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Termodinamica monastica

Come potevo resistere davanti a un titolo del genere…

Termodinamica monastica. La Legge di Murphy in convento è un piccolo libro a suo modo sorprendente. Scritto da Gaetano Lo Russo, padre rogazionista (i Rogazionisti sono una congregazione dedita in particolare alla «cura» delle vocazioni), è diviso in due sezioni, che, diversamente dalla maggior parte dei volumi, corrono parallele, una sulle pagine pari e una sulle dispari. Il Dizionario breve, che occupa le pari, è una serie di brevi storie raccolte dall’autore durante tanti anni di attività sacerdotale e di viaggi: incontri, vicende esemplari, tristi e lievi, osservazioni e momenti curiosi narrati con garbo e semplicità.

La sorpresa è nelle pagine dispari, la Termodinamica monastica, in cui sono allineate, proprio alla maniera dei volumetti della Legge di Murphy, leggi, appunto, corollari, considerazioni, vere e proprie battute sulla vita religiosa: molte legate ai valori che la ispirano, altrettante francamente spiritose su aspetti per così dire meno nobili della vita dei monasteri, o che ironizzano con gusto  su problemi e questioni anche spinose, e molte altre ancora che con un sorriso rivelano uno sguardo critico, forse un po’ rassegnato, su certe dinamiche della vita comunitaria non del tutto edificanti.

D’altra parte, dopo un inizio che recita così: «Motto di S. Agostino. Ama e fa’ ciò che vuoi», «Variante del Re David. Sì, ma stai attento con chi lo fai», ci si può aspettare di tutto.

Non mi resta che scegliere qualche esempio e strizzare l’occhio al padre rogazionista.

  1. Dilemma del pacco dono. La vocazione è un dono di Dio? Ma chi l’ha detto che era per me?
  2. Camel Trophy 1. È più facile far passare un cammello attraverso la cruna di un ago che far passare un postulante dal postulantato al noviziato.
  3. Sulle famiglie religiose 1. I Salesiani sono dappertutto, i Gesuiti ci sono già stati, i Rogazionisti vorrebbero andarci.
  4. Ammonimento di Maccari. L’attività del monaco cretino è molto più dannosa dell’ozio del monaco intelligente.
  5. Legge di Shanahan. La durata di una riunione aumenta col quadrato del numero dei frati presenti.
  6. Corollario di Tommaso da Kempis. Se vuoi vivere con Cristo crocifisso, entra in convento. Se vuoi vivere con Cristo risorto, resta dove sei.
  7. Assioma di Twain. Le cose buone nel convento: o sono contro la Regola, o offendono il Superiore, o fanno ingrassare.
  8. Mancanze. Due cose mancano quasi sempre in comunità: le chiavi dell’automobile e l’automobile.
  9. Amarsi ma non abbracciarsi. Con gli anni i frati diventano come i porcospini. Se lontani, vorrebbero avvicinarsi, se vicini, si pungono l’un l’altro.
  10. Tempi forti. I tempi forti della vita del frate: Natale, Pasqua, il 2° tempo di Inter-Juve.

Un trittico dedicato alle suore.

  1. Costante dei convegni. Un relatore e un numero infinito di suore.
  2. Considerazione di suor Scolastica. La cosa che tu hai appena finito di fare la tua tua consorella più antipatica l’aveva già fatta ieri.
  3. Breve di suor Germana. Ne uccide più la lingua che la spada. Ma anche la cucina del monastero non scherza.

E una chiusa che non ti aspetti.

  1. Seconda regola del predicatore. La miglior predica deve assomigliare a una minigonna: corta, aderente alla vita e aperta al mistero.

Gaetano Lo Russo, Termodinamica monastica e Dizionario breve di varia umanità, Editrice Rogate 2009.

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Io a Lione non ci vengo (miniatura di Eucherio con signora)

Seguendo le vicende di Eucherio di Lione, figura importante del monachesimo occidentale del IV secolo e vicino all’ambiente di Lerins, ho provato a consultare la voce che Adone di Vienne (vissuto circa quattrocento anni dopo) dedica al vescovo nel suo Martirologio (16 novembre). Sono, e rimango, molto prudente circa le mie capacità di capire il latino medievale, ma questa volta il senso generale mi pare di averlo compreso…

Adone racconta che Eucherio ha lasciato l’ordine senatoriale per convertirsi a una vita santa, ritirandosi in una grotta, su un terreno di sua proprietà presso il fiume Druenza (la Durance), a digiunare e a pregare. Alla morte del vescovo di Lione, la comunità locale si domanda chi possa essere il successore e, nel dubbio, invoca il Signore che lo riveli. Appare dunque un angelo con volto di bambino che dice: «C’è un certo senatore, si chiama Eucherio, che, chiusosi in una caverna sul Druenza, ha lasciato tutto ciò che possedeva e ha seguito il Signore; andate a prenderlo e fatene il vostro pastore, poiché è il prescelto dal Signore».

Il mattino dopo si va, in gruppo. Si contatta l’arcidiacono della zona e si raggiunge il luogo. Eucherio è proprio lì, sicut Dominus revelerat. Quando gli riferiscono il motivo della visita, Eucherio risponde che lui, dalla grotta, di sua volontà, non esce. Ha giurato e quindi non seguirà l’arcidiacono, a meno che non sia condotto via incatenato.

A quanto pare la cosa va un po’ per le lunghe, Eucherio è inamovibile («Cumque diu talia repeteret»), tanto che l’arcidiacono, uomo pratico, butta giù un lato della grotta e, imprigionatolo, trascina Eucherio a Lione: «Archidiaconus, effracto muro speluncae, eduxit eum, et juxta quod ipse juraverat, vinctum perduxit Lugdunum». Qui, Eucherio è subito installato, per acclamazione, sulla cattedra vescovile.

Ma ecco quello che stavo cercando (il tema è quello della coppia nell’ambito del monachesimo delle origini, e prima o poi forse ne verrà fuori qualcosa…), la moglie di Eucherio e la famiglia: «Sua moglie Galla, consacrata al santo servizio divino, prese il suo posto nella grotta e passò tutto il tempo della sua vita nello studio della religione. Le loro due figlie, Consortia e Tullia, risplendettero per la grazia della verginità e la gloria delle profezie.»

(Per chi volesse, il testo di Adone si può leggere qui, alla colonna 395.)

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The Monastery

Quando esploro le librerie di remainders, e non ho troppo tempo a disposizione, attivo una serie di alerts per i titoli contenenti parole che mi interessano. L’ultimo ritrovamento ottenuto con questo metodo è The Monastery, by F. Majdalany, un libretto stampato a Londra da John Lane the Bodley Head Ltd. nel 1945 (in complete conformity with the Authorized Economy Standards). È un breve ma esauriente resoconto degli ultimi mesi della battaglia di Cassino dal punto di vista del maggiore Fred Majdalany, del 2° Battaglione, 78ª Divisione, Ottava Armata. È un testo scritto in una lingua sorprendentemente piacevole che, oltre ai fatti, offre un quadro molto interessante della mentalità del soldato inglese di fanteria, non senza una dose di senso dell’umorismo (reso possibile, probabilmente, dall’essere scritto da un vincitore).

A parte ciò, è dominato, sin dal titolo, da un protagonista d’eccezione: l’abbazia di Monte Cassino, il Monastero, la chiave del sistema difensivo tedesco della Linea Gustav: «Coloro che combatterono a Cassino ricorderanno soprattutto il monastero fondato da san Benedetto. Ricorderanno per sempre come esso dominasse e oscurasse i loro corpi e le loro menti nei lunghi mesi dell’inverno 1944». Benedetto d’altronde, nota il maggiore, «non soltanto possedeva un sentimento profondo dei valori spirituali e intellettuali, ma anche un occhio particolarmente acuto, in senso militare, per il terreno»: l’abbazia, in posizione perfetta per controllare la valle del Liri (la via per Roma), era praticamente inespugnabile.

Eccola, la collina del monastero, apparire da lontano. Sulle sue scarpate si sono schiantati i neozelandesi, poi è stata presidiata dai nepalesi e adesso è la volta del battaglione del maggiore Majdalany, che la deve presidiare per quattro settimane. Di giorno tutti al coperto e immobili, troppo esposta qualsiasi postazione, di notte un’estenuante attesa degli eventi e un continuo scambio di colpi di artiglieria con i Boche, i tedeschi. Ogni punto visibile dell’edificio è contrassegnato da una sigla su una mappa e, mentre a casa, sui quotidiani, i vescovi si scagliano contro la necessità di bombardare l’abbazia di san Benedetto, gli artiglieri consumano le riserve di bombe al fosforo contro lo sleeping monster: «A mano a mano che l’oscurità calava, le esplosioni dei proiettili diventavano più luminose. E quando avevamo colpito tutti i bersagli possibili ordinavamo un’ultima scarica di colpi, solo per il piacere di vedere la silhouette della maestosa rovina illuminarsi per un momento… in tutta la sua lunghezza».

