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Cronaca nera monastica

In un saggio del 1979 di Jean Leclercq sulle strategie retoriche messe in atto da Bernardo di Chiaravalle per aiutare i suoi confratelli a sublimare l’aggressività, a un certo punto ho letto: «I monaci medievali non erano psicologicamente diversi dai loro contemporanei, e provenivano da ambienti sociali dove la violenza era all’ordine del giorno e in cui si dava libero sfogo agli impulsi aggressivi in una quantità di scontri e combattimenti. Un buon numero di testi convalida la verità di questo giudizio: ad esempio i registri della sacrestia dell’abbazia benedettina di Fleury dal decimo al dodicesimo secolo, le delibere dei capitoli generali dell’Ordine cisterciense, la Vita di s. Stefano Obazine». Sulle delibere dei capitoli generali dei cisterciensi una nota rimanda a uno studio francese, di qualche anno prima, dal titolo molto curioso: Violenze, risse e omicidi nei cisterciensi. L’ho cercato, l’ho trovato facilmente e l’ho letto.

L’autore, A. Dimier, ha spulciato gli otto volumi degli Statuta capitolorum generalium ordinis cisterciensis, registrando tutti i riferimenti a fatti violenti interni alle comunità e dando conto di tre principali categorie: a) le violenze perpetrate ai danni di abati (la stragrande maggioranza dei casi); b) le dispute, le risse, i crimini commessi tra membri di una comunità; c) i gesti di rivolta di monache. L’arco temporale coperto va dal 1176, anno in cui si dà notizia dell’omicidio dell’abate di Clairvaux, Gerardo, da parte del monaco Ugo di Bazoches (che ha aspettato l’abate, al termine dell’ufficio delle Lodi, nascosto ai piedi della scala che porta al dormitorio e l’ha pugnalato), a una nota del 1738, in cui si danno ulteriori disposizioni per la costruzioni di prigioni nei monasteri dell’Ordine.

Non avevo mai letto, tra l’altro, di questa cosa delle prigioni che nei monasteri cisterciensi «si trovano generalmente sotto la scala che dal chiostro conduce al dormitorio dei monaci», e delle quali si possono ancora vedere alcuni resti, ad esempio nelle abbazie provenzali di Thoronet, Senanque e Silvacane.

La carrellata è interessante anche se non del tutto sorprendente. L’abate che cerca di ristabilire la disciplina e correggere gli errori a volte rischia grosso: può essere picchiato, pugnalato o avvelenato; in un caso viene aggredito insieme al suo priore mentre sta pregando nel coro; in un altro caso ancora è vittima addirittura di un’imboscata prima che arrivi presso la comunità che deve rimettere in riga. La pena in questi casi è sempre l’incarcerazione perpetua, a pane e acqua, e talvolta con i ferri a mani e piedi.

Un caso curioso è quello dell’abate di Fontfroide, Pierre Ferrer, che intorno al 1450 viene accusato di «gestione» scandalosa e quindi espulso dall’Ordine. Dopo un periodo di vagabondaggio, Ferrer «riprende possesso della sua abbazia con un intervento armato», e fatto oggetto di un mandato di arresto dal siniscalco di Carcassonne, «gli risponde barricandosi con un gruppo di armati nel monastero, e tenendolo fino alla morte». «In seguito a questi gravi disordini», commenta Dimier, «l’abbazia di Fontfroide non si risolleverà più.»

Singolare il caso del monaco Jean André, dell’abbazia di Stolpe, in Pomerania, che nel 1466 confessa spontaneamente l’assassinio di una prostituta «che si era introdotta di notte nel monastero», compiuto per «evitare lo scandalo». O ancora quello dei monaci di un abbazia norvegese, che una notte prendono a forza il priore, il sacrestano e il maestro del coro, li caricano su una barca e li abbandonano su un’isola deserta, e che, tornati indietro, aggrediscono l’abate e i suoi ospiti, li spogliano e li cacciano: «Il capitolo generale del 1243 li dichiara scomunicati e passibili della pena prevista per i cospiratori».

«Si deve sottolineare il fatto», conclude l’autore, «che in un periodo di sette secoli di storia dell’ordine di Cîteaux, che contava più di settecento monasteri maschili, e ancor più femminili – si parla cioè di migliaia e migliaia di religiosi – i circa sessanta casi di monaci o monache colpevoli di violenze o omicidi non sono che un’infima minoranza rispetto alla larghissima maggioranza di coloro che seppero restare fedeli alla loro vocazione.» Che poi è quello che osserva anche Leclercq: «La cosa stupefacente è che i monaci, che provenivano da una società così violenta, non soltanto erano meno violenti della maggioranza della gente, ma anche, in qualche modo, riuscirono a riconciliare e ad assicurare un po’ di pace alla loro epoca».

