Archivi categoria: Voci

«Che si alzino superbe nell’eminenza dei calcagni» (Voci, 5)

discorsiclaustraliDiscorso LXXIII. L’affettata pulitezza negli abiti indizio del poco ornamento delle virtù

 I. Allor che nacque cogli uomini l’innocenza fu sua prima veste la nudità, e tanto più bella comparve, quanto più nuda. Morta che fu l’innocenza, la colpa, che entrò in possesso del mondo, cominciò a vestirsi; direi perché troppo deforme ebbe rossore di lasciarsi vedere così spogliata. Capisco che le vesti sono orditura del peccato per ricoprire le sue bruttezze, che per altro tanto vi è meno di deformità, quanto di meno vi è da nascondersi sotto l’ombre di qualche manto. A così nobile sentimento allude il Santo Padre quando prescrive a’ suoi figli che non affettino notabile singolarità negli abiti. Non sit notabilis habitus vester. Volle insegnarci che per esser nata col peccato l’invenzione degli abiti, quello mostra d’aver meno della primiera innocenza che più s’industria di ben vestirsi, che è quanto il dire ciò che ora m’accingo a dimostrarvi. Diciamolo con modo più breve e con sentimento più chiaro. Cuore nudo in un corpo notabilmente vestito. Non sit notabilis habitus vester.

II. Io non disapprovo una religiosa pulitezza, una monda povertà. Le lane che ci ricuoprono non debbon essere né lacere, né sordide, perché altrimenti chi affettasse panni così lordi e sdruciti mi darebbe sospetto di qualche fasto colla medesima viltà degli abiti, e stentarei assai a non formentare il giudizio che fece Socrate di Antistene nella sua filosofica povertà gonfio e superbo, che in osservarlo a far pompa del suo pallio logoro e lacerato gli rinfacciò la sua fastosa abbiezione con questo acuto rimprovero: Video per scissuram pallii tuam vanitatem. Se pure non era indizio di anima trascurata la sordidezza del manto. No. Abito mondo, rappezzato talvolta, sì, ma in modo che in vece di abito religioso non mostri d’essere un stovagliolo da pentole e focolajo. Ciò che biasimo e disapprovo è il volere che il panno non sia volgare, ma di tessitura più nobile, sì per la sottigliezza del lavoro, come per la preziosità delle lane; pretendere che oltrepassi la dovuta misura, acciò una lunga coda renda più maestoso il portamento del corpo e più fastoso il passo del piede; volere che talora entrino le sete al vile ministero di purgare dagli escrementi o il naso, che gocciola, o la fronte, che suda; affettare o maniche raddoppiate o con più pieghe le falde, e che fino le sandole, che per servire al piede dovrebbero essere umili ed abbiette, far che si alzino superbe nell’eminenza dei calcagni e mostrino la sua pompa nella finezza delle cinture. Questa è la vanità degli abiti che rimprovero ne’ nostri Scalzi, e che mi porge motivo di concepire nudo d’ogni ornamento di virtuosi attributi quel religioso che impegna le sue cure nella pulitezza esteriore de’ vestimenti. […]

IV. E qual addobbo di virtù potrassi mai vagheggiare ove alza trono la vanità e signoreggia il fasto? Se di nuovo tornasse a risorgere dalla gloriosa sua tomba il serafico San Francesco, ed incontrasse tal uno di questi religiosi che s’industriano di far comparire con sfarzo un sacco di penitenza, che è quanto il dire di vestire di abito monastico la vanità, suppongo che di nuovo, come fece a’ suoi tempi con frate Elia, vicario generale del suo Ordine, si farebbe imprestare quell’abito, e dopo aver raddoppiate le maniche, e piegate le falde, e raffazzonato il cappuccio, raffettandolo acconciamente sul dosso, lo vedreste con passo fastoso, con fronte rilevata, con gesto altiero, fino a spurgarsi per accompagnare col fasto del portamento un sonoro rimbombo di voce, salutare or l’uno, or rispondere all’altro con maestosa gravità, acciò in fine tutto il portamento dell’abito, delle parole mostrasse grandezza e cattivasse rispetto. Lo vedreste dopo con tutta veemenza di zelo trarsi quell’abito sì fastigioso, slanciarlo da sé lontano, e poi, rivolto al religioso, sgridarlo con tal rimprovero: Così vanno vestiti i bastardi dell’Ordine!

Discorsi claustrali sopra la Regola del gran padre Santo Agostino recitati a’ suoi religiosi dal padre Prospero da S. Giuseppe, Teologo, Predicatore e poi Vicario Generale de’ Scalzi Agostiniani, in Venezia, 1732, presso Gio. Battista Recurti. (Il Discorso LXXIII si può legger qui.)

