«Che si alzino superbe nell’eminenza dei calcagni» (Voci, 5)

discorsiclaustraliDiscorso LXXIII. L’affettata pulitezza negli abiti indizio del poco ornamento delle virtù

 I. Allor che nacque cogli uomini l’innocenza fu sua prima veste la nudità, e tanto più bella comparve, quanto più nuda. Morta che fu l’innocenza, la colpa, che entrò in possesso del mondo, cominciò a vestirsi; direi perché troppo deforme ebbe rossore di lasciarsi vedere così spogliata. Capisco che le vesti sono orditura del peccato per ricoprire le sue bruttezze, che per altro tanto vi è meno di deformità, quanto di meno vi è da nascondersi sotto l’ombre di qualche manto. A così nobile sentimento allude il Santo Padre quando prescrive a’ suoi figli che non affettino notabile singolarità negli abiti. Non sit notabilis habitus vester. Volle insegnarci che per esser nata col peccato l’invenzione degli abiti, quello mostra d’aver meno della primiera innocenza che più s’industria di ben vestirsi, che è quanto il dire ciò che ora m’accingo a dimostrarvi. Diciamolo con modo più breve e con sentimento più chiaro. Cuore nudo in un corpo notabilmente vestito. Non sit notabilis habitus vester.

II. Io non disapprovo una religiosa pulitezza, una monda povertà. Le lane che ci ricuoprono non debbon essere né lacere, né sordide, perché altrimenti chi affettasse panni così lordi e sdruciti mi darebbe sospetto di qualche fasto colla medesima viltà degli abiti, e stentarei assai a non formentare il giudizio che fece Socrate di Antistene nella sua filosofica povertà gonfio e superbo, che in osservarlo a far pompa del suo pallio logoro e lacerato gli rinfacciò la sua fastosa abbiezione con questo acuto rimprovero: Video per scissuram pallii tuam vanitatem. Se pure non era indizio di anima trascurata la sordidezza del manto. No. Abito mondo, rappezzato talvolta, sì, ma in modo che in vece di abito religioso non mostri d’essere un stovagliolo da pentole e focolajo. Ciò che biasimo e disapprovo è il volere che il panno non sia volgare, ma di tessitura più nobile, sì per la sottigliezza del lavoro, come per la preziosità delle lane; pretendere che oltrepassi la dovuta misura, acciò una lunga coda renda più maestoso il portamento del corpo e più fastoso il passo del piede; volere che talora entrino le sete al vile ministero di purgare dagli escrementi o il naso, che gocciola, o la fronte, che suda; affettare o maniche raddoppiate o con più pieghe le falde, e che fino le sandole, che per servire al piede dovrebbero essere umili ed abbiette, far che si alzino superbe nell’eminenza dei calcagni e mostrino la sua pompa nella finezza delle cinture. Questa è la vanità degli abiti che rimprovero ne’ nostri Scalzi, e che mi porge motivo di concepire nudo d’ogni ornamento di virtuosi attributi quel religioso che impegna le sue cure nella pulitezza esteriore de’ vestimenti. […]

IV. E qual addobbo di virtù potrassi mai vagheggiare ove alza trono la vanità e signoreggia il fasto? Se di nuovo tornasse a risorgere dalla gloriosa sua tomba il serafico San Francesco, ed incontrasse tal uno di questi religiosi che s’industriano di far comparire con sfarzo un sacco di penitenza, che è quanto il dire di vestire di abito monastico la vanità, suppongo che di nuovo, come fece a’ suoi tempi con frate Elia, vicario generale del suo Ordine, si farebbe imprestare quell’abito, e dopo aver raddoppiate le maniche, e piegate le falde, e raffazzonato il cappuccio, raffettandolo acconciamente sul dosso, lo vedreste con passo fastoso, con fronte rilevata, con gesto altiero, fino a spurgarsi per accompagnare col fasto del portamento un sonoro rimbombo di voce, salutare or l’uno, or rispondere all’altro con maestosa gravità, acciò in fine tutto il portamento dell’abito, delle parole mostrasse grandezza e cattivasse rispetto. Lo vedreste dopo con tutta veemenza di zelo trarsi quell’abito sì fastigioso, slanciarlo da sé lontano, e poi, rivolto al religioso, sgridarlo con tal rimprovero: Così vanno vestiti i bastardi dell’Ordine!

Discorsi claustrali sopra la Regola del gran padre Santo Agostino recitati a’ suoi religiosi dal padre Prospero da S. Giuseppe, Teologo, Predicatore e poi Vicario Generale de’ Scalzi Agostiniani, in Venezia, 1732, presso Gio. Battista Recurti. (Il Discorso LXXIII si può legger qui.)

 

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«Tutto ciò che ci pare e piace» («Sui passi di Dio» di Patrizia Girolami, pt. 2/3)

suipassi(la prima parte è qui)

Codificando e fondando la comunità monastica, Benedetto avrebbe scoperto «le radici dell’esistenza tutta e il senso del proprio essere nel mondo»: una tesi di un certo rilievo, se così si può dire, la cui chiave sta nella trasformazione operata da Benedetto di un’esperienza individuale in un’esperienza di comunità. In questo senso la Vita contenuta nei Dialoghi di Gregorio Magno e la Regola vanno lette come un’opera in due volumi, e la Regola non può essere isolata dalla vita del padre del monachesimo: «La Regola nasce sul terreno concreto dell’esperienza della vita del santo e vi ritorna prescrivendo quelle stesse modalità che egli aveva vissuto».

