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Le «Lettere dal silenzio» di John Main (pt. 2)

(la prima parte è qui)

Immobilità, silenzio e semplicità sono i tre aspetti che, nella visione di John Main1, stringono il legame tra meditazione e preghiera e che insieme producono il suo effetto fondamentale: l’apertura alla propria umanità e alla propria condizione di creature. Apertura alla scoperta dell’infinità divina all’interno della propria finitezza: «La meditazione è importante perché ci conduce oltre le immagini e i concetti che cercano di controllare la presenza divina». La strada verso la trascendenza parte dal nostro essere umani e non lo rinnega, bensì procede attraverso uno svuotamento progressivo: delle immagini di Dio, appunto, delle cose del mondo e infine di se stessi.

In tal modo la meditazione-preghiera ci permette di riavvicinarci al centro di noi stessi: «Meditare significa “stare fermi al centro”. Ma non è sufficiente spiegare ciò con il concetto di “essere centrati” o perfino di “trovare il proprio centro”. […] Troviamo il nostro centro solo immettendoci nel silenzio di Dio oltre qualsiasi immagine di centro o di circonferenza». La scoperta che la meditazione ci aiuterebbe a fare è che il nostro centro è fuori di noi e che noi possiamo in qualche modo «coagularci» soltanto se ci affidiamo alla parola e allo sguardo dell’altro – dell’Altro.

Il «silenzio» della meditazione, stimolato dalla ripetizione di un mantra (Main usa e consiglia l’espressione aramaica, di derivazione paolina, maranatha, cioè «vieni, Signore»), è il modo in cui possiamo rinnovare ogni giorno la rinuncia a tutto quello che siamo; è l’esercizio ripetuto con il quale lasciamo cadere pensieri, convinzioni, schemi, illusioni, rabbie, tristezze; è il «luogo» nel quale voltiamo le spalle all’ossessione di noi stessi e usciamo dalla «gabbia» dell’io; è la mossa che ci permette di andare al di là di noi (dove si trova «il pieno senso dell’essere umano»), di non isolarci e di renderci disponibili all’emersione, per così dire, dalle nostre profondità di Qualcuno2.

La guida monastica in tale percorso è importante perché fa sì che il volto di questo Qualcuno non sia indistinto, ma sia quello di Cristo, perché i monasteri sono da sempre il luogo dove tutto è più chiaro, dove la ricerca di quel volto è lo scopo, perché questa ricerca è condotta insieme ai fratelli, in comunità e comunione con gli altri, perché «nella vita normale del monaco vediamo l’umanità redenta dalla superficialità e inserita profondamente nell’ordine ampio della struttura essenziale dell’universo».

Non va dimenticato, leggendo le Lettere dal silenzio di John Main (e del suo «vice» e successore Laurence Freeman), la natura di questi testi, esortativa più che speculativa, ricorrente più che lineare; sono scritti che non sono nati per essere letti di seguito e che vogliono soprattutto comunicare un’esperienza («Sebbene il mistero sia al di là della nostra capacità di comprendere, non è al di là della nostra esperienza»), pur nella consapevolezza della quasi impossibilità di riuscirvi: «È una delle limitazioni umane più frustranti», scrive John Main nella lettera del gennaio 1982, «il fatto che l’esperienza spirituale non possa essere verbalizzata in maniera adeguata, al di fuori della comunità che si crea tra coloro che seguono questa via». A questi aspetti attribuisco da un lato la sensazione di un certo volontarismo, come se la ripetizione di un concetto ne determinasse la verità, dall’altro una certa perplessità provata davanti ad alcune affermazioni dai contorni troppo vaghi e sfuggenti.

È questo il «terreno scivoloso» cui facevo riferimento. Spesso il linguaggio di queste lettere si dimostra capace di disegnare un paesaggio attraente, in contrasto con l’aridità che dilagherebbe nel mondo contemporaneo, ma altrettanto spesso le immagini che evoca non reggono a una rilettura. Solo alcuni esempi, tra i molti che ho segnato. Aprile 1978: «Proprio come un fiore che si apre e sboccia quando lo lasciamo stare, così, se ci accontentiamo di essere, se diventiamo e rimaniamo silenziosi, il nostro cuore non può che aprirsi»; agosto 1979: «Troviamo l’equilibrio come dono se affrontiamo e rispondiamo con generosità alla profondità e all’ampiezza del momento presente»; ottobre 1980: «Il mistero della vita è intessuto di completezza; e la completezza della vita è il mistero che, dalle profondità dell’ordinario, allarga continuamente la prospettiva della consapevolezza».

È probabile che le mie perplessità suonerebbero del tutto spiegabili ai seguaci del pensiero di John Main: sono la più classica delle vittime delle «illusioni dell’ego», soltanto l’esperienza della «cosa» mi permetterebbe di intuire, e così via, ma… Ma. Quello che si può dire è che sull’altra sponda rispetto a questo sentimento di fusione, a questa ossessione per la «profondità» (che meriterebbe un discorso a parte3), a questa esaltazione del «momento presente» (ampiamente diffusa, peraltro), a questa mistica dello svuotamento (per la quale possiamo sempre affidarci al Tempo, peraltro), forse non ci sono soltanto vane illusioni e stolida spensieratezza, «mode effimere» e schiamazzi, paure inconfessate e i sempre vituperati «orpelli».

(2-fine)

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  1. John Main, Monastero senza mura. Lettere dal silenzio, traduzione di G. Del Lungo, J. Greenleaves e D. Seghi, San Paolo 2018.
  2. Ho trovato molto interessante, qui, una consonanza con una pagina che ho letto di recente in un libro di André Louf e che definirei lampeggiante. Nello scritto dedicato al misteriosissimo Benedetto Labre, c’è un passo molto significativo sulla preghiera, più esattamente sul luogo in cui è condotto l’orante e dove si rende possibile l’Incontro, anche se questo luogo è un vicolo cieco: «Il vicolo cieco ci costringe a rinunciare per un certo tempo a tutte queste vie [le forme tradizionali di preghiera] e a metterci di sentinella nel più profondo di noi stessi per cogliere l’arrivo di qualcosa d’altro. Colui che prega si trova così appostato come una sentinella sulla soglia del proprio cuore, in attento ascolto e nell’attesa di ciò che emergerà in superficie dalle nostre profondità interiori. Non un’idea, un’immagine, né un sentimento, ma qualcosa di diverso, senza rumore, senza sentimento, senza immagine, senza concetti: una certa densità di essere, un certo calore di presenza; non qualcosa, ma qualcuno, che ci investe dall’interno, quasi al limite del percettibile» (André Louf, Uomini di Dio. Testimoni della gioia evangelica, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2019, p. 152).
  3. «Nel mondo moderno, ciò di cui abbiamo bisogno non è per prima cosa una riscoperta religiosa. