«Una nuvola non si forma senza brezza»

Si può dire, magari semplificando un po’, che prima delle Regole vengono le raccolte di sentenze, come prima dei cenobiti, sempre semplificando, vengono gli eremiti. L’esigenza di fissare norme strutturate emerge, comprensibilmente, quando il monaco solitario si unisce ad altri per formare una comunità («Mentre l’eremita non ha bisogno della regola, bensì della “parola” o sentenza, il cenobita è sottoposto alla regola», scrive Gregorio Penco). E se le Regole incorporeranno comunque buona parte di quanto messo a punto nelle raccolte di sentenze (come fa anche Benedetto), tali regole, a loro volta, hanno precedenti illustri «all’interno di una tradizione letteraria ben definita»: il genere sapienziale, da Esiodo, a Solone, a Teognide, fino a Marco Aurelio ed Epitteto.

Ho letto recentemente quattro esempi notevoli di queste raccolte in un volume curato da Lucio Coco, che accorpa il Discorso sull’ascesi di Basilio Magno, le Sentenze di Isaia di Scete, l’Esortazione ai monaci di Iperechio (del quale «non si sa niente») e La legge spirituale di Marco l’Eremita. Ai Padri del deserto, e ai loro testimoni, piacciono e tornano utili le frasi brevi, i proverbi, gli aforismi: si ricordano bene, si meditano meglio, agevolano l’insegnamento. E a me piacciono perché vi trovo conferma del valore di protopsicologia di tante scritture monastiche. Nel passaggio dal pensiero classico a quello cristiano sono talvolta evidenti gli innesti puri e semplici, altre volte delle specie di traduzioni o adattamenti. C’è ad esempio un detto molto semplice di Marco l’Eremita che recita: «Non pensare o fare niente senza uno scopo. Chi infatti cammina senza uno scopo faticherà inutilmente» (54); alcuni codici lo riportano con questa variante: «Non pensare o fare niente senza aver in Dio il tuo scopo…».

Sono pensieri di uomini di fede, certo, cristiani, che guardano alla salvezza dell’anima, ma qui e là emergono, quasi involontariamente, osservazioni di cui si intuisce bene la radice più antica, e che colpiscono per la luce limpida che gettano su meccanismi di pensiero che transitano immutati le epoche (d’altra parte sono proprio i «pensieri» uno degli oggetti principali della meditazione dei Padri).

«Monaco, non mostrarti duro; ricorda che nessuno che sia duro ha potuto resistere» (Iperechio, 74; solo il monaco?). «Meglio mangiare carne e bere vino che mangiare le carni dei fratelli con la calunnia» (Iperechio, 138). «Non dire: “Ciò che non voglio mi capita lo stesso”. Sicuramente se non quella, tu ami le cause di quella cosa» (Marco l’Eremita, 143). «C’è chi recide una passione per un piacere più grande e viene celebrato da coloro che ignorano il suo scopo. E forse anch’egli ignora che si sta sforzando inutilmente» (Marco, 101). «[Disse ancora:] Sono simile a un passero, che un fanciullo ha legato per le zampe; se si molla il filo, subito si alza in volo credendo di essere stato liberato, ma se il fanciullo lo tira giù, lo riporta indietro. Così vedo me stesso. Dico questo perché uno non deve smettere di darsi pensiero fino all’ultimo respiro» (Isaia di Scete, 8, 3). «Quando senti che pulsioni soggiacenti in noi assumono consistenza e sollecitano la passione nella mente che se ne sta quieta, sappi che è la mente [stessa] in un momento precedente che le ha suscitate, le ha rese concrete e le ha messe nel cuore» (Marco, 180).

In fondo «una nuvola non si forma senza brezza e vento, e una passione non si genera fuori dall’intelletto» (sempre lui, Marco l’Eremita).

Sentenze spirituali, a cura di L. Coco, Città Nuova 2011.

