La fatica degli ipocriti

Premesso che a) torno a leggere certi testi come se avessi deciso di andare in palestra, a recuperare un po’ di elasticità nei movimenti dopo un periodo di inattività; e che b) in generale mi vergogno, dei miei comportamenti, dei cattivi pensieri, dell’ignoranza e soprattutto delle omissioni; è un piacere andare a lezione da Riccardo di San Vittore, uno degli esponenti di spicco della Scuola che fiorì nel monastero parigino di San Vittore nella prima metà del XII secolo. Ti cambi, effettui un piccolo riscaldamento e presto ti ritrovi in un ambiente «ordinato e moderato», nel quale vige la fiducia che un’attenta osservazione delle cose sensibili possa dar luogo a un ragionamento, e cioè a un passo avanti della conoscenza, di sé e del mondo (senza dimenticare che l’anima non può nemmeno «pervenire alla conoscenza delle cose invisibili senza passare dalla conoscenza  di quelle visibili»).

Ragione e sentimento siano dunque i nostri fari, poiché sono la fonte di ogni bene: giudizi retti, desideri santi, pensieri spirituali e affetti ordinati – verità e virtù, sapienza e giustizia («Tutti vogliamo essere giusti, ma non possiamo esserlo per caso. […] La sapienza la puoi anche amare molto e mancarne completamente. Invece, indubbiamente, quanto più amerai la giustizia tanto più sarai giusto»). Ragione e sentimento aprono il trattato di Riccardo Beniamino minore, ovvero La preparazione dell’anima alla contemplazione, una specie di manuale di mistica per tutti coloro «che vogliano intraprendere una cammino di perfezione», e lo fanno nella figura delle due mogli di Giacobbe. Commentando la storia raccontata in Genesi 29-35, Riccardo mette ordine nel caos della vita umana e delle sue passioni, fa esegesi del testo biblico e al tempo stesso raccoglie le sue osservazioni quotidiane, indica una strada, traccia uno schema che, personalmente, in quanto schema, mi conforta. Non importa che all’arrivo non mi aspetti nulla, anzi che mi aspetti proprio il nulla e certo non la contemplazione, muta e appagante, di un mistero divino; è questo sforzo di ordine, questo passaggio all’astratto, che, anche dopo oltre otto secoli di emancipazione, in un certo senso «condivido».

Lia e Rachele, dunque. Sì, perché Lia (il sentimento) e Rachele (la ragione), e le loro due serve Zilpa (la sensibilità) e Bila (l’immaginazione), hanno dato a Giacobbe tredici figli che altro non sono che indicazioni stradali: Ruben (il timore), Simeone (il dolore), Levi (la speranza) e Giuda (l’amore), questi sono i primi quattro figli di Lia. Poi Dan (la considerazione dei mali futuri) e Neftali (la considerazione dei beni futuri), figli di Bila. Poi Gad (l’astinenza) e Aser (la pazienza), figli di Zilpa. Seguono altri tre figli di Lia: Issacar (la letizia interiore), Zabulon (l’odio dei vizi) e Dina (la vergogna). Infine, a coronamento, i due figli di Rachele: Giuseppe (il discernimento e la conoscenza di sé) e Beniamino (la conoscenza di Dio e la contemplazione).

Sia perché è l’unica figlia, e in sostanza in quanto tale immeritevole di fondare una tribù in Israele come i suoi dodici fratelli, sia per la seconda premessa che ho posto all’inizio, a Dina va la mia preferenza. Dina viene dopo Zabulon «perché spesso dopo uno zelo eccessivo, se c’è la colpa, viene la vergogna» e rappresenta non quella umana, che ha a che fare con il disonore, con la reputazione, bensì quella «vera e ordinata». Non è vera vergogna, esemplifica Riccardo, quella di coloro che parlando fanno un errore grammaticale («e se nella discussione rendono una sillaba lunga breve (come spesso accade), si vergognano maggiormente del difetto linguistico che del vizio dell’orgoglio»), né lo è quella della nudità («certamente anche quelle parti del corpo che chiamiamo “vergogne” le ha fatte Dio; le vergogne del cuore, invece le hai fatte tu»), la vera vergogna è «quel giudizio per il quale ognuno è convocato, convinto, condannato e costretto dalla propria coscienza a una degna pena di imbarazzo».

Ed è una virtù che indebolisce, una virtù fragile (Riccardo non può esimersi dal commentare che «è per questo che non è uomo ma donna»), esposta ai cedimenti e alla corruzione. Come Dina, che esce di casa e viene rapita e violentata da Sichem (Genesi, 34, 1-4), cosa che susciterà la tremenda vendetta di due dei suoi fratelli. La lettura allegorica di Riccardo dell’episodio è chiara: la vergogna deve mantenere lo sguardo rivolto all’interno, altrimenti, guardando fuori, saremo spinti «a indagare con curiosità eccessiva le attività degli altri, a guardare spesso ora il volto, ora un gesto, e infine l’atteggiamento di tutto il corpo, e a imparare volentieri dai racconti degli altri i loro segreti». Allora le colpe altrui, così simili alle nostre, saranno dapprima fonte di conforto, e poi, in breve tanto peggiori delle nostre, saranno la nostra rovina, cioè la vanagloria. E Dina soccombe a Sichem che, ci ricorda Riccardo, significa «omero» e «fatica», «e perché venga detto “fatica” lo testimonia la fatica degli ipocriti, che si affannano soltanto per guadagnarsi il vano favore degli uomini».

Riccardo di San Vittore, La preparazione dell’anima alla contemplazione (Beniamino minore), a cura di C. Nardini, Nardini Editore 1991.

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