S’inventano nuove soluzioni, gli artiglieri, oppure si mettono a sparare perché sentono giungere dall’alto le note di Lili Marlene, o ancora si eccitano all’arrivo di un grosso cannone americano (soprannominato Horace) col quale finalmente possono colpire il Monastero in cima e non solo sui fianchi («L’abbiamo imbottito per bene, quel bastardo», dopo 43 colpi andati a segno). Ma lo stallo permane, al buio segue la luce, alla luce il buio, niente da fare: «Il dominio del Monastero era completo. Dominava ogni pensiero, ogni speranza e ogni timore. Non era più solo il simbolo, bensì l’incarnazione stessa della resistenza. Gli uomini che lo difendevano avevano perso importanza. Ora il nemico era il Monastero stesso. La parola attraversava ogni conversazione col ritmo monotono e instancabile del ruote di un treno – il Monastero… il Monastero… il Monastero…»

Dopo quattro settimane si presentano i polacchi a dare il cambio, e il battaglione si ritira nelle retrovie a riposarsi e ad aspettare l’ordine dell’offensiva decisiva, che puntualmente arriva, di notte. E il Monastero è ancora lì, che emerge dalla nebbia di una mattina di maggio «come un boxeur che si toglie l’accappatoio per salire sul ring per l’ultimo round».

Giovedì 18 maggio l’aggiramento è completato, la battaglia è vinta e i polacchi sono entrati nell’abbazia. La fanteria inglese si allontana sui camion, gettando un ultimo sguardo a Monte Cassino: «Se Benedetto fosse stato sul retro di uno di quei camion, forse si sarebbe lasciato scappare un sorriso. Non avrebbe potuto sentirsi altro che orgoglioso che la sua abbazia, distrutta ma ancora nobile, fosse diventata il memoriale della muta grandezza del soldato semplice di fanteria».

 

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E dai, almeno uno…

«Risulta che vi sono nello Stato 490 conventi. Il ministero mi vuol proporre di sopprimerli tutti? Io gli dò il mio suffragio con grande esultanza. Vuol sopprimerne la metà? Io mi rassegno e voto per l’abolizione di 245 conventi. Mi chiede di sopprimerne 100? Io voto per 100. Vuol sopprimerne 10? Io voto per 10. Vuol sopprimere un convento? Io voto per la soppressione di un convento. Vuole abolire un frate? E io voto per l’abolizione di un frate! Ricusar in politica un atomo di bene perché a un maggior bene non si può conseguire, è ai miei occhi un error grande.»

Così il deputato Angelo Brofferio (1802-1866) nelle discussioni parlamentari per la legge Rattazzi del 1855, provvedimento che sopprimeva alcuni Ordini e Istituti religiosi nel Regno di Sardegna. La legge n. 878 del 29 maggio 1855 e il successivo Regio decreto n. 879 del 29 maggio 1855 si possono leggere con grande interesse qui e qui.

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Fratello Ludwig

Grazie al prezioso suggerimento di un lettore molto avvertito ho acquistato il libro Devi cambiare la tua vita del filosofo tedesco Peter Sloterdijk. Prima di sistemarlo nella coda di lettura, ho dato un’occhiata all’indice e ho notato il titolo di un paragrafo che mi ha fatto sobbalzare: «La regola monastica di Ludwig Wittgenstein». Quando? Dove? Cosa?

Vi si analizza una breve frase, del 1949, tratta dalla raccolta dei Pensieri diversi, che recita: «La cultura è una regola monastica. O almeno presuppone una regola monastica» – e io non l’avevo notata!? Il traduttore avverte che ne ha modificato la traduzione per essere più aderente all’argomentazione di Sloterdijk. Nella versione italiana di Wittgenstein (Michele Ranchetti, 1980) infatti si legge: «Civiltà è una regola di un ordine. O almeno presuppone una regola» – ah, ecco perché! Poi però sono andato ugualmente a prendere il volume per controllare e, surprise, ho trovato: «Civiltà è regola di un ordine religioso. O almeno presuppone una simile regola» – ah!, nella nuova edizione del 1988, quella in mio possesso, ha aggiunto «religioso»…

