«L’errore decisivo del monachesimo» (Dietrich Bonhoeffer)

In uno dei capitoli introduttivi del suo libro formidabile Sequela1, Dietrich Bonhoeffer dedica alcuni paragrafi al monachesimo, al suo ruolo e al suo «errore». Lo fa all’interno di una riflessione molto serrata sul contrasto tra la «grazia a buon mercato», nient’altro che una «merce in vendita» che rappresenta la «nemica mortale» della chiesa, e la «grazia a caro prezzo», che altro non è che il vangelo, «che si deve sempre di nuovo cercare, il dono per cui si deve sempre di nuovo pregare, la porta a cui si deve di nuovo bussare».

La grazia a caro prezzo è seguire Gesù, la sequela appunto, ne è il risultato, e affinché non evaporasse, nel momento in cui il cristianesimo usciva dall’ombra e la chiesa si mondanizzava, fu per così dire traslata in uno spazio allo stesso tempo separato e interno alla chiesa: il monachesimo. «Qui», dice Bonhoeffer, «ai margini della chiesa, si trovava il luogo dove fu tenuta desta la cognizione della grazia a caro prezzo e del fatto che la grazia implica la sequela. Alcuni uomini abbandonavano tutto quello che avevano per amore di Cristo e tentavano di seguire con esercizio quotidiano i severi comandamenti di Gesù» (il corsivo è mio). La vita monastica poteva rappresentare la protesta contro la chiesa dall’interno della chiesa stessa, e insieme sanciva l’esenzione della massa del popolo cristiano da un impegno che ricadeva su pochi singoli individui. L’una giustificava l’altra, la via stretta di Cristo e la via più facile del mondo.

Ed ecco la tesi di Bonhoeffer, cesellata al centro del suo ragionamento: merita di essere riportata per intero, aggiungendovi soltanto un corsivo su una frase che anticipa approfondimenti che seguiranno nel resto del volume. «In tutto questo l’errore decisivo del monachesimo non stava nel fatto di percorrere – pur con tutti i fraintendimenti sul contenuto della volontà di Gesù – la strada di grazia della sequela con la sua severità. Piuttosto, il monachesimo si allontanava sostanzialmente dalla visione cristiana per il fatto che permetteva al proprio cammino di trasformarsi in un impegno eccezionale per pochi, liberamente scelto, rivendicando così per esso un merito particolare».

Queste parole mi fanno venire in mente, tra l’altro, numerose affermazioni che ho incontrato nel tempo e che orbitano intorno, se così si può dire, al vago imbarazzo del monaco che teme di insuperbire, ad esempio questa di Louis Bouyer: «La vocazione del monaco non è altro che la vocazione del battezzato, ma vissuta nella dimensione, si potrebbe dire, della massima urgenza».

Ecco perché, tornando a Bonhoeffer, per risvegliare il vangelo della grazia a caro prezzo Dio fece passare Lutero dal chiostro, cioè lo fece uscire dal chiostro. Da quel chiostro che era diventato convegno di santi, da quel chiostro nel quale il rinnegamento di sé, richiesto dalla sequela, si era rivelato «essere l’estrema affermazione religiosa di sé operata dall’uomo devoto»; da quel chiostro che invece della fuga dal mondo accoglieva «il più sottile amore del mondo». Entrando nel chiostro, Lutero, il monaco, aveva lasciato tutto tranne se stesso, cioè non aveva lasciato niente: «Lutero dovette lasciare il chiostro e rientrare nel mondo, non perché quest’ultimo fosse in sé buono e santo, ma perché anche il chiostro non era altro che mondo».

Non ho certo la preparazione per discutere queste tesi, e soprattutto, per essere chiari, non ho alcun titolo e non c’entro nulla. Leggo con estremo interesse e avvicino queste parole a tante dichiarazioni di monaci di varie epoche che di sicuro hanno avvertito e avvertono questo punctum. Il tema del rientro nel mondo mi pare quanto mai stimolante: «Ora», conclude Bonhoeffer, «la sequela di Gesù doveva essere vissuta restando nel mondo. Ciò che era stato praticato come un impegno eccezionale nelle condizioni e con le facilitazioni speciali della vita monastica, ora era diventato la cosa necessaria e comandata ad ogni cristiano nel mondo» (un ultimo corsivo mio).

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  1. Dietrich Bonhoeffer, Sequela (1937), a cura di M. Kuske e I. Tödt, edizione italiana a cura di A. Gallas, Queriniana 20154. Il capitolo in questione è La grazia a caro prezzo, pp. 27-41.

 

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Sobbalzi (Dice il monaco, XXXIX)

Dice Ignazia Angelini, o.s.b., badessa del monastero di Viboldone:

Viviamo incalzati. O aspirazioni o la paura ci urgono con insistenza. O le attese altrui  o le proprie. O il peso di errori. Tradimenti. Viviamo indifesi dall’ansia di ciò che accade. Dalla preoccupazione che accada. Aggrediti e istintivamente aggressivi. Mentre la vita quotidiana scorre semplicemente, pur con tutti i sobbalzi dell’epoca; e chiede anzitutto di essere gustata. Gustata proprio così com’è: dal primo istante fino all’ora ultima, nel diuturno lavorio per riconoscerne e discernere i sapori. Per prendere bene ogni cosa.