La Regola, intesa come metonimia del monastero, è il luogo dove l’esperienza di Dio passa da fatto intimistico a relazione (necessaria) con l’altro; la Regola ridesta l’esperienza religiosa senza riconsegnarla alla «volontà individuale» (l’arcinemico della quasi totalità della letteratura monastica, e non solo). L’esperienza dell’alterità è incardinata nella Regola, attraverso la mediazione dell’abate e dell’intera comunità.

Il vero monaco, dunque, si affida alla Regola, le si consegna, con un atto di «decentramento» da sé che lo mette sulla strada verso l’altro, altrimenti (apparentemente) irraggiungibile. La Regola sostituisce «ciò che vogliamo, desideriamo, pensiamo o sentiamo» e così facendo ci libera, ci rende liberi di fare esperienza di Dio: «La discriminante fra essere monaco e non esserlo è tutta qui: fare eseperienza della Regola o piuttosto fare esperienza di Dio mediante la Regola, assumere la Regola come strumento per incontrare Dio e far sì che la relazione con Dio e con la sua Parola possa trasformare la nostra vita».

Ancora una volta, non si tratta di concordare o argomentare contro, semmai di osservare alcune sfumature. A cominciare dal fatto che assai spesso i fondatori di Ordini o i riformatori hanno perseguito con tenacia ciò che sentivano, volevano, ecc., proprio perché alla ricerca di una diversa esperienza – si dirà che erano ispirati da Dio, ma rischiando l’argomento circolare. Devo anche ammettere che quando la frequenza di aggettivi come «vero» e «autentico» cresce, cresce anche la mia preoccupazione: «Il candidato monaco o monaca della Regola è un uomo o una donna che cercano la vita, che sono mossi da un desiderio di vita piena, vera, autentica, che vogliono che la loro vita sia davvero vita», cui si potrebbe aggiungere il «vero alimento», «il vero bene», l’«autentica libertà» la «vera identità» e l’immancabile «vero senso». A ciò si lega infine la perplessità per il totale disconoscimento, da parte dell’autrice – né prima né ultima di una cospicua schiera – di una terza via tra l’obbedienza e il puro arbitrio solipsistico e distruttivo: «Si capisce allora come questa concezione di obbedienza [l’obbedienza monastica] sovverta la falsa immagine di libertà concepita, invece, come affermazione di sé e della propria autonomia e autosufficienza e, dunque, sostanzialmente come assenza di legami e possibilità di fare tutto ciò che ci pare e piace, divenuta ormai assolutamente imperante».

Su quel «sostanzialmente» inciampo, e anche se per prudenza non mi avventuro in una definizione di libertà, nemmeno prendendola a prestito, mi pare nondimeno che «fare tutto ciò che ci pare e piace», senza ulteriori specificazioni, pertenga più al Paese di Cuccagna che alla nostra terrestre realtà.

(2-segue)

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«Per così dire quasi di contatto» («Sui passi di Dio» di Patrizia Girolami, pt. 1/3)

suipassi«La vita monastica… è profezia del Definitivo, dell’Assoluto, dell’Eterno senza il quale il tempo e lo spazio sarebbero solo una tragica e beffarda assurdità.» Nell’introduzione di mons. Dante Carolla al volume di Patrizia Girolami, Sui passi di Dio1, viene suggerito come il testo della monaca trappista di Valserena, che raccoglie una serie di interventi tenuti durante un corso di formazione per monache benedettine, non si rivolga esclusivamente alle sue destinatarie naturali, bensì a tutti, anche a coloro che, come chi scrive, sono più vicini al partito della «tragica e beffarda assurdità». Monaci e monache, ribadisce mons. Carolla, «sono un modello irrinunciabile di umanità perché non si accontentano del provvisorio, del precario, del parziale».

Confesso una certa perplessità di fronte a certe rivendicazioni, talvolta cariche di sottintesi. E aggiungerei che non si tratta di «accontentarsi» del provvisorio, cioè di quella fragilità e mortalità che non hanno bisogno di essere dimostrate, quanto di immergersi in quel provvisorio, riconoscendovi, si potrebbe dire, la propria vera e unica casa, al pari di quelli che la riconoscono in un chiostro.

A me sembra che gli interventi di s. Patrizia Girolami siano molto cauti nel generalizzare, e il loro «rivolgersi a tutti» sia alquanto indiretto (salvo in alcuni passaggi che vedremo più avanti); è con la medesima cautela, quindi, che li ho avvicinati dall’esterno, in particolare il primo, che si intitola La via della vita: testimoni-profeti secondo la Regola. I due temi, testimonianza e profezia – che già di per sé sono scivolosi per un laico – convergono, nel discorso dell’autrice, sul concetto (e sulla realtà) dell’esperienza; nel caso specifico «una esperienza profonda di Dio […] che in un certo senso si impone da sola in loro [nei monaci] per la sua forza e la sua evidenza». Tali forza ed evidenza, mi pare, sono più affermate che mostrate, tuttavia, e d’altra parte come pretendere altrimenti: l’evidenza qui rivendicata si ritrova più nell’effetto – la volontà di conformarsi al Cristo, sia pure esito di una «chiamata»  – che in una sua qualità, se non misurabile (come una febbre), almeno «auto-evidente».