Al di là di questa divagazione pedante, la frase è molto interessante e non sono affatto stupito che Wittgenstein faccia riferimento alla «regola monastica» (Ordensregel), e non tanto per i possibili riscontri biografici, cui anche Sloterdijk accenna, bensì per la tonalità di tanti atteggiamenti di Wittgenstein e di molti suoi scritti (per quello che ne ho capito, s’intende). Devo ancora leggere il libro, per collocare correttamente quanto espresso nel paragrafo in questione, ma mi hanno colpito le considerazioni di Sloterdijk: «Tutto induce ad affermare che, sul momento, [Witt.] non fosse tanto interessato alla parola “cultura”, sotto la quale avrebbe subito percepito delle cavità se avesse voluto approfondire l’analisi, quanto piuttosto l’espressione “regola monastica”», un concetto – una «cosa» – che si avvicinerebbe molto a ciò che intendeva per «grammatica», cioè «un set di prescrizioni non ulteriormente fondabili, la cui summa produce un modo di vivere» e che può essere compreso soltanto da chi si muove al suo interno.

Caratteristica di ogni regola, secondo Sloterdijk, è l’obbligo per i monaci e per le monache di svolgere qualsiasi attività con una certa «cautela meditativa», senza mai abbandonarsi all’abitudine e anzi avendo sempre presente l’incombere del comando del superiore. La vita monastica è diversa da quella «normale» per l’adesione esplicita a un complesso di prescrizioni (cosa che non ci viene chiesta quando facciamo parte di una comune «cultura»), per l’obbedienza e per l’assenza della «divisione del lavoro tra i sessi», con particolare riguardo alla procreazione. «Evidentemente – prosegue Sloterdijk – Wittgenstein voleva alludere a qualcos’altro» e precisamente al «modo di vivere associato» che può essere definito «cultura» e «può essere paragonato all’esistenza secondo una regola monastica».

Un modo di vivere «sgravato» dalle conseguenze della sessualità, improntato a severità, vigilanza ed essenzialità e fondato arbitrariamente «come le determinazioni grammaticali di qualsiasi lingua naturale». E carico di una dinamica separatista: «L’impiego del concetto di “cultura” da parte di Wittgenstein non lascia alcun dubbio: ai suoi occhi, la cultura nel senso più esigente del termine nasce solamente per separazione di chi è davvero colto (Kultiviert) dalla restante “cultura”, o cosiddetta tale, ossia quel confuso aggregato di abitudini buone o cattive che, nel loro complesso, non producono più della consueta “sozzura”».

Nientemeno… Sarà meglio che lo legga in fretta, questo libro…

Peter Sloterdijk, Devi cambiare la tua vita. Sull’antropotecnica, a cura di P. Perticari, traduzione di S. Franchini, Cortina 2010, pp. 165-69 (e Ludwig Wittgenstein, Pensieri diversi, a cura di M. Ranchetti, Adelphi 1998, p. 155).

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Rilassarsi con le cronotassi

Dicesi «cronotassi» un elenco in ordine cronologico delle persone che hanno ricoperto una determinata carica e, nel campo degli studi monastici, le «cronotassi abbaziali» sono gli elenchi degli abati di una determinata abbazia. Sono il risultato di un lavoro d’archivio minuzioso ed estenuante e sono più che altro strumenti di lavoro per altri studiosi alla ricerca di dati e informazioni. Non sono, insomma, testi «di lettura».

E tuttavia le cronotassi sono, a loro modo, affascinanti. L’ultima nella quale mi sono imbattuto occupa quasi novanta pagine del numero di gennaio-giugno 2011 di «Benedictina», porta il titolo di Contributo alla cronotassi abbaziale del monastero di S. Lorenzo di Aversa (secc. XVI-XIX) ed è firmata da Faustino Avagliano. Il suo significato storiografico è ben riassunto nell’introduzione: «Consapevoli dell’importanza di disporre delle liste abbaziali quanto più possibile complete, perché come è stato notato di recente “la storia di un’abbazia benedettina si scandisce anzitutto attraverso la successione dei suoi abati”, ben volentieri ci siamo assunti questo “compito primario di una ricerca di storia monastica [che] è l’allestimento di una cronotassi abbaziale…”».

