Cristina l’Ammirabile

A Tommaso da Cantimpré, canonico regolare a Cantimpré, per l’appunto, e poi domenicano a Lovanio, si devono alcune delle agiografie più interessanti dedicate alle mulieres religiosae di «quell’eccezionale cronotopo di santità che era allora [agli inizi del XIII secolo] la diocesi di Liegi»1. Una spinta spirituale, mistica, penitenziale che cerca nuove forme e nuove soluzioni per esprimersi e che vede soprattutto le donne protagoniste di una sperimentazione non sempre gradita, per usare un eufemismo, alle istituzioni e alle gerarchie ecclesiastiche. Una «fioritura eccezionale» che i contemporanei descrivono talvolta con toni epici: «Si fondavano cenobi, si erigevano monasteri, si riempivano i chiostri, vi affluivano le vergini, vi accorrevano le vedove e le donne sposate convertivano, col consenso dei mariti [per carità], il matrimonio carnale in unione spirituale» (Giacomo da Vitry).

Sono gli uomini che scrivono le storie delle donne, per forza e ancora per un bel po’, nondimeno sotto le forme ordinate o in via di definzione dell’agiografia spirituale si intravedono percorsi diversi, confusi, disordinati, che a orecchie moderne raccontano anche di tentativi di sottrarsi a destini prefissati, o di tratti caratteriali incoercibili che cercano una via di sfogo. Se da un lato il rischio è quello di travisare, di distorcere, di incorrere in palesi anacronismi; dall’altro dai testi – da parole, gesti e situazioni – emerge qualcosa che trascende il contesto storico e illumina l’individualità che si ripresenta.

Prima di scrivere il suo «capolavoro», la Vita di Lutgarda di Aywières, badessa cisterciense da lui conosciuta personalmente, Tommaso si concentra su tre «casi», tre donne molto diverse, cercando di ricavarne dei modelli, se non da imitare in toto, anche per via dei loro eccessi, senza dubbio accettabili e degni di cristiana ammirazione. I nomi di queste donne sono Maria di Oignies (1177-1215), Cristina l’Ammirabile (1182-1224) e Margherita d’Ypres (1216-1237), tutt’e tre formidabili, se provo a immaginarle ascoltando quello che dice il loro biografo, ma è la seconda ad avermi, per così dire, conquistato.

A Saint-Trond (Sint-Truiden), nella valle della Mosa, Cristina e le due sorelle maggiori restano presto orfane e decidono di continuare a vivere insieme in ispirito di penitenza, dividendosi i compiti: sorella A si dedicherà alla preghiera, sorella B si occuperà delle faccende domestiche e Cristina baderà al loro piccolo gregge di pecore. Ma è proprio alla pecoraia che Dio parla, e costei, travolta forse dall’enormità della cosa, muore senza che nessuno sappia alcunché di quei mistici colloqui. Durante il rito funebre, il prodigio: «Al momento dell’offerta, la morta si sollevò all’improvviso dal feretro e con un gran balzo raggiunse il soffitto della chiesa. Rimase lassù, per tutto il tempo della messa, appollaiata sulle travi come un uccello spaventato». Panico generale, cui segue la curiosità, e Cristina racconta che ha visto l’aldilà, purgatorio e inferno, e che Dio le ha offerto l’alternativa tra restare nella di Lui gloria e tornare sulla terra e pregare per le anime del purgatorio. Cristina non ha esitato, ed eccola lì.

Per adempiere al compito che si è assunta, tuttavia, non ritorna a casa, ma se ne va, lascia la città e comincia a errare, nelle desolazioni, nelle foreste, sulle sommità delle torri, delle chiese o di qualsiasi altura: «L’eremita dei boschi vive la vita degli uccelli, soffre la fame e la penuria, e per nove settimane Dio la nutre con il latte che fluisce dai suoi seni verginali». Non si ferma davanti ad alcuna situazione, estrema, pericolosa, riprovevole, i suoi comportamenti destano meraviglia2 tanto che, guarda un po’, si comincia a sospettare che sia posseduta («putantes eam plenam daemonibus») e infine l’autorità la prende di mira: «La bloccano con catene di ferro, ma lei le spezza, la rinchiudono dentro una stanza con le porte e le finestre murate, legata a una colonna, ma abbatte il muro e, durante la notte, libera e inafferrabile come un uccello, esce dalla cella». Praticamente indistruttibile, e incoercibile.

Quando infine inziano ad accettarla, e ad ascoltarne gli oracoli, Cristina rientra in città e continua a dare scandalo, avvicinando i ladri, i criminali, le prostitute, i malati, gli avanzi della società, «lei stesso soltanto un “resto”, come l’abito che la ricopre, cucito con pezzi di stoffa ricevuti per caso».

La sua fuga inesausta si conclude nel monastero di Santa Caterina, nella sua città natale, dove passa gli ultimi nove anni di vita da reclusa, scansando disperatamente la fama di santa e profetessa che ormai l’avvolge. Vuole il buio, la solitudine, l’oblio, chiede alle consorelle di abbandonarla nella cella e lasciarla morire da sola. Così, «un giorno, prima che la sua consorella Beatrice rientrasse nella cella, esalò l’anima, invocando Cristo. Tornata con un’altra sorella, Beatrice la trovò esanime sul pavimento, riversa al modo dei morti, ma davvero credo vegliata dagli angeli».

