed è stato un bel confronto, dal quale ho ricavato una profonda irritazione, un ottimo risultato!

Prima di addentrarmi nel volume (forse occorre una rilettura) credo sia meglio sfogare questo nervosismo – era molto che non scrivevo così tanti «no» sui margini di un libro. «Nei rapporti tra persone, la via dei ragionamenti non crea comunione, ma crea soltanto distanze»: dipende, e non è certo il presupposto con il quale si avvia un dialogo; «Egli trattiene momentaneamente la sua Grazia lasciandoci alle nostre sole forze, cosicché possiamo fare la deludente esperienza di ciò che valiamo davvero (poco)»: mai detto il contrario, di valere qualcosa, ed è una consapevolezza che nasce facilmente proprio dal confronto con gli altri; «Questa terra è stata destinata a recinto ove l’umanità potesse purificarsi»: come una mandria di bovini destinata al macello?; «Scopriamo di aver sepolto nel cuore marciumi dei quali non ci rendevamo più conto»: certo, le pulsioni, anche quelle che confessiamo a stento, ma perché marciumi?; «La nostra vera felicità interiore è nascosta in quello che Dio ci dà da soffrire nel momento presente»: no, nient’altro che no.

Al di là di queste affermazioni, che fanno comunque parte di un discorso argomentato, i miei no nascono soprattutto dal rifiuto dell’idea di lunga tradizione secondo la quale anche il discorso del non credente è inserito entro le coordinate del Disegno. Ne capisco la necessità, dal punto di vista della fede, ma molto semplicemente la rifiuto, ben consapevole che di vicolo cieco si tratta. Il fatto che la rifiuti, che la possa rifiutare, per un credente deriva dalla libertà che mi è concessa di non credere: «Ciascun membro dell’umanità rimane libero di rifiutare questa unione a Dio». No, per me oggi è ormai il contrario: ciascun membro dell’umanità rimane libero di credere alla possibilità di un’unione con un dio.

(la seconda parte è qui)

Un eremita, Introduzione alla orazione mistica, Effatà Editrice 2008.

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Modello unico

«A chi è solo, Dio fa abitare una casa.» Così l’ultima versione approvata dalla CEI (2008) traduce il versetto 7 del Salmo 67 (68). Quella precedente diceva: «Ai derelitti Dio fa abitare una casa», la «Nuovissima» (1987) ha: «Dio riconduce a casa gli sbandati», mentre Ceronetti (1967, poi 1994) lo interpreta così: «È il Dio che guida a una casa / I privi di focolare». Se si risale più indietro si trovano però due indizi diversi e interessanti. Il primo nella Bibbia del Re Giacomo, che dice: «God setteth the solitary in families», il secondo nella Vulgata (la «sisto-clementina» del 1592, derivata essenzialmente dal lavoro di Girolamo), che riporta: «Deus, qui inhabitare facit unius moris in domo». E si potrebbe andare avanti ancora per molto.

Soprattutto con le versioni greche, cioè quelle consultate da Eusebio di Cesarea (263-339) per il suo gigantesco Commento ai Salmi, dove, un po’ a sorpresa, a proposito di quel versetto compaiono i monaci. Infatti alla base di «chi è solo», «solitario», ma anche «derelitto», «sbandato», ecc., se ho capito bene, c’è l’ebraico yehidim, che in una traduzione (Simmaco) diventa appunto monachoi, cioè i «solitari», in un’altra (Aquila) monogheneis, cioè gli «unigeniti», e in un’altra ancora monozonoi, cioè che «hanno un’unica cintura» (perché sono casti).

Eusebio le riporta tutte, ma a me pare evidente come preferisca un’altra versione, quella della Bibbia dei Settanta (realizzata tra il III e il II secolo a.C.), che legge yehidim come monotropoi, cioè «coloro che sono rivolti a un unico fine», o meglio «coloro che hanno un comportamento unico», ossia «non molteplice, e che non si comportano a volte in un modo a volte in un altro, ma praticano uno stile unico di vita, che giunge fino al vertice della virtù». Tutti insieme nello stesso posto, tutti nello stesso modo, con lo stesso scopo santo: un monastero.

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Le monachine di Vincenzo Cabianca

Si procede così, un po’ a tentoni, guidati dai propri «interessi», e si scopre che i macchiaioli sono stati molto sensibili ai temi dell’iconografia monastica, in particolare di quella femminile. Con un’interessante e non lineare sintesi di aspetti civili e pittorici. L’adesione alla nuova etica laica, di derivazione risorgimentale, che indica nelle figure malinconiche di suore e monache delle vittime di viete tradizioni religiose, si mescola con un’immagine idealizzata di fuga da un presente disordinato («il fascino sommesso di quelle esistenze lontane dal fragore dissonante del vivere quotidiano e dalle passioni mondane», Laura Lombardi) – a riprova della funzione simbolica che, periodicamente, il mondo claustrale svolge per lo sguardo laico. Un contrasto ambiguo che si sposa perfettamente con la dialettica luce-nero che mi pare accomuni la maggior parte dei dipinti di questo tema (ho molto da studiare al riguardo, non vado oltre una lacunosa propensione per la pittura ottocentesca).

Così, per esempio, nell’anno della proclamazione dell’Unità d’Italia, il veronese Vincenzo Cabianca (1827-1902) dipinge I segreti del chiostro, pieno di chiusure, bisbigli e cieli lontani,

Cabianca, I segreti del chiostro, 1861, olio su tela, cm 92,1x56,7, Collezione privata.

e soprattutto dipinge una prima versione de Le monachine (noto anche come Il mattino), dove il sole si abbatte sulle tonache e sui volti delle monache raccolte fuori di un convento affacciato sul mare: «Alcune passeggiano, altre sono inginocchiate a pregare, altre ancora, immobili, sembrano contemplare, in quell’atmosfera ariosa, lo splendore del paesaggio, forse meditando – come è stato osservato – sulle proprie isolate esistenza, trascorse nella costrizione claustrale» (ancora Laura Lombardi).

Cabianca, Le monachine, olio su tela, cm 36x99, Viareggio, Istituto Matteucci.

(I testi da I Macchiaioli prima dell’impressionismo, catalogo della mostra, Padova 2003-2004, a cura di Fernando Mazzocca e Carlo Sisi; vedi anche il sito della mostra più recente Cabianca e la civiltà dei Macchiaioli.)

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È caduto giù l’Eutico

Una punta di irriverenza, ogni tanto, coi bei modi, senza eccedere, secondo me, insomma, ci può stare. (Che poi non è nemmeno irriverenza, piuttosto è rifiuto del cipiglio a oltranza.) Così, in occasione di un’altra rilettura degli Atti degli Apostoli – testo fondamentale di per sé e il testo fondamentale del monachesimo cristiano, qui riccamente curato e annotato dal cardinal Martini – mi viene da sottolineare tre brani, tre momenti in cui sia perdonata quella punta di cui sopra.

1. Il protagonista è, inevitabilmente, Paolo e la prima occasione è la sua trasferta ateniese (17, 16-34). Ad Atene Paolo è un outsider, un «seminatore di chiacchiere», un «predicatore di divinità straniere», come lo definiscono i «filosofi epicurei e stoici» che lo portano all’Areopago e lo interrogano. Le sue risposte sono articolate e importanti, da un punto di vista dottrinale, ma mi fa sorridere la reazione finale a quello che si immagina un discorso lunghetto. Quando infatti Paolo comincia a parlare del Cristo e della risurrezione dei morti, i suddetti filosofi lo «canzonano» e, forse un po’ annoiati, lo bloccano: «Su questo argomento ti sentiremo ancora un’altra volta».

2. Anche i romani ascoltano Paolo, mostrando un sostanziale disinteresse per questioni che non riguardino strettamente il corretto svolgimento della vita sociale. Per esempio Gallione, proconsole dell’Acaia e fratello di Seneca, che alla richiesta dei Giudei di perseguire l’apostolo risponde così: «Se si trattasse di un delitto o di un’azione malvagia, o Giudei, vi ascolterei pazientemente, com’è giusto. Ma se si tratta di questioni di dottrina e di nomi e della vostra legge, vedetevela voi: io non voglio essere giudice di queste cose» (18,14-15, corsivi miei). Ma anche Festo, procuratore della Giudea, che così riferisce al re Agrippa i termini del «caso»: «Avevano con lui soltanto delle contestazioni a punti della loro religione, e riguardo a un certo Gesù, morto, che Paolo asseriva essere vivo» (25,19, anche qui i corsivi sono miei, ed è interessante la sfumatura dell’«essere vivo» e non «risorto»).

3. Infine il fantastico episodio di Eutico (20, 7-12). Paolo è a Troade, con diversi compagni. È sera. Sono riuniti in una casa, a un piano alto. Paolo parla, parla, parla «fino a mezzanotte». «Ora, un ragazzo di nome Eutico, che se ne stava seduto sulla finestra, mentre Paolo continuava a parlare senza sosta, venne preso da una profonda sonnolenza, e alla fine, vinto dal sonno, cadde dal terzo piano in terra e fu raccolto morto.» Panico. Tutti si precipitano giù per le scale, ma Paolo li tranquillizza e abbraccia Eutico. Quindi, «risalito, spezzò il pane e mangiò, e dopo aver parlato ancora a lungo fino all’alba, se ne partì». Alleluia! Così «gli altri ricondussero il ragazzo vivo, e ne provarono una indicibile consolazione».

Atti degli Apostoli, introduzione, versione e note di C.M. Martini, San Paolo 1996.

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Alla terza potenza (Reperti, 4)

Leggo Le ore di Dolores Prato perché ho scoperto che contiene una descrizione di prima mano della vita di un convento di visitandine agli inizi del Novecento. Non sapevo nulla (quelle surprise) di questa scrittrice, pubblicata per la prima volta nel 1980, all’età di 87 anni, morta nel 1983 e in qualche modo riportata nella rubrica dei «casi letterari» (le carte del lascito sono territorio ancora in gran parte inesplorato). «Il monastero era un mondo che confinava solo con l’aldilà… Un grosso pallone frenato ancorato da Dio in quel punto del paese.» Il primo è, appunto, un monastero della Visitazione, ramo femminile dei salesiani; l’ultimo è Treia, comune in provincia di Macerata dove l’autrice visse i primi anni di una vita lunga e molto tormentata dalla propria personalità, da una vocazione religiosa e letteraria complesse, da ristrettezze economiche e dagli annessi della condizione femminile dell’epoca. Nel monastero di Treia Dolores Prato passò gli anni dal 1902 al 1910, ospite mal sopportata (lei, prima non riconosciuta e poi affidata dalla madre a una coppia di cugini) dell’educandato.

Lo sguardo, di molto posteriore, su quel tempo è duro, impietoso, e restituisce la rigidità delle consuetudini, l’apparente freddezza delle suore, il dilagare delle differenze sociali anche nel piccolo spazio recluso e infine le poche parole di quel luogo, alle quali l’autrice si attacca per ricostruire una breve vicenda e fissare una specie di «lessico claustrale» (non è un caso, forse, che il manoscritto del suo primo libro, Giù la piazza non c’è nessuno, sia stato rivisto da Natalia Ginzburg). Il senso di orgoglioso isolamento della comunità dal resto del mondo, tutto il mondo, le regole che trasformano il tempo in un quadro immobile, una scelta di fede e di vita che pare uno scafandro (e tuttavia «siamo le farfalle di Gesù», le dirà un giorno una suora, «gli giriamo intorno come le falene intorno alla fiamma») – tutto è raccontato in un modo cui non siamo più abituati.

La foto di gruppo delle consorelle, che rappresenta forse la parte più incisiva del racconto, fissa con perfezione i caratteri, l’aspetto e i modi delle suore. C’è posto per la nobile che ancora cura la propria bellezza, per l’anziana mummificata con le guance come la carta, per la Portinaia che non rispondeva mai alla porta, per suor Chiara «che si vantava di non aver mai fatto il bagno», per suor Margheritina «tanto curva che la sua faccia non distanziava un metro da terra», per la Sagrestana che in coro cantava da basso, per la conversa feroce («Se il demonio c’è io lo vidi quel giorno. Era il demonio quella monaca che se ne andava col sacco dove aveva rimesso la bestia morta») e per suor Maria Saveria: «La faccia: un grande rettangolo, nel mezzo l’allungatissimo naso e la bocca sotto era uno scatolone di grossi denti con la mascella inferiore di molto sporgente da quella superiore», afflitta per di più da una «colossale scarpa ortopedica» che la obbligava a procedere quasi ad angolo retto…

Su tutte spicca prepotente la Madrina, che non è la Superiora. Lo era stata, ma dopo un turno in carica non era stata rieletta e tuttavia era la vera autorità del monastero, braccio esecutivo della svagata Superiora. Al secolo Elvira Masi, romagnola di Lugo, poi suor Margherita Maria – come la santa Alacoque, la grande visitandina mistica del Seicento, allora soltanto beata –, la Madrina «era tutto: amministratrice generale, economa, esaminatrice delle pretendenti, maestra delle novizie; compilava e faceva stampare le farraginose circolari che si dovevano mandare a ogni monastero visitandino; corrispondeva con l’Arcivescovo e la Santa Sede… padrona di tutto, sovrana incontrastata di muri e di persone, da alcuni ricercata come si cerca l’aria quando manca, da altri sopportata come nell’impossibilità di liberarsene si sopportano le pulci». Un personaggio tragico e imponente, con il quale Prato manterrà i contatti ben oltre la fine dei suoi anni di Treia. Una donna di ferro che aveva scelto la clausura in seguito a una delusione amorosa («Un uomo l’aveva abbandonata, un Dio la raccattava»), testarda, severa e fredda con le ragazze, inflessibile con le consorelle, ossessionata dal costruire tanto da trasformare il monastero in un cantiere permanente («“Non può stare senza muratori”, diceva benevola suor Celestina»), a suo agio soltanto nel suo Giardino dove nessuna poteva entrare («“Con codeste sottane mi rovinereste tutto”, erano vesti uguali alla sua, ma non erano la sua») e dove cresceva i fiori per l’altare e gli altarini («Coltivava solo i resistenti, escludeva i delicati»). Una donna pratica e diffidente, insofferente di qualsiasi deriva mistica. L’Ordine aveva rifiutato pochi anni prima Gemma Galgani («le sue stigmate non ci convincevano… suggestione, nient’altro che suggestione») e in seguito a «quella seccatura» c’erano state pressioni perché venisse letta la Storia di un’anima di Teresa di Lisieux, «autobiografia di una giovane carmelitana morta tisica, languorosa, caramellosa, parolaia… “Per carità” interruppe la Madrina “di questa neppure il nome”».

Un gigante intrappolato, di propria volontà, in una gabbia. «Quando non fu più Superiora solo per la comunità fu suor Deposta, all’infuori restò “la Madrina”. Ma lei che nelle firme ufficiali doveva scrivere Margherita Maria Masi per tutto il resto inventò una sua firma apparentemente sbrigativa, “M³”, in realtà era il suo nome elevato al cubo, il suo nome moltiplicato tre volte per se stesso, emme alla terza potenza.»
Dolores Prato, Le ore, a cura di G. Zampa, Adelphi 1994.

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La fatica degli ipocriti

Premesso che a) torno a leggere certi testi come se avessi deciso di andare in palestra, a recuperare un po’ di elasticità nei movimenti dopo un periodo di inattività; e che b) in generale mi vergogno, dei miei comportamenti, dei cattivi pensieri, dell’ignoranza e soprattutto delle omissioni; è un piacere andare a lezione da Riccardo di San Vittore, uno degli esponenti di spicco della Scuola che fiorì nel monastero parigino di San Vittore nella prima metà del XII secolo. Ti cambi, effettui un piccolo riscaldamento e presto ti ritrovi in un ambiente «ordinato e moderato», nel quale vige la fiducia che un’attenta osservazione delle cose sensibili possa dar luogo a un ragionamento, e cioè a un passo avanti della conoscenza, di sé e del mondo (senza dimenticare che l’anima non può nemmeno «pervenire alla conoscenza delle cose invisibili senza passare dalla conoscenza  di quelle visibili»).

Ragione e sentimento siano dunque i nostri fari, poiché sono la fonte di ogni bene: giudizi retti, desideri santi, pensieri spirituali e affetti ordinati – verità e virtù, sapienza e giustizia («Tutti vogliamo essere giusti, ma non possiamo esserlo per caso. […] La sapienza la puoi anche amare molto e mancarne completamente. Invece, indubbiamente, quanto più amerai la giustizia tanto più sarai giusto»). Ragione e sentimento aprono il trattato di Riccardo Beniamino minore, ovvero La preparazione dell’anima alla contemplazione, una specie di manuale di mistica per tutti coloro «che vogliano intraprendere una cammino di perfezione», e lo fanno nella figura delle due mogli di Giacobbe. Commentando la storia raccontata in Genesi 29-35, Riccardo mette ordine nel caos della vita umana e delle sue passioni, fa esegesi del testo biblico e al tempo stesso raccoglie le sue osservazioni quotidiane, indica una strada, traccia uno schema che, personalmente, in quanto schema, mi conforta. Non importa che all’arrivo non mi aspetti nulla, anzi che mi aspetti proprio il nulla e certo non la contemplazione, muta e appagante, di un mistero divino; è questo sforzo di ordine, questo passaggio all’astratto, che, anche dopo oltre otto secoli di emancipazione, in un certo senso «condivido».

