«Nei cortili dei chiostri silenziosi» (Reperti 53: Corrado Govoni)

Palermo, Convento di Santa Caterina (foto Potts)

53. È inutile negarlo: se osservo la composizione del mio «interesse», uno degli ingredienti, non l’ultimo, è l’immagine malinconica dei monasteri, in particolare – va detto – di quelli femminili, tipica di un certo gusto che con la vera natura di questi istituti oggi nulla ha a che fare. Ne potrei anche rintracciare la genealogia letteraria – perché di letteratura si tratta –, dalle rovine preromantiche agli interni crepuscolari, ma ciò non cambierebbe l’attrazione che provo per le immagini che associano i conventi a generiche atmosfere di tristezza e, più precisamente, alla manifestazione dolce e dolente del passare del tempo.

«Dolce e dolente» è, ahimè, la chiave terminologica di questo sentimento, che ha trovato di recente uno sfogo inatteso in Armonia in grigio et in silenzio, di Corrado Govoni. È una raccolta di poesie del 1903 che inaugura una certa sensibilità, che sarà poi messa a punto e diffusa dai crepuscolari, traendo dichiaratamente motivi e toni da alcuni simbolisti francesi e in particolare dal poeta belga di silenzi e beghinaggi Georges Rodenbach. «Sono loro, le beghine, si direbbe», scrive infatti Laura Barile, curando una ristampa anastatica del volume1, «le capostipiti delle centinaia di suore, sorelle e candidi conventi finiti nella poesia di Govoni, Moretti, Palazzeschi di quegli anni»2.

Delle quattro parti di cui si compone il libro, una soprattutto, la terza, dà voce alla massima potenza al suddetto sentimento, a cominciare dal titolo, Rosario di conventi: trentadue poesie, prevalentemente in quartine rimate (e che rime!), che rigurgitano di silenzi, fiori secchi, piccole teche, nostalgie, morti, lente liturgie e iscrizioni quasi cancellate, incensi, rimpianti, dorature scolorite, acque stagnanti, erbe spente e passi malfermi, campane distanti: «un vivissimo caleidoscopio, … un ininterrotto elenco, … una continua esplosione di immagini collegate dal dèmone, non già del mezzogiorno, bensì dell’analogia» (Barile).

«Ho sempre amato le cose tristi», confessava Govoni in una famosa lettera a Lucini, e nella rassegna che allegava comparivano anche «tutte le cose tristi della religione»: la combinazione di «letteratura triste» e chiostri è per me quanto più irrealistica tanto più irresistibile, come in queste tre strofe di Le voci de le suore:

Dietro le grate, le nascoste suore

rispondono a le virtuali parole,

e le lor voci sembrano un sentore

di basilico e d’appassite viole.

 

O voci de le suore di clausura,

voci che sanno d’un poco di vecchio,

come ogni cosa de la clausura,

come una cosa dentro ad uno specchio!

 

Voci temprate ne le liturgie

de l’incenso, vocine inconsistenti

come quelle de le fotografie

di defunti o lontani e cari assenti!

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  1. Corrado Govoni, Armonia in grigio et in silenzio, postfazione di L. Barile, Scheiwiller 1989.
  2. E Montale aggiunge, nel 1965, in morte del poeta: «Doveva aver letto per tempo quei poeti francesi e belgi che furono i veri iniziatori della poesia che potremmo definire del marché aux puces».

 

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Citazioni, confessioni

Una cosa di sicuro mi ha insegnato la lettura degli scritti dei monaci: tutte le frasi che mi colpiscono di più sono lo specchio in cui più chiaramente si riflettono i miei «peccati». E, forse, non saprei indicare specchio più limpido dei detti dei Padri del deserto.

Così, quando sono arrivato a pagina 63 di questa ennesima edizione che mi sono portato a casa1, e che leggo come se fosse la prima volta che avvicino Antonio, Poemen, Macario e soci, ho consumato tutte le matite rosse e blu e gli evidenziatori che avevo a disposizione.

Si domandò ad abba Elia: «Con che cosa saremo salvati in questi tempi?». Egli rispose: «Ci salveremo per il fatto di non avere stima di noi stessi».

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  1. Detti e fatti dei Padri del deserto, a cura di Cristina Campo e Piero Draghi, Rusconi 1975.