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  1. Devo le informazioni contenute in questi appunti a Alessandra Bartolomei Romagnoli, Agiografia e mistica del Duecento. Le Vitae Matrum di Tommaso da Cantimpré, in «Hagiographica» XVII (2010), pp. 207-52.
  2. «Quando pregava, e la grazia divina della contemplazione scendeva in lei, le sue membra, come cera riscaldata, si raggomitolavano in una specie di palla, e nulla poteva penetrare in quel corpo sferico. Quando poi l’ebbrezza spirituale era passata, i sensi recuperavano le sedi loro proprie e il corpo, racchiuso come una pianta, tornava alla sua forma, mentre gli arti, prima rinchiusi in quella forma informe, si estendevano.»

 

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«I monasteri femminili di clausura a Napoli nel secolo XVII», di Carla Russo (pt. 2/2)

(la prima parte è qui)

Se le entrate dei grandi e meno grandi monasteri femminili napoletani1 presentano aspetti inattesi, le uscite sono più prevedibili. Un buon 50%, in media, se ne va per il vitto: una voce di spesa assai ampia e di difficile definizione poiché spesso estesa agli acquisti di materie prime per la confezione delle «cose di zuccaro» e talvolta coperta anche da fondi personali delle monache. Ogni monastero vanta le sue specialità, che vengono usate sia come regali per ospiti e personalità di riguardo, sia come pagamento «in natura» per prestazioni e favori. I resoconti di viaggio riportano liste di questi «prodotti dolciari», nonché vagamente curativi, che rappresentano una festa per la nota ossessione dell’elenco: le «marasche sciloppate, le perette in barattoli, i mostacccioli, le lasagne e le frittelle chiamate zeppole», a Santa Chiara; i «biscotti di galera» a Santa Maria Egiziaca; le «fette di cotogno sciloppate cremisi», i «tagliolini più fini dei capelli», le «cucuzzate in barattoli», le «rotelle profumate», i «lupini di zucchero con ambra pe ’l catarro o distillazione» e al monastero della Maddalena «la pasta reale o marzapani, detti da loro mattoni…» Per San Martino si è conservato l’elenco degli abituali regali natalizi: ai «due Avvocati del nostro monastero, per ciascheduno d’essi» vanno ad esempio «barattoli 12, sosamelli 8, mostaccioli 20, cotognate pezzi 12», 30 mostaccioli al medico primo e 20 al medico secondo, 9 barattoli al procuratore fiscale, e così via fino ai chierici e a «tutti l’artisti che servono al nostro Monasterio i quali hanno l’istesso».

Chi lavora per le monache viene pagato anche in denaro, ovviamente: si tratta delle «provvisioni per il servitio di fuora» – talvolta dei veri stipendi annui, pari in media al 12,5%  del totale –, dai cui elenchi si ricava il profilo della «piccola corte che vediamo ruotare intorno a ogni Casa», l’«indotto» cui si accennava: uno o due medici fisici, un chirurgo e un sagnatore, due o tre o quattro compratori, l’uomo di fatica (il bastaso), il giardiniere, il molinaro, il ramaro; e poi avvocati, procuratori, esattori, scrivani e notai; e infine una schiera di religiosi per far fronte alle innumerevoli celebrazioni liturgiche, principalmente messe, quotidiane e periodiche.

Agli elenchi delle persone che agivano fuori dei monasteri corrispondono quelli della mansioni svolte dalle suore al loro interno. Funzioni e incarichi tipici e ricorrenti, come la portinara, la rotara, l’infermiera, la cellerara, e un po’ meno consueti, come la vestiaria, l’accompagnatrice, cioè colei che «doveva accompagnare, con il viso velato di nero, chiunque entrasse nella clausura», l’ascoltatrice, cioè colei che «aveva il compito di ascoltare le conversazioni delle monache in parlatorio», e infine l’esploratrice, cioè colei che «a discrezione della priora, aveva lo scopo di “esplorare l’eccessi che per casa si facessero et revelarli”» – la spia, in pratica.

Già, gli eccessi, le mancanze, le disobbedienze, le eccezioni, le scorrettezze, i malcostumi: tutte cose che riempiono i verbali delle visite. All’epoca di tali verbali, e prima che i fatti si trasformassero in dicerie e infine in luoghi comuni, gli interventi disciplinari dell’arcivescovo si indirizzano, ad esempio, alla cattiva abitudine di «far musica secolare» troppo di frequente, o di rappresentare commedie, anche se di carattere sacro, oppure di organizzare feste e «lautissimi desinari» in occasione delle solennità; alla pessima abitudine di «comprare» esenzioni dal servizio alla comunità; oppure alle infrazioni edilizio-logistiche: muri di cinta troppo bassi (e strani «fori» comunicanti con l’esterno), «belvedere che occhieggiavano sulla strada», troppe finestre, «angoli troppo isolati e oscuri» nelle chiese; e poi troppi «ornamenti» nelle celle delle monache (tappeti, stoffe, suppellettili preziose, biancheria, «una canna di cambraia, due tovaglie nove, sei salvietti novi, una lettera, uno scaldaletto, due fontanelle, il sicchietto per mettere il vino in fresco, la brascerina con paletta»). Una casistica infinita, qui solo accennata, che dimostra come, in molti anche se non in tutti i casi, le figlie della nobiltà cittadina mal si adattavano a rinunciare a certe prerogative derivanti dalla loro estrazione sociale e a certe abitudini maturate prima della vestizione. E spesso fu battaglia aperta, tra le monache e la gerarchia ecclesiastica, a colpi di interdetti e scomuniche e di ricorsi ad autorità superiori.

