Malinconici e scervellati fanatici? (Reperti, 17: David Hume)

Nella Prima lezione di filosofia morale di Eugenio Lecaldano, un piccolo libro molto riuscito e cui ho aderito, nel senso che esprime con chiarezza e cautela una teoria della morale che, per quel che vale, condivido (e che non avrei saputo esprimere), a un certo punto ho letto questa frase: «Nessuna fioritura umana sembra possibile laddove si diffondono progetti di vita monastici e ascetici».

È ovvio come mi sia fermato, colto da quello che si può definire imbarazzo. È un’affermazione che discende logicamente da una serie di argomentazioni tese a dare sostanza al «carattere virtuoso», quale viene proposto dall’autore all’interno della sua «etica sentimentalistica della virtù» (per la quale non posso che rimandare al volume).

Siamo nell’ambito delle condotte che non hanno una ricaduta diretta sugli altri, e le riflessioni su cui si basa Lecaldano sono quelle di Mill, Hume e Smith. Hume, in particolare, «si impegnò a mostrare come non dovesse essere considerata in alcun modo virtuosa una vita ispirata alla rinuncia e alla sopportazione delle sofferenze. Non c’è una base morale per criminalizzare le condotte rivolte al piacere e all’utile personale, laddove queste non provochino alcun danno ad altri». Dall’altra parte, «vite dominate dalla rinuncia e dal culto della sofferenza sembrano allontanare le persone dai piaceri della compagnia, della vita affettiva in comune e della creazione di condizioni migliori per tutti». Di qui la frase citata in apertura e la squalificazione di atteggiamenti che non considerino «gli interessi di tutti coloro che vivono nel presente e delle generazioni future».

Che cosa dice esattamente Hume? Nella Ricerca sui principi della morale, ad esempio, si legge: «Il celibato, il digiuno, la penitenza, la mortificazione, l’abnegazione [che in italiano possiede ancora una sfumatura più positiva dell’originale self-denial], l’umiltà, il silenzio, la solitudine e tutto il complesso delle virtù monacali [the whole train of monkish virtues]: per quale ragione tutto ciò viene ovunque respinto dagli uomini di buon senso, se non perché non serve a risultati di alcun genere, né fa progredire la fortuna d’una persona nel mondo, né la rende un membro più apprezzabile della società, né la fa idonea a divertire una compagnia d’amici, né aumenta la sua capacità di godimento interiore?» Queste qualità, sostiene Hume, producono risultati contrari a ciò che è desiderabile e vanno quindi spostate nella «colonna opposta» dei vizi. «Un malinconico e scervellato fanatico [A gloomy, hair-brained enthusiast]», conclude arguto Hume, «dopo la morte, può trovare un posto nel calendario; ma, da vivo, non sarà mai accolto nell’intimità e nella compagnia se non di coloro che sono pazzi e malinconici come lui» (sezione IX, parte I).

Ora, credo che si debba anzitutto considerare l’epoca nella quale Hume scriveva (la Ricerca è del 1751) e quindi l’immagine storica che aveva del monachesimo. Credo anche che sia irragionevole negare la convinzione dei monaci e della monache di oggi – quali? per lo meno quelli che ho letto e che spesso ho citato anche qui – di aver scelto una condotta che invece esalti qualità umane come la sensibilità, la «vita affettiva in comune», la compassione e, a suo modo, la partecipazione ai destini collettivi. È un punto delicato, ma non posso mettere in dubbio, a priori e dal mio punto di vista, l’autenticità del sentimento di costoro, il senso di verità con il quale vivono il loro particolare «contributo». Posso preferire altre condotte; devo sempre tenere conto delle mie limitate conoscenze; ma non posso, né voglio in fondo, squalificare una condotta che oggi può essere scelta in piena libertà e che non lede libertà altrui. Posso dissentire, se mai, da coloro che additano in questa loro scelta la vera strada, o che a partire dai suoi valori vorrebbero estendere certe forme e norme a chi fa scelte differenti, o che, a loro volta, squalificano tali scelte differenti. Ma c’è, oggi, un Bernardo che vorrebbe che tutto il mondo fosse un monastero?

È un discorso aperto, che cercherò ancora di affrontare meglio.

Eugenio Lecaldano, Prima lezione di filosofia morale, Laterza 2010 (la citazione è a pag. 104); le citazioni dalla Ricerca sui principi della morale sono tratte da Saggi e trattati morali, letterari, politici e economici, a cura di M. Dal Pra e E. Ronchetti, Utet 1974.

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