A. Dimier, Violences, rixes et homicides chez les Cisterciens, in «Revue des Sciences Religieuses» 46 (1972), 1, pp. 38-57; che si può leggere qui.

 

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Due comportamenti solo apparentemente contraddittori del grande Macario

Macario è uno dei Padri del deserto che mi sono più simpatici. Egiziano, contemporaneo di Antonio, di poche parole, talvolta dure, e di molti atti, anche assai dolci, con un passato di cammelliere, onorato da vivo e più ancora da morto, di sé diceva di non essere diventato monaco, ma di avere «semplicemente» visto dei monaci.

Puntò alla solitudine più assoluta nel deserto di Scete. Se ne stava nella sua grotta, dando un’occhiata qualche volta alla strada: «Ed ecco un giorno passare di lì Satana in forma di uomo: sembrava che indossasse una tunica di lino piena di buchi, e dai buchi sporgevano delle fiale». Dove vai? E cos’è quella roba? gli chiede Macario. «Vado a insinuare i pensieri nei fratelli», risponde Satana. «Porto ai fratelli le golosità», ne porto tante perché alla fine ce n’è almeno una che piace. Al ritorno, però, Satana è molto seccato perché tutti sono stati «sgarbati» con lui e l’hanno scacciato; tutti tranne uno, Teopempto, «lui mi dà retta e, quando mi vede, si contorce come il vento».

Appena il diavolo si allontana, Macario si alza e si affretta verso il monastero. Grandi feste, ma lui vuole essere portato subito da Teopempto. Si siede con lui e gli chiede: «”Come ti vanno le cose, fratello?”. Disse: “Bene, grazie alle tue preghiere”. “Non ti fanno guerra i pensieri?”. “No, finora sto bene”.» Teopempto si vergogna come un cane, ha paura di confessare, e allora Macario s’inventa di essere lui vittima dei pensieri: nonostante l’età, la fama e tutto quanto «sono turbato dallo spirito di fornicazione». Alla fine il giovane monaco si apre e Macario lo lascia confortato e attrezzato di buoni consigli.

Rientrato al suo eremo, qualche giorno dopo Macario rivede Satana che torna dal monastero. «”Come vanno i fratelli?”. “Male!”, disse [Satana]. “Perché?”. “Perché sono tutti sgarbati; e, quel ch’è peggio, anche quello che mi era amico e mi ubbidiva è cambiato non so come, e nemmeno lui mi dà più retta, anzi è diventato il più sgarbato di tutti».

D’altra parte Pietro racconta che un giorno Macario andò in visita da un anacoreta e, «trovatolo malato, gli chiese: “Che vuoi mangiare?”». Nella cella non c’era niente di niente, e quando l’anziano gli rispose «un pasticcino», Macario non esitò un istante e andò «a prenderlo fino ad Alessandria e lo portò al malato».

«E questo fatto meraviglioso rimase ignoto a tutti.»

Detti dei Padri del deserto, serie alfabetica, Macario l’Egiziano, 3, 8.

 

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«Questo era Abelardo»

Ha fatto tanto per lui, soprattutto alla fine della sua travagliata esistenza, si è prodigato anche per la sua Eloisa e, forse, per il loro figlio, e ne ha scritto, diligentemente, l’iscrizione tombale.

L’attribuzione dell’epitaffio di Abelardo a Pietro il Venerabile non è sicurissima, ma è plausibile e sostanzialmente accettata. Pare che, prima della Rivoluzione francese, gli undici esametri fossero ancora leggibili sulla parete della navata destra della chiesa del priorato cluniacense di Saint-Marcel a Chalons-sur-Saône, dove il filosofo era morto.

Non sono considerati particolarmente riusciti, ma mi piace immaginare il grande abate di Cluny, mai sciatto né distratto nelle sue testimonianze, che li ripassa, attento a bilanciare i due «Abelardi», quello famoso e brillante, che la storia ricorderà, e quello pio, che alla fine aveva chinato, più o meno, il capo. Ancora una volta siamo davanti a una grande prestazione diplomatica del Venerabile: cinque esametri e mezzo al primo Abelardo, cinque e mezzo al secondo (che tuttavia arranca un po’ e ha bisogno anche della data per pareggiare i pesi…).