Il commento conclusivo su questo punto, complesso, di frequente riveduto alla luce di nuove sensibilità e molto dibattuto dalla storiografia, lo lascio qui all’autrice: «Le disposizioni tridentine avevano sì cercato di salvaguardare la libertà delle fanciulle nello scegliere o meno la vita monastica, ma, in effetti, non avevano risolto quel principale problema che consisteva nel fatto che la monacazione – indipendentemente da ogni trasporto religioso della monacanda – era intesa dalle famiglie ed, il più delle volte, dalle fanciulle stesse come la migliore soluzione sociale di molte vite femminili. Questo, che era uno degli ostacoli di base ad una vera riforma della vita monastica, era in stretta connessione con un altro elemento fortemente nocivo e certamente deformante della vita religiosa: la grande ricchezza dei monasteri».

(2-fine)

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  1. Carla Russo, I monasteri femminili di clausura a Napoli nel secolo XVII, Università di Napoli, Istituto di Storia medioevale e moderna, 1970.

 

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«I monasteri femminili di clausura a Napoli nel secolo XVII», di Carla Russo (pt. 1/2)

Se è vero, come scrivevo qualche giorno fa, che la mia preferenza va alle testimonianze dirette, sono ugualmente attratto dalla storiografia monastica in tutte le sue forme, anche da quella più specialistica e ai confini con l’erudizione. Quell’insieme vastissimo di studi e ricerche, ora anche più facilmente acessibile, rappresenta per me molte cose: una promessa di apprendimento, l’illusione di una maggiore vicinanza alla «cosa» che mi interessa, l’evasione in un altro mondo, l’alimento della curiosità e anche un po’ di autocompiacimento; e poi quei titoli, a volte così precisi e vaghi allo stesso tempo, sono francamente irresistibili: Aspetti della presenza certosina e cistercense nel dominio visconteo-sforzesco, L’acqua nell’immaginario dei monaci tra tardoantico e alto medioevo, Spazi funerari nei monasteri: fonti scritte, evidenze archeologiche, problemi di metodo, Il tabularium del monastero cistercense di Chiaravalle milanese nelle pergamene per fondi dell’Archivio di Stato di Milano: a proposito di una formula di giuramento di un abate della metà del XIV secolo1, ecc.

Ultima lettura in ordine di tempo, in questo campo, è il paradigmatico I monasteri femminili di clausura a Napoli nel secolo XVII, di Carla Russo2, dal quale ho appreso un sacco di cose. Il saggio si basa infatti in larga misura su un fondo d’archivio interessantissimo, gli Acta Visitationis Monasteriorun Sanctimonalium Neapolitanarum, cioè la documentazione delle visite compiute dall’allora arcivescovo di Napoli Ascanio Filomarino presso i 37 monasteri femminili della sua diocesi dal 1642 al 1666: verbali, testimonianze, inventari, lettere, raccomandazioni – una fotografia cartacea, capace di restituire anche il dettaglio più minuto.

1642: l’autorità ecclesiastica da un lato è ancora alle prese con l’attuazione della riforma tridentina e di quanto ha prescritto per i monasteri femminili; dall’altro deve intervenire contro abusi, malcostumi e rilassatezze: nel caso napoletano l’arcivescovo prende di petto la questione: «Nella mia visita li ritrovai [i monasteri] così pieni di mali usi che per ridurli alla miglior forma e stato, di cui al presente (col favore divino) si veggono m’è stata impresa molto difficile, laboriosa et per quello che v’ho passato altrettanto disgustosa». 37 monasteri: una popolazione di poco meno di 2.000 religiose tra monache, novizie e converse (le ultime circa il 22%; un rapporto, questo tra monache e converse, regolato con attenzione e specchio dei rapporti sociali trasferiti all’interno del chiostro); un patrimonio immobiliare notevole, e un altrettanto notevole patrimonio mobiliare, legato alla posizione sociale delle «coriste», cioè le monache di coro, figlie della nobiltà cittadina, tutte ampiamente «dotate» e non tutte forzatamente monacate; una precisa sfera di influenza; e una dimensione economica non irrilevante, soprattutto grazie a quello che oggi chiameremmo l’«indotto».

Il quadro economico non è uniforme, e ogni monastero ha le sue particolarità, ma nel complesso «le condizioni dei monasteri femminili di Napoli rimasero buone ed, anzi, in fase di espansione. Nessuno di essi venne a trovarsi privo non solo di quei mezzi di sostentamento necessari, ma anche di quelle disponibilità che potevano assicurare la ricchezza e lo sfarzo delle loro dimore, delle loro chiese e l’espandersi delle nuove costruzioni». In alcuni casi i beni immobiliari valgono più del 50% del patrimonio e delle entrate (Sant’Andrea), in altri sono i capitali a costituire l’ossatura del bilancio (per il 79,5% nel caso di San Giuseppe delle Eremitane), e va ricordato che le monache, attraverso intermediari, prestavano denaro a privati e acquistavano anche titoli di debito pubblico (gli «arrendamenti»), incorrendo quindi nelle «fluttuazioni», in perdite e altri incidenti3.