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«La puntura del discorso» (Dice il monaco, XV)

Dice Isaia di Scete, intorno al 400:

Se uno pronuncia parole che non giovano, tu non ascoltarle per non trascurare l’anima tua. Non avere riguardo davanti a lui di rattristarlo e di respingere quanto è stato detto da lui dicendo: «In cuor mio non lo accetto, non dire questo». Tu infatti non sei di più del primo essere plasmato che Dio fece con le sue mani e a cui non giovò quel discorso cattivo. Fuggi dunque e non prestare ascolto. Ma, fuggendo fisicamente, bada di non voler sapere le parole che sono state pronunciate. Infatti se senti la puntura del discorso i demoni non si fermano alle parole che hai ascoltato ma uccidono la tua anima. Quando fuggi, fuggi completamente.

Isaia di Scete, Sentenze, 8, 15, in Sentenze spirituali, a cura di L. Coco, Città Nuova 2011, p. 79.

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Il Maestro è un Sei, Benedetto un Nove

Sempre in attesa di affrontare la Regola del Maestro (RM), il precedente diretto della Regola di Benedetto, mi è capitato di leggere un bell’articolo, dello studioso benedettino Benoît Standaert, che mette a confronto i due autori sul piano della spiritualità e del temperamento, e vi ho appreso tra l’altro che esiste un filone di studi che ha esplorato la congettura che i due siano la stessa persona, essendo la RM opera giovanile di Benedetto.

Nell’isituire il raffronto, l’articolo curiosamente si avvale anche di categorie tratte dalla Caratteriologia e dall’Enneagramma: «Il Maestro è caratterialmente un grande emotivo, secondario e attivo, ciò lo annovera tra i passionali. La sua personalità è notevolmente angosciata, abitualmente sospettosa, con una tendenza che in certi momenti può divenire paranoica. […] Ai suoi occhi, perché tutto vada bene, basterà prevedere tutto e introdurre dappertutto le necessarie precauzioni» (cosa che mi piace assai). In base all’Enneagramma, «lo si può situare tra i Sei, il tipo proprio più angosciato dei nove, con un’ala in Sette… e un’ala in Cinque». Benedetto invece «è un flemmatico, un secondario, attivo, e un impressionante non-emotivo»; è un Nove, che «cerca di bilanciare e controbilanciare i punti di vista come le prese di posizione, per ottenere prima di tutto l’armonia».

Ma l’aspetto forse più interessante dell’articolo è la ricostruzione che lo studioso fa del rapporto tra i due. Anzitutto «niente impedisce di pensare che si siano conosciuti personalmente»; in secondo luogo bisogna ricordare che Benedetto non si limita a citare quando gli occorre il Maestro: «Egli lo riscrive, lo ripensa, lo adatta, lo corregge anche su molti punti, ne scarta osservanze, eccezioni e digressioni in gran numero». Questo comportamento spregiudicato, secondo Standaert, fa propendere per la tesi che Benedetto abbia scritto la sua Regola quando il Maestro era già morto. Come si può spiegare tutto ciò?

Ci sono un paio di indizi, nella RM e nella Vita di San Benedetto di Gregorio Magno, che permetterebbero una affascinante ricostruzione.

Le cose potrebbero essere andate così. In caso di morte improvvisa dell’abate, la RM prevede che si faccia venire nel monastero un «abate molto santo», che per un mese almeno osservi la comunità, abbranciandone e studiandone la Regola, e poi designi il successore. Gregorio Magno racconta che i monaci di una comunità a sud di Roma, presso Subiaco, a un certo punto si rivolsero a Benedetto, in occasione della morte del loro abate. Benedetto va, si ferma, studia e alla fine diventa lui stesso il nuovo abate, cercando anche di «raddrizzare la situazione che, da quanto ci dice il papa Gregorio, era fortemente degradata». È così che Benedetto conosce a fondo la Regola di quel monastero, ne conosce soprattutto i limiti, infatti «è nota la sconfitta che seguirà. Benedetto si rende conto che hanno deciso di avvelenarlo e con calma si ritira “tornando alla sua amata solitudine”». Quell’abate, cui Benedetto è succeduto, era il Maestro, e quella Regola era la RM.