Gallorum Socrates, Plato maximus Hesperiarum,

Noster Aristoteles, logicis quicunque fuerunt,

Aut par, aut melior; studiorum cognitus orbi

Princeps, ingenio varius, subtilis et acer,

Omnia vi superans rationis, et arte loquendi,

Abaelardus erat. Sed tunc magis omnia vicit,

Cum Cluniacensem monachum, moremque professus,

Ad Christi veram transivit philosophiam,

In qua longaevae bene complens ultima vitae,

Philosophis quandoque bonis se connumerandum

Spem dedit, undenas Maio renovante Kalendas.

Socrate dei Galli, massimo Platone degli Esperidi,

nostro Aristotele, di tutti i logici che mai esistettero,

pari o migliore; ovunque riconosciuto principe

degli studi; ingegno multiforme, sottile e penetrante,

superiore a tutto a forza di ragione e di parola:

questo era Abelardo. Ma ancor più superiore

quando, fattosi monaco secondo il costume di Cluny,

passò alla vera filosofia del Cristo,

nel cui giusto abbraccio concluse la sua lunga vita,

undici giorni prima delle calende di maggio, nella speranza

di essere un giorno contato nel novero dei santi filosofi.

Pierre le Vénérable, Poèmes, texte établi, traduit et commenté par F. Dolveck, Les Belles Lettres 2014, pp. 311-315.

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Moda monastica, le collezioni del 1741

Le deviazioni sono tra le cose più belle che possono accadere durante la lettura.

Stavo dunque leggendo la presentazione di Gabriella Zarri al volume di Lettere familiari e di complimento di Arcangela Tarabotti, la monaca veneziana di inizio Seicento, in clausura a Sant’Anna in Castello, che con maggior forza denunciò il costume della monacazione forzata; presentazione che invita a precisare meglio i contorni del fenomeno e a ricordare che «vi era tuttavia da parte delle monache una propensione non minoritaria a fare del monastero un luogo di convivenza cordiale, un istituto in cui far convergere un insieme di attività culturali e devozionali che elevassero la fama del monastero e delle donne che lo abitavano». Tale cordialità si traduceva anche in una certa cura nella confezione dell’abito, tanto che «perfino il noto gesuita Filippo Bonanni, autore di un libro di incisioni sui costumi dei diversi ordini religiosi, stampato nel primo decennio del Settecento, non poté mancare di far notare che a Venezia le monache indossavano abiti assai diversi».

Monaca olivetana

Monaca Olivetana

Bene, andiamo a vedere. Il libro in questione è, per citare la terza edizione del 1741, stampata a Roma da Antonio de’ Rossi con testo a fronte, il Catalogo degli Ordini Religiosi della Chiesa Militante espressi con immagini, e spiegati con una breve narrazione… dal p. Filippo Bonanni della Compagnia di Giesù, e, grazie a GoogleBooks, si può agevolmente «sfogliare» e leggere. Il secondo volume è dedicato appunto alle monache e presenta, come il primo, a sinistra una bella incisione a pagina piena e a destra un breve testo latino-italiano. Cento e otto schede una più bella dell’altra che, sia detto senza scherno, sembrano quasi una sfilata delle collezioni primavera-estate e autunno-inverno 1741, grazie anche, bisogna dire, alla complicità di un gusto controllato ma non irrilevante per la posa delle «indossatrici».

Centootto schede che vanno dalle «Monache dette Acemete», di origine greca e dedite alla lode ininterrotta, alle «Gentildonne dette le Dimesse», che «sono in Venezia, Padova, Udine, e altri luoghi del Dominio Veneto» e si chiamano così «poiché abbandonate le pompe del Secolo, e le vanità comuni al sesso donnesco vestono abito nero molto modesto».

Agostiniana scalza portoghese

Agostiniana scalza portoghese

Centootto modelli che illustrano ogni tipo di tonaca, sopravveste, velo, collare, cintura, fibbia e calzatura; la «pazienza bianca di lana» (una tunica con cappuccio), lo «scapulare nero» e il «candido rocchetto» (sopravveste con le maniche chiuse); i «sandali di canape» e la «cintura nera congiunta con fibbia di ferro»; la «cocolla non tanto attillata, ma più ampia», le camicie di butello bianco (che vuol dire panno grosso, e rozzo)» e le «maniche strette con sopraveste a mezzagamba».

Io, poi, per gli elenchi ho un debole, e quindi, tra le altre, ricordo le Angeliche, le Beghine di Anversa, un esercito di Canonichesse, le Carmelitane (antiche, di Francia e scalze), le Domenicane (con e senza Cappa), le Filippine, le monache di Fonte Ebraldo e le monache di Fonte Ebraldo Riformate, le Minime, le Romite, le Teatine, le Turchine o Celesti, le Silvestrine, le Solitarie, le Zitelle e le Zitelle povere (cioè, dai…). Ho anche imparato che le Clarisse erano dette anche Urbaniste, da Urbano IV, che «compose per loro una regola più mite».