 

Lascia un commento

Archiviato in Agostiniani / Agostiniane, Voci

«Calamai temprati di Stelle, fogli d’oro e studi arricchiti di gemme» (Voci, 4)

MonacismoIllustratoDei pregi segnalati della Religione Benedettina

Da questa Religione ebbero il latte quindeci mila e settecento Dottori, tra quali due mila Cardinali, dento dodeci Imperadori & altrettanti Re, sette mila Arcivescovi dottissimi, un milione cinque mila e seicento Santi canonizzati; questi insegnarono con l’esempio la modestia, l’affabilità, la mansuetudine, l’equità, la discrezione, la giustizia, la disciplina, la onestà, l’edificazione, la pace e la pietà. Nei tempi degli Arrii, dei Manichei, dei Pelagii, che sarebbe stato il Mondo senza i Benedettini? Questi distrussero il gelo delle vaste Regioni Orientali, armarono le destre contra gli Ereticali Pitoni, scorsero per luoghi alpestri, per nevi, per ghiacci, senz’altro Viatico che d’una estrema povertà, senz’altro ricovero che de’ publici Spedali, seminando la parola di Dio con successi così prosperi che ne ricolsero copiosa messe di conversioni. Furono tanti Soli, che con la luce delle dottrine sgombrarono le tenebre caliginose del Gentilesimo ingannato, gli orrori del Secolo pervertito, e l’Eresia, quasi mala gramigna largamente cresciuta nei Campi del Cristianesimo, sbarbarono dalle ultime fibre. Furono le loro occupazioni assidue l’ammaestrare gl’ignoranti, il catechizzare i rozzi, l’accomodarsi alla capacità dei semplici; l’osservanza Monastica, che qual travagliata Nave da fiati Aquilonari sospinta ad urtar negli scogli già si fracassava e si sommergeva, fu da questi sottratta dai pericoli; questi dileguarono le viziose nebbie alla Fiandra, alla Boemia, all’Austria, alla Baviera, alla Ungheria, alla Polonia, alla Lituania, alla Danimarca, alla Norvegia, alla Ibernia, alla Scozia, alla Dalmazia, al Mondo tutto. Furono angusti alla volontà dei loro santi disegni i confini d’Europa, onde inoltrandosi nell’ampiezza dell’Oceano, giunsero con le vele gonfie de’ pensieri e degli affetti alle margini & ai ripostigli del Mondo.

[…] Quindi il Mondo tutto amò quest’Ordine Sacrosanto più che altro facesse mai, & ebbe dalla carità de’ fedeli affezzionati i patrimoni intieri per abbellire le sue Basiliche, si disossarono i monti per incrostarle di marmi contro gli urti del tempo, si stancarono le conocchie di Belgia in filare a’ suoi Sacerdoti sottilissimi lini, s’occuparono i Telari di Menfi in tessere de’ suoi Altari i tapeti, si salassò l’Oriente, dove più gonfiano dell’oro le vene, à fine d’ergerne statue ne’ suoi Santuari, sgorgarono dalle Maremme Eritree gorghi di margherite per ispruzzarne le sue ricchissime supellettili; passarono monti, traversarono valli, guazzarono fiumi, cercarono boschi, né mai s’arrestarono finché non videro per tutto stabilita la fede.

[…] Per mezo dei figli di Benedetto la fede Cattolica cavalcò le rupi degli Apennini e spianossi l’ingresso alle Valli più alpestri, s’inoltrò nelle acque gelate del Settentrione e nelle fervide arene del Nilo, valicò i neri Cieli d’Etiopia e le Provincie più lontane della Libia. Questi sostennero la riputazione de’ Sacri Concili & assodarono in mano de’ Pontefici le Chiavi del Vaticano, dispersero i Dogmi dei più perniciosi Settari, serrarono le porte agli errori e le spalancarono ai trionfi della Religione, ebbero calamai temprati di Stelle, fogli d’oro e studi arricchiti di gemme.

Con la santità della vita furono come folgori, e con l’efficacia delle parole servirono come di tuono per iscuotere gl’infedeli, per condurgli alla vita santa & alla penitenza. Quindi fu tanto accetta a Dio la mia Religione Benedettina che meritò il Patriarca San Benedetto colà nel Monastero Narrabottense, vicino a Subbiaco, tra le grazie di Dio per bocca d’un Angiolo ricevute, avere anche questa d’essere assicurato che chi ardirà d’offendere i suoi figlioli, sarà punito, o con una breve vita, o con una cattiva morte.