Maria Ignazia Angelini, Prendere bene tutte le cose. L’ora della speranza cristiana, Vita & Pensiero 2011, p. 79. (Forse non sono del tutto d’accordo, ma i testi della badessa di Viboldone sono sempre interessanti.)

 

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Una magnifica raccolta di Regole («Abitare come fratelli insieme»)

AbitareComeFratelliNon è soltanto l’interesse verso l’argomento storico che mi spinge irresistibilmente verso le regole monastiche, vi vedo anche, forse in maniera impropria, uno degli sforzi più prolungati e intensi di rispondere alla fatale domanda: «Cosa facciamo?», e a quella conseguente: «Come lo facciamo?», con una particolare enfasi sulla prima persona plurale. Osservandole da una posizione laica, inoltre, le regole sono uno straordinario strumento di semplificazione e concentrazione: servono a non distrarsi, a risolvere una volta per tutte gli aspetti pratico-organizzativi della vita quotidiana in modo che l’individuo possa dedicarsi a ciò che è importante, a ciò che è chiamato a fare.

Si può immaginare quindi il mio entusiasmo nel poter maneggiare Abitare come fratelli insieme, corposa raccolta delle «Regole monastiche d’occidente» da poco pubblicata dalle Edizioni Qiqajon della Comunità di Bose: 1116 pagine curate, come al solito, rigorosamente da Cecilia Falchini e aperte da un’Introduzione non di circostanza del priore Enzo Bianchi. Un libro che definirei eccezionale, di cui esser grati alla curatrice e all’editore, e il cui indice è già di per sé una grande epica e un’ancor più grande promessa.

Il volume raccoglie ventidue regole, «la quasi totalità delle regole monastiche cenobitiche maschili dell’occidente latino dei secoli IV-VII», suddivise in otto famiglie o generazioni, dalle regole africane, come quella di Agostino, fino alle regole spagnole e della seconda meà del VII secolo, come la Regola di Fruttuoso e la Regola di un padre ai monaci, alcune di esse in prima traduzione italiana. Al centro, oltre a quella di Benedetto, si staglia il masso ciclopico della Regola del Maestro, mentre la conclusione è affidata a un’appendice dedicata alle regole degli ordini mendicanti, in particolare a quelle francescane: pur non essendo strettamente monastiche, «il loro perdurante interagire dialettico con il monachesimo», scrive la curatrice, «e il loro ruolo di “cerniera” tra quest’ultimo e le successive forme di vita religiosa ci paiono giustificarne l’inserzione nel presente volume».

Tornando al «cosa facciamo?», non dimentico certo che nella fattispecie la «chiamata» è la ricerca di Dio, in se stessi e negli altri: nonostante la varietà, «le regole», scrive Enzo Bianchi, «fin dal loro nascere e quali che possano essere le influenze e le dipendenze reciproche, hanno tutte un elemento fondamentale in comune: […] fanno comunque  e sempre riferimento, attraverso il vangelo, all’amore di Dio e a quello del prossimo. Non solo, ma la fonte di tale amore e il modello da imitare è sempre la persona di Cristo». Il cosa fare insieme è il cuore delle regole cenobitiche, e in questo senso, come osserva ancora il priore Bianchi, il riferimento centrale alla «comunità» le rende argomento di «cogente attualità».

Devo anche ammettere che quando m’imbatto in una norma come questa (cito a caso dalla Regola del Maestro): «Per i letti abbiano, d’inverno, una stuoia, una coperta di tessuto spesso e una di lana; d’estate al posto di quella di lana facciano uso, per il caldo, di una coperta logora. Ai piedi del letto, poi, abbiano una pelle dove possano pulire i piedi dallo sporco e così salire sui loro letti», non posso fare a meno di sorridere di comprensione. Nella proliferazione normativa mi pare infatti di poter cogliere una vena profonda – talvolta ossessiva o addirittura nevrotica – di realismo, che porta gli autori delle regole a riconoscere la forza non trascurabile del caos che scaturisce dall’unione di più persone in un medesimo luogo (pianeta), ancorché «peccato» lo si voglia chiamare. Che cosa ha fatto in fondo san Francesco, anche con la sua regola, se non tentare di esorcizzare questo caos abbracciandolo, in virtù dell’amore e riducendo tutto all’unica prescrizione evangelica della sequela? Ma lui era solo o, al massimo, seguito da un pugno di compagni – una «banda» come Enzo Bianchi definisce il germe del gruppo che si raccoglie intorno al singolo che si avventura lungo una nuova strada di ricerca. Poi la banda diventa, appunto, un gruppo, poi una comunità, eventualmente un ordine: dobbiamo buttar giù una regola…

 

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Pluviometri, sismografi e meteoriti (Cultura scientifica e tecnica del monachesimo in Italia, pt. 2/2)

(la prima parte è qui)