Sempre sul fronte delle entrate vanno ricordati i «censi» e i «vitalizi», cioè somme ulteriori rispetto alla dote versate dai parenti delle suore a fronte di vaghe e determinate «religiose necessità»; le rette pagate per le educande e le novizie; le vendite di quanto prodotto dai terreni di proprietà (principalmente vino); e, naturalmente, i proventi corrisposti «in natura»: grano, orzo, farina, vino, legna, sale, «fave, orgi, paglia et frasche per servitio del monastero». A San Francesco, ad esempio, si registrano «botte sei di vino, pezze sei di panno fratesco, et tomola sessanta di grano per carità» le quali, tuttavia, «da dieci anni in qua non si [potevano] haverle».

(1-segue)

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  1. Si tratta di veri titoli di saggi pubblicati.
  2. Carla Russo, I monasteri femminili di clausura a Napoli nel secolo XVII, Università di Napoli, Istituto di Storia medioevale e moderna, 1970.
  3. Nel monastero della Santa Croce di Lucca, ad esempio, «si avverte che tutte le entrate della Regia Corte sono quasi perse e l’intrate della Città si esigono diminuite, et quelle de’ particolari sono di difficile esattione dovendosi esigere molte centinaia di ducati».

 

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«Sorella anima», di David-Marc d’Hamonville

(Nonostante la situazione e la sua crescente gravità, ho deciso di continuare ugualmente queste note, mantenendo il tono che hanno sempre avuto e sperando di non urtare la sensibilità di alcuno.)

 

«Se l’ha scritto un abate, lo leggo per primo», è uno dei principi che ho posto alla base di questa raccolta di appunti. Dovrei precisare: abate, badessa, priore, priora, superiore, superiora, monaco, monaca, e così via, privilegiando sempre e comunque la testimonianza dall’interno rispetto all’osservazione dall’esterno. Non perché la prima non possa essere sfocata, o la seconda debba essere necessariamente falsata, ma perché è la voce di chi ha fatto quella scelta che m’interessa in sommo grado – non essendo, tra l’altro, né studioso né erudito. E c’è per me un altro motivo.

Se si vuole approfondire lo studio della condizione dei contadini medievali, della diplomazia bizantina o dell’astrologia babilonese, si va alla ricerca nel passato delle relative testimonianze; se invece è  il monachesimo l’oggetto del proprio interesse, ci si trova in una situazione senza paragoni (o almeno a me non ne vengono in mente), poiché, anche se dotato di numero di cellulare, il monaco di oggi è fratello di un cenobita del tempo di Pacomio, ne è una riedizione, magari «riveduta e aggiornata», ma comunque rifusa sull’originale (ammesso che un originale esista). E questo, se ci si pensa, è fantastico.

Quindi: «Se l’ha scritto un abate, lo leggo per primo», anche perché, per me, è come se tutti gli abati e le badesse fossero lì (in una sala capitolare? su una bella terrazza? in un’ampia meeting room?) che parlottano e si confrontano: Ah, tu hai fatto così, eh… No, perché io ho notato che… Avevo un confratello che il sabato… Ho pensato di fare un ciclo di capitoli sui profeti minori, che ne pensi?… Chiedi alla badessa di X, lei lo sa di sicuro…

Questa lunghissima, pesantissima premessa per dire che, appurato che David-Marc d’Hamonville è l’abate dell’abbazia benedettina di En Calcat (è scritto in copertina), ho letto il prima possibile il suo Sorella anima, apparso di recente per le Edizioni Terra Santa1: un libro dai modi semplici, che non parla specificamente di monachesimo, condotto come una lunga esortazione, fitta di divagazioni, che l’autore, l’«io», rivolge alla propria anima per invitarla a… a fare cosa? Anzitutto, forse, proprio a non fare: non parlare, bensì ascoltare; non correre, bensì restare; non suddividere, ma guardare all’unità; non ingigantire, ma ridimensionare; non disperdersi nei proverbiali mille rivoli, bensì raccogliersi…

Quando si parla di vita quotidiana (ce n’è un’altra?), non mi sento molto a mio agio in un discorso, per così dire, ad alto tasso metaforico: «Non sai forse che tutti noi», dice ad esempio fr. David, «viviamo con la complicità della bassa marea? È allora che gli scogli si mettono a nudo. È allora che i passaggi da sempre cercati si aprono come strettoie che portano al largo». C’è un «conforto retorico» in questa frase (e l’aggettivo retorico è usato in senso tecnico) dal quale vorrei astenermi, proprio perché so che vi indulgo troppo spesso: il piccolo piacere che dà un’immagine ben concepita si unisce all’illusione che il distanziamento dalla realtà la renda più sopportabile o maggiormente compresa. Il libro dell’abate di En Calcat, oltre che di ricordi personali, di autoironiche consapevolezze e di morbide ammonizioni, è pieno di immagini, immagini fatte di parole, certo, e non digitali, come gli «spettri che smaniano» da cui vuole metterci in guardia2, ma sempre di immagini si tratta, non del tutto esenti da quell’accusa di «colorare vano» che l’autore rivolge all’anima.