 

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«E poi l’ambiente benedettino è sempre simpatico» (Montini, pt. 1)

Se c’è un personaggio di cui mi dispiace molto non poter provare a parlare qui, poiché non direttamente legato all’argomento di queste note, e perché con ogni probabilità troppo al di là della loro conveniente estensione, questi è Giovanni Battista Montini: se solo fosse stato «l’abate Montini» e non papa Paolo VI – mi dico –, a questo punto avrei già esagerato con le citazioni. La sua presenza nelle mie letture, d’altra parte, è sempre più frequente, e in questi giorni si sono accavallati così tanti testi, appartenenti a epoche diverse della sua vita, che non riesco a evitare almeno qualche appunto.

A cominciare dai due corposi volumi delle Lettere ai familiari 1919-19431: sono a metà e, oltre l’interesse per le notizie biografiche, mi pare di sentire ormai risuonare il tono della sua voce epistolare, che immagino non molto dissimile da quello della sua voce naturale2. Serio ma mai grave; intimo e affettuoso, e sempre sincero nel variare senza formalismi bensì con stile le innumerevoli forme di saluto, di augurio, di partecipazione; discreto e composto («Avrei, senza fretta, bisogno di un paio di mut. di lana», 1924), ma preciso nella confessione («Talvolta solo fra la gente mi sorprende una sconfinata noia di tutto, e se un pensiero riflesso di pace cristiana non sopravvenisse a ridarmi un qualche intimo gusto di sorridere e pazientare, la tempesta di questi venti mi porterebbe chissà in quale mare di pessimismo», 1924); pronto all’ironia («Questi altri giorni abbiamo un gran da fare per fare non so bene cosa, ma tutte cose – potete dubitarne? – molto importanti», 1924) ed esatto nell’introspezione («Ho fatto la Comunione rimpiangendo che non fosse la prima, e che l’età e le occupazioni tolgano ormai quella vergine impressionabilità da cui dipende oltre che la più bella poesia dei ricordi, la profonda e oscura ragione di tante nostre azioni», 1919); saldissimo ma non cieco nell’espressione della sua fede… È un attimo, come si vede, e le citazioni mi prendono la mano.

Perché è molto bello seguire giorno dopo giorno il distendersi del «discorso» umano del giovane sacerdote, sentire l’eco delle sue riflessioni nelle sue lettere, anche in quelle più brevi e informative, a testimonianza di un’unità individuale che, seppur non priva, e per fortuna, di dubbi, soprattutto su se stesso, trovo esemplare. Un’unità che nel crescere dell’età e nell’allargarsi della visione o, volendo usare altra espressione, delle responsabilità, non lascerà indietro nulla, ma tutto accumulerà e cercherà di comprendere, sì, in un abbraccio sempre più largo.

Di fronte a don B., come poi a papa Paolo VI, davanti a un’autenticità scottante, il desiderio di capire, e soprattutto di ascoltare, si fa intenso: «A chi non ha religione o a chi l’avversa – dice il papa nel messaggio pasquale del 1964 – Noi rivolgeremo preghiera di non condannarsi da sé al peso di dogmi irrazionali, alle contraddizioni del dubbio senza pace e dell’assurdo senza scampo, o alle maledizioni della disperazione e del nulla»3. Non proprio dal nulla, oso rispondergli idealmente, bensì da un qualcosa immanente e transitorio, dove paradossalmente si può tentare di declinare un passaggio della sua esortazione Gaudete in Domino in chiave del tutto terrena e perciò drammaticamente caduca, ma non per questo meno vera. La gioia del cristiano, infatti, deve rifarsi, per così dire, alla gioia stessa di Gesù, che si inscrive in tre concetti che descrivono il suo rapporto con il Padre: «È una Presenza che non lascia mai solo. È una conoscenza intima che lo colma: “Il Padre conosce me e io conosco il Padre”. È uno scambio incessante e totale: “Tutte le cose mie sono tue e tutte le cose tue sono mie”»4. Presenza ininterrotta, conoscenza profonda e scambio totale: non possono forse essere le coordinate più alte di un rapporto tra esseri umani? Il massimo cui possiamo ambire, per un certo periodo di tempo e per poi scomparire non disperati?

Mi sono spinto troppo in là. Quello che vole dire è che penso sia concesso percepire una «vibrazione benedettina» negli scritti di Paolo VI, anche al di là dei riferimenti diretti (di uno dei quali ho parlato qui), e inseguirla. E poi, forse, ci possiamo sempre rifare a un modo di dire che era, evidentemente, ancora in un uso ai suoi tempi: «L’Abbé Jean Montini a suivi un Cours pendant l’été 1924 à l’Alliance Française. Il a été reçu premier au Certificat d’Aptitude avec mention “très honorable”»: l’Abbé Montinì.

