Chiara e Francesco (non quelli, altri due)

Una delle letture che i due grossi volumi di Mario Sensi mi hanno spinto a fare è la Vita di Chiara da Montefalco di Berengario di Donadio (Berengario di Sant’Africano, Béranger Donadieu de Saint-Afrique), molto interessante per esemplificare alcuni tratti dei bizzocaggi dell’Italia centrale della fine del XIII secolo, e per la figura della santa. Ma di questo un’altra volta, poiché il testo dell’allora vicario del vescovo di Spoleto è ricco anche di piccole notazioni curiose e, si direbbe oggi, sottotrame. Una mi ha colpito in modo particolare.

BerengarioDonadio

Chiara muore intorno alle nove del mattino di sabato 17 agosto 1308. La sera prima ha mandato «a chiamare suo fratello Francesco, allora superiore dei frati Minori nella valle di Spoleto». Cosa fa il fratello? Accorre? No, fa chiedere «se potesse attendere fino al giorno dopo», al che Chiara risponde: «Se domani non verrà molto presto, non occorrerà più che venga per me». Uno scambio singolare, e non posso fare a meno di immaginare la notte di fratello e sorella, i loro pensieri – dovevo andare?; be’, poteva venire…

Al mattino presto Chiara viene visitata dal medico, che, uscendo, incontra Francesco, che invece sta arrivando. Alla domanda su come stia la sorella, il medico risponde: «Credo che sia del tutto guarita. A parte il timore per i rapimenti che ha frequentemente, non può esserci alcun pericolo imminente». Il frate, sorprendentemente, esita di nuovo: «Allora voglio tornare perché, da quanto mi pare [in questo inciso c’è un mondo], non occorre che entri»; sembra proprio che si appigli a qualsiasi parola pur di rimandare l’incontro con la sorella. Chiara però, infusa di spirito profetico, percepisce il dialogo che si sta svolgendo alla porta del monastero, chiama una conversa e le dice: «Va’ e di’ a Francesco che entri, altrimenti non mi vedrà più». Francesco non ha più scuse ed è costretto a entrare. Avrà uno scambio di battute un po’ surreale con la sorella e, insieme alla comunità, assisterà al santo trapasso.

Un indizio sul motivo della riluttanza di Francesco si può trovare, forse, nelle ultime parole che Chiara gli rivolge: «Ti raccomando in modo speciale questo monastero e tu comportati bene e sii buono». Per un istante si può indulgere all’immagine di un fratello schiacciato dalla presenza di una sorella già santa sin da bambina (senza dimenticare che un’altra sorella, Giovanna, è la rettrice del reclusorio nel quale si ritira la piccola Chiara) e da anni di raccomandazioni e ammonimenti. Di questi si trova una piccola traccia nei pochi «detti» della santa, riportati in appendice alla Vita e tratti dalle testimonianze rese al primo processo di canonizzazione. «Al fratello Francesco ancora fanciullo» Chiara dice di recitare l’Ave Maria e fare molte «genuflessioni e prostrazioni»; «quand’era studente ad Assisi» gli ricorda che lei sa benissimo quando, invece di studiare, si dà «ai giochi e ai divertimenti, a mangiare e a bere in modo disordinato»; infine al fratello «divenuto lettore di teologia» ricorda la castità, la preghiera, la pietà e che non è il caso di esaltarsi per i libri letti: «Anzi, ti dico che da parte mia avrei maggiore consolazione se tu fossi un laico e cuoco dei tuoi fratelli con buono spirito e con devoto fervore che se fossi uno dei maggiori teologi». Niente, non va mai bene niente.

Sicché, non siamo troppo severi con il Francesco adulto, fermo sulla porta del monastero, che ascolta le parole del medico, spera disperatamente che siano vere, si sente straziare dentro e alla fine non riesce a trattenersi: mi sembra di capire che posso venire più tardi

Berengario di Donadio, Vita di Chiara da Montefalco, a cura di R. Sala, o.s.a., note di S. Nessi, Città Nuova 20093.

 

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«Mulieres in Ecclesia». Storie di monache e bizzoche (pt. 2/2)

(la prima parte è qui)

L’ispirazione francescana di questo movimento penitenziale, o forse bisognerebbe dire più correttamente: la comune origine, è evidente. L’intenzione di questo «piccolo esercito», infatti, è quella di «seguire nudi il Cristo nudo»: vivere una vita di estrema povertà al servizio del Cristo-sposo e degli indigenti, abbracciando privazioni, penitenze e osservanze. «Il programma di vita ascetica, che vigeva nei “carceri” [individuali] e nei “bizzocaggi” [comunità] femminili, era il regime di vita imposto, per diritto canonico, ai peccatori pubblici riconciliati e volontariamente adottato dalle donne della penitenza». Si tratta dunque di digiuni e astinenze in determinate occasioni, della recita delle ore canoniche, della partecipazione quotidiana alla messa (nel caso non fosse prescritta la clausura), del rifiuto di atteggiamenti e usi «mondani». In certi casi a ciò si aggiungevano anche pratiche di penitenza, come l’uso del cilicio, e una generale quanto pericolosa attività di macerazione del corpo (Chiara da Montefalco, ricorda una fonte citata da mons. Sensi, «d’inverno, quando la temperatura era gelida nella sua contrizione puniva il suo corpo mettendo i piedi e parte delle gambe in un catino e stava così nel gelo finché aveva recitato cento volte il Padre nostro»).