Come dicevo all’inizio, tuttavia, «se l’ha scritto un abate…», e anche se mi lasciano un po’ freddo tutti questi prati, spiagge, alberi, fiori di campo, pastelli, viottoli, clessidre, tessuti, profumi… – e anche se in un’ipotetica esortazione dello stesso tenore non mi rivolgereri all’anima, bensì alla coscienza – leggo, e non posso che tacere di fronte a un sentimento di solidarietà verso i propri «fratelli» di cui con ogni probabilità io non sono capace.

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  1. David-Marc d’Hamonville, Sorella anima. Alla scoperta di un’interiorità possibile, a cura di Fratel MichaeDavide, Edizioni Terra Santa 2020.
  2. Ecco come l’abate descrive, un po’ troppo severamente, gli effetti della passione per film e serie televisive, di cui peraltro si dichiara vittima: «Dopo due ore di avventure non nostre, ma vissute attraverso gli spettri in cui ci identifichiamo, ci ritroviamo come larve cui non resta altro che rintanarsi in buon ordine. Sì, resta quel poco di ebbrezza, giusto il tempo per ingurgitare un boccone prima di andare a dormire e, ormai spenti, finalmente spegnere lo spettacolo. Sfiniti».

 

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Il braccio di Gregorio (Voci, 20)

Rione di Campo Marzo. II. Di S. Maria in Campo Marzo

Per la persecutione cominciata da Leone Isaurico in Constantinopoli contro ’l culto delle sante Imagini, furono forzati molti Religiosi abbandonar i monasterij di Grecia, e vennero a ricoverarsi in queste parti, tra’ quali ci furono due monasterij di monache sotto la regola di S. Basilio, che fuggendo di là portarono seco le reliquie, & imagini, che nelle chiese loro conservavano. Uno di essi pigliò porto in Napoli, dove fecero una chiesa a San Gregorio Vescovo della grand’Armenia, il cui capo havevano portato seco, con altre reliquie: a queste poi succedendo altre Vergini di Napoli cangiarono la regola di S. Basilio in quella di S. Benedetto. Le monache dell’altro monasterio sbarcarono in Campagna, hora detta terra di lavoro, e di là vennero a Roma.

Queste sopra le schiene de’ cameli condussero il corpo di S. Gregorio Nazianzeno, & alcune imagini della Beatissima Vergine, e nel passare di qua, dove era una picciola chiesa della Beatissima Vergine, i cameli non puotero muovere pur un passo più oltre, come per lunga e continuata traditione si racconta da queste monache. Poi l’anno 750 presso della stessa chiesa della Madonna ne fabbricarono un’altra, e mettendoci il corpo del sudetto S. Gregorio, da lui n’hebbe il titolo; e Papa Leone III gl’offerse molti doni […], & infino al giorno d’hoggi dentro al monasterio si vede l’una, e l’altra chiesa. Da San Zaccaria Papa, Greco di natione, hebbero questo sito, governando egli la chiesa, quando esse vennero a Roma, e gl’unì ancora quella di S. Nicolò poco lontana, con molti altri beni stabili fuori di Roma.

L’imagini poi della Madonna le posero nell’altra chiesa a lei dedicata, tra le quali una ci era fatta da S. Luca; e pare ch’ella volesse confermarcelo con un miracolo, di cui parimenti n’hanno queste madri confermata la memoria; e fu che attaccandosi il fuoco nella chiesa, trovarono quella santa imagine dentro ad un pozzo, che pure nel monasterio si vede, sospesa nell’aria senza toccar l’acqua. Con quelle due chiese stettero senza clausura infino al Concilio di Trento, […] havendo anch’elle, come l’altre di Napoli, cangiata la regola di S. Basilio in quella di S. Benedetto. Sì che restando le dette chiese rinchiuse nel monasterio, Clarina Colonna, essendo all’hora Badessa, da’ fondamenti fece questa in honore dell’Immacolata Concettione della gloriosa Vergine, nella cui solennità si consacrò l’anno 1564, ma nella vigilia si celebra la dedicatione della Chiesa.

Un altro miracolo nella sudetta Imagine raccontano queste Madri; & è che havendosi a trasportare in questa nuova chiesa, e volendola mettere sopra l’altare maggiore, deliberarono di rinchiuderla in un bel tabernacolo da farsi per mano del più eccellente scultore ch’havessero quei tempi; né altro essendovi che Michel’Angelo Buonaroti, fu da una voce sconosciuta avvisato, che vi mettesse ogni sua diligenza & arte, perciò non volse con mercede alcuna temporale essere da queste Madri riconosciuto.

L’anno poi 1580 Papa Gregorio XIII, sì per l’affetione e pietà verso S. Gregorio Nazianzeno, sì perché il sacro suo corpo stava in una picciol chiesa dentro di questo monasterio nascosto, gli parve bene che dovesse uscire a maggior luce, per essere da tutti riverito; e doppo haver fabbricato nella chiesa di S. Pietro una dignissima cappella, là lo trasportò con gran solennità, e pompa, lasciando qui un braccio.

♦ Ottavio Panciroli, Tesori nascosti dell’alma città di Roma con nuovo ordine ristampati & in molti luoghi arricchiti, Roma, per gli eredi di Alessandro Zannetti, 1625, pp. 429-30.