Benedetto ha riflettuto a lungo su quel sorprendente fallimento: «Ha dovuto tener conto delle cose: non era tutta colpa dell’abate – eremita senza esperienza di vita comune –, né della Regola, né dei monaci del luogo che lo avevano scelto. Bisognava ripensare all’articolazione delle tre cose, partendo naturalmente dal testo normativo che sta al centro. Si doveva dunque emendare la Regola in vigore, completarla, raggiustarla in certi particolari. Così erano nati i principi di redazione della sua propria Regola». Benedetto avrebbe quindi studiato sul campo, e non soltanto su un manoscritto, la RM, prima di decidersi, visti gli esiti, a modificarla, a riscriverla con decisione e libertà: se hanno cercato di farmi fuori, ci dev’essere qualcosa che non funziona.

Il confronto tra i due testi, alla luce di questa ipotesi, «chiarisce molte abbreviazioni di Benedetto, rivela delle modifiche che sono a volte delle severe correzioni del Maestro e permette di stimare ancor meglio colui che, con discernimento, ha saputo redigere un tale modello del tutto eccezionale di equilibrio».

Benoît Standaert, San Benedetto e il Maestro: alla ricerca del rapporto spirituale tra i due (2011), in «Ora et Labora» LXVIII, 1 (gennaio-giugno 2013), pp. 45-58.

 

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Malinconici e scervellati fanatici? (Reperti, 17: David Hume)

Nella Prima lezione di filosofia morale di Eugenio Lecaldano, un piccolo libro molto riuscito e cui ho aderito, nel senso che esprime con chiarezza e cautela una teoria della morale che, per quel che vale, condivido (e che non avrei saputo esprimere), a un certo punto ho letto questa frase: «Nessuna fioritura umana sembra possibile laddove si diffondono progetti di vita monastici e ascetici».

È ovvio come mi sia fermato, colto da quello che si può definire imbarazzo. È un’affermazione che discende logicamente da una serie di argomentazioni tese a dare sostanza al «carattere virtuoso», quale viene proposto dall’autore all’interno della sua «etica sentimentalistica della virtù» (per la quale non posso che rimandare al volume).

Siamo nell’ambito delle condotte che non hanno una ricaduta diretta sugli altri, e le riflessioni su cui si basa Lecaldano sono quelle di Mill, Hume e Smith. Hume, in particolare, «si impegnò a mostrare come non dovesse essere considerata in alcun modo virtuosa una vita ispirata alla rinuncia e alla sopportazione delle sofferenze. Non c’è una base morale per criminalizzare le condotte rivolte al piacere e all’utile personale, laddove queste non provochino alcun danno ad altri». Dall’altra parte, «vite dominate dalla rinuncia e dal culto della sofferenza sembrano allontanare le persone dai piaceri della compagnia, della vita affettiva in comune e della creazione di condizioni migliori per tutti». Di qui la frase citata in apertura e la squalificazione di atteggiamenti che non considerino «gli interessi di tutti coloro che vivono nel presente e delle generazioni future».

Che cosa dice esattamente Hume? Nella Ricerca sui principi della morale, ad esempio, si legge: «Il celibato, il digiuno, la penitenza, la mortificazione, l’abnegazione [che in italiano possiede ancora una sfumatura più positiva dell’originale self-denial], l’umiltà, il silenzio, la solitudine e tutto il complesso delle virtù monacali [the whole train of monkish virtues]: per quale ragione tutto ciò viene ovunque respinto dagli uomini di buon senso, se non perché non serve a risultati di alcun genere, né fa progredire la fortuna d’una persona nel mondo, né la rende un membro più apprezzabile della società, né la fa idonea a divertire una compagnia d’amici, né aumenta la sua capacità di godimento interiore?» Queste qualità, sostiene Hume, producono risultati contrari a ciò che è desiderabile e vanno quindi spostate nella «colonna opposta» dei vizi. «Un malinconico e scervellato fanatico [A gloomy, hair-brained enthusiast]», conclude arguto Hume, «dopo la morte, può trovare un posto nel calendario; ma, da vivo, non sarà mai accolto nell’intimità e nella compagnia se non di coloro che sono pazzi e malinconici come lui» (sezione IX, parte I).