È un paesaggio umano brulicante e confuso, e molto affascinante, in costante tensione con il potere ecclesiastico, che si adopererà in maniera sistematica per ricondurre queste esperienze, queste donne laiche che affermavano una propria volontà, nell’ambito delle forme monastiche definite, sia di antica che di recente approvazione. I Concili e i papi non si distrassero mai dagli sviluppi della questione: Gregorio IX, che aveva canonizzato Francesco, fece di tutto per «incanalare gran parte del movimento penitenziale dell’Italia centro-settentrionale, di inizio secolo XIII, nell’Ordine damianita» (le Clarisse); Bonifacio VIII da un lato si preoccupò dei possibili contatti tra queste donne e i vari movimenti spirituali, ordinando ai vescovi di indagare sui possibili errori dottrinali e di «denunciare tutti quegli eremiti che conducevano vita sospetta», dall’altro impose la clausura a tutti i monasteri di ordini approvati (ma «grazie a una serie di scappatoie giuridiche, il fenomeno beghinale/bizzocale continuò a sopravvivere»); Giovanni XXII colpì ripetutamente i rigoristi francescani e le loro varie ramificazioni.

Ma le forme vive assunte da questa «ispirazione» sono infinite e in perenne trasformazione, brulicanti, appunto, e poiché legate a situazioni e personaggi locali, spesso intangibili dal potere centrale, ma anche, in seguito, dal potere centrale non soltanto tollerate bensì addirittura riverite (come dimostrano le «mulieres religiosae reclusae in basilica S. Iohannis Lateranensis», le murate di San Giovanni in Laterano, o le incarcerate nella cappella di Sant’Andrea della basilica di San Pietro: «In eo loco sunt cubicola sanctimonalium quae, muris clausae, perpetuam Deo ibidem servitutem vovere»). E la storia è andata avanti, in un certo modo, fino ai giorni nostri.

Questi due volumi sembrano rappresentare anche in senso fisico la ricchezza e la varietà del fenomeno. Come dicevo, ho letto sinora il primo saggio e dal suo corposo apparato di note ho già ricavato un elenco di letture ulteriori: posso soltanto immaginare come sarà l’intera traversata. E per quanto possa sembrare ridicolo, devo dire che non vedo l’ora di leggere questa storia, «una storia fatta di tante piccole tessere con le quali, allo stato attuale della documentazione, è possibile solo abbozzare un minuscolo mosaico e tuttavia di rara bellezza».

(2-fine)

Mario Sensi, «Mulieres in Ecclesia». Storie di monache e bizzoche, Centro italiano di studi sull’alto medioevo di Spoleto 2010.

 

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«Mulieres in Ecclesia». Storie di monache e bizzoche (pt. 1/2)

MulieresInEcclesia

Alla fine ho approfittato di un’offerta e mi sono impossessato dei due tomoni di cui si compone «Mulieres in Ecclesia». Storie di monache e bizzoche, ampia raccolta (oltre mille e trecento pagine) di saggi di Mario Sensi dedicati alle esperienze semi-religiose femminili, a metà strada tra vita monastica e stato laicale, nell’Italia principalmente dei secoli XII-XV – essendo la mole, per me, irresistibile promessa di apprendimento, di riempimento di lacune, di contestuale apertura di nuovi abissi.

Mai promessa del genere rischia di essere maggiormente mantenuta, ad apertura delle prime pagine del primo volume, per ispezionare l’indice. Ho anche appreso che purtroppo l’autore, nato ad Assisi nel 1936, è morto nel maggio di questo 2015. Nel ricordo che gli ha dedicato «L’Osservatore Romano», Lucetta Scaraffia scrive che mons. Sensi aveva «scelto come suo campo privilegiato di ricerca quello delle fonti notarili, uno dei più ostici e noiosi per qualsiasi ricercatore, ambito che richiede una dedizione infinita prima di dare dei frutti», e che con il suo lavoro nascosto e indefesso «ha rivoluzionato la storia della religiosità popolare, rivelando radici e storie di culti, santuari, pellegrinaggi, e ha ridato alle vicende delle donne laiche che si dedicavano alla vita religiosa – le beghine studiate e amate da Romana Guarnieri [grande studiosa cui i due tomi sono dedicati in memoriam] un posto nella storia di un’istituzione che le aveva cancellate».