Gentildonna dimessa

Gentildonna Dimessa

Non posso trascrivere tutto il volume, quindi ancora due citazioni e un «ricordo». Anzitutto un classico, tratto dalla scheda delle Agostiniane portoghesi, che «se occorre il bisogno di essere visitate dal medico, o dal Confessore, in tal caso pongono in testa un denso velo, che pende per tutte le parti fino a terra, in modo, che non è mai possibile vederle in volto». Poi una menzione speciale per il velo delle Brigidine: «Gli ornamenti del capo saranno una fascia, che circonda la fronte, e le guancie in modo, che resti in parte coperta la faccia, e si unisca la di lei estremità con una spilla. A questa si sovraponga il velo di tela nera, quale si doverà fermare con tre spille, una sopra la fronte, le altre due sopra le orecchie. Di poi si aggiunga una corona di tela bianca, a cui si uniscano cinque particelle di panno rosso, come cinque goccie, la prima in fronte, l’altra dietro la testa, la terza, e la quarta sopra le orecchie, la quinta sopra il capo in modo di croce. Quella corona si fermi nella sommità con una spilla».

E infine un ricordo partecipato per le monache di San Gilberto, la cui «mortificazione della carne era singolare, la fatica continua, il sonno brevissimo, i digiuni continui, i cibi vili, e l’abito aspro»…

Insomma, «moda» monastica, ossessione per la catalogazione e gusto per la definizione fanno di questo Catalogo una piacevolissima (se si prescinde dalle vite che vi si assiepano dietro) e molto istruttiva deviazione, in cui ci si può perdere e – come si suol dire – dimenticare per un po’ gli affanni. E per non perpetuare lo stereotipo dell’esclusiva femminile in campo di moda, prossimamente sfoglieremo anche il volume dedicato agli Ordini maschili, che ha cento pagine di più, tanto per dire.

Arcangela Tarabotti, Lettere familiari e di complimento, presentazione di G. Zarri, a cura di M. Ray e L. Westwater, Rosenberg & Sellier 2005; il Catalogo del p. Bonanni si può vedere qui.

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«Finisco un attimo e arrivo»

Anche quest’anno al Salone del Libro di Torino ho fatto il mio giretto dagli editori che ospitano nel loro catalogo «cose monastiche». La borsa l’ho riempita, devo dire. In particolare mi sono trattenuto a lungo allo stand, piccolo ma dall’altissimo peso specifico, del Centro italiano di studi sull’alto medioevo di Spoleto (CISAM). Quivi ho «sbavato» con dignità sugli strepitosi volumi di «De re monastica», serie della collana «Incontri di studio» che raccoglie atti di convegni internazionali dedicati, come si può intuire, a tale argomento. Alla fine ho comprato (courtesy of sconto fiera offerto dall’editore) Nascita di una signoria monastica cistercense. Santa Maria di Chiaravalle di Fiastra tra XII e XIII secolo, di Francesco Renzi, e Teoria e pratica del lavoro nel monachesimo altomedievale, a cura di L. Ermini Pani, quarto volume di «De re monastica», appunto, con gli atti dell’omonimo convegno tenutosi a Roma e a Subiaco nel giugno del 2013 – uno spettacolo testé pubblicato.

A casa, poi, tutto contento, mi sono messo a leggere quest’ultimo e all’inizio del contributo d’apertura, di Alba Maria Orselli, intitolato Del lavoro monastico – o dei monaci e il lavoro?, mi sono imbattuto in questa frase: «Passata attraverso l’assidua frequentazione delle origini del monachesimo cristiano, […] e ad ogni modo attenta alla prescrizione impreteribile dell’autosostentamento grazie al lavoro delle proprie mani, […] come uno degli elementi costitutivi del profilo del monaco, ero rimasta a suo tempo colpita, e non del tutto favorevolmente, dalla lettura proposta da Carlo Ginzburg nella einaudiana Storia d’Italia del monaco Equizio, il celeberrimo protagonista di una celeberrima pagina dei Dialogi gregoriani».

Urca, celeberrimo e celeberrima, senso di colpa istantaneo. Sono andato subito a vedere. L’abate Equizio è protagonista del capitolo quarto del libro primo dei Dialoghi di Gregorio Magno (composti alla fine del VI secolo) e merita senza dubbio una nota tutta sua. Qui, in relazione al tema del convegno, cioè il lavoro, è bello riportare questa «fotografia».