Ora, credo che si debba anzitutto considerare l’epoca nella quale Hume scriveva (la Ricerca è del 1751) e quindi l’immagine storica che aveva del monachesimo. Credo anche che sia irragionevole negare la convinzione dei monaci e della monache di oggi – quali? per lo meno quelli che ho letto e che spesso ho citato anche qui – di aver scelto una condotta che invece esalti qualità umane come la sensibilità, la «vita affettiva in comune», la compassione e, a suo modo, la partecipazione ai destini collettivi. È un punto delicato, ma non posso mettere in dubbio, a priori e dal mio punto di vista, l’autenticità del sentimento di costoro, il senso di verità con il quale vivono il loro particolare «contributo». Posso preferire altre condotte; devo sempre tenere conto delle mie limitate conoscenze; ma non posso, né voglio in fondo, squalificare una condotta che oggi può essere scelta in piena libertà e che non lede libertà altrui. Posso dissentire, se mai, da coloro che additano in questa loro scelta la vera strada, o che a partire dai suoi valori vorrebbero estendere certe forme e norme a chi fa scelte differenti, o che, a loro volta, squalificano tali scelte differenti. Ma c’è, oggi, un Bernardo che vorrebbe che tutto il mondo fosse un monastero?

È un discorso aperto, che cercherò ancora di affrontare meglio.

Eugenio Lecaldano, Prima lezione di filosofia morale, Laterza 2010 (la citazione è a pag. 104); le citazioni dalla Ricerca sui principi della morale sono tratte da Saggi e trattati morali, letterari, politici e economici, a cura di M. Dal Pra e E. Ronchetti, Utet 1974.

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Carlo Maria Martini e Viboldone (pt. 2)

Umile fedeltà quotidiana(la prima parte è qui)

Il documento più interessante è, forse, il testo che registra l’incontro tra le monache e il cardinale a conclusione della visita canonica del luglio 2002, l’ultima, poiché riporta anche alcuni interventi delle monache. È un incontro informale, credo voluto proprio da Martini («Avete visto che c’è qualche mutazione nell’ordo della chiusura della Visita. Di solito la Visita veniva conclusa con una relazione del vescovo e firmata poi qui e questa relazione era sempre un po’ piuttosto ingessata, quindi lasciava un po’ così, non del tutto soddisfatti»), attraversato da una profonda gratitudine reciproca, ma dal quale non sono tuttavia espunti i problemi più gravi.

La badessa, introducendolo, non dimentica, ad esempio, le ansie per gli abbandoni e per il «rimanere in pochi», o la necessità di «vigilare contro una malintesa autosufficienza del monastero». Il cardinale risponde con un ampio discorso per punti, che prende le mosse, dopo i ringraziamenti al padre visitatore, proprio dagli abbandoni (con una citazione dal Vangelo di Giovanni: «Il tralcio che porta frutto [il Signore] lo pota perché porti ancora più frutto», e più avanti con una frase molto diretta: «Talvolta è meglio un noviziato vuoto che una presenza che destabilizza l’equilibrio comunitario») e si allarga poi al tema delle prove cui non dobbiamo sottrarci e a quello dei sentimenti.

Senza prove non si dà pazienza, e senza pazienza non si dà integrità, e le prove sono le cose concrete che ci capitano, che non capiamo o che vanno contro i nostri desideri, non è un discorso astratto: «Siamo sempre pronti ad accettare tutte le prove, eccetto, però, quelle che ci vengono. Tutte le altre le immaginiamo e va bene; sì quella prova e quell’altra, ma questa proprio no!»

Martini cita poi un libro di un neurochirurgo tedesco che sta leggendo – che ribadisce scientificamente la convivenza di molti Io nella psiche di un individuo – e ammette di esserne stato messo in crisi. La strada per neutralizzare questa esplosione del soggetto è quella appunto dei sentimenti, «perché sono i sentimenti che ci muovono». «Ma ha molta importanza, allora, mettere ordine in ciò che sentiamo e questa è la grande scuola spirituale che parte dai Padri del deserto. Mettere in ordine nei nostri sentimenti è la cosa più difficile, ma la più importante… e ci vuole una vita intera.» Il cuore umano è insondabile («Dio solo ci capisce», dice il cardinale; non del tutto, e per il momento, azzarderei io), ma i suoi pensieri no, e possono essere, e vanno, coltivati, puliti, messi in  ordine, ogni giorno – e su questo anche il puro positivista può concordare.

