Una strada a doppio senso? («Perché leggere?» di Cecilia Falchini, pt. 2/2)

(la prima parte è qui)

Nelle dense, e un po’ sofferte, pagine introduttive del suo libro dedicato alla lettura nella tradizione patristica1, Cecilia Falchini, come accennavo, sviluppa una preliminare riflessione sul rapporto tra lettore e testo di ispirazione divina. Secondo la monaca e studiosa nella storia della lettura il punto di svolta non va rintracciato nel passaggio da una forma all’altra (dal rotolo al codice), o da un supporto all’altro (dal foglio manoscritto alla pagina stampata), bensì nella «differenza di tipo qualitativo» che emerge dal rapporto tra ciò che prende il nome di «Bibbia» e «coloro che erano chiamati a esserne i lettori».

Tale differenza, questo salto qualitativo definito con un po’ di fatica, trae origine da quella che Falchini chiama la «pretesa» del testo biblico «che gli altri scritti non hanno e non possono avere», cioè la capacità, la possibilità di «trasformare» chi vi si acccosta con fede. Leggere la Scrittura comporta due aspetti peculiari: a) leggendo, si entra in relazione con una persona che è «presente all’atto della lettura»: Dio è presente, e da ciò deriva la sequenza lettura-meditazione-preghiera; b) se la si accoglie con fede, appunto, la «parola del Signore» può produrre un cambiamento, opera, agisce.

In questa prospettiva, tra l’altro, non è del tutto corretto annoverare il cristianesimo tra le «religioni del Libro», perché il Libro è soltanto uno strumento, la via di accesso alla «dimensione relazionale con Dio» e «rinvio alla persona storica di quel Gesù di Nazaret nel quale la rivelazione divina si è pienamente compiuta».

Leggere significa raccogliere un’eredità, accettare di vivere, dunque2 di ricevere la vita e di inserire il proprio tratto in una linea che è allo stesso tempo verticale – tutti quelli che hanno ascoltato quella parola prima di noi e l’ascolteranno dopo – e orizzontale – la comunità di coloro che la sta ascoltando insieme a noi. La lettura è quindi un momento di passaggio, un cammino, uno specchio che restituisce l’immagine di chi legge, un luogo di trasformazione nel quale si accetta che «l’altro entri in noi» e nel quale si entra con la consapevolezza che si potrà uscirne forse completamente cambiati.

«Da tali considerazioni», si interrompe a un certo punto l’autrice, «scaturisce inevitabilmente una serie di interrogativi: può il non credente comprendere la Scrittura?» Eccomi qua.

E poiché mi pare che Falchini non risponda alla domanda, o lo faccia indirettamente, quasi a smorzare un’implicita risposta negativa, lo faccio io: no, non credo di poterla comprendere. Ciò nondimeno leggo la Scrittura, non tutta – devo ammettere – con la medesima disposizione, ma la leggo, perché m’interessa l’enorme sedimentazione di vite umane che ha raccolto nei secoli. E se mi si chiede se ammetto la possibilità di essere trasformato dalla sua lettura, rispondo che sì, lo ammetto, come per tutte le altre letture che faccio. Non dirò che contemplo la possibilità di «ricredermi», ma senz’altro quella di, per usare un’espressione trita, «essere messo in discussione».

E nell’altro senso, mi chiedo? Io frequento i testi religiosi (cristiani) molto di più di quanto non legga testi che negano la fede: fanno lo stesso i credenti? Si confrontano con i testi degli atei? Sono aperti alla possibilità di «essere messi in discussione» da un libro (ancorché con la «l» minuscola)? Forse no, forse tale possibilità, in entrambi i sensi, non si dà nella lettura, bensì in una dimensione che va oltre il Testo, o i testi.

(2-fine)

______

  1. Cecilia Falchini, Perché leggere? Lettura e vita spirituale, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2019.
  2. Non sono rari i casi, non soltanto in questo testo, ma in tutte le letture religiose che tento, nei quali m’inceppo davanti ai vari «dunque», «quindi»: snodi logici che non accetto fino in fondo, segni di un limite che forse è mio prim’ancora che dei testi.

 

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