Intorno a questa esperienza, che inevitabilmente desta in me la massima curiosità intellettuale e umana, si raccolgono frasi talvolta molto suggestive, ma anche di difficile presa: «Facendo esperienza di lui… il monaco e la monaca sono la trasparenza del volto stesso di Dio nel mondo»2, o ancora «attraverso le vicende stesse del vivere noi possiamo fare l’esperienza di Dio, riconoscere e avvertire quella sorta di presenza immediata e diretta, per così dire quasi di contatto, del divino»; l’esperienza «è il luogo del permanere e del mutare, della durata e del divenire», è «una porta che immette in un oltre», che consente di «passare là dove non si era mai passati».

Proprio quando il disagio – il mio disagio – per queste e altre simili formule sembra prevalere ecco che l’autrice chiama in causa Benedetto da Norcia e la sua Regola, e lo fa in maniera eclatante, riprendendo le tesi di Pierfrancesco Stagi3, con un’affermazione non esattamente marginale: «San Benedetto ha fissato i fondamenti dell’esperienza religiosa dell’Occidente, ovvero ha fondato, non tanto a livello teorico quanto pratico, le modalità con cui l’Occidente si è rivolto a Dio». Quell’inciso (teorico / pratico), che è da sempre al centro della riflessione sul testo di Benedetto, mi ha subito rimesso in carreggiata.

(1-segue)

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  1. Patrizia Girolami, Sui passi di Dio. Testimonianza e profezia della vita monastica, introduzione di mons. D. Carolla, Quaderni di Valserena, Nerbini 2016.
  2. Qui, se non fossi chi sono, si potrebbe sviluppare l’immagine dei volti come finestre, che sembrano a volte aperte su altre dimensioni.
  3. Pierfrancesco Stagi, Benedetto da Norcia. L’esperienza di Dio, Borla 2014, un volume che mi sono subito accaparrato.

 

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Silenzio, deserto, notte

SoloDinanziBenché siano passati alcuni anni dalla sua pubblicazione la conversazione tra Luigi Accattoli e l’allora priore della Certosa di Serra San Bruno, Jacques Dupont1, mantiene intatto il suo interesse. Non si tratta solo di questo, in realtà; l’incontro ha prodotto un testo che non bisogna esitare a definire molto bello, nel quale spicca soprattutto, direi, lo sforzo del priore per superare la leggendaria «riservatezza» certosina e dire qualcosa sulla scelta di vita e sulla spiritualità di questo esiguo gruppo di individui. «Esiguo», per essere esatti, significa poco meno di 450, tra monaci e monache2.

La bellezza è il risultato, soprattutto, di una serie piuttosto ampia di immagini con le quali il priore risponde alle intelligenti sollecitazioni dell’intevistatore, cercando inoltre di dare una forma comunicabile alle proprie esperienze. Le immagini sono belle, e contemporaneamente ingannevoli, proprio perché belle, cioè cariche di una promessa di spiegazione che non può essere mantenuta in un contesto dialogico; forse in poesia, ma non qui. D’altra parte sin dall’inizio si avverte la difficoltà del priore a rispondere con qualcosa che non sia allusione, accenno, immagine appunto: «I certosini sono allo stesso tempo fuori del mondo e legati strettamente al mondo. Non hanno niente da dire di proprio al mondo, non sono modelli di vita per gli altri, ma sono segno» (corsivo mio).

Vediamo alcune di queste immagini, a partire da quella del mozzo: «Il monaco può essere paragonato al mozzo che […] si arrampicava sulla cima dell’albero maestro per scrutare l’orizzonte nella speranza di vedere profilarsi una riva sconosciuta». Il mozzo non è al timone, non deve soffrire di vertigine, è una vedetta che deve gridare «Terra!» quando gli altri ancora non possono vederla. È una vedetta che mantiene accesa la fede di questo futuro avvistamento. Il certosino, ancora, è l’uomo che si addentra nel deserto («a nome di tutti»), inseguendone il silenzio, condizione decisiva per l’ascolto più importante: «La pedagogia del deserto ci dovrebbe preparare a cogliere il “sussurro” della presenza di Dio. Esso resta un segno debole, ma noi infine siamo capaci di udirlo».

Ho già citato qualche giorno fa l’immagine della vita contemplativa come «presa di corrente», anche nascosta, nel grande edificio della Chiesa; aggiungo adesso quella assai singolare che il priore riprende dalla mistica e poetessa francese Madeleine Delbrêl (1904-1964): «Dio vuole danzare con me. Per essere un buon danzatore, occorre non sapere dove questo mi porti. Bisogna seguire, essere leggero, non rigido. Non si devono chiedere delle spiegazioni. Occorre essere come un prolungamento vivente dell’altro e ricevere la trasmissione del ritmo». E se «la vita è un ballo», poco oltre il priore dirà che la morte non è altro che un «cambio di patria» – niente di nuovo per lui che dalla Francia è venuto in Italia, cambiando pure nome.

