bernardus.abbas@clairvaux.fr

Tra il novembre del 1151 e il marzo del 1152 Pietro il Venerabile, abate di Cluny, compie un viaggio in Italia. Dopo essere passato da Venezia, per onorare san Marco e visitare un monastero associato a Cluny, prosegue verso Sud per incontrare papa Eugenio III (incontro che avviene a Segni, in febbraio), cui Bernardo di Chiaravalle aveva preannunciato la visita dell’abate cluniacense. Tornato a Cluny alla fine di marzo, e sbrigato il lavoro accumulatosi, Pietro scrive a Bernardo per raccontargli come è andata (si tratta della lettera 192 del suo epistolario, che alcuni studiosi datano al maggio 1152). Spesso, in vista della «pubblicazione», le lettere dei personaggi più illustri venivano riviste, ma in questo caso, eccezionalmente…

… disponiamo della minuta, o, più esattamente, della mail con la quale Pietro anticipa a Bernardo i punti principali del suo resoconto. E che comincia così:

* * *

A: Bernardo (bernardus.abbas@clairvaux.fr)

Da: Pietro (petrus.abbas@cluny.com)

Re: Trasferta italiana

Carissimo Bernardo, scusami.

Non me ne volere per il ritardo con il quale ti rispondo. Quando mi hai scritto ero sommerso dal lavoro, da una tale quantità di rogne che spuntavano da ogni parte (sei abate anche tu, sai a cosa mi riferisco), che potevo a malapena respirare, figurati scrivere. Immaginati una diga che si rompe, e l’acqua di un torrente che si riversa; poi, mentre ero in viaggio, si è formato un lago, quasi sconfinato, tanto che in quel momento mi veniva da gridare, come il Salmista: Salvami, o Dio: l’acqua mi giunge alla gola. Così il ritardo si è accumulato, e proprio a te, cui sono tanto debitore di affetto, dolcezza, amicizia e attenzione – praticamente tutto –, non ho risposto. Lo faccio ora, che finalmente tiro un po’ il fiato, sperando che tra non molto potremo anche vederci, cosa che mi riempie sempre di gioia. [Pietro e Bernardo si incontrano effettivamente, a Cluny, probabilmente in giugno.]

Il viaggio è andato bene, sia lode al Signore che ci ha protetti: con la Sua grazia, il tuo sostegno e le preghiere dei tuoi (che sono sicuro sono state abbondanti), siamo andati e tornati sani e salvi, abbiamo ricevuto quello che il nostro cuore desiderava e le nostre richieste sono state esaudite. Hai presente Isaia? Direi che per noi, letteralmente, il terreno accidentato si è trasformato in piano e quello scosceso in pianura. Persino le Alpi e tutti quei posti dove la neve non va mai via sembravano aver dimenticato il loro orribile aspetto. L’aria, Bernardo, l’aria invernale che al ritorno in Gallia ho trovato più sgradevole del solito, carica di freddo e di pioggia, durante tutto il tempo che siamo stati in Italia, sia per terra sia lungo il fiume (e già, per qualche giorno e qualche notte abbiamo viaggiato in barca sul Po), è stata sempre piacevole e serena, a parte quattro o cinque giorni. Ci eravamo preoccupati per le strade fangose? Anzi, eravamo davvero spaventati dai racconti di quelli che ci avevano messo in guardia? Ebbene, le abbiamo trovate invece quasi sassose per la siccità.

Un paio di fratelli che viaggiavano con noi, uomini di vita pura e semplice, sono finiti in acqua, e li davamo già per spacciati quando, per miracolo (absit iniuria verbis) li abbiamo tirati fuori, per così dire, vivi dalle fauci della morte. E senti cosa è successo a me. Giunto nei pressi di un ponte, il mio mulo si è fermato, le zampe bloccate dal fango, come se fossero incollate (be’, sì, qualche volta le strade non erano del tutto asciutte, sai com’è). Così, contrariamente al mio solito (lo sai che sono molto, molto… prudente), sono sceso di sella e mi apprestavo a proseguire a piedi, quando sono scivolato e, niente, stavo per «finire nell’abisso». È stata la mano di Dio, la cui forza, va detto, si è aggiunta a quella del mulo, a salvarmi: in un baleno mi sono ritrovato di nuovo in piedi sul ponte. E così, a parte lo spavento, non mi sono fatto niente. Cioè, come sono partito, così sono tornato, ma non per la fortuna, bensì perché ho avuto il Signore sempre al mio fianco. Insomma, non mi è successo nulla, nulla che non volessi, se non per debolezza o addirittura morte degli animali, di cui, ahimè, Dio non si cura.

Tutto bene dunque lungo la strada, ma ancor di più presso il papa. L’ho trovato bene: buono all’inizio, migliore durante l’incontro, ottimo alla fine. Sì, ti devo confessare che l’ho trovato veramente ottimo, pieno di vigore e in gran forma apostolica, per dir così. E mentre l’espressione del suo volto cambiava a seconda delle circostanze, delle persone e degli avvenimenti, e ad alcuni sorrideva e ad altri non sorrideva affatto, nei miei confronti non si è mai mostrato diverso. Ti assicuro: come mi ha accolto all’arrivo, così era quando me ne sono andato. Ho anche notato che la faccia più austera o triste che spesso era costretto ad assumere per altri motivi, quando si rivolgeva a me, privatamente o pubblicamente, si trasformava dal cipiglio del giudice al sorriso del padre. Bene, dài…

* * *

♦ La lettera 192, quella vera, «all’illustre e singolare uomo del nostro tempo, signor Bernardo, abate di Chiaravalle», si trova nell’originale latino in The Letters of Peter the Venerable, edited with an introduction and notes by Giles Constable, vol. I, Harvard University Press 1967, pp. 443-48.

3 commenti

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3 risposte a “bernardus.abbas@clairvaux.fr

  1. Paola

    Che bella e vivace traduzione! Grazie! 🙂

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