«Sarò il padre prior dei miei peccati» (Reperti, 16: Emilio Praga)

L’altro giorno leggevo le poesie di Emilio Praga – attività comunissima, a chi non capita? – e ho scoperto alcuni riferimenti monastici curiosi, un complesso di immagini non di maniera, che nei versi del poeta scapigliato (nato nel 1839 a Gorla – ora stazione della metropolitana milanese – e morto a 36 anni, di eccessi, soprattutto alcolici) vengono usate sia come bersaglio degli slanci antiborghesi e dissacranti, sia come sostegno della nostalgia di un passato idealizzato in cui rifugiarsi. Tre in particolare.

In Monasterium (da Penombre, 1864): «Io, reprobo poeta / di messale sdegnoso e d’ostensorio, / vagando nelle flebili campagne, / passo talor vicino al parlatorio / della clausura», e si siede vicino a un crocifisso («pinto ad olio da un monaco spagnuolo / di cui l’ossame nel mortorio ho visto»). E gli pare di udire dai «profondi tumuli del chiostro» il suono di «postumi lamenti»:

Oh frescura notturna!

A respirarla uscitene, fanciulle.

Le morte son sepolte, e uscir non ponno;

per le alcove nasceste e per le culle,

giovinettine uscite,

chè lo Sposo del ciel non giunge mai!…

Le son fiabe ordite

dalle badesse, perché mai nessuna

si rompa il capo alla muraglia bruna!

Ancora in Penombre, Praga disegna il suo Convento ideale e irriverente:

Io voglio farmi un piccolo convento,

lontano, solitario, in riva al mare;

colà, pieno di sole, in mezzo al vento,

starò lieto e tranquillo ad invecchiar.

Sarò il padre prior dei miei peccati,

e una regola nuova inventerò;

i miei pensosi e pallidi affiliati

senza scelta di sesso annicchierò.

Nel «Prologo» a Monaci e cavalieri (da Trasparenze, 1889 postumo), dedicato ad Arrigo Boito, prevale invece la più classica delle proiezioni:

Se fosse nostro, Arrigo, il secol bello

della fervida fede e dell’amore,

pensa ch’io sarei forse un fraticello

di tavole e di dogmi indagatore,

e che vivrei contento

scordando l’ora e contemplando il poi!

Però del mio convento

tu verresti a fermar spesso alle grate

il più tranquillo dei morelli tuoi,

e, per le vaghe arcate,

mediteremmo insiem messale ed arpa,

cilizio e ciarpa.

(Tutte le raccolte poetiche di Emilio Praga si possono leggere su Liber Liber.)

 

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