Le cose curiose sono molte, a partire dall’elenco degli abati medievali di San Lorenzo che precede il «Contributo», da Gualterius (1055) ad Aloysius de Aragonia (1514); dal quale elenco emerge ad esempio un «Bonus-homo» nel 1182, oppure un «Ioannes de Aragonia cardinalis, filius Ferdinandi regi» nel 1485, o il fatto che dal 1404 cominciano a comparire i cognomi, al tempo degli abati commendatari quando «in monasterio erant solum duo monachi». La cronotassi vera e propria inizia con il 1514, anno in cui il monastero è aggregato alla Congregazione Cassinese, e si conclude nel 1807 con la soppressione napoleonica (oggi la gran parte degli edifici ospitano la Facoltà di architettura «Luigi Vanvitelli» dell’Università di Napoli); il primo abate è d. Michele Magdalena da Montescaglioso e l’ultimo attestato è d. Vincenzo Rogadei da Bitonto nel 1804.

L’entrata tipica recita così: «1784, 1 maggio – D. Benedetto Tresca da Lecce, abate. Nel Capitolo Generale del 1784, celebrato il 1 maggio a S. Giustina di Padova, è eletto abate di S. Lorenzo di Aversa d. Benedetto Tresca da Lecce, professo di S. Lorenzo di Aversa il 2 agosto 1757. In pari data è eletto priore di S. Lorenzo di Aversa d. Carlo Ruggiero da Salerno; d. Romualdo Calò da Bari è invece nominato maestro dei novizi, mentre d. Francesco Saverio Fazzari da Tropea è nominato cellerario. Sono invece trasferiti a S. Lorenzo da Piacenza, d. Giuseppe Sanseverino a Catacio, lector; da S. Caterina di Genova, d. Raffaele Mazzola di Aversa; da Arezzo, d. Giovanni Battista di Arezzo; mentre d. Casimiro della Valle di Aversa è assegnato al monastero di Bologna».

E via, anno dopo anno, una sfilata di nomi: monaci che sono trasferiti da un’abbazia all’altra, nominati priori, tesorieri, cellerari, maestri dei novizi, visitatori; abati di un solo anno o per diciassette volte (come, mi pare, Isidoro del Tufo); nomi che tradiscono origini nobiliari (d. Giacomo I Perez-Navarrete) e monaci dei quali «non è riportato il nome»; abati di «singolare prudenza e solerzia» o il cui governo «non fu mai troppo felice», abati che fondano accademie, costruiscono, restaurano, partono in missione su incarico papale; e poi la rete fitta delle abbazie cassinesi e l’eco delle vicende della politica (Masaniello nel 1647, p.es.).

Un lungo corteo di morti, che suscita nel lettore che procede senza soffermarsi troppo (so già che tutto o quasi dimenticherò), unito all’ammirazione per l’estensore della cronotassi, un vago senso di vertigine – il senso della storia.

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Valtario, or: Once a warrior, always a warrior

Una buona parte del Libro secondo della Cronaca di Novalesa (metà del XII secolo; anche della Novalesa, che tra l’altro è un gran bel posto) è occupata dal racconto della leggenda di Valtario. In esso, spiega Gian Carlo Alessio, ottimo curatore dell’edizione, «il cronista salda in serie due versioni della leggenda: quella costruita con le vicende del Valtario monaco e, preoccupato di attribuire consistenza storica alla figura, quella imperniata sulle imprese di Valtario guerriero, a volte riproducendo integralmente, a volte riassumendo, anche sbrigativamente, il poema epico consacrato alle gesta dell’eroe aquitano». Le questioni filologiche che il testo solleva sono da vertigini, e non posso che rimandare agli esaurienti apparati del volume, ma c’è un episodio gustoso che può essere estrapolato in nome del piacere della narrazione agiografica ed esemplare (d’altra parte, lo stesso cronista confessa un debole per il gusto del racconto: «Poiché si è presentata una buona occasione per dilungarci a narrare, il nostro racconto si è un po’ sviato, ma è bene che ora torniamo a occuparci della nostra storia», II, 5).

Diciamo, riassumendo all’estremo, che Valtario, nato da re, è stato dato in ostaggio ad Attila, presso la corte del quale è cresciuto, tanto forte, saggio e leale da arrivare a guidarne l’esercito con innumerevoli successi: un grande guerriero valoroso e temuto. Che però non ha mai dimenticato la sua origine e che alla prima vera occasione è fuggito per «tornare a casa». Varie vicende lo hanno portato a peregrinare, ad abbandonare le armi, a farsi monaco, dapprima itinerante e infine stabile proprio all’abbazia di Novalesa.