Giuliano, nobile e dotto emissario del papa, si reca presso il monastero di Equizio, nella campagna romana, per condurre l’abate a Roma «affinché apprenda quale sia l’autorità della norma ecclesiastica». Non lo trova, così chiede ai confratelli («alcuni copisti che trovò intenti a scrivere») dove sia, «e quelli gli risposero che stava falciando il fieno nella valle sottostante al monastero». Da non credere. Così, Giuliano chiama il suo servo, «arrogante e insolente», e lo spedisce a cercare Equizio. Quello parte, bello determinato, ma a mano a mano che si avvicina all’abate contadino comincia a tremare, tanto che quando lo raggiunge gli si butta ai piedi, gli abbraccia le ginocchia e lo informa che il suo padrone è venuto da Roma e desidera parlargli.

Ed Equizio? Equizio, tranquillo, «calzato con scarpe chiodate e con al collo la falce per il fieno», lo saluta e gli dice: «Prendi il fieno verde e portalo da mangiare ai cavalli con i quali siete venuti. Ecco che io, dato che resta poco, finisco il lavoro e ti seguo».

(Gregorio Magno, Storie di santi e di diavoli (Dialoghi), a cura di S. Pricoco e M. Simonetti, vol. I, Mondadori, Fondazione Lorenzo Valla, 2005, p. 41.)

 

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Clausura e cardiochirurgia

Sul numero 1/2015 di «Forma Sororum» si è concluso un ciclo di «Riflessioni sulla clausura» di m. Elena Francesca Beccaria, clarissa. Sono testi tratti da incontri di formazione tenuti in un monastero di clarisse, origine che li rende di particolare interesse: sono, se così si può dire, la relazione di un chirurgo cardiaco, che ha riflettuto a lungo sulla propria pratica, fatta a un convegno di colleghi. Certo che, se così è, che cosa ci vado a fare a un congresso di cardiochirurgia? Che cosa penso di poter capire della materia esposta? La risposta è: niente.

Una cosa, forse, posso dire di averla capita, e cioè che il cuore è un organo complesso e dall’equilibrio delicato. Anzi, lasciamo da parte subito la metafora: la clausura è un meccanismo, no, una condizione complessa e dall’equilibrio delicato; che ha una sua storia, che non è uguale per tutti i monaci e le monache che vi hanno aderito, che anche per chi la sceglie oggi è una strada ardua, priva di automatismi e scorciatoie – forse ancor più per chi oggi vi è chiamato. È la stessa m. Beccaria a parlare di «crisi della clausura», della necessità di ripassarne le strutture fondamentali, ben al di là della «poesia» del fenomeno. Mi pare che dalle sue parole traspaia una tensione accesa, seppure ben dissimulata, tra quello che viene interpretato come un scivolamento sempre più deciso del mondo verso una «antropologia non cristiana» e la costante del significato primo della clausura. Se infatti la clausura è anzitutto una risposta particolare a una particolare chiamata, le conseguenze di questa risposta «sono concrete e costose, non così romantiche», e se non sono ricondotte sempre al suo centro (l’amore di Gesù, una «cosa» davanti alla quale faccio completo silenzio) possono rendere la situazione «intollerabile».

Il mondo, sembra dire m. Beccaria, va da una parte, noi claustrali dall’altra, e ciò nonostante da esso non siamo sganciate, soprattutto da chi lo popola, con un movimento paradossale che ricorda le beatitudini: gli ultimi saranno i primi…, chi si nasconde è tanto più «presente». In fondo un’aria di paradosso, che voglio credere assai proficua per chi la respira, c’è anche, ad esempio, per ricordare un emblema della clausura, nel «valore della grata», che separa per, prima ancora da; o ancora nel fatto che la reclusione ponga un accento fortissimo sulle relazioni fraterne: «Siamo come inchiodate al fianco della sorella, di ogni sorella». La relazione viene vissuta, così, in maniera molto più radicale che nelle situazioni cosiddette normali: la monaca di clausura sta, sta dentro, costantemente, il luogo, la relazione, la preghiera, ecc. Sta lì, credo si possa aggiungere, in attesa.

Io non capisco quando un cardiochirurgo parla di cardiochirurgia, ma in linea di principio credo che sappia di cosa stia parlando, a maggior ragione se ne va della vita di qualcuno. Magari, talvolta, mi disturba un po’ quando suggerisce velatamente che la sua percezione delle cose, da quello che sarebbe il suo punto di vista privilegiato, è più profonda delle altre. La questione qui non è semplice, ma diciamo che se l’affermazione è fatta insieme con passione e con garbo la mia irritazione non dura molto.

m. Elena Francesca Beccaria, o.s.c., Per amore dello sposo celeste. Riflessioni sulla clausura, in «Forma Sororum», 4/2014, 5-6/2014, 1/2015.