Il monacismo illustrato, ideato dal padre d. Bonaventura Tondi da Gubbio Olivetano, dottore in sacra teologia, e cronista regio, nella vita del patriarca san Benedetto e ne’ figli del suo instituto, Venezia 1684. Presso gli eredi di Gio. Pietro Brigonci. I brani citati sono tratti dal Capitolo VIII del Libro Terzo, «Dei pregi segnalati della Religione Benedettina», pp. 160-67.

 

Salva

Lascia un commento

Archiviato in Benedettini / Benedettine, Voci

«Diavolo, Mondo e Carne» (Voci, 3)

VitaBeataColombaOgni prode Cavaliero che debba, o per mantenimento del suo honore o per augumento de fama, o per acquistare con le armi gradi e dignità, overo per entrare dopo la vittoria trionfante in Campidoglio, avanti vada al cimento, forbisce le armi, assetta le armature, si metto in punto per combattere, considera qual arme debba usare & haver pronte per la propria diffesa, come per offender l’inimico, considera di vantaggio con prudenza le qualità, le forze, le armi, co’ quali pensa possa essere assalito, e si provede di un Prode e valoroso Patrino.

Ecco dunque hoggi la generosa Guerriera, che essendo comparsa nel Campo di questo Mondo, se li presenta avvanti non un nemico solo, ma tre, e questi potentissimi, che sono Diavolo, Mondo e Carne, e perché si veda quali e di che valore sieno questi nemici, sarà da me descritte le loro qualità insegnatemi però dal Santo Padre Augustino Ad Iulianum Comitem.

Il Diavolo dunque dice il Santo: Quid pravius? Quid malignius, quidve nostro Avversario nequius?, e seguita, il quale ha posto la guerra nel Cielo, fraude nel Paradiso, odio fra i primi fratelli & in tutte le nostre opere semina zizania, poiché nel mangiare vi ha posto la gola, nella generatione la lussuria, nella conversatione l’Invidia, nel governo l’Avaritia, nella corretione l’Ira, nel dominio la Superbia; & è quello che pone nel cuore cattivi pensieri, nella bocca false parole, nei membri operationi inique; nel vegliare ci muove a opere maligne, nel dormire a sporcissimi sogni; l’allegro lo muove alla simulatione, il malinconico alla disperatione, e conclude il Santo, sed brevius loquar omnia mala Mundi sunt sua pravitate commissa, questo è dunque il primo nemico con cui ha da combattere la nostra Beata.

Il secondo potente nemico è il Mondo, il quale descrivendolo Ugone Filioni [?] così dice: Vix est Mundus quamlibet levia tactu che chi tocca appesta. Il Mondo è un vischio che invischia chi troppo in lui si ferma, e li conduce mediante i peccati alla eterna Morte. Mondo è un laccio il quale piglia gl’huomini incauti e gl’involve ne’ piaceri, ne’ lussi, nell’avaritie, nell’ebrietà, nelle lussurie, finché poi li conduce nelle eterne tenebre, onde seguita il detto: Unde mihi vix possibile videtur, uti qui Mundi legibus vivit parvus ab inquinamentis Mundi & immaculatus hinc emigeret.

Il terzo nemico poi è potentissimo, che è l’istessa nostra carne, o come bene dice ne’ morali Gregorio il Santo, non gestamus laqueum nostrum nobiscum circumferimus inimicum, carnem nostram loquor, la quale è nata dal peccato, nel peccato nutrita, la sua origine piena di corruttela, ma molto più vitiata, nella prava & iniqua consuetudine, e quindi è che tam acriter avversus Spiritum concupiscit quod assidue murmurat, & impatiens est disciplinae, quod illicite suggerit, quod nec rationi obtemperat, nec nullo timore inhibetur.

Con questi tre potentissimi nemici, armata dal divino aiuto, entra in campo Colomba.

Vita della B. Colomba da Rieti. Fondatrice del nobilissimo Monastero delle Colombe di Perugia. Raccolta da più Vite stampate e manuscritte, e da Processi fabricati per la sua canonizzatione in Perugia, da Gioseppe Balestra da Loreto, in Perugia 1652. Nella Stampa Camerale, Appresso Sebastiano Zecchini. Libro primo, Capitolo III, «Infantia di Colomba», pp. 19-20 (che si può leggere qui; con un curiosissimo refuso nell’indice).