Se talvolta la preghiera notturna diventa faticosa, «non potrò cogliere tutto», ammette il priore, «ma ecco che mi metto nella barca della Chiesa, nel fiume della sua preghiera che scorre e che mi trascina con la sua corrente. L’importante è rimanere nella barca, non scendere, e lasciare che il fiume scorra, da qualche parte mi porterà». Mentre a proposito della sempiterna dialettica tra ciò che è mutevole e ciò che è immutabile, il priore così parla della gioia: «La gioia che viene da fuori è come il sole che si alza alla mattina e tramonta la sera, come l’arcobaleno che appare e sparisce, come il caldo estivo che viene e che se ne va, come il fuoco che brucia e si spegne. Invece la gioia che viene da dentro non può finire: è come un ruscello tranquillo, sempre lo stesso, sempre presente, come la roccia, come il cielo e la terra che non passano». E ancora: «Il ministero del monaco si compie nell’ombra e nel segreto. Egli è come una falda d’acqua sotterranea. Silenzio, deserto, notte. Ma la notte prepara il giorno. Il nostro è un ministero di gestazione».

Mozzi, sussurri, danze, prese di corrente, arcobaleni, barche, ruscelli, falde… Subisco inevitabilmente il fascino di queste immagini e, come dicevo, le temo perché non sono la realtà (non lo sono mai). Va anche detto che per quanto sia ricco di tante immagini come queste, Solo dinanzi all’Unico è un libro che merita più di una lettura e sarebbe ingiusto ridurlo a una raccolta di metafore che dovrebbero «dare un’idea» del monachesimo certosino. Forse siamo noi a volerla avere, questa idea, e non tanto loro a volerla dare. In fondo, alla domanda diretta di Luigi Accattoli: «Lei pensa che il mondo d’oggi possa capirvi?», il priore risponde preciso: «Penso che in qualche misura una possibilità di comprensione tra i monaci e la restante umanità vi sia in ogni epoca storica, perché non vi sono epoche dimenticate da Dio. Ma non è questa la nostra prima preoccupazione». E, più ancora che in quel la nostra prima preoccupazione, è in quella restante umanità che mi pare risuonare la drammatica singolarità dei certosini.

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  1. Solo dinanzi all’Unico, Luigi Accattoli a colloquio con il priore della Certosa di Serra San Bruno, Rubbettino 2011. Il nome del priore, con scelta molto «certosina», non compare in copertina e nemmeno sul frontespizio, ma soltanto nelle note biografiche e nelle prime pagine. Dal 2014 dom Dupont ha lasciato Serra San Bruno e si dedica interamente al ruolo di procuratore generale dell’Ordine.
  2. «Oggi nel mondo vi sono 19 case di certosini (con circa 370 monaci) e 5 case di certosine (con circa 75 monache). Queste ultime si trovano in Francia, in Italia e in Spagna. Le case dei monaci si trovano in Europa, negli Stati Uniti e in America Latina», www.chartreux.org.

 

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La presa di corrente (Dice il monaco, XL)

Dice dom Jacques Dupont, priore della Certosa di Serra San Bruno dal 1993 al 2014, e procuratore generale dell’Ordine dal 1999:

In questo grande edificio che è la Chiesa, la vita contemplativa ha il compito – o il posto – di una presa di corrente. Intendo proprio il dispositivo sistemato nel basso della parete dove infiliamo la spina, munita di una corda che la collega a una lampada. È essa – la presa – che assicura il contatto permanente con la fonte di luce, di calore e di forza, la Fonte eterna. [«Non è un ruolo esagerato, eccessivo?»] No, anzi è un ruolo umile e nascosto. Il contemplativo permette alla corrente di passare, ma egli a volte neanche vede la luce. Proprio come la presa, può trovarsi in una zona buia, dietro a un mobile o a una tenda. Non aspira a vedere o ad essere visto. Rimane nella pura fede. Veglia mentre è notte.

Da Solo dinanzi all’Unico, Luigi Accattoli a colloquio con il priore della Certosa di Serra San Bruno (Jacques Dupont), Rubbettino 2011, p. 30.

 

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Nella medesima notte: Paterno e Scubilione amici per sempre

Dopo quella di Eutizio e Fiorenzo, e quella di Romano e Lupicino, grazie al già citato articolo di Edoardo Ferrarini1 sono andato a leggere la storia di Paterno e Scubilione, un’altra storia di amicizia monastica nel contesto della letteratura agiografica altomedievale. La storia, bella e struggente, è narrata indirettamente da Venanzio Fortunato nella sua Vita di san Paterno, ed è accessibile nella ricca edizione curata da Paola Santorelli2. «Indirettamente» perché la Vita di san Paterno è in realtà un esempio di agiografia episcopale, nella quale però lo spazio dedicato alle imprese di Paterno come vescovo è assai minore di quello riservato alla sua vicenda precedente come monaco e abate, e appunto come amico del confratello Scubilione.

Il contesto storico e geografico è molto interessante: siamo nella prima metà del VI secolo (la nascita di Paterno, a Poitiers, è collocata intorno al 480) nella regione della Bassa Normandia, tra Coutances, Saint-Pair-sur-Mer (Pair è forma recente di Paterno), Avranches e il Mont-Saint-Michel. Ci sarebbero molte altre cose da annotare, ma seguiamo Paterno, che già da piccolo entra nel monastero di Saint Jouin de Marnes e in breve, per le evidenti doti, viene nominato cellario.

Si capisce che il ragazzo è destinato a grandi cose, ma a Saint Jouin c’è anche Scubilione, di qualche anno più anziano, e qui scatta qualcosa, perché al di là delle parole usate da Venanzio per raccontare i fatti, in sostanza i due decidono di scappare insieme verso nord, appunto verso la regione di Coutances: «Abbandonati i parenti per amore di Cristo, scelsero con convinzione di diventare pellegrini in Constantino pago condividendo lo stesso alloggio, portando solo il libro dei salmi».