Ed è questa la sensazione che ho provato scorrendo le pagine iniziali e leggendo il primo saggio (inedito), Le recluse nell’Italia di mezzo (secc. XIII-XV): una schiera numerosa di persone che esce dall’oscurità. La maggior parte sono anonime, ma non tutte, alcune sono famosissime, altre no: Chiara da Montefalco, Angela da Foligno, la stessa Chiara d’Assisi, Margherita da Cortona, Filippa Mareri, Sperandia di Cingoli, Colomba da Rieti, Sofia di Bartolomeo da Trevi, Illuminata di Pietro da Montefalco, Umile, Alofita e Masazuola (così forse si chiamava la compagna di Angela). Un esercito di «donne della penitenza» particolarmente diffuse nell’Italia centrale e note come incarcerate, recluse, cellane, bizzoche, pinzochere, sorores minores, devote, terziarie; sorelle delle beghine fiamminghe, delle papelarde francesi, delle umiliate lombarde e delle Coquenunnen tedesche. «Si tratta di un variegato mondo di persone consacrate, pur senza voti solenni», che conducono «una “vita regolare senza regola”, con legami più o meno stabili con l’istituzione; il che tuttavia ha permesso loro di ritagliarsi un proprio spazio nella Chiesa».

E non soltanto nella Chiesa, bensì anche nella società laica. Spesso risiedono in città, in case di proprietà della loro famiglia o in alloggi offerti da benefattori, o ancora in cappelle appositamente attrezzate nelle chiese, oppure occupano poveri edifici nelle immediate vicinanze (il «pomerio»), romitori, ruderi o persino grotte (ma gli eremiti rurali o dei boschi sono più sovente maschi), talvolta sono «custodi» di luoghi sacri e di pellegrinaggio; sono conosciute, all’inizio sono soprattutto di estrazione nobile o patrizia, alcuni vescovi le proteggono, altri le contrastano, i potenti le consultano, i cittadini contano su di loro per la preghiera e per l’espiazione vicaria dei peccati della comunità, ma in certi casi anche per attività di assistenza (specie nelle comunità contadine).

Non sono poche, «quasi certamente alcune migliaia»: un «piccolo esercito di donne» di cui le grandi mistiche rappresentano soltanto l’aspetto più noto e studiato.

(1-segue)

Mario Sensi, «Mulieres in Ecclesia». Storie di monache e bizzoche, Centro italiano di studi sull’alto medioevo di Spoleto 2010.

 

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«Donne religiose nascostesi per sempre» (Voci, 1)

Comincio con questo una nuova serie di post, le «Voci» – come sempre a scadenza variabile, in questo caso non troppo frequenti –, nei quali trascriverò brani più estesi tratti da opere dei secoli passati, di argomento monastico nel senso più ampio. Brani indicativi di una determinata situazione, oppure ornati nello stile, o semplicemente curiosi e quasi sempre del tutto dimenticati e sepolti.

E comincio con l’avvertenza «al lettore» che d. Paolo Botti (ca. 1620-1696) premette a una raccolta di prediche dedicata alle monache del «cospicuo Monistero di S. Giorgio di Padova», nella persona della rev.da Laura Felice Viale.

* * *

Al lettore

ParlareAlleGrate

Questo mio parlare non è colle grate dure di ferro, quali sono in tutte le parti del mondo quelle de Monisteri, e delle Chiese delle Reverende Monache; è parlare alle grate con persone dalla Divina gratia intenerite; anzi tutte tenerezza d’amor di Dio; e però non s’udiranno racconti di fatti d’armi, ne d’armati disfatti in terra, ed in mare; non di perdite di Provincie fatte da gl’infedeli, ne delle conquiste seguite de Regni cattolici, essendo cosa sconvenevole dice S. Girolamo, anzi più che sconcia, che Donne religiose nascostesi per sempre, & uscite dal mondo col corpo, colla lingua poi, e con l’orecchio curiosamente lo scorrano, profanando cò discorsi secolareschi lo stato sacro, che professano, e la mente riempiendo de successi terreni, da quali pura, e monda conservar la dovrebbono, e se fosse possibile, di tutti totalmente vota. Incongruum est latere corpore, & lingua per totum mundum vagari.

A queste grate non si parla delle pompe del secolo, salvo che per detestarle. Vesti non si nominano fatte all’usanza, se non per non usarle. De cibi dilicati non si discorre, che per astenersene in tutt’i tempi. Non si biasima il sonno, ed il riposo della notte, lodasi chi se ne priva, massime nell’ora del mattutino. Non si portano scherzi per sollevare più d’una dalle sue melanconie, s’esortano tutte, e con sode, e serie ragioni si persuadono à sopportare alle occorrenze ogni vero, e brutto scherno. Non si fà commemoratione de Congiunti, se non con fine d’istillar staccamenti. si parla del modo di mortificar le passioni, e d’avvivar le virtù poco meno, che morte. A negare s’insegna la propria volontà in primo luogo, secondando prontamente quella de Superiori. Si favella una, e più volte della stima inestimabile della gloria celeste, e del magnanimo disprezzo d’ogni oggetto terreno. Le parole ordinarie, che à queste grate si spendono, non solo odoran di sacro, come le lettere di Pammachio quae olent Profetas, Apostolos sapiunt, ma realmente sono tutte sacre, manifestando i castighi annuntiati da Profeti à mal viventi, e ridicendo il premio predicato da gli Aspostoli, e promesso da parte di Dio à virtuosi.