Ed è lì che lo troviamo, anziano, ancor più saggio e rispettato dal suo abate Asinario, quando al monastero giunge la notizia che un gruppo di «famigli del re Desiderio» (re dei Longobardi dopo il 750 – anche da questo si può evincere che la scrupolosità cronologica non era tra gli scopi del cronista) ha assaltato il «carro padronale» dell’abbazia, carico del grano e del vino destinati ai monaci. Dopo breve consulto, l’abate spedisce Valtario all’inseguimento dei predoni: «Li esorterai a restituirci con sollecitudine le provviste che ci hanno strappato con la violenza, se non vorranno incorrere fulmineamente nella grave ira di Dio».

Valtario, adesso monaco, ma un tempo abile stratega e previdente, chiede istruzioni precise: cosa farò se mi vorranno privare della tunica, della cocolla, della pelliccia e della camicia? L’abate non ha esitazioni: dà loro tutto, perché «così ti è stato ordinato dai monaci». «Allora Valtario: “Mio signore, non spazientirti se ancora insisto: come dovrò comportarmi se anche con le brache vorranno fare quello che prima avranno fatto col resto?”» Le brache no, risponde Asinario, basta il resto. Okay, vado.

«In breve tempo» raggiunge i predoni e li invita umilmente a rimediare alla loro scelleratezza. Quelli lo ingiuriano. Valtario riprova con parole più decise. Quelli si arrabbiano e lo fanno spogliare. «Giunti alle brache [lo sapevo che si finiva lì…], Valtario fece a lungo resistenza, dicendo che i monaci  non gli avevano affatto comandato di togliersi le brache.» E chi se ne frega dei monaci, ribattono i longobardi, mettendogli le mani addosso. Non l’avessero mai fatto…

«Senza farsi notare» Valtario stacca una staffa da una sella e la vibra sulla testa di uno dei predoni, poi gli prende le armi e si mette a menare colpi tremendi, «finché, guardandosi attorno, adocchiò un vitello che pascolava, lo abbrancò, gli divelse una spalla con cui si mise a percuotere i nemici». A quello che gli aveva dato più fastidio cercando di togliergli i sandali, mentre era chino, tira sul collo «un pugno così poderoso da rompergli l’osso e da mandarglielo in gola». Molti li uccide, gli altri li disperde. Infine la raccoglie le sue cose, recupera il carro e torna al monastero vincitore.

L’abate, però, già informato dei fatti, accoglie Valtario con gemiti e preghiere e gli infligge una dura penitenza, «perché non mostrasse superbia nel corpo per un così grave misfatto e ne patisse poi danno nell’anima».

Non è fuori luogo, come dice il curatore, ricordare qui l’exemplum «che anche oggi proverbialmente si riassume nel vulgato (eufemistico) “non calare le brache”, vale a dire nell’invito a non cedere senza resistere dinanzi alle difficoltà».

Cronaca di Novalesa (II, 10-11), a cura di G.C. Alessio, Einaudi 1982.

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Ciliegie 2, o: l’abate Gandalf

L’ho già fatto e lo farò ancora. Periodicamente m’imbatto in nomi troppo «divertenti», e me li devo segnare…

1. Ottato di Milevi
2. Febadio di Agen
3. Restituto di Cartagine
4. Eustazio di Sebaste
5. Teodoro di Mopsuestia
6. Maratonio di Nicomedia
7. …

Avevo quasi completato questo elenco di nomi curiosi quando mi sono fermato. In questo momento sulla scrivania ci sono: una ghiottissima Storia del monachesimo occidentale. Dal Medioevo all’età contemporanea (di Mariano Dell’Omo), nuova di zecca; la fondamentale Vita di santa Macrina di Gregorio di Nissa e il sorprendente Commonitorio. Estratti di Vincenzo di Lérins (dal quale stavo estraendo il secondo «undici»).

Non ho finito con i monaci, anzi, non credo che finirò mai, anzi, ho appena cominciato. Mi sforzerò di leggere quello che c’è scritto senza travisarlo, seguirò di nota in nota tutto quello che mi riuscirà, ascolterò. Però sarei disonesto se non confessassi che quando leggo i «miei» monaci mi sento – anche? in fondo? sotto sotto? talvolta? – non molto diverso da quando leggo Il Signore degli Anelli.

Bella scoperta, si dirà.

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Rasoi e dissonanze (I demoni di Cesario, pt. 2)

(la prima parte è qui)

Sì, il testo di Cesario di Heisterbach sul commercio tra gli uomini e i demoni mi è proprio «piaciuto»: l’ho sottolineato parecchio e non posso trattenermi da tre ultime note (tutto è lecito per ricordare ciò che si è letto).