Vanno a vivere in una caverna, ma la fama di santità nasce e si diffonde in fretta. La coppia si muove, cominciano i miracoli, assegnati sistematicamente a Paterno: è lui che concretizza, spesso su passaggio di Scubilione. Come in un caso che ci dice molto delle personalità dei due. Un giorno, pur essendogli rimasta soltanto una mezza pagnotta, Paterno non esita a darla in elemosina: «L’uomo di Dio desiderava dare quel pane in beneficenza piuttosto che riporlo nello stomaco [in ventrem recondere]»; Scubilione «mal sopportò ciò, per il fatto che non aveva trovato, dopo il lavoro, ciò che potesse ristorare la sua stanchezza». Non ti preoccupare, lo rimprovera Paterno, Cristo non dimentica i suoi, e infatti, «senza indugio», arriva un loro discepolo carico di cibarie. E poiché dopo mangiato bisogna anche bere, ecco che Paterno batte una roccia con un bastone e fa sgorgare una fonte.

Che fossero proprio scappati lo si evince anche dal fatto che il loro abate, Generoso, dopo tre anni si mette a cercarli. Quando li trova, a Scissy (l’attuale Saint-Pair-sur-Mer), si raccomanda a Paterno di non eccedere nelle durezze e nelle privazioni, ma gli concede di restare lì, mentre si porta via Scubilione. E qui è bello immaginare ciò che Venanzio ha deciso di non dirci, forse perché non lo sapeva, quando scrive di Generoso che permise a Scubilione «di ritornare dal fratello dopo un breve intervallo di tempo»: che cosa gli avrà fatto cambiare idea?

Il racconto di Venanzio si contrae. Molti anni passano in pochi capitoletti. Paterno diventa sacerdote, cresce in dignità ecclesiastica, altri miracoli, molti monasteri fondati, i due amici si devono separare. E qui Venanzio ci racconta l’unico episodio che può assomigliare a un litigio tra i due. Un giorno Paterno, che è ancora a Scissy, va da Scubilione, che si trova ad Avranches, e gli chiede se può portarsi via due colombe che lui stesso aveva allevato. Scubilione, già abbastanza triste per l’allontanamento dell’amico, gli risponde di no: «Possa io tenerle in cambio della tua presenza qui». Ah sì?, ribatte Paterno. «Rimangano presso colui che amano di più». Dopodiché se ne va e torna a Scissy, e il giorno seguente le due colombe si fanno quasi diciotto miglia (fere decem et octo milia3) per raggiungere Paterno…

Paterno è sempre più famoso, va persino a Parigi, chiamato dal re Childeberto. Infine, a settant’anni, intorno al 550, viene eletto per acclamazione vescovo di Avranches. Fa il suo dovere con grandezza e santità per tredici anni, fino a quando il lunedì di Pasqua, diciamo del 563, si ammala. Il primo pensiero è: Scubilione. L’amico si trova al momento al monastero del Mont-Saint-Michel e si è ammalato nel medesimo giorno. Paterno e Scubilione, allora, «si muovono l’uno alla volta dell’altro per vedersi prima di morire». Ma in quel periodo l’alta marea nella baia di Mont-Saint-Michel è eccezionale e i due cortei restano bloccati sulle rispettive rive. Così, «mentre i santi erano distanti tra loro circa tre miglia, nella medesima notte e con le stesse modalità [eadem nocte pariter], il beato Paterno e il suo santo fratello… lasciarono andare le pie anime dal mondo terreno verso Cristo in un felice viaggio».

I due cortei dirigono allora, l’uno all’insaputa dell’altro, a Scissy, dove arrivano nello stesso giorno e dove Paterno e Scubilione «insieme, nello stesso momento, furono sepolti l’uno con l’altro […] in modo tale che nemmeno l’evento della morte dividesse coloro che sempre una sola vita aveva unito»4.

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  1. Edoardo Ferrarini, «Gemelli cultores»: coppie agiografiche nella letteratura latina del VI secolo, in «Reti Medievali Rivista» XI (2010), 1 (gennaio-giugno).
  2. Venanzio Fortunato, Vite dei santi Paterno e Marcello, introduzione, traduzione e commento a cura di P. Santorelli, Paolo Loffredo i.e. 2015.
  3. In effetti, tra Saint-Pair-sur-Mer e Avranches ci sono circa 23 chilometri.
  4. I loro resti sono ancora lì, vicini.

 

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Il sociologo, il priore, il monsignore e lo studioso di esoterismo

Per una curiosa coincidenza quattro libri che ho letto di recente hanno prodotto, tra le altre cose, una specie di scambio di battute sulla questione della frammentazione dell’individuo nella tarda modernità (meglio specificare occidentale, e meglio specificare anche che uno di essi non fa riferimento a un determinato contesto storico). La risposta a questo fenomeno è, mi pare, uno degli assi intorno ai quali ruota l’identità del monachesimo contemporaneo, che spesso presenta se stesso come testimonianza di una concreta alternativa, in un preciso ambito di fede, s’intende. Lo riporto qui, questo scambio, perché sono convinto che una buona parte dell’attrazione che provo per le «cose monastiche» sia dovuta proprio a quell’immagine di unità della persona raccontata da monaci e monache di oggi.