E qual confabulatione può darsi nella presente vita più degna, e più salubre di questa? Qual cibo, qual mele può ristorare, e riempir di dolcezza l’anime nostre al pari della parola di Dio, e della predicatione della sua santa legge? Neque vero, scrisse già il Pontefice S. Damaso, ullam puto digniorem confabulationem, quam de scripturis sermocinemur inter nos, qua vita nihil puto in hac vita iucundius; quo animae pabulo omnia mella superantur.

Questo è il contenuto del mio parlare alle grate, semplice, senza frase, e senza stile, morale bensì, e pien di frutto, e che al di dentro assai più penetra Omni gladio ancipiti.

Semplice è il mio parlare non pretendendo di lusingar l’orecchio d’alcuna in particolare, ma di giovare à tutte l’anime, prima alla mia, poi à quelle del mio prossimo. Questo è il fine del mio dire, e del mio scrivere: Quod et mihi, et tibi prodesse possit; e però non deo pensare à belle parole, ma à fatti buoni, e virtuosi da me pretesi sicuro di non poter ciò conseguire, se non con calde sì, ma umili esortationi d’affettuoso Padre, non con alte, e sollevate declamationi di facondo Oratore. Quod autem id erit nisi exhorter ad bonam mentem. Chi dunque è del numero di coloro intitolati dal medemo Filosofo Nugas quaerentium non miri la coperta, ne i cartoni di questo libro, ch’io son contento. Chi và dietro à Poeti, non à Profeti, non habbia mai davanti gli occhi questi miei fogli, perché senza fallo resterà defraudato. Chi appetisce moralità, e più d’un documento spirituale, rivolga queste carte, che troverà cibo bastevole à pascere il suo spirito, e ne renda poi gratie al Signore; con esso lui, ed à lui solo sempre vivendo.

Il parlare alle grate. Discorsi alle RR. monache morali, e spirituali sopra gli evangelii delle domeniche di tutto l’anno composti dal padre D. Paolo Botti cremonese chierico regolare teatino Venezia, 1688; che si può leggere qui.

 

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Uomini semplici e quadrati

PencoMonachesimo

Uno dei piaceri delle corpose raccolte di saggi, con la loro promessa da miniera inesauribile, è anche quello di lasciarsi attirare dalle deviazioni e raccogliere informazioni, spunti e citazioni un po’ come capita. Il volume di Gregorio Penco che sto leggendo, Il monachesimo fra spiritualità e cultura (cui ho già accennato), è un esempio perfetto, e questa è soltanto una parte del raccolto.

  • I monaci delle origini opponevano la rusticitas e la simplicitas alla urbanitas e alla venustas da cui fuggivano; il monaco, in quanto tale, era anche un uomo semplice, con chiaro riferimento a Giacobbe (la maggior parte delle traduzioni di Genesi, 25:27 lo restituisce «pacifico» o «tranquillo», sotto le sue tende, ma per la Vulgata è «vir simplex [qui] habitabat in tabernaculis»).
  • La Regola benedettina è, tra le altre cose, un manifesto di anti-dilettantismo. Ciò nondimeno è per tutti: «San Benedetto sa infatti che accanto ai capaces, intelligibiles, honestiores, fortes, sapientes, oboedientes, mites, patientes, utiles, ci sono pure i simpliciores, infirmi, delicati, pusillanimes, imbecilles, inutiles, contemnentes, duri corde, improbi, superbi, inoboedientes, iniuriosi».
  • Sul versante pedagogico, la Regola sancisce il principio che nessuno può essere esaminatore e giudice di se stesso; «ciò aiuta a salvaguardare un altro elemento importante della formazione spirituale quale è il rispetto dell’oggettività» (nella comunità io mi conoscerò).
  • La diffusione del testo di Benedetto in territori esterni alla «latinità» ha avuto anche ripercussioni letterarie, «perché presso molti popoli tale diffusione ha coinciso con gli inizi di una propria letteratura mediante le versioni interlineari della Regola».
  • Nomi da ricordare, testi da cercare e vite di santi per celiare: Conwoione, Rudesindo, Tillone e Wurdestino; la Regula solitariorum di Grimlaico, il De silentio ad quandam monialem di Gerardo di Liegi e l’In laude Larii laci di Paolo Diacono; la Vita S. Popponis (di Onulfo), la Vita S. Opportunae, la Vita S. Winnoci e i Miracula S. Bavonis.
  • Si può dire che dalle grange cistercensi si passi alle «chiese-fienile» del primo francescanesimo.
  • Intorno al 1125 Bernardo di Chiaravalle scrive all’inglese Enrico Murdac, per invitarlo ad abbracciare la vita religiosa: «Credi a chi ne ha esperienza: nelle selve troverai qualcosa di più che non nei libri. La legna e le pietre t’insegneranno ciò che non puoi ascoltare dai maestri» (Epist. CVI, 2). Una citazione che è stata spesso usata impropriamente.
  • Se si considera lo «spazio», si passa dalla «funzione oppositiva» (alla città) del deserto, alla «funzione sostitutiva» del cenobio, fino al carattere «decisamente alternativo» del monastero di clausura.
  • La pratica della stenochoreia, o del rifugio in una caverna.
  • Il quadrilatero del chiostro sarà immagine anche dell’homo quadratus che lo abita, tetragono in senso morale. «I Cisterciensi, in particolare, ameranno dire che il mistero di Cristo è un “mysterium quadratum”, in rapporto con l’edificazione della Gerusalemme celeste e con i quattro aspetti di Cristo stesso considerati dalla mistica cisterciense: Verbum in limo, Verbum sine voce, Verbum mediator, Verbum abbreviatum».
  • Fatti salvi i luoghi dedicati al lavoro, la concezione dello spazio che ispira la composizione degli ambienti monastici «suppone che tutta la comunità vi possa essere simultaneamente presente mediante la partecipazione ai medesimi atti comuni»: dobbiamo poter fare ogni cosa tutti insieme allo stesso tempo – pregare, discutere, mangiare, dormire.