MazzucotelliSono pressoché certo che dimenticherò i nomi dei monaci scienziati che ho incontrato nel bel libro di Mauro Mazzucotelli1, magari, dicevo, con qualche eccezione. A cominciare dalla figura del cassinese Benedetto Castelli (1577-1643), «il monaco che forse più di ogni altro fu vicino a Galileo, non solo come fedele discepolo ma anche come sincero amico, e dal quale fu ricambiato con altrettanta amicizia e considerazione». Ingegno poliedrico, si usava dire, il Castelli si occupò di molti argomenti di astronomia – a lui si devono i calcoli sui periodi dei pianeti medicei, cioè i quattro satelliti maggiori di Giove scoperti da Galileo –, di ottica, meccanica, fisiologia, sia teorici, sia pratici, e la sua fama si legò in particolare al Della misura dell’acque correnti, uno dei trattati di idraulica più famosi del suo tempo, pubblicato a Roma nel 1628. Il motivo per cui lo ricorderò, tuttavia, è perché gli viene attribuita l’invenzione del pluviometro, «sperimentato per la prima volta in un cortile del monastero di S. Pietro in Perugia ove l’abate risiedeva nel 1639 in occasione del capitolo generale della congregazione». L’idea venne al Castelli osservando un acquazzone che si abbatteva sul lago Trasimeno, come poi racconterà in una lettera indirizzata proprio a Galileo: «Supponendo (come haveva assai del probabile) che la pioggia fosse universale sopra il lago… preso un vaso di vetro di forma cilindrica… l’esposi all’aria aperta a ricevere l’acqua della pioggia che ci cascava dentro e lo lasciai stare per ispazio d’un hora…»

Poi mi ricorderò di un altro cassinese, Andrea Bina (1724-1792), lettore di filosofia, ma soprattutto fisico e in particolare sismologo (suo il Ragionamento sopra la cagione de’ terremoti ed in particolare di quello della terra di Gualdo di Nocera Umbra nell’Umbria seguito l’A. 1751). Alla sua memoria è stato intitolato l’Osservatorio Sismico «Andrea Bina», fondato dal monaco di Montecassino Bernardo Paoloni agli inizi degli anni Trenta, proprio nel monastero di S. Pietro in Perugia, e sul cui sito si legge: «Si può affermare con estrema tranquillità che la sismologia intesa come materia scientifica, dimostrabile attraverso osservazioni, dati e leggi fisiche e non con miti e leggende, nacque dalla preziosa penna di Padre Andrea Bina». Anche di lui mi ricorderò in particolar modo per un’invenzione, quella del sismografo a pendolo: una sfera di piombo appesa a un filo, con infilato uno stilo rivolto verso terra che scava solchi più o meno profondi nella sabbia contenuta in una cassetta di legno posta sotto di esso. Commentando il fatto che l’osservatorio sismologico sia tuttora attivo, Mazzucotelli scrive: «Credo che rappresenti l’unica realtà scientifica del nostro tempo realizzata in un monastero italiano, superstite testimonianza di una onorevole tradizione del passato».

AmbrogioSoldaniInfine non mi dimenticherò del camaldolese Ambrogio Soldani (1736-1808), di vastissima cultura, ma ricordato specialmente per gli studi di conchigliologia fossile, svolti in larga misura in terra toscana, culminati col Saggio orittografico ovvero Osservazioni sopra le terre nautilitiche ed ammonitiche della Toscana, pubblicato nel 1780 e la cui prefazione così recita: «Le pietre lumachelle a grani minimi riguardate colla lente, le molte terre analizzate, i testacei minuti separati ed esaminati col microscopio tutte insomma le osservazioni, e tutte l’esperienze riportate in questa raccolta sono state da me eseguite, poco avendo io detto per relazione d’altri e nulla senza citarne l’Autore». Il suo nome è legato anche a una curiosa e acuta opera dedicata a una pioggia di meteoriti avvenuta nei pressi di Siena: Sopra una pioggetta di sassi accaduta nella sera de’ 16 giugno del MDCCXCIV in Lucignano d’Asso nel Sanese: Dissertazione. Perché mi ricorderò di lui? Per il soprannome che gli restò attaccato: «abate pioggetta».

(2-fine)

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  1. Cultura scientifica e tecnica del monachesimo in Italia, 2 voll., Abbazia San Benedetto, Seregno, 1999.

 

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«Mai senza un poco di aritmetica, di geometria e di fisica» (Cultura scientifica e tecnica del monachesimo in Italia, pt. 1/2)