Dice dunque il sociologo: «In una società competitiva con ritmi accelerati di mutamento sociale in tutte le sfere della vita, gli individui hanno sempre la sensazione di trovarsi su una “china scivolosa”: fare una lunga pausa significa diventare fuori moda, antiquati, anacronistici nell’esperienza e nella conoscenza […]. Stando così le cose, gli individui si sentono obbligati a tenersi al passo con la velocità di cambiamento di cui fanno esperienza nel loro mondo tecnologico e sociale per evitare di perdere opzioni e connessioni potenzialmente preziose e mantenere la propria competitività»1.

Ribatte il priore certosino: «Il monaco impara e addita – ma anzitutto ama – la semplicità della vita in un mondo troppo complicato. Il monaco, come fu detto un tempo di Bruno, “afferra l’Uno afferrato dall’Uno”, non volendo seguire “nulla di ciò che è molteplice e muta”. […] C’è un monaco in ogni cuore umano. Colui che desidera essere uno, unificato, integro, centrato, costui è un monaco»2.

Ribadisce il monsignore: «Noi percepiamo i protagonisti della vita monastica come persone pienamente umane, esigenti, che amano la vita, desiderose di pienezza e completezza […]. Sono soggetti che tendono a costruire attraverso la regola l’unità della loro persona, in un un mondo e in una cultura segnata dalla frammentazione»3.

Ricorda lo studioso di esoterismo, qui in effetti forse un po’ fuori posto: «Anzitutto l’uomo deve sapere di non essere uno, ma una moltitudine. Non possiede un Io unico, permanente e immutabile. L’uomo cambia continuamente. In un dato momento è una persona, il momento seguente un’altra, poco dopo una terza e così via, quasi senza fine»4.

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  1. Hartmut Rosa, Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica del tempo nella tarda moderntà (2010), traduzione di E. Leonzio, Einaudi 2015, p. 31.
  2. Solo dinanzi all’Unico, Luigi Accattoli a colloquio con il priore della Certosa di Serra San Bruno (Jacques Dupont), Rubbettino 2011, pp. 20, 121.
  3. Dante Carolla, Introduzione a Patrizia Girolami, Sui passi di Dio. Testimonianza e profezia della vita monastica, Quaderni di Valserena, Nerbini 2016, p. 6.
  4. Peter D. Ouspensky, L’evoluzione interiore dell’uomo. Introduzione alla psicologia di Gurdjeff (1950), Edizioni Mediterranee 2010, pp. 29-30.

 

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Giovanni «Catarella» Cassiano

«Mi regordu chi, essendu iu pichottu e standu in li parti di Thebaida, li monachi si congregaru a lu beatu Antoni, chi allhura illà si trovava, per investigari et insemi conferiri di la perfectioni.» In virtù di una ben nota quanto singolare circostanza è assai possibile che un comune lettore italiano del ventunesimo secolo non si trovi affatto disorientato davanti a un testo in volgare siciliano degli inizi del Cinquecento…

Si tratta di Lu raxunamentu di l’abbati Moises e di lu beatu Germanu supra la virtuti di la discretioni, volgarizzamento della seconda «conferenza» ai monaci di Giovanni Cassiano, redatto da un anonimo monaco del monastero di San Martino delle Scale, nei pressi di Monreale, tra il 1510 e il 1550. Ci è stato conservato in un unico esemplare manoscritto, che lo raccoglie non casualmente insieme alla Regula di Santu Benedittu Abbati, cioè alla Regola anch’essa volgarizzata, ed è un testo di estremo interesse filologico e linguistico, come dimostra l’edizione approntata da Ferdinando Raffaele, cui si rimanda per la precisione, la ricchezza di spunti e l’ampiezza di analisi1.

Lo studio molto approfondito che accompagna il testo documenta, tra l’altro, anche i casi di scostamento dall’originale. Uno, tratto dal capitolo 11, è assai curioso. In italiano moderno si legge: «Da ragazzetto [puerulus] – mi confidò un giorno Serapione –, mentre dimoravo presso l’abate Teona, avevo preso l’abitudine, senza dubbio dietro suggestione del nemico, di nascondermi ogni giorno sotto la veste, subito dopo aver consumato la refezione del giorno con il vecchio verso le tre del pomeriggio, una pagnottella di pane; alla sera poi, senza che lui se ne accorgesse, me la mangiavo di nascosto». Ecco invece la versione in siciliano: «Dissi l’abbati Serapiuni: ‘Essendu iu pichottu e standu insembla cum l’abbati Theuni, havia per diabolica tentationi quista consuetudini, chi di poi chi a mezu yornu havia mangiatu cum lu vechu, ogni yornu ocultamenti, quillu non lu sapendu, mi amuchava in pettu unu pani di pisu di unzi sei, e quillu mi mangiava la sira». È stato aggiunto il peso, della pagnottella, e non a caso, ma con riferimento a un passo delle Istituzioni cenobitiche2: l’aggiunta, commenta Raffaele, «risponde, in effetti, a un’evidente istanza di realismo, in quanto contribuisce per un verso a rimarcare la gravità morale del gesto di fronte ai naturali fruitori dell’opera, monaci sovente sottoposti a tentazioni analoghe, e per altro verso a sottolineare, attraverso la specificazione di una quantità ben determinata, l’esigenza di un atteggiamento equilibrato nel soddisfacimento dei bisogni alimentari». (Noto anche che si passa dalle 258 battute del testo latino, alle 321 di quello siciliano, alle 402 della resa italiana.)