Lia e Rachele, dunque. Sì, perché Lia (il sentimento) e Rachele (la ragione), e le loro due serve Zilpa (la sensibilità) e Bila (l’immaginazione), hanno dato a Giacobbe tredici figli che altro non sono che indicazioni stradali: Ruben (il timore), Simeone (il dolore), Levi (la speranza) e Giuda (l’amore), questi sono i primi quattro figli di Lia. Poi Dan (la considerazione dei mali futuri) e Neftali (la considerazione dei beni futuri), figli di Bila. Poi Gad (l’astinenza) e Aser (la pazienza), figli di Zilpa. Seguono altri tre figli di Lia: Issacar (la letizia interiore), Zabulon (l’odio dei vizi) e Dina (la vergogna). Infine, a coronamento, i due figli di Rachele: Giuseppe (il discernimento e la conoscenza di sé) e Beniamino (la conoscenza di Dio e la contemplazione).

Sia perché è l’unica figlia, e in sostanza in quanto tale immeritevole di fondare una tribù in Israele come i suoi dodici fratelli, sia per la seconda premessa che ho posto all’inizio, a Dina va la mia preferenza. Dina viene dopo Zabulon «perché spesso dopo uno zelo eccessivo, se c’è la colpa, viene la vergogna» e rappresenta non quella umana, che ha a che fare con il disonore, con la reputazione, bensì quella «vera e ordinata». Non è vera vergogna, esemplifica Riccardo, quella di coloro che parlando fanno un errore grammaticale («e se nella discussione rendono una sillaba lunga breve (come spesso accade), si vergognano maggiormente del difetto linguistico che del vizio dell’orgoglio»), né lo è quella della nudità («certamente anche quelle parti del corpo che chiamiamo “vergogne” le ha fatte Dio; le vergogne del cuore, invece le hai fatte tu»), la vera vergogna è «quel giudizio per il quale ognuno è convocato, convinto, condannato e costretto dalla propria coscienza a una degna pena di imbarazzo».

Ed è una virtù che indebolisce, una virtù fragile (Riccardo non può esimersi dal commentare che «è per questo che non è uomo ma donna»), esposta ai cedimenti e alla corruzione. Come Dina, che esce di casa e viene rapita e violentata da Sichem (Genesi, 34, 1-4), cosa che susciterà la tremenda vendetta di due dei suoi fratelli. La lettura allegorica di Riccardo dell’episodio è chiara: la vergogna deve mantenere lo sguardo rivolto all’interno, altrimenti, guardando fuori, saremo spinti «a indagare con curiosità eccessiva le attività degli altri, a guardare spesso ora il volto, ora un gesto, e infine l’atteggiamento di tutto il corpo, e a imparare volentieri dai racconti degli altri i loro segreti». Allora le colpe altrui, così simili alle nostre, saranno dapprima fonte di conforto, e poi, in breve tanto peggiori delle nostre, saranno la nostra rovina, cioè la vanagloria. E Dina soccombe a Sichem che, ci ricorda Riccardo, significa «omero» e «fatica», «e perché venga detto “fatica” lo testimonia la fatica degli ipocriti, che si affannano soltanto per guadagnarsi il vano favore degli uomini».

Riccardo di San Vittore, La preparazione dell’anima alla contemplazione (Beniamino minore), a cura di C. Nardini, Nardini Editore 1991.

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Tre individui rossi

Oggi è arrivato il nuovo numero di «Benedictina», che contiene alcuni estratti di un documento fantastico. Cioè del Liber Chronicus che don Giovanni Castagna, monaco a San Giacomo di Pontida, era solito redigere durante la sua permanenza nel monastero benedettino della congregazione cassinese (fondato alla fine dell’XI secolo e di area cluniacense). Gli anni in questione sono molto interessanti poiché siamo all’inizio del secondo dopoguerra, gli estratti pubblicati in particolare appartengono al biennio 1946-47. Mi ci sono buttato a pesce.