Un’ultima nota, anzi due. La prima per il cardinale che guarda fuori del finestrino dell’aereo: «A tutte queste visite che ho fatto c’è da aggiungere tutte le volte che vi ho benedetto dall’aereo arrivando qui [a Milano]: stando sulla sinistra dell’aereo vedo il campanile e invio la benedizione su di voi dall’alto».

La seconda per l’onestà di s. Maria Franca, che, negli interventi finali delle consorelle, sembra quasi non trattenersi: «La nostra comunità è sempre stata un po’ diversa dalle altre, perché non siamo fatte con lo stampino e questo comporta un po’ di disagio per accoglierci come siamo. Lei ci ha dato anche molti stimoli con la sua parola alla Chiesa di Milano, cercando un’apertura; però siamo molto in difficoltà».

(2-fine)

Un’umile fedeltà quotidiana. Parole come benedizione: il vescovo Carlo Maria Martini alla comunità monastica, a cura di M.I. Angelini, prefazione del card. A. Scola, Edizioni Viboldone 2013.

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Carlo Maria Martini e Viboldone (pt. 1)

Umile fedeltà quotidianaMaria Ignazia Angelini ha recentemente curato (con «trepidazione») un bel volume che raccoglie gli interventi di Carlo Maria Martini, quando era arcivescovo di Milano, rivolti alla comunità monastica benedettina di Viboldone, di cui è badessa dal 1996. Si tratta di testi, scritti o pronunciati, che vanno quindi dall’aprile 1990 (un primo colloquio conoscitivo, due mesi dopo l’insediamento) al luglio 2002 (il documento conclusivo della visita canonica, quando già era stato nominato il successore); per lo più omelie, in occasione di celebrazioni, ricorrenze o professioni solenni, che tornano con insistenza su temi monastici, sia di carattere generale, sia legati al ruolo svolto da un monastero nella chiesa contemporanea, e in particolare nella diocesi di una grande città.

Sono un documento molto significativo, anzitutto perché sono parole intime e non pubbliche, segno di un dialogo concreto tra due entità precise: un vescovo e una comunità di monache, uomini e donne di fede che parlano tra loro; inoltre perché anche un lettore che non ha «nessuna metafisica, un puro positivista» (per usare parole del cardinale) non può non essere colpito dal garbo, dalla discrezione e dai sentimenti amorosi di tale dialogo.

La cautela con cui il cardinale si rivolge alle monache, affrontando qualsiasi argomento, dal senso di una professione solenne all’importanza del lavoro manuale, dalla cura delle anziane alla necessità di limitare l’uso del parlatorio, è seconda soltanto alla precisione con la quale i testi citati dalle Scritture (la Parola) vengono esplorati per trarne riflessioni, indicazioni, speranze. Ho detto «cautela», ma mi verrebbe da usare «circospezione» per definire il modo in cui Martini affronta i vari temi, come se ritenesse di essere sempre e soltanto ai preliminari (cosa che peraltro forse di potrebbe dire della vita terrena di un cristiano: un preliminare, «qui allora noi compiamo qualcosa che avrà la sua spiegazione nell’eternità: là capiremo il senso di ciò che oggi viviamo»), senza per questo tirarsi indietro quando occorre essere chiari o comunque prendere una decisione.

Oltre alla memoria ininterrotta della Parola (una «tenace fedeltà»), «il segno della comunità religiosa deve essere segno che la comunità è possibile, che il perdono è possibile, che la ricostituzione dell’unità è possibile», dice il cardinale, ed è un punto sul quale ritorna spesso, individuando in esso, forse, lo specifico più attuale della comunità monastica: «Questo è il compito altissimo, potremmo quasi pensarlo utopico: come è possibile vivere in tanti insieme ed essere un cuor solo e un’anima sola con tutte le differenze che ci sono tra noi, con tutte le piccole conflittualità che attraversano la vita quotidiana?», e ancora: «Occorre mostrare la possibilità di una comunità alternativa, cioè di una comunità che non si separa dagli altri».