 

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Di ceneri e polveri

Delle otto meditazioni che Bernardo Gianni, abate dell’abbazia olivetana di San Miniato a Firenze, ha predicato quasi esattamente un anno fa a Roma, nel corso degli esercizi quaresimali, su invito di papa Francesco, la seconda mi ha colpito in modo particolare. Tutti gli esercizi, pubblicati col titolo di La città degli ardenti desideri1, sono interessanti, anche per la schiera di poeti, oltre che di apostoli, papi e scrittori di religione, che vi sono convocati, ma la seconda meditazione, quella del pomeriggio dell’11 marzo, intitolata con due versi di Mario Luzi «Siamo qui per ravvivare col nostro alito le braci», mi ha stimolato più da vicino e, devo subito confessarlo, in antitesi.

La Quaresima, ricorda qui l’abate, è occasione appunto per ravvivare la fiamma, per contrastare la «tiepidezza» delle nostre vite inquadrate, per disporsi a una rinascita (e accoglierne il dono) che ci svincoli dalla concezione «lineare e a scadenza» del tempo. «Si tratta di riscoprire che la nostra interiorità ha una sinfonia, una polifonia dello Spirito, molto più ricca e articolata di quella che il tempo meccanico dei nostri orologi sembra suggerirci», occorre cogliere l’opportunità che ci è offerta dal mistero pasquale, dal Cristo che risorge, per aderire a una «modalità nuova di stare nelle cose, di stare con noi stessi, con gli altri».

La strada non è mai finita, si deve sospendere il giudizio, che non può essere definitivo, non dobbiamo crogiolarci nell’illusione dell’autosufficienza, non siamo soltanto qui, con le nostre membra (e le nostre abitudini) sempre più rigide, la speranza non è spenta… È Romano Guardini a prestare all’abate Gianni parole semplici ma cariche di promessa per ricordare che la vita non è soltanto istante iniziale, ma «risorge continuamente dalla profondità, dal nascosto all’aperto, da ciò che ancora non c’è al reale»; per ricordare che, grazie al Cristo, «il mondo non è come sembra apparire: è anche questo, ma è al contempo più di questo».

Comprendo la forza di questa promessa, di tutte le forme in cui è stata declinata, ma non posso accoglierla: senza strepito né sfida, e forse con un certo grado di superficialità, semplicemente non vi credo. Non la disprezzo, non la svaluto, come non svaluto le conseguenze che produce nella pratica, nella vita quotidiana, in un ampio spettro che va dalla consolazione alla santità, ma non credo cha dal desiderio di qualcosa ne derivi necessariamente l’esistenza.

Per usare le parole dell’abate Gianni, poiché è il suo testo che ha suscitato questa risposta, cedo alla «grande tentazione di riconoscersi solo e soltanto come cenere inerte, frutto di una combustione che ha fatto deflagrare sogni e speranze». Più che di tentazione, vorrei dire constatazione, al posto di combustione forse metterei masticazione (quella operata dal tempo), o forse, meglio, erosione, e vorrei discutere del valore terreno di quella deflagrazione, ma limitatamente al tema della meditazione, sollecitato da quella «cenere inerte» e per amore di citazione, mi affido all’explicit più giusto che posso ricordare: «Poi tutto trovò pace in un mucchietto di polvere livida»2.

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  1. Bernardo Gianni, La città degli ardenti desideri. Per sguardi e gesti pasquali nella vita del mondo, Libreria Editrice Vaticana, San Paolo 2019.
  2. Il Gattopardo.

 

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Bucato come un sacco (Dice il monaco, LXVI)

Dice Tommaso di Chobham, teologo e suddiacono inglese (1160 ca.- 1236 ca.), parlando di chi si dedica allo studio della Bibbia, o forse non soltanto di costoro, o forse di chiunque, ovunque, sempre:

Le cause per cui molti che studiano a lungo la sacra Scrittura non progrediscono sono tre: la prima causa è che il loro cuore è bucato come un sacco, e non trattiene nulla. La seconda causa è che il vaso del cuore è così corrotto che tutto ciò che vi viene immesso si corrompe, marcisce e puzza. La terza causa è quando il vaso del cuore è a tal punto chiuso che nulla può entrarvi.

♦ Tommaso di Chobham, Sermoni 19, citato in: Cecilia Falchini, Perché leggere? Lettura e vita spirituale, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2019, p. 147.

 

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Il disbrigo degli affari

Sommessamente ritoccando il formidabile incipit di Saba,

Morti chiedono a un morto libri morti1

dirò che da vivo chiedo a sopravvissuti libri addormentati, cioè che frequento spesso le librerie dell’usato. L’altro giorno ad aspettarmi, per così dire, in una delle suddette librerie c’era un profilo di san Bernardino da Siena firmato da Maria Sticco2, ignoti a me il libro e l’autrice. Ho poi appreso che si tratta della rielaborazione per la stampa della sua tesi di laurea in Pedagogia, discussa a Firenze nel 1922 con Ernesto Codignola; e ho poi appreso molte altre notizie sulla figura tutt’altro che consueta di questa autrice.

Ma non è tanto il libro, assai ben scritto e avvincente, che qui per il momento mi interessa, bensì il suo incipit, che rappresenta il motivo, ancora per così dire, per cui passo sempre più tempo tra i «libri vecchi». Il capitolo d’apertura, che tratta il primo avvicinamento del piccolo e del giovane Bernardino alla fede, e s’intitola «Dio», comincia infatti così:

È molto interessante (non dico per tutti) sapere che concetto un uomo ha di Dio, perché altrimenti non si può conoscere il suo pensiero né rendersi ragione della sua condotta. Infatti l’idea di Dio si può respingere od accogliere, relegare nelle profondità della coscienza, ove non si discende che nelle ore più gravi della vita, o farne il centro del proprio mondo interiore, ma evitarla quest’idea non si può. Sia che rimanga nella mente come un interrogativo torturante, un gancio che sospende dal dubbio, e tuttavia giova a sollevare da terra, sia che venga considerata come un’incognita poco importante per il disbrigo degli affari, una domanda rettorica, a cui non occorre rispondere, quest’idea decide l’orientamento di una vita.

Ecco la questione che si propone al lettore, in questo caso a me, e che lo prende quasi di sorpresa: «Che concetto ho io di Dio?» Consapevole della difficoltà di addentrarsi in una tale questione, e dei miei limiti, credo tuttavia che non sia giusto esimersi dalla domanda. La risposta più semplice e onesta che mi sento di dare è: nessuno.

E non perché la ritenga una «domanda rettorica», «poco importante per il disbrigo degli affari», bensì perché se una cosa, tra le altre, mi pare di aver assimilato da queste letture è l’incommensurabilità tra i due soggetti della domanda. Alla quale rispondo quindi con un’altra domanda: «Che senso ha che io abbia un concetto di Dio?» Nessuno, appunto. Non è questione di averne un concetto.

Come forse mi è già capitato di dire, da non credente pure non ho motivo di dubitare della fede altrui, pertanto credo a chi afferma di credere, e questo per ora mi pare sufficiente. Sufficiente, come minimo per continuare ad ascoltare chi parla di Dio e ne ragiona, chi ne orienta la propria condotta, chi si sveglia nella notte per recitarne le lodi.

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  1. Libreria antiquaria, in Uccelli e Quasi un racconto (1948-1951), Mondadori 1951, p. 40.
  2. Maria Sticco, San Bernardino da Siena. Pensiero e poesia, Edizioni O.R. 1980 («Collana francescana», fondata da Agostino Gemelli, nuova serie, diretta da Celestino Piana).

 

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«Mentre perdura il freddo di questo mondo» («Perché leggere?» di Cecilia Falchini, pt. 1/2)

«Perché leggere?» è quello che si chiede, e ci chiede1, attraverso il titolo del suo libro più recente, la studiosa e monaca di Bose Cecilia Falchini2. Il sottotitolo, «Lettura e vita spirituale», circoscrive il campo, invero minato, che la domanda aprirebbe: la lettura di cui qui si parla è anzitutto quella delle Sacre Scritture. A rispondere alla domanda sono convocati, oltre qualche autore classico, la cui eco risuonerà negli scrittori cristiani, tutti i padri della Chiesa, grandi e «piccoli», che per un millennio, dal III al XIII secolo, hanno riflettuto e scritto sul tema. Il lavoro di schedatura dev’essere stato ragguardevole, come testimoniano le quattordici pagine di «fonti» che ospitano, a fianco degl’immancabili Agostino, Ambrogio, Bernardo, Girolamo, Gregorio Magno, Isidoro…, i prevedibili Cassiano, Cesario di Arles, Guglielmo di Saint-Thierry, Guigo (II), Pietro di Celle e Pietro il Venerabile, Ruperto di Deutz…, e gl’inattesi (poiché a me ignoti) Garnerio di Langres, lo Pseudo-Ildeberto di Lavardin, Umberto di Romans e l’inarrivabile Absalon di Springkirsbach…3

L’elenco dei testimoni non deve tuttavia trarre in inganno e far pensare a un mero assemblaggio di citazioni, poiché se di citazioni ve ne sono, e molte e anche assai ampie (ed è in fondo uno dei meriti del volume), dal coro di voci l’autrice ricava ulteriori domande, tutt’altro che accademiche, e una densa riflessione filosofica sul rapporto tra lettore e testo di ispirazione divina che merita un discorso a parte. A un primo passaggio, però, è il suddetto coro a prendere il sopravvento, in particolare quello che occupa il capitolo centrale del libro, dedicato specificamente alla «Lettura» (gli altri sono per il libro, la meditazione, la comprensione, il senso e l’esistenza).

Già, quanto mi piace leggere libri che parlano del piacere dei libri: piacere prim’ancora che importanza, piacere legato all’enorme promessa che essi, sempre, racchiudono. Certo, i libri sacri, ma è un attimo dimenticare l’avvertimento e immaginare lo stesso piacere dietro le parole di un monaco benedettino del XII secolo: «Nell’uomo non vi è corruzione alla quale l’autentica lettura non offra la medicina – okay, ma – secondo il desiderio dei diversi sentimenti bisogna leggere ora cose nuove, ora cose antiche, ora cose oscure, ora cose chiare, ora cose sottili, ora cose semplici, ora esempi, ora comandamenti, ora cose serie, ora cose divertenti, affinché l’anima, circondata da una così concorde varietà, eviti la noia e riceva il rimedio» (Pietro di Celle, fratello). Come non concordare con Cesario di Arles che si rammarica di coloro, «e forse alcuni sono religiosi», che tengono i libri chiusi sugli scaffali e nemmeno li prestano, «ignorando che non giova a nulla avere dei libri e, a causa degli impedimenti di questo mondo, non leggerli»; come non considerare l’invito di Ugo di San Vittore a non gareggiare con «coloro che vogliono leggere tutto»: «Non ti interessi affatto se non leggi tutti i libri. Infinito è il numero dei libri, e tu non andar dietro a ciò che è infinito», perché senza fine non c’è riposo, senza riposo non c’è pace e «dove non c’è pace Dio non può abitare»; come non annuire alle parole di Isidoro di Siviglia che riprende e suggerisce la derivazione della negligenza da negligere, cioè «trascurare», ma anche da nec legere, cioè «non leggere»; come non apprezzare Umberto di Romans che ci ricorda che i libri pieni delle infiammate parole divine sono «come una stanza in cui ci si riscalda», quella in cui «durante l’inverno i monaci si recano volentieri»4.

E infine, indulgendo un’ultima volta alla tentazione di estendere alla lettura in generale quello che viene detto della lettura sacra, come non ripetere con Pietro di Celle: «Cosa dirò a proposito della lettura? Reputo la cella [solo la cella?] senza lettura un inferno senza consolazione, un patibolo senza liberazione, un carcere senza luce, un sepolcro senza respiro, una fossa che produce vermi, un laccio che strangola, una casa in cui manca la buona notizia…»

(1-segue)

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  1. Tra parentesi: ho smesso di rispondere a questa domanda, che non di rado suscita una retorica che è meglio evitare, e, se costretto, mi limito a rispondere con un «perché mi piace moltissimo» che non dà adito a ulteriori complicazioni. Sono tuttavia ben contento che qualcuno si provi a rispondere, pur con le limitazioni di un caso come questo.
  2. Cecilia Falchini, Perché leggere? Lettura e vita spirituale, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2019.
  3. È noto, e perdonabile, il mio debole per i nomi.
  4. La frase intera è molto bella (e dà conto del titolo del post): «Come, dunque, durante l’inverno i monaci si recano volentieri nella stanza in cui ci si riscalda, così gli uomini santi, mentre perdura il freddo di questo mondo, stanno presso i libri, per infiammarsi di amore celeste».

 

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Nuvole e frangette (Reperti 54-55: Penna; Magnani, su Morandi)

54. Al momento nelle miracolose poesie di Sandro Penna ho trovato solo questa breve ma non esile nota «monastica». Si trova nell’ultima strofa di Il balcone1, poesia pubblicata la prima volta nel 1934, che accoglie un incantamento (un canto lontano) e una visione (il mare, anch’esso lontano e ingannevole). Le «fantasie di viaggi», già ribadite da una «nera / lenta teoria di seminaristi», si allargano e si chiudono nelle immagini conclusive:

IL BALCONE

Sorprendeva il fanciullo in avventure,

entro libri lontane, dalle ville

il monotono canto delle serve

– la noia verde della primavera.

 

Vuoti abbagli sul mare.

Ma la nera

lenta teoria dei seminaristi

sulla riva lontana disegnava

– ancora – vaste fantasie di viaggi.

 

Veleggiavano nuvole di marmo

dorate sullo spento monastero.

Ritornava dal cimitero, lieve,

nelle vie del paese un carro nero.

Chissà perché «spento»: abbandonato, vuoto? Scuro, al confronto della luce circostante? Ricetto di vite «spente»?

55. Mi viene sempre da sorridere quando sento l’espressione «lavoro certosino» o le molte varianti di monastico, monacale, claustrale applicate a comuni circostanze di vite e ambienti laici. Ora non mi capita più, ma sarà successo anche a me di usarle in passato e non c’è niente di male nel farlo, anzi, è «bello» che si tratti di un’abitudine linguistica di tonalità positiva e che in fondo tutti capiscono nel medesimo senso. «La frangetta di capelli grigi sulla fronte addolciva l’espressione ascetica del suo volto, conferendo alla sua figura una mitezza monacale»; «Sottili lame di luce meridiana, filtrando attraverso le persiane socchiuse, facevano rilucere la lindura del pavimento e dei mobili, rilevare l’ordine perfetto, da cui si effondeva la serena quiete di un parlatorio di monache»; «Dopo breve attesa, accompagnato lungo lo stretto corridoio e attraversata la stanza da letto delle sorelle, passaggio obbligato, posto a guardia di una inviolabile clausura, giunsi nello studio di Morandi»: questi tre frammenti sono presi, infatti, dal volume che lo scrittore e musicologo Luigi Magnani ha lasciato a testimonianza della sua amicizia con Giorgio Morandi2. Difficilmente, pur avendo una conoscenza sommaria dell’opera e della leggenda del pittore, potrebbero darsi analogie e aggettivi più indicati ed eloquenti per restituire l’impressione che si ricava dai suoi quadri e dal suo volto; tanto che, quando alla fine del volume si legge questa breve didascalia riassuntiva, è impossibile non sovrapporre definitivamente l’immagine di Morandi a quella di un monaco (il corsivo è mio): «E si è tentati di riconoscere, adombrato nel suo stile, un tipico aspetto della sua personalità, quel suo essere presente nella vita pur quasi estraniandosi da essa, quel suo attivo partecipare agli aventi ed insieme sfuggirli».

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  1. Sandro Penna, Il balcone, in Poesie, prose e diari, a cura di R. Deidier, Mondadori 2017, p. 23.
  2. Luigi Magnani, Il mio Morandi. Un saggio e cinquantotto lettere, Einaudi 1982.

 

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