Biglietto da visita di G.B Montini a Varsavia, 1923 (Istituto Paolo VI, Brescia)

(1-continua)

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  1. Giovanni Battista Montini (Paolo VI), Lettere ai familiari 1919-1943, a cura di N. Vian, premessa di C. Manziana, Istituto Paolo VI – Edizioni Studium 1986.
  2. Essendo praticamente coinciso il suo pontificato con i miei primi quindici anni di vita (si parva licet), posso annoverare il suono della sua voce naturale tra i miei non moltissimi ricordi più vecchi di carattere sociale non mediati da supporti successivi.
  3. Messaggio Urbi et Orbi di Sua Santità Paolo VI, Pasqua di Risurrezione, 29 marzo 1964, che continua così: «Forse non pochi di voi hanno della religione concetti imprecisi e ripugnanti; forse pensano della fede ciò che precisamente non è: offesa al pensiero, catena al progresso, umiliazione dell’uomo, tristezza alla vita. Forse alcuni di voi sono più avidi e perciò inconsciamente più atti a cogliere il lampo della luce, perché, se non dormono nell’ignavia e nell’ignoranza, l’oscurità del loro ateismo dilata le loro pupille verso un affannoso sforzo di decifrare al buio il dove e il perché delle cose».
  4. Gaudete in domino, Esortazione apostolica di Sua Santità Paolo VI, 9 maggio 1975 (cap. III). Devo la segnalazione del passo e le riflessioni inerenti a Aldino Cazzago, La gioia in Paolo VI, Benedetto XVI e Francesco, in «Rivista di Vita Spirituale», a. 73, n. 1 (gennaio-marzo 2019), pp. 83-108.

 

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L’animo alienissimo dal matrimonio (Voci, 19)

La Vita della B. Ivetta Vedova (13 Gennaio)

L’Historia della Vita della B. Ivetta, specchio di penitenza e di santità, ci fu lasciata diligentemente scritta da Ugo Floresiense, Canonico Regolare dell’Ordine Premonstratense, ed è nella maniera che siegue. Nacque questa Beata Serva del Signore della Terra di Huy, appartenente al Vescovado e Principato di Liegi, da progenitori di chiaro sangue e dovitiosi molto. Appena hebbe ella toccato l’anno 13 dell’età sua, che fu da’ suoi trattato di dargli marito; e come che, oltre alla ricca dote, havesse ella un dovitioso capitale di tutte le qualità che ponno in una donzella nobile desiderarsi, fu da molti giovani nobili suoi concittadini ricercata in matrimonio. Et abbenché fosse ella lontanissima dal pensiere d’appigliarsi allo stato coniugale, nulladimeno, per non mancare al rispetto & all’ubbidienza dovuta a’ suoi genitori, chinò il capo e fu data per moglie ad un nobil giovane, suo pari e della sua patria medema.

Ma non andò gran tempo che, annoiata dallo stato da sé abbracciato, e vaga di esserne prosciolta, hebbe desiderio che ciò si effettuasse mediante la morte dello sposo. E quantunque per il buon fine, che ella haveva di rimaner libera per potersi dare intieramente al Divin servigio, non fosse ciò da essa creduto illecito, conosciuta poscia da sé la gravezza di questo peccato, pianselo lungamente e fenne rigorosissima penitenza, infino a che fu assicurata dal Cielo di haverne dalla pietà Divina ottenuto il perdono. […]

Restata in questo mentre priva del marito, e conseguentemente sciolta (cosa sommamente da lei bramata) dal tanto a lei grave e noioso peso del giogo matrimoniale, e ciò nel fiore dell’età sua, cioè nell’anno diciottesimo, e quinto dal suo matrimonio, parve a lei il tempo opportuno per darsi tutta alla vita spirituale. Ricusò perciò di passare alle seconde nozze, abbenché a questo da molti, che ammiravano & amavano le di lei rarissime doti, venisse a grande instanza sollecitata. Lasciolla il defunto suo Consorte madre di tre fanciulli maschi, uno de’ quali passò all’altra vita in tenera età; applicò il maggiore, già grandicelllo, allo studio delle lettere; ritenendo appresso di sé, come troppo tenero, e non per anco atto d’applicarsi alle lettere, il più giovane. Cercò il padre di Ivetta, il quale di mala voglia portava di vederla, giovane come ella era, nello stato vedovile, tutti i mezzi a sé possibili per indurla a passare un’altra volta a marito, impiegando perciò l’autorità di Radulfo Vescovo e Principe di Liegi […].

Fecela il Vescovo chiamare alla sua presenza, ove giunta che fu & vi hebbe veduta la folta moltitudine de’ tanti personaggi che gli facevan corteggio, con assieme le Guardie de Soldati che stavangli attorno, atterrissi ella non poco, e come grandemente modesta se gli coperse il volto di rossore. Pure venendo incoraggita dal Vescovo, che la tirò alquanto in disparte, ascoltò, standosene ella frattanto con la mente tutta fissa in Dio, il discorso che egli le fece e con cui studiossi di persuaderla perché si conformasse a’ voleri del Padre. Stava ella (come dicevamo) col cuore a Dio, e pregavalo di volerla liberare da quel periglioso assalto. Rispose a tutte le proposte del Vescovo con gran modestia e con non minor prudenza. Rappresentogli haver essa l’animo alienissimo dal matrimonio e per questo, e per poter più speditamente servire a Dio, essersi con voto ligata di osservare castità nello stato vedovile.

Adopraronsi molti degli astanti, persone letterate ed astute, di persuaderla a piegarsi, ma fu ogni lor’opra gettata al vento, rimanendosi a guisa di scoglio, immota a fronte di quell’onde che la sbattevano. Vedutasi dal Vescovo la sodezza d’Ivetta, non volle passar più oltre con la sua persuasiva; anzi, fattosi suo avvocato e difenditore, lodò il da lei fatto proponimento, e promisegli il suo patrocinio contro chi havesse intrapreso a molestarla. Ordinò inoltre al di lei Padre di fare lo stesso e, datagli la sua benedittione, la rimandò con Dio.

♦ Santorale del Sacro Ordine Cisterciense, raccolto dal M.R.P.D. Marc’Antonio Carretto, monaco della Congregatione Riformata di San Bernardo del medemo Ordine, tomo primo, che contiene i Mesi di Gennaro e di Febraro, in Torino 1705, nella Stampa di Gio. Battista Fontana, pp. 95-97.

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Schedine: Giorgio La Pira; Erik Varden

Giorgio La Pira, Lettere al Carmelo, a cura di D. Pieraccioni, prefazioni di B. Maggioni, Vita e Pensiero 19872. «Noi che siamo “fuori” pensiamo sempre con soavità infinita agli orti conclusi ove la grazia del Signore fiorisce soave e pura!» Così scrive Giorgio La Pira, nel gennaio del 1948, in una lettera a suor Teresina (Virginia Sardi) del Carmelo di Santa Maria degli Angeli di Firenze. Le «lettere alle claustrali» sono un sottogenere epistolare di lunga tradizione che cerco di frequentare ogni volta che se ne presenta l’occasione, anche se i carteggi pubblicati sono quasi sempre monchi delle lettere «in uscita» dai chiostri; e anche se non di rado capita di imbattersi in quel singolare fenomeno per il quale chi sta «fuori» ritiene di poter spiegare a chi sta «dentro» i motivi riposti della loro scelta: voi siete questo, voi rappresentate quest’altro, il senso della vostra esperienza è questo, ecc. Confesso di aver fatto un po’ di fatica a leggere queste Lettere al Carmelo, e non tanto per il tipo di rapporto, forse un po’ datato, quanto per il tono sempre troppo acceso dell’uomo politico. Mi è parso infatti che La Pira spesso lanci i suoi appelli, rivendichi la sua ideale appartenenza, ribadisca la sua adesione a colpi di punti esclamativi, come se sentisse di dover espiare il suo impegno nel mondo, la sua attività politica: «Talvolta – spesso! – anche l’anima nostra cerca i suoi “carmeli”: spesso ci portiamo con lo spirito in queste isole di purità, in questi orti sigillati, in queste mistiche case di purità e sostiamo ristorati e fortificati» Oppure: «Mi sentirò figlio di tutti i Carmeli, di tutte le Certose, di tutte le Trappe: e nel silenzio della preghiera mi sentirò unito alla soave salmodia comune!». Ho fatto fatica per il linguaggio usato, per i modi retorici, ma non ho mancato di riconoscere le tracce di un atteggiamento dal quale, pur in forme che non potrebbero esser più diverse, non sono del tutto esente. I sentimenti di La Pira sono, al di là delle forme, di indubitabile sincerità, e i miei?