E ancora, e qui Martini cita Basil Hume, quasi accettandone il punto di vista, se così posso dire, ancor più riduzionista: «”Noi non ci comprendiamo come gente che ha una particolare missione o funzione nella Chiesa. Noi non ci proponiamo di cambiare il corso della storia: noi siamo unicamente là, in modo quasi accidentale dal punto di vista umano e felicemente continuiamo a essere semplicemente là”. Questo mi pare interessante per dire che anche l’idea di chissà quale missione, a un certo punto va corretta. Ci siamo, siamo lì: viviamo, preghiamo, siamo lì e questo è ciò che siamo e vogliamo essere volentieri…»

(1-continua)

Un’umile fedeltà quotidiana. Parole come benedizione: il vescovo Carlo Maria Martini alla comunità monastica, a cura di M.I. Angelini, prefazione del card. A. Scola, Edizioni Viboldone 2013.

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Notker Wolf, «Imparare dai monaci»

Notker_Wolf«Molti sanno che suono la chitarra elettrica. A volte sono “l’abate che ama gli AC/DC”, a volte “il monaco che suona il rock”. E quando sono sul palco con la mia band [un corsivo commovente] Feedback, in abito talare e con la mia croce al collo, noto non raramente dei volti increduli.» Non è proprio una frase che ti aspetti di trovare nel libro dell’abate primate della Confederazione benedettina. Sapevo delle passioni musicali, non soltanto rock, dell’abate Wolf, peraltro documentate, ed ero curioso di leggere qualcosa della sua ampia bibliografia.

Imparare dai monaci, sia detto senza riprovazione, è un’interessante operazione di marketing, ben condotta, con stile e sostanza; non sorprendente, considerando il ruolo internazionale del suo autore. Saldamente legato come ogni benedettino al suo monastero, Sant’Ottilien, in Baviera, Notker Wolf (nato nel 1940 e primate dal 2000) risiede da anni a Roma, viaggia, parla, ascolta e scrive molto, e incontra molte persone, in ogni continente, religiose e no. Le sue parole scritte hanno un tono leggero, aperto, fiducioso; nonostante il titolo, la sua non è una lezione, bensì una gentile e simpatica pubblicità progresso: «La Regola benedettina dà buoni risultati da 1500 anni e oggi nel mondo vivono circa 25.000 benedettini e benedettine secondo questa Regola. Porgiamo insieme l’orecchio, cerchiamo e scopriamo cosa dai monaci – naturalmente anche dalle monache e sorelle – possiamo imparare».

Tre parti: cosa possiamo imparare in rapporto a noi stessi, alla comunità di cui facciamo parte, al mondo in cui viviamo. La formula funziona molto bene, e anche questo non sorprende se si ha presente la straordinaria caratteristica della Regola di san Benedetto – che è pur sempre un testo normativo – di unire l’assoluta limpidezza riguardo agli scopi (anzi, allo scopo) a una formidabile duttilità pratica. Le categorie della vita monastica benedettina si prestano con facilità a essere declinate per le cosiddette inquietudini dell’individuo comune contemporaneo, assillato, strattonato, stanco e stressato, e l’abate primate non è il primo a cimentarsi con il tema, ma è bravo a tenersi lontano da certi deliri della manualistica self-help, pur costeggiandone i lidi. Soprattutto è ironico e molto abile a trovare le immagini e i parallelismi giusti per rendere attuali ed evidenti certi concetti. Mi ha fatto sorridere ad esempio la similitudine tra McDonald’s e l’Ordine benedettino: il menù è uguale dappertutto, magari con qualche lieve variazione locale, «dai benedettini funziona in modo simile: anche noi abbiamo aperto in tutto il mondo le nostre filiali, quasi come il sistema di franchising, con la Regola di Benedetto alla mano»; oppure la riscrittura aggiornata del famoso brano di Evagrio sul demone meridiano: «Tornavo dal pranzo, mi volevo sedere di nuovo alla scrivania e buttare giù un paio di idee per questo capitolo. Ho guardato fisso lo schermo del computer. Niente. Ho preso degli appunti. Niente. Svogliatezza. Mi sono guardato intorno, ho visto l’enorme cumulo di mail stampate a cui dovevo ancora rispondere, ho pensato alla lezione che avrei tenuto domani e dopodomani quell’altra. Lentamente sono scivolato nell’autocommiserazione e nell’irritabilità…»