Gregorio Penco, Il monachesimo fra spiritualità e cultura, Jaca Book 1991.

 

 

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«Nulla di particolarmente vistoso» (il «Discorso breve sulla storia del monachesimo» di Gregorio Penco)

PencoMonachesimo«La storia del monachesimo è una storia lunga, complessa, multiforme, difficilmente dominabile da una sola persona, difficilmente esponibile in un’unica sintesi e proponibile in un’unica riflessione.» Così scrive il monaco benedettino e grande studioso Gregorio Penco in un testo assai curioso del 1982: Discorso breve sulla storia del monachesimo. Si legge in un fiat e poi risuona a lungo.

Sgorgato da un’unica fonte, la «ricerca di Dio» nell’isolamento, il monachesimo cristiano si è diffuso nei luoghi più disparati, ricevendo da essi impronte caratteristiche, ed è sempre rimasto legato in maniera stretta sia alla Chiesa, e dunque alle sue vicende, sia alla società e alle sue trasformazioni. La sua è diventata da subito una storia di «evoluzione e di decadenza, di rinascita e di riforma, di adattamento e continuità»; situazioni locali, esigenze di compromesso, affermarsi di nuovi bisogni, sviluppi tecnologici, movimenti sociali: ogni aspetto tradizionalmente preso in considerazione dalla ricerca storiografica ha contribuito a plasmare un’ampia varietà di «monachesimi», che tuttavia non hanno obliterato la matrice: «Ciò deve pur portare a riconoscere l’esistenza di un’unità nella varietà, di una condivisione di medesimi ideali nelle stesse separazioni e polemiche, del desiderio di autenticità in scelte apparentemente contrapposte, di una ricerca incessante del meglio nell’inevitabile processo di livellamento a cui la debolezza umana è così facilmente esposta».

La dialettica di decadenza e riforma (che è poi quella di strutture e contenuti ideali; «le riforme monastiche si sono succedute, specialmente a partire dal X secolo, in maniera abbondante e ininterrotta») mi ha sempre affascinato, poiché vi vedo appunto una forma di contraddizione molto umana associata all’inseguimento senza speranza della perfezione. I grandi riformatori, nella maggior parte dei casi, hanno lasciato traccia delle loro inquietudini, rendendo visibile tale contraddizione, mentre il grande silenzio di tutti gli altri religiosi induce a pensare che lontano dai tornanti delle personalità di spicco la via verso la «ricerca di Dio» sia più diretta. Vi accenna anche dom Penco, con una frase che mi ha colpito: «Della maggioranza dei monaci e delle monache del passato sappiamo soltanto – quand’anche riusciamo a coglierne la presenza – che sono esistiti e che hanno portato con sé il loro segreto».

Altro grande protagonista di questo discorso breve e del fenomeno che tratteggia è il tempo, un aspetto che riaccende senza interruzioni il mio interesse. Io, che in quanto individuo non ne ho, sono attratto da questa «alleanza intergenerazionale» di individui che mettono in comune la loro piccola porzione di tempo – tanti segmenti di una retta – per realizzare una vicenda potenzialmente eterna. Eterna come l’ente di cui cantano la lode. (Anche la ricerca scientifica, per certi versi, adotta una manovra del genere.) «È proprio la lunghezza di svolgimento e di durata della vita monastica», commenta dom Penco, «a insegnarci che tale vita procede per tempi lunghi, spesso non si segnala per nulla di particolarmente vistoso, in molti casi è caratterizzata da quella che è stata definita una “fedeltà senza prosperità”.»