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Erik Varden, La solitudine spezzata. Sulla memoria cristiana, Qiqajon-Comunità di Bose 2019. Il libro raccoglie sei meditazioni dell’ex abate dell’abbazia trappista di Mount Saint Bernard, nel Leicestershire, da poco nominato vescovo della diocesi di Trondheim. Il testo è strutturato «intorno a sei comandi biblici di ricordare» e ogni capitolo sviluppa una particolare sfumatura cristiana del concetto di memoria, e della sua pratica, a partire da una «situazione» o da un personaggio tratti dalla Scrittura: ad esempio il monito rivolto ad Adamo circa la polvere, o meglio la «terra», da cui proviene; o l’appello di Mosè a Israele affinché non dimentichi la schiavitù; o ancora l’avvertimento di Gesù di ricordarsi della moglie di Lot. Accanto a questi spunti, sviscerati in profondità, l’autore convoca una galleria di testimoni che per me ha rappresentato il motivo di maggior interesse del volume, da san Benedetto a Stig Dagerman, da Maria Egiziaca al padre Sergij di Tolstoj, da Maïti Girtanner (eroina della resistenza francese) a Motovilov… non si finisce mai d’imparare. Si può anche dire che non si finisca mai di ricordare, e la Bibbia può essere uno strumento fecondissimo per questo esercizio: «Il nostro ricordare non è mai confinato alla sola esperienza, limitata o ampia che sia. Noi scopriamo – se osiamo – che la memoria è più che un’acqua stagnante di ricordi privati. Ricordare, ricordare veramente, è levare i nostri ormeggi e salpare verso il mare aperto, con tutto ciò che comporta come pericolo ed euforia».

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Cardiochirurgia (Dice il monaco, LXIV)

Dice Erik Varden, ocso, già abate dell’abbazia di Mount St Bernard (Leicestershire), ora vescovo di Trondheim (Norvegia), nel 2018:

Essere monaco è abitare un universo senza limiti. È essere spinti verso un’altezza e una profondità, una lughezza e una larghezza che toccano l’infinito. Se vissuta sinceramente, la vita monastica è un habitat di trasformazione. I padri descrivono come il cuore del monaco venga frantumato, poi aperto e, poco alla volta, risanato. Esso inizia a farsi più ampio, al punto da contenere il mondo intero, richiamando alla mente la sua piaga davanti a Dio, ricordando al mondo la grazia di Dio. Il cuore del monaco, conforme a quello di Cristo, è un luogo d’incontro. Esso tende verso l’alto nella più fiduciosa delle gioie, perché è stata messa alla prova. La gioia che spesso mi sfuggiva quando ero giovane mi è data adesso: è allo stesso tempo conosciuta e nuova. Vedo ancora l’oscurità, come potrei non vederla? Ma ha perso il suo fascino, so che è stata attraversata.

♦ Erik Varden, La solitudine spezzata. Sulla memoria cristiana, traduzione di L. Gobbi e T. Pizzimenti, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2019.

 

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«Perdute nella storia? Andiamole a cercare!»

Primo e non trascurabile merito del volume Detti e fatti delle donne del deserto, curato da Lisa Cremaschi, monaca di Bose1, è quello di offrire una raccolta molto ricca, per non dire completa, delle testimonianze, quasi esclusivamente indirette, che riguardano le cosiddette «madri del deserto» (là dove deserto è da intendersi in senso ampio come «luogo di solitudine»); cioè le donne vissute tra IV e VI secolo – «tempi… avari di parole di donne e sulle donne» – che decisero di «seguire» il Cristo. Sono tutte lì, dalle più famose, come Sincletica, le due Melanie, Eustochio, Macrina, Olimpia(de), Scolastica, a quelle di cui è rimasta soltanto una debole traccia, come la sorella, senza nome, di Antonio, il padre della vita monastica, che la affidò «ad alcune vergini conosciute e fedeli»; o come la sorella di Pacomio, Maria, che, rinchiusasi nel monastero costruitole dal severo fratello, attirò molte donne che «sentirono parlare di lei e la raggiunsero, abitarono con lei e si diedero a un’intensa ascesi».