MazzucotelliHo dunque letto il meritorio lavoro di Mauro Mazzucotelli dedicato alla Cultura scientifica e tecnica del monachesimo in Italia1, in particolar modo di quello benedettino. Una cultura che per un bel tratto ha seguito lo sviluppo delle scienze in ambito laico, prima di crollare «bruscamente e per sempre» all’epoca delle leggi di soppressione delle congregazioni e degli ordini religiosi. Crollata per ragioni estrinseche, e quindi migrata altrove, senza tonaca: non mi è sembrato, infatti, scorrendo questa lunga galleria di nomi di cogliere una specificità monastica di avvicinamento alle scienze, il metodo essendo quello, indipendentemente dal saio o dal camice. Con ogni probabilità anche in virtù di una precisa scelta dell’autore, la stragrande maggioranza dei nomi che affollano le sue pagine corrispondono a individui che ritenevano importante e necessario osservare, cercare, registrare, catalogare, eventualmente sperimentare, e tramandare le conoscenze acquisite, al pari di pregare e cantare le lodi del Creatore: due «percorsi», se così li vogliamo chiamare, che in concreto nei monasteri non si ostacolavano a vicenda, anzi. «Il contrasto tra la scelta della vita dedicata a Dio e la passione per lo studio della scienza risulta superabile, come appare analizzando singole vicende e biografie della maggior parte dei monaci, in una stabile coerenza personale tra l’ascesi e lo studio, tra l’osservanza della Regola di San Benedetto e quella delle leggi che regolano il cammino della ricerca e della speculazione scientifica.» A suggello di questo contrasto superato, o forse mai nemmeno sentito, Mazzucotelli riporta una bella frase dell’abate napoletano Antonio Genovesi (tra l’altro, il primo titolare della prima cattedra di economia dell’università italiana), che così rispondeva al classico «giovane che voleva intraprendere la carriera ecclesiastica»: «Ella vuole essere un teologo: ma non il sarà mai senza un poco di aritmetica, di geometria e di fisica; poiché quelle le formeranno l’arte di ragionare e questa le farà conoscere il primo libro di Dio ch’è il mondo».

E non pare esserci neanche una specificità di interessi, a parte forse per quelle discipline più legate ad alcuni aspetti tradizionali del «sapere» monastico, come la botanica, con ricadute su medicina e farmacologia, e le scienze della natura «coltivata» e vissuta: idraulica, silvicoltura, agraria, meteorologia. «Il mondo vegetale arboreo, erbaceo o floricolo ha sempre avuto un legame abituale con la congregazione di Vallombrosa», ad esempio (e Giovanni Gualberto, il fondatore di Vallombrosa, è il patrono delle guardie forestali italiane), oppure la consuetudine di studi naturalistici dei camaldolesi. L’indice dei nomi raccoglie monaci scienziati per ogni branca, e sia di attitudine sperimentale e di ricerca, sia erudita: «È davvero impressionante – ad esempio – l’ampiezza del sapere di alcuni monaci del XVII secolo, come il fogliante Camillo Stella o il camaldolese Clemente Mattei o il cassinese Gerolamo Ruscelli», capaci di spaziare dalla matematica, all’astronomia, alle scienze del calendario, alla cartografia e alla meteorologia.

Il mio grande rammarico, non nuovo, è che tra non molto non ricorderò nulla di questa schiera, magari giusto con qualche eccezione. Mi accontento di sapere che questo fenomeno è esistito e ha avuto una dimensione non trascurabile; lo deposito sullo scaffale mentale che ospita quelle cose che a un paio di metri di distanza sono un’etichetta che riporta il loro nome, e poi, a mano a mano che ci si avvicina, si allargano e si inabissano tendendo a infinito; e sono grato all’autore del libro, cui potrò in caso tornare periodicamente – libro che, nelle intenzioni, va considerato come propedeutico a «un Dizionario bio-bibliografico dei monaci italiani che si sono occupati di scienza e hanno lasciato tracce scritte di questa loro cultura. È un lavoro che mi sta impegnando da tempo con, è il caso di dirlo, pazienza certosina e che spero possa vedere la luce in un futuro non troppo lontano».

(1-segue)

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  1. 2 voll., Abbazia San Benedetto, Seregno, 1999.

 

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Arcangelo Spina, monaco poeta (uno dei tanti) (Who’s Who, XII)

RimeSpiritualiPartito per la tangente durante la lettura di un articolo di «Benedictina», ho inseguito, per quanto reso possibile dalle risorse online, la figura del napoletano Arcangelo Spina, monaco camaldolese della congregazione di Monte Corona, «fiorito» agli inizi del XVII secolo.

Il p. Spina emerge dall’oblio per le sue qualità di poeta e rimatore. Lo cita il Croce nei suoi Teatri di Napoli, del 1891, riportando la definizione di «poeta insigne, come provano le sue rime stampate» e ricordando che il 4 marzo 1631 la sua commedia l’Incostante venne messa in scena in casa di Ciommo Albertino, principe di Cimitile, e replicata tempo dopo a casa del principe di Bisignano, con tale successo che «si dové “portarla a palazzo”, innanzi al duca di Alcalà».

Ma è soprattutto ricordato, appunto, per le «rime stampate», cioè per Le rime spirituali del P. F. Arcangelo Spina eremita camaldolese dedicate all’Illustriss. e R.mo signor cardinale Scipion Borghese, pubblicate a Napoli nel 1616, che «ben meritavano questo onore, essendo elleno d’ottimo carattere ed esenti dalla corruttela che già inondava in quell’età la Poesia»1. L’iniziativa editoriale si deve al vescovo di Vico Teatino Girolamo Sariano, che nella presentazione al cardinale fa un vago accenno a un vincolo di parentela che avrebbe col monaco poeta («lo legame del sangue che mi stringe all’autore») e al fatto che la composizione dei testi sarebbe piuttosto antica.