 

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Docile

La maggior parte delle traduzioni, arrivata a LXIV, 9 della Regola, là dove Benedetto comincia a illustrare le qualità del buon abate, dice più o meno: «Bisogna dunque che egli sia dotto nella legge divina, affinché sappia e abbia donde trarre il nuovo e il vecchio»; Oportet ergo eum esse doctum lege divina, ut sciat et sit unde proferat nova et vetera.

È una reminiscenza diretta di Matteo, 13, 52, che suggella il lungo resoconto sulle parabole del Regno di Gesù, il quale così conclude: «”Avete capito tutto questo?”. Rispondono “Sì”. Egli disse loro: “Per questo ogni scriba istruito [doctus] nel Regno dei cieli è simile a un padre di famiglia [homini patrifamilias, cioè un abba] che trae fuori dal suo scrigno cose nuove ed antiche [qui profert de thesauro suo nova et vetera]”».

Già è interessante notare che in altre traduzioni del Vangelo quel doctus diventa, ad esempio, «divenuto discepolo»; mentre in alcune versioni della Regola lo stesso doctum diventa «profondo conoscitore».

Ancor più interessante mi pare la sfumatura che Maria Ignazia Angelini, madre benedettina e badessa di Viboldone, introduce in uno dei suoi commenti alla Regola, raccolti nel volume – superdenso – Niente è senza voce. Ragionando proprio sul capitolo LXIV, m. Angelini osserva: «Quando Benedetto dice che l’abate deve essere “docile” (“doctum” deriva, come participio passivo, da doceri) alle Scritture, “ut sciat et sit unde proferat nova et vetera”, “perché sappia e abbia donde attingere cose antiche e nuove”, gli consegna un compito immane. Solo come discepolo delle Scritture, l’abate può “sapere ed essere” (il riferimento è a Mt 13, 52) l’oikodespotés, il “padrone di casa”».

Bello: doctus inteso non come dotto, che ha in sé, oggi, una staticità polverosa e immutabile, bensì come docile. E, giusto per il piacere di voltolarsi nelle parole, non il «docile» più comune, «di persona che si piega facilmente alla volontà di chi ha il compito di guidarla» (Treccani), ma quello dell’altroieri, cioè «disposto ad apprendere quel ch’altri insegna, e approfittarne. Aureo latino, ch’è contratto di Docibilis. Concerne la mente segnatamente; ma perchè la docilità esercita l’attenzione, non può la volontà non ci avere gran parte: onde nel docile è non solo disposizione naturale, ma merito» (Tommaseo).

Maria Ignazia Angelini, Niente è senza voce. La vita monastica oggi, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2007, pp.67-68.

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«I puttini scherzano tra grappoli d’uva»

GuidaVallombrosaGuidaVallombrosaRetro«E quando finalmente, attraverso il cancello in ferro battuto si giunge a vedere completamente la facciata del monastero, ci soffermiamo in ammirazione di quella che, forse, non è un’alta opera d’arte, ma certo è il tangibile risultato di tanti e tanti secoli di pace, di preghiera, di silenzio, di misura, di forza morale nell’isolamento maestoso della montagna, resa solenne dal cupo manto di abeti» (Carlo A. Kovacevich, 1951). Ad accompagnare il mio interesse per le cose monastiche non poteva mancare una passione contenuta per le guide turistiche dedicate alle abbazie. Come tutti, le prendo alla fine della visita, in loco, come souvenir, ma compro anche quelle che trovo sulle bancarelle e nei remainders. Non importa se sono dedicate a posti che non ho visitato e meglio ancora se non sono recenti – il top sono quelle pubblicate nella prima metà del XX secolo.

Mi piacciono molto perché il più delle volte sono scritte bene, spesso con modi un po’ arcaizzanti; talvolta è palese come siano state affidate dall’editore locale allo storico locale, a un professore che finalmente ha potuto vedere il suo nome su un frontespizio, e sono tutte ingessate, con la voce impostata; a volte sono opera di residenti dell’abbazia, come le Révérendissime Père dom Gabriel Gontard, che comincia così la sua guida dell’abbazia di Saint-Wandrille (1954): «Fino all’ultima svolta della strada si susseguono piacevoli paesaggi, ma soltanto coloro che già sanno riconoscono, sulla sinistra, sulla collinetta ombrosa, il muro della clausura che sale il pendio e si perde tra gli alberi. All’improvviso, ecco il monastero, con i suoi alti tetti, a sbarrare la vallata»; a volte ancora sono testi di oscuri e preparatissimi specialisti che vengono ristampati da decenni. Spesso insomma c’è un’aura poetica, ricercata o involontaria, una sensibilità da narrativa fantastica, che deriva dal quasi immancabile contatto tra l’edificio monastico e la natura, la foresta in primis, e ci sono i gusti di chi scrive, senza uno stile personale, ma con quello delle proprie letture preferite.