Al cospetto di questa galleria di amme (femminile plurale di abba) si sarebbe tentati di porre in primo piano battute ed episodi che evidenzino il loro carattere, il loro femminismo ante litteram in un contesto rigorosamente maschile. E anche se la curatrice invita a «guardarsi dal leggere questi testi con gli occhiali di oggi», è lei stessa, con un discreto, quasi invisibile tappeto di punti esclamativi, a perdonare la suddetta tentazione. Come non ricordare, solo per fare qualche esempio, la formidabile amma Sara, monaca egiziana, che a una coppia di anziani anacoreti che la invitavano rudemente a non montarsi la testa, fu costretta a rispondere: «Quanto alla natura sono donna, ma non quanto al pensiero»2; o la nobile e ricchissima Melania l’Anziana che, rimasta vedova e persi due figli, lascia tutto3 e decide di destinare i suoi beni ai poveri: quando il console della Palestina la fa arrestare, per interdirla e incamerare il patrimonio, «ignorando il suo stato di donna libera», lei risponde così: «Io sono figlia del tale e moglie del talaltro, ma sono serva di Cristo. Non disprezzare la meschinità del mio abito. Se voglio, ho il potere di innalzarmi e perciò non riesci a farmi paura né a prendere qualcosa di mio»; o ancora l’aristocratica romana Marcella, che, secondo la testimonianza di Girolamo, quando la madre le propose un secondo marito, anziano ma di ottime sostanze, così declinò: «Se volessi sposarmi e non desiderassi dedicarmi alla castità perpetua, di certo cercherei un marito e non un’eredità».

Ma l’aspetto del volume che più mi ha colpito è stato un altro, e cioè il commento ai testi di Lisa Cremaschi, che unisce ai dati filologici e interpretativi un inconfondibile senso di attualità. Il volume infatti, nelle parole della stessa curatrice, vuole essere soprattutto «un viaggio per “visitare” le monache antiche e chiedere loro una parola», una parola per l’oggi, per noi, è sottinteso. Non è possibile fare esempi, poiché si tratta di una tensione che trascorre in tutto l’apparato di note e lo rende «avvincente»: di cosa si sta parlando qui? Quale nome ha preso oggi la circostanza di cui riferisce questa donna di quindici secoli fa? Cos’ha lei da insegnarci, e cos’abbiamo noi da imparare da lei? Non accade forse lo stesso anche oggi? Non sembrano rivolti a noi questi  consigli? E così via.

In ciò risulta evidente come si tratti del commento di una monaca, non soltanto di una studiosa, di una monaca psicologa che non esita a esporsi in prima persona, tanto che talvolta, specie nelle note più lunghe e nei richiami bibliografici non di rado sorprendenti, la sua voce si mescola e si confonde con quella di Teodora, di Sara, di Domnina. Così, a fianco di tanti volumi, indubbiamente meritevoli e tuttavia silenziosi come cimiteri, possiamo mettere questo libro ricchissimo di conoscenze e meditazioni, da cui sgorga un flusso di parole e di gesti che sembrano risalire a non più tardi di ieri. L’altroieri, via.

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  1. Detti e fatti delle donne del deserto, introduzione, traduzione e note a cura di L. Cremaschi, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2018. Il titolo del post è tratto dall’Introduzione. Curato dalla stessa studiosa è necessario qui ricordare Donne di comunione. Vite di monache d’oriente e d’occidente, sempre nelle Edizioni Qiqajon, ma del 2013.
  2. «Di lei [Sara] dicevano che abitò sessant’anni dinnanzi al fiume, e non si sporse mai a guardarlo» (p. 91). Per una curiosa combinazione, lo stesso giorno leggevo una recensione dello scienziato Edoardo Boncinelli: «Siamo figli di milioni e milioni di anni di evoluzione, fisica, biologica e infine culturale. Guardarci intorno allora è allo stesso tempo una necessità per conoscerci nel profondo e una concreta manifestazione di dove siamo arrivati, come specie e come individui» (Il cielo sopra di noi. E sotto di noi, «Corriere della Sera – La Lettura», 27 ottobre 2019).
  3. «Lascia anche – e questo ci sconcerta – l’ultimo figlio che le era rimasto, Publicola, e parte per l’Oriente» (p. 165).