Il passato del monachesimo, avverte l’autore, non va idealizzato, ma non va nemmeno proiettato sul nostro presente, «pretendendo di riprodurre in miniatura e in poco tempo i risultati di tanti sforzi e di tante iniziative», va accolto come insegnamento e guida. È interessante anche questa ambiguità, che spesso ho riscontrato nei monaci studiosi di monachesimo: rivolgono i loro strumenti storiografici su un organismo tuttora vivo, in una ricerca che non è soltanto esigenza di verità, di sapere «come sono andate le cose», ma anche bisogno di direzione, di intuire «come andranno le cose». È una potente e fruttuosa ambiguità, legata anch’essa al tempo, come sottolinea peraltro dom Penco, con una frase cui si perdonerà una punta di effettismo: «Ciò che si è sviluppato nel tempo esige tempo per essere assimilato e ciò che dovrà sfidare il tempo richiede tempo per essere costruito».

Gregorio Penco, Discorso breve sulla storia del monachesimo (1982), ripubblicato in Il monachesimo fra spiritualità e cultura, Jaca Book 1991, pp. 7-15.

 

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«Con le sue manj». Il taglio dei capelli di Chiara d’Assisi

LeggendaSantaChiara«Et poi sancto Francesco la tondì denante allo altare, nella chiesia de la vergine Maria dicta dela Portiuncola.»

Ho approfittato dell’edizione in volume separato da poco pubblicata dalle edizioni Paoline per leggere la Leggenda di santa Chiara vergine di Tommaso da Celano. Quando mi avvicino alla «regione francescana» (e clariana), in particolare alle sue fonti, si accende una sensibilità inconfondibile, e sono certo di non essere il solo miscredente (peraltro non si è mai il solo «qualcosa») che Francesco d’Assisi zittisca. Oggi è stata la volta di una scena: il taglio dei capelli di Chiara d’Assisi.

Richiesto su come comportarsi per seguirlo nella «religione» («quando e come dovesse agire»), Francesco ha detto a Chiara di lasciare la casa paterna e di raggiungere lui e i suoi compagni a Santa Maria degli Angeli, la notte della Domenica delle Palme («el dì de la oliva», del 1211 o del 1212). Lei lo fa, uscendo da una porta secondaria, che apre miracolosamente, e «accompagnata da una onesta compagnia». In breve raggiunge la chiesa della Porziuncola, illuminata da fiaccole e dove i frati la stanno aspettando in preghiera. «E lì subito, gettate via le brutture di Babilonia, diede al mondo il libello del ripudio, tagliati per mano dei frati i capelli, depose anche i vari ornamenti» (Leggenda, IV).

Così scrive Tommaso da Celano. È un brano che nel suo complesso è stato, come è ovvio, attentamente analizzato, poiché ricco di sfumature e allusioni, ma del quale rimane intatta la forza dell’immagine notturna della chiesetta, illuminata dalle torce e presumibilmente fredda (è marzo), in cui fa il suo ingresso Chiara, attesa dai frati. Il curatore della Leggenda, Marco Guida, osserva sulla scorta di diversi studi anche il significato preciso della scelta del Celano di attribuire collettivamente ai frati, in contrasto con le fonti agiografiche precedenti, il taglio dei capelli di Chiara: la «responsabilità corale» nella fuga della giovane serve a ribadire, a molti anni di distanza dai fatti «il legame tra “sorelle povere” e “frati minori” caratteristico delle origini».

Altre «leggende», invece, scelgono comprensibilmente di unire Chiara e Francesco anche in quel gesto. Come nel caso della Legenda minore umbra, in volgare, probabilmente della fine del XIV secolo, che anzitutto precisa che i frati stavano proprio pregando per Chiara, «che non havesse impedimento al suo sancto desiderio et proponimento»; che restituisce poi ancora più poetica l’immagine della chiesa, «et intrando nella echiesia dove erano multi lumi accesi, però che li frati cantavano multe belle laude de Dio, et himnj sancti multo devotamente»; e arriva infine così all’apice della scena (che merita la citazione estesa):

«Et vestita de una soctana grossa, sancto Francesco con le sue manj sì li moçço et tondì li soi capilli, et cénseli una grossa corda, et puseli in capo uno velo biancho et uno negro de grosso et materiale panno. – Porresti pensare piatosamente, che era ad vedere una fanciulla tanto dilicata de .xiij anni andare con una soctana grossa et così grosamente velata con quillo angelico volto, et acompagnata da così poveri frati.»

Tommaso da Celano, Leggenda di santa Chiara Vergine, a cura di M. Guida, Edizioni Paoline 2015; la Legenda minore umbra, e tante altre cose molto interessanti, si può trovare nel sontuoso Fonti clariane. Documentazione antica su santa Chiara d’Assisi…, a cura di G. Boccali ofm, Edizioni Porziuncola 2013.