1. Non tutti i demoni sono ugualmente malvagi, poiché se alcuni si associarono a Lucifero nel ribellarsi a Dio, altri «si limitarono ad acconsentire». Questi ultimi sono consapevoli di ciò che hanno perduto e sono persino capaci di pentimento. Ecco come si esprime uno di loro: «Se vi fosse una colonna di ferro arroventato, munita di lame e rasoi affilatissimi [columna ferrea et ignita, rasoriis et laminis acuminatissimis armata], che dalla terra si levasse fino al cielo, fino al giorno del giudizio, e se avessi anche un corpo in cui potessi soffrire, sarei disposto a trascinarmi lungo di essa, ora salendo, ora scendendo, pur di tornare alla gloria in cui ero».

2. Secondo Cesario è più corretto parlare di individui ossessi, cioè «assediati», e spiriti ossidenti, cioè «assedianti», poiché il demone, per essenza, non può entrare nell’anima, che si limita appunto ad «assediare». Soltanto lo spirito santo vi può penetrare, «al contrario, lo spirito maligno, essendo fuori… rispetto la sostanza, introduce la sua malizia come se fosse una freccia, ispirando cose malvagie e disponendo la mente ai vizi». Il corpo, quello sì, può essere posseduto: «Quando si dice che il diavolo è nell’uomo non si deve intendere in relazione all’anima ma al corpo, perché nelle sue cavità e nei visceri che contengono gli escrementi [in visceribus ubi stercora continentur] ci può stare anche lui».

3. Le levatacce per l’ufficio notturno hanno sempre colpito l’immaginazione di chi si interessa alla vita monastica: quanta forza di volontà, e il freddo, e il sonno. E infatti è lì, nel coro popolato da ombre lente, che qualche volta saranno più stanche e meno concentrate, che i demoni colpiscono, in particolare i demoni della dissonanza o, chissà, quelli della dodecafonia… L’abate Ermanno ne ha parecchie da raccontare a riguardo. Come in quell’occasione in cui i demoni nella parte destra del coro «si fecero così numerosi che… i monaci commisero subito un errore nel salmo. Quando il coro di fronte cerco di correggerli, i demoni volarono dall’altra parte e, mescolandosi, tra i monaci, crearono tanto scompiglio che questi non sapevano più cosa stessero cantando. Una parte del coro gridava in contrasto con l’altra». Ermanno, a quel tempo priore, insieme all’abate Eustachio, intervenne ma, «pur mettendovi tutto l’impegno possibile», non riuscì «a ricondurli sulla traccia melodica della salmodia, né a ricomporre la dissonanza delle voci. Alla fine, condotto a termine in qualche modo, a fatica e in modo disordinato, quel salmo breve e assai usuale, il diavolo, origine di ogni confusione, se ne andò». Per non parlare di quando un giovane monaco, «mal sopportando di intonare il salmo in maniera sommessa, alzò la melodia di quasi cinque toni» e di nuovo scoppiò un putiferio tra le due ali del coro: alcuni fratelli gli si accodarono, altri, «per lo scandalo e la dissonanza», smisero di cantare. «Dal che si desume – commenta Cesario – come a Dio sia più gradito un canto intonato in modo sommesso e con animo devoto piuttosto che voci innalzate magari fino al cielo, ma con presunzione». Esattamente quello che seicentocinquant’anni dopo dom Prosper Guéranger ricorda ai novizi dell’abbazia di Solesmes, grande centro francese della rinascita della liturgia e del gregoriano: «Essi canteranno con attenzione, docilità e umiltà, evitando la mollezza, la vanità e la caparbietà nelle loro idee, e ricordandosi che a Dio non piacerà un canto sciatto o inquinato da pretese umane».

(2-fine)

(Cesario di Heisterbach, Sui demòni, Edizioni dell’Orso 1999.)