Nell’avvertenza al lettore, poi, lo stampatore (Gio. Domenico Roncagliolo) attribuisce al p. Spina il merito di aver portato nella lirica le «cose divine», «che più che altre le son proprie», ricorda che i brevi argomenti che precedono le composizioni non sono di mano dell’autore e che nessun ordine particolare è stato seguito nella disposizione dei testi, e conclude così: «E per compimento convien dirti che, leggendole, in esse guarderai non l’autore (il quale non ha inteso dipingervi se stesso), ma più tosto un’anima così descritta in universale, con quegli avvenimenti che sogliono agli amanti di Dio accadere; & in tal guisa ti potranno essere come uno specchio, in cui, se ben miri, scorgerai anche te medesimo. Sta sano».

Ho letto solo alcune poesie, mentre dei 236 sonetti, dei 109 madrigali e delle 14 canzoni che compongono il canzoniere del p. Spina, ho letto quasi tutti gli argomenti, perché sono un sottogenere letterario molto preciso e divertente e dal gustoso sapore romanzesco: Nuovi lumi nel conoscimento di se stesso (sonetto 54), Temeraria ingordigia di naviganti (sonetto 80), S. Mauro corre sopra il lago in aiuto di S. Placido (sonetto 101), S’interna in Dio (canzone 7), Alla mano, che diede la guanciata a Christo (sonetto 155), Mare del sommo bene (sonetto 194), Spina del signore miracolosa in Vinegia (madrigale 99), Si smarrisce nella contemplatione (sonetto 214), eccetera eccetera.

Ne ho lette poche, dicevo, di rime, ma una mi è rimasta impressa: è il sonetto 22, che reca come argomento l’assai familiare Quiete notturna da vani pensieri turbata:

Già steso ha l’ali brune, e l’hemisfero

Cinto l’Ombra maggior, ch’uscita è fuori

De’ chiusi lidi, e sparso ha di splendori

Stellanti il manto suo lucido e nero:

Hora opportuna al vago mio pensiero,

Che sciolto voli al ciel, che quivi adori

La prima luce, e fra’ celesti chori

Si spatij amando, e miri fiso il vero.

Deh qual silentio, e qual riposo, e pace

Spargon l’hore per tutto: hor taccia il mondo

Dentro il pensier, come di fuori ei tace.

Ma sento pur, che nasce dal profondo

Del cor schiera d’immagini fallace:

Che penso? come fuggo? ove m’ascondo?

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  1. G.M Crescimbeni, L’istoria della volgar poesia, Parma 1714.

 

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La «spectabele religiosa e veneranda dona madona» Anna Buzzacarini

Nel secondo fascicolo del 2015 di «Benedictina» Giannino Carraro e Donato Gallo hanno dato l’edizione di un elogio di una monaca padovana della fine del Trecento1. A un primo sguardo può sembrare una pubblicazione strettamente riservata agli storici specialisti della materia, ma non è così. Si tratta infatti di una rara occasione per accedere a un documento di primissima mano che «fotografa» l’attività pratica della badessa di un importante monastero cittadino del XIV secolo.

La monaca in questione è Anna Buzzacarini, figlia di una delle principali famiglie di Padova che seppe sempre mantenere forti legami con il potere, in particolare con la signoria dei Carraresi. Nasce nel 1322, probabilmente prima di tre sorelle, Fina, Imperatrice e Buonafemmina, e di un fratello, Arcuano; entra nel monastero di San Benedetto («fra i principalissimi della città») nel 1336 e nel 1355 ne diventa badessa, tramite elezione mediante compromesso2. Manterrà la carica fino alla morte, avvenuta nel 1397: 41 anni di governo, dei quali l’elogio, opera del cappellano delle monache, Giovanni da Modena, registra le instancabili iniziative messe in atto a difesa e a rafforzamento del monastero. Il manoscritto, conservato nell’Archivio di Stato di Padova, rappresenta inoltre un documento assai interessante del dialetto padovano antico e comincia così: «Quaderno scrito e conpilado da McIIJcLXXXXIJ perfin [el mille IIJcLXXXXVIJ] in questo sacratissimo e religioso logo de [meser Sam Benedecto] dei beneficii rendidi et acresementi facti per la spectabele religiosa e veneranda dona madona Anna Buçacharina per la disposiciom de Dio abbadesa dignisima de questo sacro logo» – un volgare molto espressivo che risulta comprensibile, a patto di non andare troppo spediti e di farsi aiutare ogni tanto dalla traduzione.