Il «traduttore» nel complesso dimostra sicura padronanza della lingua e una certa vivacità di espressione, posta perlopiù al servizio di tre esigenze: la necessità di compendiare, quella di semplificare e quella di spiegare, in considerazione della specifica comunità per la quale veniva steso il testo (è interessante notare che nel momento in cui viene redatto la popolazione del monastero è composta il larga misura anche da monaci non siciliani). Va detto che, forse anche per via di quella circostanza cui si accennava, la resa in siciliano giova al testo di Cassiano. Non posso dire di averlo letto per intero, ma scorrendolo mi sono imbattuto in diversi passi che mi paiono brillare, appunto, di uno spiccato realismo. Chissà, probabilmente è soltanto il frutto del pregiudizio verso ciò che oggi suona alle mie orecchie, inevitabilmente, dialetto (mentre dialetto non era). E tuttavia alla fine di una seria spiegazione basta un termine per ritrovarsi per strada: «Appari, adunca, chi lu dunu di la discretioni non è terrenu, nè di pocu momentu, ma divinu, la quali si lu monacu cum ogni attentioni non l’acquistirà, e si cum certa raxuni non possedirà la discretioni di li spiriti, zoè lu dixernimentu e vera cognitioni di li boni e mali cogitationi chi li supraveninu, necessariu li è, comu cui erra per oscura notti e tenebri, non sulamenti cadiri in fossi e dirrupi, ma ancora truppicari frequentimenti per chani e dritti camini.»

Già, truppicari.

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  1. Lu raxunamentu di l’abbati Moises e di lu beatu Germanu supra la virtuti di la discretioni, a cura di F. Raffaele, Centro di studi filologici e linguistici siciliani, Palermo 2009 (lo si può leggere qui).
  2. «Qualcuno non avverte la sazietà neppure nella misura di due libbre, qualche altro invece si sente soddisfatto anche con una sola libbra e con sei once di cibo», Giovanni Cassiano, Le istituzioni cenobitiche, V, 5, 2.

 

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«Calamai temprati di Stelle, fogli d’oro e studi arricchiti di gemme» (Voci, 4)

MonacismoIllustratoDei pregi segnalati della Religione Benedettina

Da questa Religione ebbero il latte quindeci mila e settecento Dottori, tra quali due mila Cardinali, dento dodeci Imperadori & altrettanti Re, sette mila Arcivescovi dottissimi, un milione cinque mila e seicento Santi canonizzati; questi insegnarono con l’esempio la modestia, l’affabilità, la mansuetudine, l’equità, la discrezione, la giustizia, la disciplina, la onestà, l’edificazione, la pace e la pietà. Nei tempi degli Arrii, dei Manichei, dei Pelagii, che sarebbe stato il Mondo senza i Benedettini? Questi distrussero il gelo delle vaste Regioni Orientali, armarono le destre contra gli Ereticali Pitoni, scorsero per luoghi alpestri, per nevi, per ghiacci, senz’altro Viatico che d’una estrema povertà, senz’altro ricovero che de’ publici Spedali, seminando la parola di Dio con successi così prosperi che ne ricolsero copiosa messe di conversioni. Furono tanti Soli, che con la luce delle dottrine sgombrarono le tenebre caliginose del Gentilesimo ingannato, gli orrori del Secolo pervertito, e l’Eresia, quasi mala gramigna largamente cresciuta nei Campi del Cristianesimo, sbarbarono dalle ultime fibre. Furono le loro occupazioni assidue l’ammaestrare gl’ignoranti, il catechizzare i rozzi, l’accomodarsi alla capacità dei semplici; l’osservanza Monastica, che qual travagliata Nave da fiati Aquilonari sospinta ad urtar negli scogli già si fracassava e si sommergeva, fu da questi sottratta dai pericoli; questi dileguarono le viziose nebbie alla Fiandra, alla Boemia, all’Austria, alla Baviera, alla Ungheria, alla Polonia, alla Lituania, alla Danimarca, alla Norvegia, alla Ibernia, alla Scozia, alla Dalmazia, al Mondo tutto. Furono angusti alla volontà dei loro santi disegni i confini d’Europa, onde inoltrandosi nell’ampiezza dell’Oceano, giunsero con le vele gonfie de’ pensieri e degli affetti alle margini & ai ripostigli del Mondo.

[…] Quindi il Mondo tutto amò quest’Ordine Sacrosanto più che altro facesse mai, & ebbe dalla carità de’ fedeli affezzionati i patrimoni intieri per abbellire le sue Basiliche, si disossarono i monti per incrostarle di marmi contro gli urti del tempo, si stancarono le conocchie di Belgia in filare a’ suoi Sacerdoti sottilissimi lini, s’occuparono i Telari di Menfi in tessere de’ suoi Altari i tapeti, si salassò l’Oriente, dove più gonfiano dell’oro le vene, à fine d’ergerne statue ne’ suoi Santuari, sgorgarono dalle Maremme Eritree gorghi di margherite per ispruzzarne le sue ricchissime supellettili; passarono monti, traversarono valli, guazzarono fiumi, cercarono boschi, né mai s’arrestarono finché non videro per tutto stabilita la fede.