Sia chiaro, l’ironia e la leggerezza non impediscono all’abate di pronunciarsi anche su questioni di rilievo etico e sociale, quelle che ci si può aspettare, con un generale atteggiamento di comprensione e speranza, di ecumenismo, che merita rispetto: «Non si può tornare indietro: dobbiamo osare, convivere, cooperare ed essere qui l’uno per l’altro». Certo che quando scatta la citazione di Pulp Fiction, del Bayern, o di quel «purè di radici di manioca che mi è rimasto sullo stomaco per tre giorni», è la simpatia che prevale.

Notker Wolf, Imparare dai monaci (2009), traduzione di M. Susini, Edizioni Dehoniane 2013.

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«Sarò il padre prior dei miei peccati» (Reperti, 16: Emilio Praga)

L’altro giorno leggevo le poesie di Emilio Praga – attività comunissima, a chi non capita? – e ho scoperto alcuni riferimenti monastici curiosi, un complesso di immagini non di maniera, che nei versi del poeta scapigliato (nato nel 1839 a Gorla – ora stazione della metropolitana milanese – e morto a 36 anni, di eccessi, soprattutto alcolici) vengono usate sia come bersaglio degli slanci antiborghesi e dissacranti, sia come sostegno della nostalgia di un passato idealizzato in cui rifugiarsi. Tre in particolare.

In Monasterium (da Penombre, 1864): «Io, reprobo poeta / di messale sdegnoso e d’ostensorio, / vagando nelle flebili campagne, / passo talor vicino al parlatorio / della clausura», e si siede vicino a un crocifisso («pinto ad olio da un monaco spagnuolo / di cui l’ossame nel mortorio ho visto»). E gli pare di udire dai «profondi tumuli del chiostro» il suono di «postumi lamenti»:

Oh frescura notturna!

A respirarla uscitene, fanciulle.

Le morte son sepolte, e uscir non ponno;

per le alcove nasceste e per le culle,

giovinettine uscite,

chè lo Sposo del ciel non giunge mai!…

Le son fiabe ordite

dalle badesse, perché mai nessuna

si rompa il capo alla muraglia bruna!

Ancora in Penombre, Praga disegna il suo Convento ideale e irriverente:

Io voglio farmi un piccolo convento,

lontano, solitario, in riva al mare;

colà, pieno di sole, in mezzo al vento,

starò lieto e tranquillo ad invecchiar.

Sarò il padre prior dei miei peccati,

e una regola nuova inventerò;

i miei pensosi e pallidi affiliati

senza scelta di sesso annicchierò.

Nel «Prologo» a Monaci e cavalieri (da Trasparenze, 1889 postumo), dedicato ad Arrigo Boito, prevale invece la più classica delle proiezioni:

Se fosse nostro, Arrigo, il secol bello

della fervida fede e dell’amore,

pensa ch’io sarei forse un fraticello

di tavole e di dogmi indagatore,

e che vivrei contento

scordando l’ora e contemplando il poi!

Però del mio convento

tu verresti a fermar spesso alle grate

il più tranquillo dei morelli tuoi,

e, per le vaghe arcate,

mediteremmo insiem messale ed arpa,

cilizio e ciarpa.

(Tutte le raccolte poetiche di Emilio Praga si possono leggere su Liber Liber.)