Il resoconto annuale è preceduto da uno «stato di famiglia» che elenca i residenti nel monastero. Nel 1946, per esempio, ci sono diciassette confratelli, due novizi, un «alunno monastico», nonché un orfano e un contadino. La prima cosa che si nota è che l’ufficio divino, l’opus dei, è molto intenso: dopo la sveglia, in media intorno alle 4.00, alcune «ore» vengono accorpate ma non sono infrequenti i giorni di messe continue, soprattutto in occasione delle varie ricorrenze, processioni, visite pastorali o in concomitanza di eventi eccezionali come la restaurazione della dignità abbaziale il 21 maggio 1946 («Oggi le funzioni si celebrano pontificalmente, ma sono troppo lunghe»). Senza contare i riti tenuti alla presenza dei fedeli, annotati con occhio sempre apprensivo circa la partecipazione («La gente è poca, forse per il tempo freddo e con violenti pioggie», «Consolante concorso di fedeli»).

Poi c’è la vita quotidiana della comunità, non sempre unanime, in relazione soprattutto a quanto resta escluso dai verbali del Capitolo. Si costruisce, ma non sempre le cose vanno per il verso giusto («Le balaustre sono a posto ma non in quel modo che si voleva dal disegno»), anche perché «sono in cinquanta a comandare e perché si cambia idea ogni momento». Si discute delle attività che coinvolgono i laici, come «il teatro per la gioventù», cosa che scatena una controversia interna non da poco: «Nonostante le aperte lamentele il P. Priore tirò dritto, fece iniziare i lavori e… affermò che non gl’importava nulla». Il tempo che scorre sempre uguale («18-20 aprile, triduo sacro: il solito degli altri anni»), le piccole sviste (la messa «secondo l’orario tradizionale doveva essere alle 5 ma il P. Sagrista si dimenticò»), i fatterelli («Mentre si svolgeva la processione D. Giuseppe sviene e vien accompagnato a casa: nulla di grave…», «Dopo dottrina il Rev.mo ha benedetto la macchina nuova del cinema»), gli ospiti curiosi (uno studioso peruviano, «specialista su Nostradamus», in cerca di almanacchi; un giovane bisognoso di aiuto, «un povero diavolo sfasato che crea romanzi intorno a sé fino a darsi per figlio naturale del Re d’Inghilterra»), i drammi (un postulante di Bari che viene espulso perché «indisciplinato e scostumato») e infine le tragedie («Una ragazza, sulla cui costumatezza tutti avrebbero giurato, è morta sotto i ferri dell’operazione abortiva»).

Un certo interesse storico hanno poi le notizie riguardanti la situazione politica, le elezioni, il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 («Si è richiamato l’indifferenza della Chiesa per l’una o l’altra forma»). Il contrasto tra la Democrazia cristiana e i Partiti socialista e comunista, le tensioni, i gesti simbolici, le ripicche, i confronti tra le diverse autorità: erano vicende cruciali, pur nel loro piccolo, per gli esordi della repubblica, ma a leggerle negli appunti concisi di don Castagna è inevitabile respirare una certa aria da Peppone e don Camillo. Come nel caso dell’«ignobile gazzarra» del 28 febbraio 1946, quando «tre individui rossi del paese… passarono su e giù per la contrada cantando ed eruttando bestemmie verso le singole Divine Persone della SS. Trinità, di Maria SS., il S. Padre, i Sacerdoti» e tracciando la falce e martello sui muri delle case: «L’indignazione del nostro popolo fu piena».

E più ancora la volta che un consigliere comunale, il capostazione, capo dei comunisti, volle portare una «fiammante bandiera rossa» in chiesa per la messa solenne in ricordo della «così detta liberazione». «Sulla porta D. Giovanni intimò alla bandiera rossa di recedere», il consigliere ne chiese la ragione e il monaco sacerdote rispose che non era né una bandiera nazionale né era benedetta. Il ferroviere comunista, prontamente, obiettò: «“Ma allora benediciamola adesso, qui, subito”. Don Giovanni sorridendo, s’inchinò, e commiatandosi disse: “Benedire la bandiera rossa? Ma le pare?”»

Pontida 1946-1947: dal Liber Chronicus di don Giovanni Castagna, a cura di D. Giovanni Spinelli, in «Benedictina» luglio-dicembre 2010, pp. 422-454.

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