Le 74 rubriche, brevi capitoletti, in cui è suddiviso il testo sono raggruppate in cinque parti dedicate a) agli acquisti di ornamenti, paramenti, argenterie e libri, b) agli acquisti e ai lavori eseguiti su immobili interni al monastero o in città, c) alle proprietà fuori città, d) alle proprietà acquisite dalle monache, e) alle rendite e ai prestiti. E se il ricordo delle virtù spirituali della badessa è affidato quasi esclusivamente alla succinta aggettivazione che l’accompagna (venerabele, egregia e religiosa, vera catholica, prelibada, abbadessa frutuosa, fino al contenplativo e pacifico spirito che rende in punto di morte), l’attenzione è in larga misura concentrata sugli aspetti concreti della sua attività. Un’attività indefessa che non disdegna nulla: dalla richiesta a papa Gregorio XI dell’uso del pastorale, alla sostituzione della «chanpana grande ch’era rota»; dalla realizzazione del pulpito per l’ufficio notturno («el puçolo da chantare su le licion da nocte»), all’acquisto di un manso; dalla riparazione delle ruote del mulino, al reclamo del censo «de una botesela de vino ogne anno», e così via. Tutto scritto, con precisione di date e di cose, tutto ugualmente importante, tutto risultato delle doti diplomatiche, della tenacia, del talento organizzativo, delle conoscenze importanti della badessa, e talvolta di virtù misteriose, come nel caso di «Enrico Bestiola e i suoi compagni [che] non volevano più pagare cosa alcuna. E la predetta signora seppe trovare il modo perché accettassero tutti e tre… pagando inoltre l’arretrato».

Il lascito materiale di Anna viene ripetutamente sottolineato: «Ancora lassò la prenominada venerabele e religiosa dona madona Anna Buçacharina libero e francho sença usura e sença debito alguno el monestero de meser San Benedecto per ley bem recto e religiosamente conservado» – un monastero solido e rispettato, senza debiti e con molti crediti, provvisto di ogni bene materiale, con la dispensa e la cantina piene, ricco di case e terreni e pronto ad affrontare i momenti duri.

Nelle ultime dodici rubriche, infine, si scatena la passione per gli elenchi: cereali, vino e formaggi; mantelle scapolari e gonnelle; tovaglie, matasse e fazzoletti («XIIIJ façoli streti da naso»); ducati, lire e soldi; tappeti, coltri e cuscini («XJ cushineli da sedere»); padelle, mestoli e «doe gratachase» (grattugie)… non la smetterei più di trascrivere. Il posto d’onore lo lascerò alla singolarissima dotazione di «IJcLXVI peveraroli», cioè 266 pepiere.

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  1. Giannino Carraro e Donato Gallo, L’elogio trecentesco di Anna Buzzacarini, badessa di S. Benedetto Vecchio di Padova in età carrarese (1355-1397), in «Benedictina» 62, 2 (luglio-settembre 2015), pp. 259-334.
  2. L’elezione mediante compromesso (forma compromissi) prevedeva che le religiose rimettessero il proprio voto, a una a una e in segreto, a un canonico da loro nominato, che successivamente proclamava l’esito. Il fascicolo dell’elezione di Anna Buzzacarini si è conservato, presso l’archivio della Curia vescovile, e, tra le altre cose, riporta che la nuova badessa ottenne 22 preferenze su 24 monache votanti.

 

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Serafino Serrati, monaco scienziato (uno dei tanti) (Who’s Who, XI)

SerafinoSerrati

Serafino Serrati, o.s.b., Firenze, m. dopo il 1787. Monaco e fisico, gli fu intitolato anche un batterio, il Serratia marcescens.

Dopo esser stato per anni il triste possessore di un derelitto volume secondo, finalmente ho recuperato il primo volume di un’opera molto interessante e che io sappia pressoché unica: Cultura scientifica e tecnica del monachesimo in Italia di Mauro Mazzucotelli. Mi sono subito disposto alla lettura e in breve, nel mezzo di un profluvio di «ma tu guarda» e «ma dai», mi sono imbattuto in questo incipit di capitolo: «Era ancora recente l’eco degli esperimenti aerostatici dei fratelli Montgolfier quando il 25 gennaio 1784 nella Badia fiorentina alcuni monaci cassinesi realizzarono con successo il volo di un pallone aerostatico che dal chiostro del monastero si levò nel cielo di Firenze per essere recuperato qualche ora dopo in un villaggio dell’Appennino emiliano»1. L’impresa, che seguiva di un paio di mesi il primo volo umano su quella che sarebbe stata chiamata la mongolfiera, avvenuto il 21 novembre 1783, era opera di tre benedettini: Bernardo De’ Rossi, Agostino Da Rabatta e Luigi De’ Rossi. L’avvenimento fece scalpore e fu riportato con ammirazione dalle cronache del tempo, ma non era certo un evento miracoloso, né un episodio isolato.

Alla Badia infatti si trovavano diversi monaci «i quali, impiegando il tempo e l’ore che gli sopravanzavano alle monastiche incombenze, si occupavano per piacere nelli studi piacevoli della Fisica». Tra di essi vi era Serafino Serrati, «diligentissimo Monaco Benedettino», cui «non potrà negarsi la gloria di essere stato il primo a immaginare la possibilità» di dare una direzione ai palloni aerostatici. Schivo e osservantissimo, di lui uno di quei grandi repertori biografici ottocenteschi dice che «passava la vita sempre immerso nei prediletti suoi studi», in cui si distinse, oltre che per le ricerche sui predetti palloni, anche per le idee sulla possibilità di applicare il vapore «ai legni per correre il mare». E racconta anche che un giorno, suonata la campanella che chiamava i monaci al coro, dom Serafino vi giunse «con tutto il suo grembiulino che tenea lavorando al suo fornello chimico». Non era infrequente peraltro che questi monaci studiosi assommassero conoscenze di più discipline, e che tali discipline insegnassero, fuori e dentro il loro monastero.

Nel 1787, a Firenze, furono pubblicate le sue nove Lettere di fisica sperimentale2, che presentano a un anonimo amico il frutto dei suoi studi e che spesso sono aperte da amene introduzioni, come la seguente: «Essendo un giorno in campagna, e presso d’una piccola vasca, osservai che per essere la giornata quietissima, l’acqua di questa vasca non si muoveva punto. Mi saltò in capo di vedere se vi era modo di movere con l’arte l’aria in guisa, che potesse questa guidare un legno senza che l’aria fosse commossa. O sentite di grazia quello che io mi immaginai…» (Lettera VIII). La più curiosa è forse proprio l’ultima, «che descrive un forno a riverbero, per l’uso di cuocere il pane», e che comincia così:

«Ritrovandomi un giorno a sentire i lamenti che faceva un fornaio per esser troppo lunga, faticosa e dispendiosa la cottura del pane, mi posi a pensare se vi potesse essere una maniera di formare un forno, il quale fosse atto a cuocere il pane, senza che nel medesimo si mettesse il fuoco e le fastella, e che con più prontezza e pulizia si arrivasse questo a riscaldare.» Detto fatto, con tanto di figura. E poiché di fisica sperimentale si tratta, «io ne ho fatta l’esperienza», conclude dom Serafino, «e m’è riuscita egregiamente».

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  1. Mauro Mazzucotelli, Cultura scientifica e tecnica del monachesimo in Italia, Abbazia San Benedetto, Seregno, 1999, p. 98.
  2. Lettere di fisica sperimentale di D. Serafino Serrati, monaco cassinense della Badia di Firenze, Firenze 1787, per Gaetano Cambiagi Stamp. Grand. (lo si può consultare qui).

 

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I Benedettini non fanno mai locanda (il cardinale Ildefonso Schuster, o.s.b.)

SapientiaCordisNel giorno della beatificazione del cardinale Alfredo Ildefonso Schuster, che veniva sancita esattamente vent’anni fa da Giovanni Paolo II, le edizioni dell’Abbazia San Benedetto di Seregno pubblicavano un’antologia di brani tratti dalle principali opere di argomento monastico del famoso vescovo di Milano1. «Forse nessun monaco come lui, diventando vescovo, è rimasto monaco fino in fondo», testimonia Pelagio Visentin2 introducendo la scelta di testi da La «Regula monasteriorum», La vita monastica nel pensiero di san Benedetto e Un pensiero quotidiano sulla Regola di san Benedetto, pubblicati nel decennio 1942-1951 e che cercherò ovviamente di recuperare in qualche modo (in particolare gli otto, diconsi otto, volumi dei Pensieri sulla Regola).

Ci sono almeno tre aspetti che mi hanno colpito di questo che tocca definire «aureo libretto». Anzitutto la dimensione pratica su cui spesso si sofferma il cardinale: la sua preoccupazione, abbaziale e pastorale, è volta alla conduzione delle comunità, al loro resistere o adattarsi alle trasformazioni del mondo circostante, al mutare della consuetudine che deriva dal mutare degli individui. In un costante confronto con le sue esperienze, il vescovo ammonisce ad esempio contro «la soverchia cura economica o edilizia» che fa dimenticare la crescita spirituale per quella degli edifici; oppure contro un’interpretazione scomposta dell’ospitalità: «Si distingua bene tra l’ospite in senso cristiano ed i semplici forestieri, o turisti moderni» in modo che il monastero non si trasformi «in un’azienda alberghiera, o in un centro di sport», e non si parli di conti, «perché i Benedettini offrono bensì ospitalità, ma non fanno mai locanda». La carità fraterna, ancora, è fondamentale, ma è bene che i compiti siano assegnati con precisione, «Quando sono incaricati tutti, fa nessuno», e che i detti incaricati siano preparati: «Avverta poi l’abate che, oggi soprattutto, quando la civiltà è tanto progredita, per i diversi uffici della cittadella monastica si richiede una vera competenza scientifica o tecnica. […] Se un cuoco non conosce bene l’arte sua, finirà col rovinare coi grassi gli stomachi più delicati dei religiosi. Se l’addetto alla cantina è imperito…».

Un piccolo particolare mi ha poi confortato. Qualche tempo fa ho usato il termine «macchina» per riferirmi al complesso di regole e comportamenti che consente il buon funzionamento di un monastero, ed ecco che il cardinale Schuster, mettendo in guardia sul cattivo effetto dei monaci accentratori, che vogliono fare tutto da soli e a modo loro, dice: «In queste circostanze, in un monastero tutto il congegno della macchina conventuale si arresta ed irruginisce: un vero disastro!».

L’antiquato e raro «irruginire» evoca il secondo aspetto, minore, che mi è piaciuto, quello linguistico. L’italiano sempre composto del cardinale è piacevolmente desueto, cosa che non sorprende e che è utile a mantenere ben desta l’attenzione: i superiori che «non di rado vanno a dare il capo» contro un grave ostacolo; i monaci che si limitano a «processionare intorno al chiostro»; il «monachino infermiccio», l’«inconsiderato parlare», l’«antico spirito di onnigena unità», la pericolosità degli «zelotipi, ossia i caratteri gelosi», e così via.