 

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«Fai attenzione, fratello» (Dice il monaco, XIV)

Dice Efrem il Siro (306-373):

Se qualcuno ti parla dei suoi pensieri, fai attenzione, fratello, perché non accada che, mentre lui parla, tu sia disturbato dagli stessi pensieri, soprattutto se l’occhio della tua mente è ancora un po’ debole, perché saresti simile a un pilota coinvolto in una grande tempesta. Bisogna piuttosto che, ascoltando le prime parole, tu comprenda quale sarà il seguito, e così ti metta a confortare la persona tribolata con ciò che ci è stato trasmesso dagli uomini santi, o con ciò che proviene dall’esperienza personale. Non è infatti volontà del Signore che l’uno cada a causa dell’altro: egli vuole che tutti si salvino. E tu, mio caro, non manifestare a chiunque i tuoi pensieri, ma a quelli riguardo ai quali hai potuto appurare che sono spirituali, senza badare né all’abito, né alla canizie.

(È l’inganno della buona coscienza che mi fa sottolineare queste parole. Certo che sembrano fatte apposta per alimentarlo. Mi bastano poche modifiche, lievi cancellature, e il consiglio è lì, evidente e quotidiano, semplice frutto di osservazioni e prove, spedito da un monaco di lingua siriaca del IV secolo a un tizio del XXI.)

Paolo Everghetinós, Esempi e parole dei santi Padri teofori, volume I, a cura di M.B. Artioli, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia 2012, p. 187.

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Erone e Tolomeo, che confidarono in se stessi

Negli Esempi e parole dei santi Padri teofori di Paolo Everghetinós, che, come ho già detto, sto leggendo con grande piacere, sono riportati anche esempi negativi. Questi due sono tratti, e rimaneggiati, dalla Storia lausiaca di Palladio e rubricati all’Argomento 20: «Come non si debba confidare in se stessi, ma seguire l’esempio dei Padri…». Succinti, chiari e, per certi aspetti, sorprendenti.

Erone, racconta Palladio, è un giovane monaco di Scete molto virtuoso, forse «eccessivamente magro», capace di nutrirsi per tre mesi della sola santa Comunione. Una volta i due fanno un vaggio, insieme con altri fratelli. Tutti mangiano qualcosina, Erone no. Non solo, continua a recitare a memoria «dei salmi, il grande salmo e altri quindici, la Lettera agli Ebrei, Isaia…», non la finisce più. Finché, «per la boria», viene «preso da follia», si esalta e si mette ad accusare gli altri. Scacciato, se ne va ad Alessandria, dove passa il tempo «in teatri, ippodromi e bettole»: è inevitabile che finisca a correre dietro alle donne, a un’attrice del «teatro dei mimi» in particolare. A questo punto, «per una certa provvidenza», gli viene il carbonchio ai genitali «e per sei mesi fu tanto malato che questi organi imputridirono e caddero da sé». Così si ravvede, torna nel deserto e confessa tutto, ma «dopo pochi giorni morì».

Anche Tolomeo è molto virtuoso, anche lui sta dalle parti di Scete, «in un luogo chiamato Klimax», e per quindici anni beve soltanto l’acqua che impregna alcune spugne esposte alla rugiada. Si estrania da tutti e alla fine impazzisce, perché il demonio gli dice una cosa all’orecchio. Allora abbandona il deserto e vaga per l’Egitto, «schiavo della ghiottoneria e del vino», si aggira nelle città parlando da solo, oggetto di pena o di scherno. È perduto per sempre.

Ma cosa aveva sussurrato il diavolo all’orecchio di Tolomeo? «Il demonio maligno gli suggerì di dire che le cose non hanno alcuna sostanza, ma semplicemente tutto proviene dall’automatismo con cui il mondo si realizza.» E così era caduto nell’«empia dottrina dell’automatismo».

Paolo Everghetinós, Esempi e parole dei santi Padri teofori, volume I, a cura di M.B. Artioli, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia 2012, pp. 164-166 (nella Storia lausiaca le storie di Erone e Tolomeo si leggono ai capitoli 26 e 27; le differenze sono, ovviamente, interessanti: differenze di sceneggiatura, ad esempio, o di terminologia; spiegazioni o particolari omessi; aggiunte derivate da altre versioni, e così via).

 

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