Come in questa ispirata descrizione del luogo dove sorge l’oratorio (ricostruito) dell’eremita irlandese san Finn Barr, sull’isola di Gougane Barra: «La natura è stata generosa qui e pochi luoghi possono dirsi superiori per luminosità e grandiosità. Lo sfondo del cielo blu, al mattino, o cremisi, al tramonto, il grigio delle rocce e il violetto dell’erica, interrotto da macchie di verde, il gioco di luci e ombre sulla collina e lungo la valle, il riflesso degli alberi nelle acque del lago, che scintillano nello splendore mattutino o brillano ai raggi rossastri del sole che se ne va – cos’altro può desiderare uno spirito artistico?» (rev. C.M. O’Brien, 1902).

GouganeBarra

L’oratorio (ricostruito) di Finn Barr a Gougane Barra (foto Potts)

I «dati tecnici», le informazioni e i fatti sono esposti con stile fermo e severo, ma soprattutto preciso e misurato: stiamo descrivendo, ma non siamo immuni al fascino di ciò che descriviamo. Come in questo paragrafo dedicato alle decorazioni del chiostro piccolo della Certosa di Pavia: «Ammirevoli, come s’è detto, sono le terracotte, che ornano le arcate: in ciascun pennacchio un angioletto sostiene una mensola con un vaso fiorito, da cui escono tralci di vite che girano intorno agli archi, formando un leggiadrissimo fregio; i puttini scherzano tra grappoli d’uva, con gli uccelli che ne beccano i chicchi: una corda a festoni di frutta forma il pennacchio che racchiude il medaglione figurato tra arco e arco. Da esso sporge il busto del Santo, del Profeta, del frate, modellati con stupendo senso realistico e poderoso impeto statuario» (Antonio Morassi,1966).

E poi c’è il corredo iconografico, che può essere molto prezioso, a causa della sua provenienza pre-Internet: cartine, ricostruzioni, mappe, stampe, incisioni e vecchie foto, splendide, come questo set ancora da Saint-Wandrille.

da "L'Abbaye Saint-Wandrille de Fontelle", 1954

da “L’Abbaye Saint-Wandrille de Fontenelle”, 1954

Il Tempo scorre potente in queste pubblicazioni, e ogni suo segno – la macchia, il sottile odore di muffa, il punto metallico arrugginito – non fa che aumentare il fascino se vogliamo un po’ «escapista» che promanano. Pazienza. Se mi vedete chino a frugare nello scaffale basso di una bancarella, è possibile che abbia trovato un piccolo tesoro: un giacimento di quei meravigliosi (anche da un punto di vista tipografico) volumetti azzurrini del Ministero della Pubblica Istruzione, gli «Itinerari dei musei e monumenti d’Italia».

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Il collo di san Bernardo

C’è un piccolo episodio della vita di Bernardo di Chiaravalle in cui mi sono già imbattuto più volte, senza poterne però apprendere ancora la fonte. Mi piace molto per la sua potenza, diciamo così, teatrale. È un episodio avvenuto a Verfeil (Viridi-folio), probabilmente intorno al 1145, quando in effetti Bernardo si trovava nel sud della Francia, su invito del cardinale Alberico, legato di papa Eugenio III, per combattere gli eretici seguaci del monaco Enrico.

In quegli anni Bernardo si allontana da Clairvaux sempre più malvolentieri, non soltanto per motivi di salute. È ragionevole pensare che viaggi con un piccolo corteo di confratelli, dotato di varie cavalcature. A 55 anni il grande abate è un uomo vecchio, ampiamente provato nel fisico, malato, stanco; ma è comunque Bernardo di Chiaravalle, il padre del ricco e potente ordine cisterciense, una delle figure più rispettate della cristianità, della quale si dice che sia il vero papa, e non il suo ex confratello e discepolo Eugenio.

Uno dei punti cruciali della predicazione eretica è proprio la ricchezza ecclesiastica e il richiamo alla povertà di ispirazione evangelica. Quando Bernardo attacca il suo sermone, forse sul sagrato della chiesa principale, «un eretico gli fece notare, ironicamente, quanto grasso e ben pasciuto fosse il mulo ch’egli cavalcava» (anche l’impertinente Walter Map, tra l’altro, nel parodiare un miracolo del santo fa menzione della sua «asinam magnam»).