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Cavoli (I demoni di Cesario, pt. 1)

Il trattatello sui demoni del cisterciense Cesario di Heisterbach, quinta parte del suo Dialogo sui miracoli (1223), è considerato «la prima raccolta di racconti edificanti di cui abbiamo notizia», all’inizio di quella tradizione di exempla che sarà ricchissima e che sarà studiata a fondo anche dagli storici del costume e della mentalità medievali – la scuola delle Annales, Le Goff, J.-C. Schmitt e il grande Aron Gurevič, che scrive: «La demonologia di Cesario è straordinariamente ricca e varia; sotto questo aspetto egli non solo regge la “concorrenza” dei suoi predecessori antichi, Gregorio I ad esempio, ma forse è addirittura superiore a loro per l’intima conoscenza che ha del diavolo e di tutti i suoi imbrogli e intrighi. La sua opera è la più preziosa testimonianza delle credenze popolari di quel tempo».

I 56 capitoli che compongono la parte dedicata ai demoni, infatti, sono sì popolati da monaci, novizi, preti e vescovi, ma anche da cavalieri, contadini, fabbri, studenti, campanari, osti e ostesse, che si muovono tra chiostri e foreste, taverne e strade solitarie e sono «colti ognuno nella prosastica banalità del proprio agire quotidiano, ritratti nella flagranza delle loro consuetudini» (S.M. Barillari).

Consuetudini, nelle crepe delle quali il «diavolo» s’infila, volta a volta nelle forme, a me, oggi, familiarissime e per nulla trascendenti del «demone della stanchezza», della distrazione, della frustrazione, della curiosità morbosa (anche di quella sana), dell’impazienza, della noia e di tutto ciò che forse, nel bene e nel male, si può riassumere in un’unica rubrica: quella del «demone della coscienza». Gli esempi interessanti, e divertenti, sono tanti che mi verrebbe voglia di trascrivere tutto il libretto.

C’è il cavaliere Enrico che si spazientisce e, chiesto al diavolo come faccia a sapere tante cose, si sente rispondere che «al mondo non accade nulla di malvagio di cui io sia all’oscuro. E perché tu sappia che ciò risponde al vero, ecco: in tale città e in tale casa tu hai perduto la tua verginità». C’è il prete Adolfo di Bonn che, mentre sta giocando a dadi con suo cognato, viene richiesto di recarsi al capezzale di un’anziana morente e risponde: «Verrò quando avrò finito la partita», dopodiché va tutto storto. C’è l’ossessa di Aquisgrana che, dopo l’esorcismo, confessa «di averlo sentito entrare [il diavolo] dall’orecchio nel momento in cui suo marito, in preda all’ira, le aveva detto: “Vai al diavolo!”». C’è il converso del monastero di Campo «che aveva imparato dai monaci, con i quali chiacchierava, il latino quel tanto che bastava da essere in grado di leggere un testo scritto. Lusingato e tratto in inganno da una simile opportunità [per carità, stattene al tuo posto], di nascosto si fece redigere dei libriccini adatti per impratichirsi nella lettura, e cominciò a compiacersi del vizio di proprietà». C’è lo scalco dell’abate di Prumm che fa una passeggiata lungo un ruscello, la sera di san Giovanni, e, vedendo «una figura in una veste di lino e pensando che stesse facendo degli incantesimi, come è usanza di molti in quella notte», prova a catturarla. C’è la donna di Aarau che «avendo un marito ubriacone, la notte non andava mai a dormire prima che lui tornasse dalla taverna… e stava seduta davanti alla porta di casa…». Ci sono Sistappo e Godefrido,«uomini ricchi e onesti, e molto amici fra loro», che stanno andando a Santiago e un giorno, «mentre cavalcavano da soli, essendo gli altri compagni più avanti», cadono vittima del demone della discordia. C’è suor Eufemia, cui il diavolo, mentre è ancora novizia, sussurra all’orecchio: «Eufemia, non prendere i voti, prenditi invece un uomo giovane e bello e goditi con lui i piaceri del mondo [accipe virum iuvenem pulchrumque, ut cum illo deliciis mundi fruaris]. Senz’altro  non ti mancheranno vesti preziose e cibi prelibati. Se invece entrerai nell’Ordine sarai sempre povera e cenciosa, soffrirai la fame, la sete e il freddo, e non avrai da questa vita nient’altro di buono».

E ci sono i monaci di Himmerode, nell’orto, intenti a piantare i cavoli; e tra loro c’è Tommaso «cui cominciò a passare per la testa tale considerazione: “Se adesso tu fossi a casa di tuo padre, neppure la tua serva si degnerebbe di fare un lavoro così vile”.» Colpa del diavolo, ovviamente.

(1-continua)

(Cesario di Heisterbach, Sui demòni, Edizioni dell’Orso 1999. Cfr. anche Aron Gurevič, Contadini e santi, Einaudi 1986.)

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