 

 

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«Senza recite e senza reticenze» (Maria Ignazia Angelini, «Niente è senza voce», pt. 4/4)

NienteSenzaVoce(la prima parte è qui, la seconda qui e la terza qui)

Il quarto gradino indicato da Benedetto – la pazienza e la sopportazione a oltranza – rappresenta per m. Angelini («per quello che capisco») il vertice del capitolo: l’umiltà di scegliere la contraddizione, la sfida di trasformare la violenza stessa in relazione fraterna. Qui la badessa si lascia andare a un accenno di profezia: «Forse da una monaco e da una comunità monastica che si lascino plasmare dalla dinamica pasquale [di morte e resurrezione] descritta dal testo della Regola, può sorgere quella buona notizia di cui ha sete l’umanità odierna, assediata da infinite forme di violenza e di potenza».

Ancora, nel gradino successivo, l’umiltà monastica pare lanciare «una splendida sfida alla cultura dell’individualismo, della manipolazione, dell’immagine fantasiosa di sé reclamizzata per autoaffermarsi». L’apertura del cuore all’altro, infatti, tramite la confessio, fonda la relazione interpersonale che è l’unico luogo di una possibile maturazione della verità. Laddove, tuttavia, verrebbe da domandarsi quale sia la necessità della fede nel trascendente per accedere alla realtà dell’altro, già così presente di per sé.

Tutta la parte conclusiva del capitolo, che completa l’analisi dei gradi, sembra peraltro concentrarsi contro l’autoreferenzialità e l’autogestione dell’individuo moderno, autentico spauracchio di queste pagine molto dense, ma spesso anche di riflessioni assai più superficiali… C’è un tono tragico, quasi da scontro titanico, che caratterizza l’evocazione del confronto tra l’antropologia monastica (e cristiana) e quella che per semplicità possiamo definire post-moderna. «Potremmo dire che questo è il lavoro fondamentale del monaco, l’unità della persona, senza recite e reticenze, maturata dallo stare semplicemente al proprio posto, l’ultimo, nel senso che è accanto al Signore e Maestro unico» – una frase di notevole peso, che andrebbe sezionata parola per parola.

Il monastero è un luogo «radicalmente alternativo», avverte ancora m. Angelini, non è un’azienda di produzione nella quale ci si regola da sé; non è luogo di self made men, bensì casa di individui che si trasmettono un sapere e un’esperienza tramite una Regola vissuta generazione dopo generazione. Il monastero è un luogo dove «si diventa se stessi ricevendosi attraverso la relazione con altri», dove nessuno si inventa la sua figura o parte da sé («per questo», aggiunge l’autrice, «ha potuto varcare i secoli e i millenni senza mummificarsi e mummificare essere umani»). Io, che pure non sono insensibile a un concetto come «unità della persona», non riesco tuttavia a individuare con certezza il contenuto del cosiddetto «diventare se stessi», e non tanto perché subisco l’incertezza che risulterebbe dalla perdita di un centro, ma perché trovo ragionevole oggi interrogarsi sull’effettiva utilità di questo «diventare se stessi». Non è ormai evidente la possibilità che possano esistere diversi «se stessi»? Allo stesso modo, per quanto faccia della stabilità una pratica quotidiana, come posso non ammettere l’evidenza dell’instabilità, e la possibilità di una sua differente fertilità? E ancora, non riesco a scorgere l’abisso nell’«inventarsi la propria figura»…

Sono partito per la tangente. Intanto la badessa ha passato in rassegna gli ultimi gradi (generalizzando ancora, ingenerosamente, sul silenzio benedettino che ascolta contrapposto alla logorrea chiusa in se stessa dei moderni) per giungere all’immagine finale del «monaco arrivato al compimento del suo itinerario di fede e di amore»: individuo semplicissimo, espropriato di sé e in costante dialogo con il Signore. «È un uomo libero, ma di una libertà “diversa” da quella “usa e getta”.»

Un’altra frase assai problematica, come suggeriscono quelle virgolette.

(4-fine)

Maria Ignazia Angelini, Niente è senza voce. La vita monastica oggi, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2007.

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«Se si mette da parte il proprio sé, non si muore» (Maria Ignazia Angelini, «Niente è senza voce», pt. 3/4)

NienteSenzaVoce(la prima parte è qui, la seconda qui)

Riprendo dopo alcuni mesi gli appunti sul volume della badessa di Viboldone, Maria Ignazia Angelini, per affrontare il quarto capitolo: «L’umiltà nella “Regola di Benedetto”». È quello che ho trovato più impegnativo, dedicato d’altra parte a ciò che rappresenta per l’autrice il cuore del testo benedettino. L’umiltà benedettina ha infatti una specificità sua propria, di carattere teologale, e non è soltanto una virtù o l’emblema di un cammino ascetico. L’umiltà del monaco si rispecchia nel movimento di «abbassamento» divino, che culmina con Gesù, e si configura come il modo e il luogo del contatto possibile tra l’uomo e Dio (e tra uomo e uomo). Il corpo di Gesù «era l’unico modo perché la Sua voce fosse udibile, la Sua luce sopportabile, la Sua potenza percepibile nella Sua assoluta trascendenza e bontà» e, se così si può dire, il monaco si mette al seguito di Gesù, ne segue il corpo con il proprio corpo.