Ed ecco la scena madre, che mi piace immaginare preceduta e seguita da un silenzio teso e profondissimo: Bernardo non risponde, lo sguardo fisso nella direzione donde è venuta la voce. Un suo monaco gli si avvicina lentamente, con due dita prende il cappuccio del saio del suo abate e lo tira, scoprendo il capo e soprattutto il collo di Bernardo.

Un collo magro e segnato da oltre vent’anni di digiuni e penitenze.

(L’ultimo incontro con questo episodio l’ho avuto grazie a Raoul Manselli, Evangelismo e povertà, in Il secolo XII: religione popolare ed eresia, Jouvence 1995, pp. 47-66.)

 

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Urca se scottano ‘ste lasagne!

Oggi ci divertiamo con una novella del notaio bolognese Giovanni Sabbadino degli Arienti, la 46ª delle sue Porretane, date alle stampe nel 1483. L’altro giorno, scorrendo un indice bibliografico, ne ho letto il titolo-argomento, e non ho potuto resistere: «L’abbate de Sancto Proculo, mangiando cum li soi monaci lasagne, se scotta la boca: dove l’uno de l’altro se trova ingannato».

Nel 1388 l’abate dell’abbazia di san Procolo a Bologna, «officiata da’ devotissimi religiosi negri de san Benedecto», in seguito a una terribile pestilenza si ritrova solo con due monaci, Domizio e Martino. «Or avvenne che, avendoli fatto uno venerdì, giorno di passione, il cuoco loro uno buono catino de lasagne cum buono caso gratusato a disenare», l’abate non riesce a trattenersi, tanto è invitante il profumino, e ne prende subito un boccone. Si scotta, ovviamente, e si trattiene dal rigettarlo per non dare cattivo esempio agli altri. Solo che nello sforzo, gli viene da piangere, «la qual cosa vedendo don Domizio e credendo che l’abbate se fusse dato qualche ambascia», gli getta in faccia «megio bichiero de vino bianco dolce» e gli chiede: «Oimè, patre mio, che aveti voi? Che doglia ve tormenta ora, che cusì piagneti?»

L’abate, colto in contropiede, butta giù le lasagne roventi e, con gli occhi che gli bruciano per il vino, risponde che gli sono venuti in mente i confratelli morti: «Figliuol mio, el m’è venuto or ora una tenerezza de cuore, che giamai non ebbi la magiore, essendome ramentato che, mangiando altre volte lasagne qui, le mense de questo refettorio erano tutte piene de’ nostri fratelli, che testé non siamo se non tre». Domizio lo invita alla pazienza e si serve delle lasagne. Anche lui si scotta e mentre anche a lui scappa la lacrimuccia, capisce perché piangeva l’abate (ah, ecco perché…), che «avidutosene, li disse: “Perché piangeti vui, don Domizio?” A cui esso rispose: “Patre mio, piango io ancora de quello aveti pianto vui”», oh, ma per chi m’hai preso?.

È la volta di Martino, che, «posto lui ancora il cochiaro nel catino, ne prese una bona menata», e si scotta, e piange e si mette a soffiare, «il che vedendo l’abbate, cum suo gran piacere disse: “Che v’è intravenuto, don Martino, che sì soffiati?” E lui gettando presto fuori el boccone, respose: “Io piango che Dio se ha tolto i buoni e lassato li cativi, poiché l’uno de l’altro siamo traditori”». E dà una manata nel piatto, facendo schizzare il sugo in faccia all’abate. Il momento è teso, ma poi Domizio, «essendo giovene e de piacevole natura» scoppia a ridere, e l’abate, sapendosi in cuor suo colpevole per primo, si limita a un rimprovero: «Don Martino, a’ religiosi non conviene scandeligiarse; la nostra professione rechede pazienzia, e l’abito umiltà: e voi avete questa sancta virtù preterito, dove sieti degno de grave penitenzia. Ma voglio più sia la mia clemenzia che ‘l vostro peccato, il quale ve perdono: ma per l’avenire guardativene».

Detto questo, chiama il cuoco, «che era tedesco», e gli ordina altre lasagne. Cavoli, commenta il cuoco, vi siete già spazzati la prima portata? «”Che ve venga el cacasangue!”, prima blastema che imparano li alamanni quando in Italia vengono». I tre monaci allora si mettono a ridere e «dimenticandose la scotatura e l’occorso scandolo, insieme cum li compagni cum piacere mangiarono il secundo catino de lasagne».

(Ho letto, e citato, il testo da Novelle del Quattrocento, a cura di G.G. Ferrero e M.L. Doglio, UTET 1981, pp. 263-66; ma la si può agevolmente trovare, ad esempio qui e qui: merita!)

 

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