 

Lascia un commento

Archiviato in Agiografie, Domenicani, Voci

«Mortificar il corpo, ma non occiderlo» (Voci, 2)

Concludo la lunga serie dedicata a Chiara da Montefalco con le durezze cui la giovanissima Chiara si sottopone nel reclusorio retto dalla sorella Giovanna, come raccontate in un’agiografia assai più tarda rispetto ai fatti (avvenuti intorno al 1280).

VitaBeataChiara

Era solito la B. Chiara ritirarsi ogni notte, mentre l’altre riposavano, in qualche luogo remoto di detto Reclusorio, dove con un flagello di funi, che s’haveva accomodato, si disciplinava fino al sangue. Questo flagello, con il quale Chiara si disciplinava, fu trovato da Tomassa, una delle sue compagne, tutto insanguinato, di che stupita, e giudicando, come era veramente, che il flagello fusse di Chiara, andò dalla Rettrice, alla quale mostrando il detto flagello, la consigliò che volesse riprender Chiara, a ciò desistesse da penitenza tant’austera, esseguì Giovanna quanto le veniva consigliato da Tomassa; onde chiamata Chiara, le disse che cessasse dal disciplinarsi tanto severamente; dovendo ella mortificar il corpo, ma non occiderlo. Ricevè Chiara l’avertimento di Giovanna, e ne la ringratiò; ma perché credeva che fusse stato conseglio di amorosa sorella1, seguì tuttavia ogni notte la solita disciplina con le dette funicelle, ò con un fascio d’ortica, overo di rovispine, mentre havea sospetto di poter esser sentita, la quale disciplina finita, prendeva il mantello di qualche sua compagna con il quale si copriva, a fin che passando la Rettrice non la riconoscesse così facilmente.

Dovendo dare il debito riposo al suo corpo, non volse in questo Reclusorio concedersi altro letto, che la nuda terra, anzi parendogli soverchia delizia stendervelo, per lo più dormiva sedendo con il capo appoggiato al muro, overo ad un legno, che stava nella sua cella alzato, che havendo il traverso sembrava à Chiara il legno della santa Croce.

Il cibo era pane di orzo, e di segala, il quale spesse volte era da lei bagnato nell’acqua, e poi involto nella cenere : vino rare volte bevea : la minestra quando le veniva posta avanti, era da essa resa insipida con l’acqua; risoluta di non voler sentir gusto alcuno ne cibi.

Desiderosa la B. Chiara d’osservare la legge, che si havea proposta, di non gustar mai quel cibo del quale essa n’havesse havuto fantasia, era solito dire al suo corpo, mentre appetiva qualche cibo particolare, queste parole: «Misero corpo, che desideri? Quando mai meritasti tal cibo? Mentre con altro puoi sostentarti, contentati, che questo non l’haverai altrimente». Una volta, essendosi infermata, hebbe desiderio di gustare un poco di casciata, vivanda così chiamata in que’ tempi, hoggi calcione. Si trovava in questo punto dentro il Reclusorio Francesco suo Fratello, al quale in vece della casciata domandò un pezzo di pane duro muffito, volendo in questa guisa mortificare il desiderio della sua carne; ma volendo il Sign. consolare la sua serva, diede a questo pezzo di pane sapore di casciata, & insieme la fece tanto padrona del suo gusto, che d’indi in poi in tempo di sua vita, mai più hebbe desiderio di cibo particolare; in modo, che se tutti i cibi del mondo le fussero stati posti avanti, non haverebbe havuto più desiderio di uno, che dell’altro.

Vita della B. Chiara detta della Croce da Montefalco dell’Ordine di S. Agostino. Descritta dal Sig. Battista Piergilii da Bevagna, seconda edittione, in Foligno, appresso l’eredi d’Agostino Alterii, 1663. Parte prima, Capitolo V, «Delle penitenze che la B. Chiara cominciò e fece in detto Reclusorio», pp. 12-13 (che si può leggere qui).

 

1 Commento

Archiviato in Agiografie, Agostiniani / Agostiniane, Voci

«Donne religiose nascostesi per sempre» (Voci, 1)

Comincio con questo una nuova serie di post, le «Voci» – come sempre a scadenza variabile, in questo caso non troppo frequenti –, nei quali trascriverò brani più estesi tratti da opere dei secoli passati, di argomento monastico nel senso più ampio. Brani indicativi di una determinata situazione, oppure ornati nello stile, o semplicemente curiosi e quasi sempre del tutto dimenticati e sepolti.

E comincio con l’avvertenza «al lettore» che d. Paolo Botti (ca. 1620-1696) premette a una raccolta di prediche dedicata alle monache del «cospicuo Monistero di S. Giorgio di Padova», nella persona della rev.da Laura Felice Viale.

