Valtario, or: Once a warrior, always a warrior

Una buona parte del Libro secondo della Cronaca di Novalesa (metà del XII secolo; anche della Novalesa, che tra l’altro è un gran bel posto) è occupata dal racconto della leggenda di Valtario. In esso, spiega Gian Carlo Alessio, ottimo curatore dell’edizione, «il cronista salda in serie due versioni della leggenda: quella costruita con le vicende del Valtario monaco e, preoccupato di attribuire consistenza storica alla figura, quella imperniata sulle imprese di Valtario guerriero, a volte riproducendo integralmente, a volte riassumendo, anche sbrigativamente, il poema epico consacrato alle gesta dell’eroe aquitano». Le questioni filologiche che il testo solleva sono da vertigini, e non posso che rimandare agli esaurienti apparati del volume, ma c’è un episodio gustoso che può essere estrapolato in nome del piacere della narrazione agiografica ed esemplare (d’altra parte, lo stesso cronista confessa un debole per il gusto del racconto: «Poiché si è presentata una buona occasione per dilungarci a narrare, il nostro racconto si è un po’ sviato, ma è bene che ora torniamo a occuparci della nostra storia», II, 5).

Diciamo, riassumendo all’estremo, che Valtario, nato da re, è stato dato in ostaggio ad Attila, presso la corte del quale è cresciuto, tanto forte, saggio e leale da arrivare a guidarne l’esercito con innumerevoli successi: un grande guerriero valoroso e temuto. Che però non ha mai dimenticato la sua origine e che alla prima vera occasione è fuggito per «tornare a casa». Varie vicende lo hanno portato a peregrinare, ad abbandonare le armi, a farsi monaco, dapprima itinerante e infine stabile proprio all’abbazia di Novalesa.

Ed è lì che lo troviamo, anziano, ancor più saggio e rispettato dal suo abate Asinario, quando al monastero giunge la notizia che un gruppo di «famigli del re Desiderio» (re dei Longobardi dopo il 750 – anche da questo si può evincere che la scrupolosità cronologica non era tra gli scopi del cronista) ha assaltato il «carro padronale» dell’abbazia, carico del grano e del vino destinati ai monaci. Dopo breve consulto, l’abate spedisce Valtario all’inseguimento dei predoni: «Li esorterai a restituirci con sollecitudine le provviste che ci hanno strappato con la violenza, se non vorranno incorrere fulmineamente nella grave ira di Dio».

Valtario, adesso monaco, ma un tempo abile stratega e previdente, chiede istruzioni precise: cosa farò se mi vorranno privare della tunica, della cocolla, della pelliccia e della camicia? L’abate non ha esitazioni: dà loro tutto, perché «così ti è stato ordinato dai monaci». «Allora Valtario: “Mio signore, non spazientirti se ancora insisto: come dovrò comportarmi se anche con le brache vorranno fare quello che prima avranno fatto col resto?”» Le brache no, risponde Asinario, basta il resto. Okay, vado.

«In breve tempo» raggiunge i predoni e li invita umilmente a rimediare alla loro scelleratezza. Quelli lo ingiuriano. Valtario riprova con parole più decise. Quelli si arrabbiano e lo fanno spogliare. «Giunti alle brache [lo sapevo che si finiva lì…], Valtario fece a lungo resistenza, dicendo che i monaci  non gli avevano affatto comandato di togliersi le brache.» E chi se ne frega dei monaci, ribattono i longobardi, mettendogli le mani addosso. Non l’avessero mai fatto…

«Senza farsi notare» Valtario stacca una staffa da una sella e la vibra sulla testa di uno dei predoni, poi gli prende le armi e si mette a menare colpi tremendi, «finché, guardandosi attorno, adocchiò un vitello che pascolava, lo abbrancò, gli divelse una spalla con cui si mise a percuotere i nemici». A quello che gli aveva dato più fastidio cercando di togliergli i sandali, mentre era chino, tira sul collo «un pugno così poderoso da rompergli l’osso e da mandarglielo in gola». Molti li uccide, gli altri li disperde. Infine la raccoglie le sue cose, recupera il carro e torna al monastero vincitore.

L’abate, però, già informato dei fatti, accoglie Valtario con gemiti e preghiere e gli infligge una dura penitenza, «perché non mostrasse superbia nel corpo per un così grave misfatto e ne patisse poi danno nell’anima».

Non è fuori luogo, come dice il curatore, ricordare qui l’exemplum «che anche oggi proverbialmente si riassume nel vulgato (eufemistico) “non calare le brache”, vale a dire nell’invito a non cedere senza resistere dinanzi alle difficoltà».

Cronaca di Novalesa (II, 10-11), a cura di G.C. Alessio, Einaudi 1982.

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