Infine, ben più importante, mi ha colpito quello che definirei lo «spirito di corpo» del vescovo benedettino. Da un lato tale spirito si manifesta in una certa apprensione per i monaci che non fanno più i monaci ma qualcos’altro, ad esempio gli studiosi, che ricordano i «girovaghi» di san Benedetto: «Quanti ne ho veduti di monaci intellettuali, investigatori di codici e palinsesti nelle varie biblioteche ed archivi d’Europa, i quali, col troppo stare fuori dai loro chiostri, hanno finito miserabilmente col perdere la vocazione!» Ma anche i guardiani di opere d’arte, che si ritrovano «anche adesso in quei minuscoli cenobi dove restano due o tre religiosi a custodire l’artistico monumento» e che sono regola a se stessi, come i sarabaiti.

Altrove l’apprensione cede il posto a una mite forma di orgoglio monastico: «Talora i monaci non si rendono esatto conto dell’impressione che la semplice osservanza regolare esercita sui secolari». Anche per questo motivo i monaci non devono inseguire il mondo, i suoi modi, i suoi cambiamenti; non devono scimmiottare i laici per puro spirito di «aggiornamento», devono bensì essere al loro stesso livello per cultura e preparazione, ma non dimentichino mai il  «galateo monastico» né il senso della loro vita, che è mettersi alla scuola del Cristo («Il monastero non è il paradiso, ma il purgatorio»), e tra loro si chiamino col nome di fratello («che vuol far dimenticare quello secolaresco di compagno, o di camerata»). È proprio custodendo la loro forma di vita che i monaci, «senza punto uscire dai loro chiostri, anzi senza neppur conversare cogli uomini, possono esercitare una benefica influenza sul mondo contemporaneo».

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  1. Alfredo Ildefonso Schuster, o.s.b., Sapientia cordis. Il racconto della vita monastica, Abbazia San Benedetto Seregno 1996 (20033); volume 14 della pregevole collana verde degli «Orizzonti monastici».
  2. Don Pelagio Visentin (1917-1997), liturgista e monaco benedettino di Praglia, a lungo preside dell’Istituto di liturgia pastorale (ILP) Santa Giustina di Padova, fu figura di spicco del movimento di rinnovamento liturgico acceso dal Vaticano II.

 

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«A meno che, ripeto» (Dice il monaco, XXXVIII)

Dice Paolo Giustiniani (1476-1528), camaldolese:

No, la vita del solitario non è, come credono taluni, inattiva e oziosa, bensì più di ogni altro genere di vita, attiva e laboriosa, a meno che non si pretenda che leggere, studiare, comporre, scrivere, esaminarsi, regolare gli affari della propria anima, riandare nella vita passata, ordinare diligentemente il presente, prevedere prudentemente l’avvenire, pentirsi della colpe passate, combattere le passioni e i desideri disordinati, armarsi contro le occasioni prossime di turbamento e di caduta prima che esse si presentino, pensare alla morte e mettersela davanti agli occhi affinché essa non ci colga all’improvviso, meditare le realtà umane e divine degne di tener occupato senza posa uno spirito elevato, e ciò non a caso e come in sogno, ma con ordine e applicazione; lodare frequentemente con la nostra voce giorno e notte il Dio creatore con salmi, cantici e inni; ringraziarlo di tutti i suoi benefici; con accenti ancor più vivi ed efficaci elevarsi grazie alla preghiera mentale verso la divina Maestà per quanto possibile a una umana creatura; uscire, per così dire, da questo mondo per conversare con gli spiriti beati, con i santi angeli e con il loro e il nostro divino Creatore, per quanto ci è dato di poterlo fare in questa vita mortale; contemplare in qualche maniera le ineffabili e inesprimibili perfezioni di Dio come in uno specchio e per analogia; eccitare ed esortare con la parola a una tale vita e a tali esercizi coloro che sono presenti, e con lo scritto coloro che sono assenti; domare l’orgoglio di questa vita e raffrenare i desideri della carne con vestiti poveri e grossolani, con un cibo vile e parco, con lunghe veglie, con occupazioni penose e umilianti; insegnare al proprio corpo a essere sottomesso e ubbidiente in tutto all’anima e alla ragione; a meno che non si pretenda, ripeto, che tutti questi esercizi del solitario, e tanti altri simili, siano inerzia, noia, sonnolenza.

È necessario ammettere che la vita solitaria, più di ogni altro stato, è attiva e laboriosa, non perché essa si occupi di opere esteriori e corporali o di affari di questo mondo, no, ma in esercizi più nobili e più fruttuosi, interiori e spirituali, più convenienti a quella parte di noi che è immortale.

Citato in Jean Leclercq, Il richiamo dell’eremo. La dottrina del beato Paolo Giustiniani (1953), prefazione di Th. Merton, presentazione di dom P. Fassera, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 2005, pp. 74-5.

 

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