* * *

Al lettore

ParlareAlleGrate

Questo mio parlare non è colle grate dure di ferro, quali sono in tutte le parti del mondo quelle de Monisteri, e delle Chiese delle Reverende Monache; è parlare alle grate con persone dalla Divina gratia intenerite; anzi tutte tenerezza d’amor di Dio; e però non s’udiranno racconti di fatti d’armi, ne d’armati disfatti in terra, ed in mare; non di perdite di Provincie fatte da gl’infedeli, ne delle conquiste seguite de Regni cattolici, essendo cosa sconvenevole dice S. Girolamo, anzi più che sconcia, che Donne religiose nascostesi per sempre, & uscite dal mondo col corpo, colla lingua poi, e con l’orecchio curiosamente lo scorrano, profanando cò discorsi secolareschi lo stato sacro, che professano, e la mente riempiendo de successi terreni, da quali pura, e monda conservar la dovrebbono, e se fosse possibile, di tutti totalmente vota. Incongruum est latere corpore, & lingua per totum mundum vagari.

A queste grate non si parla delle pompe del secolo, salvo che per detestarle. Vesti non si nominano fatte all’usanza, se non per non usarle. De cibi dilicati non si discorre, che per astenersene in tutt’i tempi. Non si biasima il sonno, ed il riposo della notte, lodasi chi se ne priva, massime nell’ora del mattutino. Non si portano scherzi per sollevare più d’una dalle sue melanconie, s’esortano tutte, e con sode, e serie ragioni si persuadono à sopportare alle occorrenze ogni vero, e brutto scherno. Non si fà commemoratione de Congiunti, se non con fine d’istillar staccamenti. si parla del modo di mortificar le passioni, e d’avvivar le virtù poco meno, che morte. A negare s’insegna la propria volontà in primo luogo, secondando prontamente quella de Superiori. Si favella una, e più volte della stima inestimabile della gloria celeste, e del magnanimo disprezzo d’ogni oggetto terreno. Le parole ordinarie, che à queste grate si spendono, non solo odoran di sacro, come le lettere di Pammachio quae olent Profetas, Apostolos sapiunt, ma realmente sono tutte sacre, manifestando i castighi annuntiati da Profeti à mal viventi, e ridicendo il premio predicato da gli Aspostoli, e promesso da parte di Dio à virtuosi.

E qual confabulatione può darsi nella presente vita più degna, e più salubre di questa? Qual cibo, qual mele può ristorare, e riempir di dolcezza l’anime nostre al pari della parola di Dio, e della predicatione della sua santa legge? Neque vero, scrisse già il Pontefice S. Damaso, ullam puto digniorem confabulationem, quam de scripturis sermocinemur inter nos, qua vita nihil puto in hac vita iucundius; quo animae pabulo omnia mella superantur.

Questo è il contenuto del mio parlare alle grate, semplice, senza frase, e senza stile, morale bensì, e pien di frutto, e che al di dentro assai più penetra Omni gladio ancipiti.

Semplice è il mio parlare non pretendendo di lusingar l’orecchio d’alcuna in particolare, ma di giovare à tutte l’anime, prima alla mia, poi à quelle del mio prossimo. Questo è il fine del mio dire, e del mio scrivere: Quod et mihi, et tibi prodesse possit; e però non deo pensare à belle parole, ma à fatti buoni, e virtuosi da me pretesi sicuro di non poter ciò conseguire, se non con calde sì, ma umili esortationi d’affettuoso Padre, non con alte, e sollevate declamationi di facondo Oratore. Quod autem id erit nisi exhorter ad bonam mentem. Chi dunque è del numero di coloro intitolati dal medemo Filosofo Nugas quaerentium non miri la coperta, ne i cartoni di questo libro, ch’io son contento. Chi và dietro à Poeti, non à Profeti, non habbia mai davanti gli occhi questi miei fogli, perché senza fallo resterà defraudato. Chi appetisce moralità, e più d’un documento spirituale, rivolga queste carte, che troverà cibo bastevole à pascere il suo spirito, e ne renda poi gratie al Signore; con esso lui, ed à lui solo sempre vivendo.

Il parlare alle grate. Discorsi alle RR. monache morali, e spirituali sopra gli evangelii delle domeniche di tutto l’anno composti dal padre D. Paolo Botti cremonese chierico regolare teatino Venezia, 1688; che si può leggere qui.

 

Lascia un commento

Archiviato in Voci