[…] Per mezo dei figli di Benedetto la fede Cattolica cavalcò le rupi degli Apennini e spianossi l’ingresso alle Valli più alpestri, s’inoltrò nelle acque gelate del Settentrione e nelle fervide arene del Nilo, valicò i neri Cieli d’Etiopia e le Provincie più lontane della Libia. Questi sostennero la riputazione de’ Sacri Concili & assodarono in mano de’ Pontefici le Chiavi del Vaticano, dispersero i Dogmi dei più perniciosi Settari, serrarono le porte agli errori e le spalancarono ai trionfi della Religione, ebbero calamai temprati di Stelle, fogli d’oro e studi arricchiti di gemme.

Con la santità della vita furono come folgori, e con l’efficacia delle parole servirono come di tuono per iscuotere gl’infedeli, per condurgli alla vita santa & alla penitenza. Quindi fu tanto accetta a Dio la mia Religione Benedettina che meritò il Patriarca San Benedetto colà nel Monastero Narrabottense, vicino a Subbiaco, tra le grazie di Dio per bocca d’un Angiolo ricevute, avere anche questa d’essere assicurato che chi ardirà d’offendere i suoi figlioli, sarà punito, o con una breve vita, o con una cattiva morte.

Il monacismo illustrato, ideato dal padre d. Bonaventura Tondi da Gubbio Olivetano, dottore in sacra teologia, e cronista regio, nella vita del patriarca san Benedetto e ne’ figli del suo instituto, Venezia 1684. Presso gli eredi di Gio. Pietro Brigonci. I brani citati sono tratti dal Capitolo VIII del Libro Terzo, «Dei pregi segnalati della Religione Benedettina», pp. 160-67.

 

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Lupicino, il massaggiatore

NelDesertoDelGiuraLupicino è il secondo abate del monastero di Condat, situato nei pressi dell’attuale Saint-Claude, nel Giura francese. È succeduto, intorno al 460, al fratello Romano, che il monastero l’ha fondato dopo un’esperienza eremitica proprio con Lupicino. Sono tempi duri, il luogo e il clima lo sono altrettanto, e lui è un asceta formidabile, tanto che il suo anonimo biografo si deve trattenere: «Racconterei imprese ancora più grandi, che egli compì nel campo dell’astinenza, se non sapessi che per i Galli ciò che si tramanda circa le sue azioni sarebbe inimitabile»1.

Tanto per cominciare, indossa una tunica formata da diversi pezzi di pelle cuciti insieme e che non ripara nulla, porta sempre e soltanto zoccoli; «si dice che non abbia mai avuto delle lenzuola né un letto», dorme qualche ora su una panca dell’oratorio e, in caso, assai frequente, di freddo, scalda un pezzo di corteccia che poi mette sotto la tunica; rigorosamente vegetariano, «non permise quasi mai che fosse aggiunta neppure una goccia d’olio o di latte alla sua polentina» (bello quel «quasi»), niente vino, pare nemmeno acqua, menu estivo: «pezzetti di pane macerati in acqua fredda», e così via.

Inflessibile verso se stesso, Lupicino è d’altra parte un campione ingegnoso di carità, come dimostra questo episodio così singolare da sfuggire agli stereotipi agiografici.

C’è, tra i suoi confratelli, un anziano monaco che si è spinto troppo in là nell’ascesi e «aveva reso il suo misero corpo tanto rattrappito per una qualche scabbia e semivivo per l’eccessiva magrezza». È tutto incurvato, bloccato sia nelle gambe sia nelle braccia, non può muoversi da solo, è capace soltanto di un «debole respiro affannoso»; unico cibo un po’ di briciole  di pane «raccolte con attenzione con una spazzolina dopo il pasto dei fratelli e bagnate con un pochino d’acqua»2. Cosa si può fare? si chiede il santo abate.

Un giorno, mentre tutti sono al lavoro nei campi, Lupicino si carica l’anziano monaco sulle spalle e lo porta nell’orto, dicendogli con dolcezza: «È molto tempo che tu, bloccato da una gravissima malattia, non vieni baciato dai raggi del sole e non vedi neanche un po’ di verde neppure con un rapido sguardo». All’aperto stende qualche pelle per terra, vi depone il monaco e si sdraia accanto a lui, imitandone la posizione. Dopodiché, comincia a distendere le membra, poco alla volta, lasciandosi sfuggire qualche espressione di sollievo. Poi, con estrema delicatezza, «come un massaggiatore», fa lo stesso con il fratello rattrappito, che a poco a poco si raddrizza. Non contento, Lupicino corre in cucina e ritorna con «alcuni piccoli pezzi di pane bagnati di vino» e induce il confratello, con l’esempio anziché col comando, a ristorarsi.

Il giorno successivo ripete tutto da capo, «con la sua abituale delicatezza», e il terzo giorno, quando ormai l’anziano monaco riesce quasi a stare in piedi da solo, Lupicino – che: va bene, l’orto è bello, ma ha bisogno di cure – «gli procura un bastone ricurvo alla maniera di una piccola zappa» e, sia che quello stia in piedi o si metta sdraiato, «gli insegna a sarchiare il terreno intorno alle piante col rastrello e con le dita».

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  1. Vita del santo abate Lupicino, in Nel deserto del Giura (La vita degli abati Romano, Lupicino, Eugendo), traduzione, introduzione e note di D. Marchini, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 2016, pp. 47-71.
  2. Il curatore fa notare un interessante parallelismo con la Regola del Maestro (23, 34-48), che impone di raccogliere tutte le briciole in un vaso in modo che, alla fine della settimana, con esse possa essere preparata una pietanza.

 

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