 

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Come si è fatti («Monaci e uomini», di Ghislain Lafont, pt. 3)

(la prima parte è qui, la seconda qui)

Sono troppi gli spunti interessanti che emergono dalla conversazione di Ghislain Lafont1 perché possa darne conto in maniera esauriente, e anzi uno dei suoi aspetti più notevoli è proprio la conferma di come una vita dedicata alla ricerca di Dio, attraverso una forma nel complesso rigida, non comporti l’annullamento delle altre dimensioni. E perché dovrebbe, in fondo. L’angolo di visuale è diverso, certo, ma il mondo, per lo meno dagli anni Sessanta in poi, filtra dalle mura del monastero. «Non possiamo realizzare nessun rinnovamento», afferma con decisione p. Lafont, «nessuna delle riforme che cerchiamo di fare, se non ci fosse coscienza di ciò che accade nel mondo, la quale ci spinge ad essere monaci, ma nel mondo in cui siamo oggi, non nel mondo di ieri» (p. 165).

I «cercatori di Dio» sono persone come tutte le altre, quindi «tutti i mezzi culturali di espressione della fede e tutti i mezzi culturali di espressione dell’umano possono avere il loro diritto di cittadinanza nel monastero. Perché no?» Come nel caso della psicoterapia, per fare un solo esempio. Ghislain Lafont vi dedica alcune pagine molto interessanti, che prendono spunto da ciò che gli psicologi chiamano «ripetizione» e che non è altro che «il nome contemporaneo dato a una realtà vecchia quanto l’umanità contro la quale san Benedetto nella sua Regola non cessa di mettere in guardia e che lui chiama “mormorio”». Il mormorio, la mormorazione, è il risultato della continua azione nel profondo di traumi e situazioni dolorose, che portano a ripercorrere e riutilizzare una specie di copione prestabilito. L’«uomo vecchio» si ripresenta e adotta meccanismi di difesa che già hanno funzionato in passato, rimuovendo e nascondendo. L’umiltà monastica può dunque essere anche scuola di accettazione di queste ferite profonde e di superamento di esse tramite il «lavoro» della comunità. Di sé p. Lafont dice che la vita benedettina gli ha donato «ciò che anche la psicoterapia forse gli avrebbe dato», ma non nega l’utilità, se non la necessità, in certi casi delle «tecniche» analitiche: «Il tempo in cui si credeva che fosse sufficiente “dominarsi” e “pregare il buon Dio” è passato».

Tutta l’esisteza del monaco, anche di quello di clausura, si srotola nel segno dell’apertura: può sembrare un mero gioco di parole, ma, come ho detto altre volte, non ho motivo di mettere in dubbio le parole di un monaco che parla della propria esperienza, che confessa le proprie aspirazioni. E l’aspirazione primaria è proprio quella di diventare monaco («In realtà non sono ancora sicuro di essere diventato cristiano, di essere diventato monaco»), con un’ansia di futuro, che ho sempre rintracciato nella letteratura monastica, e che in mezzo a crolli e insidie trovo affascinante.

«L’avvenire è più importante», dice, anche qui con decisione, Ghislain Lafont, e io lo ascolto con incredulità e al tempo stesso con ammirazione. Lo sguardo di chi si prepara al nulla, o che semplicemente lo aspetta, si volge via via sempre più verso il passato, sino a diventare incapace di altra direzione, il monaco benedettino, invece, insiste: «La cosa più importante è questa tensione verso il futuro, questa speranza estremamente gioiosa di diventare un giorno cristiano; dalla misericordia di Dio», aggiunge p. Lafont, regalandoci una preziosa confessione, «mi aspetto di non lasciare questo mondo prima che questo succeda» (p. 207).

Se la direzione del tempo ci divide, la considerazione della durata ci unisce: «Presso di noi – infatti –, come altrove, è la durata che costituisce la prova della verità e della coesione del gruppo». Occorre tempo per scoprire «come si è fatti», molto tempo.

(3-fine)

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  1. Ghislain Lafont, Monaci e uomini, nella chiesa e nella società, traduzione di G. Cecchetto, Cittadella editrice 2016 (trad. di Des moines et des hommes, Stock 1975).

 

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Occhio alla testa (Dice il monaco, LXIII)

Dice Corrado di Eberbach, monaco cisterciense, intorno al 1220:

Conviene perciò a ogni uomo, ma soprattutto a chi ha abbracciato la vita religiosa, ripensare diligentemente agli anni della sua vita passata nell’amarezza della propria anima e senza dissimulazione, con la confessione della bocca, la contrizione del cuore e anche l’esecuzione di opere buone, giudicare se stesso, se non vuole essere condannato con questo mondo. Poiché la via stretta che conduce alla vita a stento ha spazio per quelli che sono scarichi e leggeri, visto che a stento si salva il giusto; mentre ricaccia del tutto quelli che sono carichi e ridondanti di affanni e piaceri del mondo; né ostacola chi vuole entrare per la porta della vita che si abbassi quanto può, mentre è un danno irreparabile se si innalza di traverso anche solo di un dito più di quanto lo consente l’architrave, poiché di botto vi cozzerà e cadrà con la testa fracassata.

♦ Corrado di Eberbach, Exordium Magnum Cisterciense, o Narrazione dell’inizio dell’ordine cistercense, VI, 9, a cura di p. Riccardo Spreafico, Nerbini 2018, p. 334.

 

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Le novelle del Mondo (Voci, 18)

Dal Capitolo 6. Della Patienza nelle mortificationi

Hebbe perciò Donna Maria Caterina ne’ principij non pochi incontri. Incorse nell’odio di quelle che trascurano alcune cose, le quali, se bene paiono di poco momento, cagionano nondimeno de gravi rilassamenti nello spirito e delle ruine insieme alla salute.

Soleva Donna Maria Caterina riprendere, massime quando era elevata in spirito, acremente i vitij del suo monastero, benché non nominasse alcuna particolare persona; nientedimeno alcune, che sentivano quelle accerbe riprensioni, rimordendo loro la conscienza sentendosi pungere il cuore, e stimando che mirasse a loro la riprensione di Donna Maria Caterina, sinistramente interpretavano il tutto, né di buon occhio la potevano vedere, il perché nelle occasioni non tralasciavano di mortificarla.

Due fra gli altri difetti nel Monastero spiaccievano grandemente a Donna Maria Caterina, de quali non tralasciava, quantunque ne incorresse nell’odio loro, di riprenderle. Uno era la sensualità nell’andare attilate nel vestire con una esquisita lindezza & eleganza nel rassettarsi attorno il velo, nell’acconciarsi le pieghe, a tale che lo studio che alcuna Monaca vi pone la dichiara vana e sensuale. L’altro era la frequenza del parlatorio. Molte volte andando qualche Monaca di nascosto al parlatorio, Donna Maria Caterina la vedeva in spirito con la mente e soleva all’hora prorompere in queste parole, con non poca meraviglia di quelle che la sentivano e non sapevano il perché: «Che fai, o anima, dunque lasci il tuo Creatore per la creatura, l’eterno bene per un breve e momentaneo diletto? Così ti scordi del tuo sposo celeste al quale consecrasti te stessa, il cuore e l’amore tuo?» Queste et altre somiglianti parole diceva Donna Maria Caterina nell’absenza istessa, mentre quelle nel parlatorio si trattenevano a sentire le novelle del Mondo, le quali non poco raffredano al fine la Monaca nella divotione e la distraono dallo spirito. […]

Fra le altre persecutioni le quali patì, oltre le altre onte, una fu di alcune, le quali procurarono di metterla in sinistro concetto appresso il Padre Confessore, con soggerirli cose, le quali ciascuno di può imaginare in simili occorrenze, somministrando l’inimico, per disturbar il bene, le maldicenze. Dicevano queste al Padre Confessore che guardasse bene, non si fidasse di Donna Maria Caterina, né mirasse alla sua apparente santità, che elle la giudicavano espressa hippocresia, e nell’interno non essere così come mostrava in apparenza, che amava la singolarità per parere più perfetta delle altre, & elle la scorgevano una ambitiosa spirituale, massime non veggendola così rassegnata nell’obbedienza come forsi egli si pensava; in oltre che si dilettava d’apporre hor a questa & hor a quella altra, cosa che pareva poco conveniente, essendo ella giovine, volesse fare della Maestra di spirito con riprensioni.

Tutto questo procurava l’inimico per raffredare per mezzo di queste maledicenze Donna Maria Caterina & impedire i progressi suoi spirituali, & il Signore lo permetteva per maggiormente raffinarla nella virtù.

♦ Francesco Rugieri, Vita di donna Maria Caterina Brugora monaca milanese dell’ordine di San Benedetto nel Monastero di S. Margarita di Milano. Raccolta fedelmente da’ manuscritti & altre memorie che sono nell’istesso Monastero. Da Francesco Rugieri, nobile milanese, in Milano, per Filippo Ghisolfi, 1648, pp. 52-57.

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