Non posso dire di essere a mio agio, né con questo lessico, né tantomeno con questi concetti, ma seguo ugualmente il commento della badessa dei dodici gradi dell’umiltà, quali Benedetto li espone nel capitolo 7 della sua Regola, sia per ovvi motivi di istruzione, sia perché qui e là m. Angelini chiama a contrasto il cosiddetto pensiero della modernità. Anzi, si potrebbe quasi dire che questa meditazione sull’umiltà benedettina sia anche una sfida lanciata alla cultura dominante, quella dell’autoreferenzialità. E qui, come altre volte, mi rattristo nel vedere come sul fronte opposto venga messa in maniera un po’ indistinta la truppa dell’autorealizzazione, della volontà propria, dell’affermazione dell’immagine (vuota), ecc., come se non vi fosse altra alternativa possibile.

La scala (di Giacobbe) dell’umiltà non è una scala per arrampicarsi, bensì la via che può portare «la persona umana all’accettazione di sé, a combaciare con la propria nuda verità», e nemmeno è cammino di spaventoso (e masochistico) ascetismo, bensì via di profonda umanizzazione. Percorrere la scala, nella concretezza della quotidianità, è destarsi, prestare attenzione, e difficilmente si può essere in disaccordo con la badessa quando dice che «per la maggior parte di noi, per la maggior parte del tempo, non ci accorgiamo di cosa accade». Più difficile è per me comprendere qui la convocazione dell’«ateismo pratico», il cui esito sarebbe l’inutilità dell’uomo, abbandonato all’autoreferenzialità poiché privato del timore di Dio (primo gradino). «Vivere alla presenza di Dio è un atteggiamento, una ricerca di fede, che dischiude occhi nuovi sulle radici dell’impulso del “mi piace”, svelando l’insidia di un principio di autodeterminazione che è in realtà asservimento».

Secondo me quell’«in realtà» è molto problematico. Il pensiero sul quale qui m. Angelini riflette con grande intensità – «un pensiero robustamente radicato nei paradossi evangelici» – mi pare talvolta sospeso a un eccesso di paradosso: perché l’autodeterminazione è «in realtà» asservimento? Lo è sempre e nonostante tutto? Lo è per via del peccato originale? Perché non si può dare una determinazione che non sia né autoetero? Perché il «mi piace» deve essere l’unico «impulso» alla radice dell’autodeterminazione?

E non chiamerei l’autodeterminazione un «terreno sicuro», come fa poco oltre l’autrice, quando, commentando il secondo, il terzo e il quarto gradino («che sono un po’ il cuore del capitolo»), evoca esplicitamente «lo scontro frontale tra due sapienze»: quella di Gesù, di colui che non è venuto a fare la propria volontà, e quella della volontà propria. Tale volontà o è correttamente indirizzata o è piegata a servire l’io, è pretesa orgogliosa di autogiustificarsi che preclude alla persona il modo della relazione e conduce a una solitudine mortifera. «Se si mette da parte il proprio sé, non si muore – questa è la scoperta che dilata il cuore e la vita – e nel contempo si apprende qualcosa riguardo a Dio». Un altro aut-aut senza mezzi termini, non si sfugge all’orgoglio, al suo tocco mortale.

«Il senso di esistere come mandato, che segna radicalmente la vita di Gesù, si trasmette come sigillo nella vita cristiana, e dunque anche nel monaco.» Svestito del «così mi piace», il monaco e con lui l’uomo può accedere a quella necessità, a un’esperienza almeno iniziale di quella necessità che fu di Gesù, a garanzia della gloria. «Siamo al cuore dell’antropologia dell’umiltà», dice m. Angelini, che pur senza capire ascolto in silenzio.

(3-continua)

Maria Ignazia Angelini, Niente è senza voce. La vita monastica oggi, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2007.

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«Vai al cine, vacci tu» (Dice il monaco, XXXV)

Dice Martin Lutero, o.s.a., nel 1530:

Sant’Antonio, a quanto sembra, era un grande santo. Viveva in una foresta, lontano dalla gente, non beveva, né mangiava come gli altri uomini, trascorreva tutto il giorno in preghiera e conduceva una vita rigorosa e santa. Un giorno pregò in una visione il nostro Signore Dio che lo informasse circa la sua santità: egli pensava che in cielo gli spettasse una sedia accanto a san Pietro. A questo punto sentì una voce dal cielo che gli disse ch’egli era devoto e buono come un conciapelli o un ciabattino in Alessandria. Questo è davvero un buon esempio: Antonio, che viveva nel deserto, si mortificava e faceva penitenza ed era più santo di qualunque altro uomo sulla terra, davanti al giudizio (di Dio) non faceva una figura migliore di un povero ciabattino di cui non si accorge nessuno. E allora uno può dire giustamente: se da una vita così dura non ho niente di più, si faccia monaco il diavolo, non io!

Lutero, Sermone su Giovanni 21, 1530; citato in Peter Gemeinhardt, Antonio. Il monaco che visse nel deserto, il Mulino 2015, pp. 164-65.

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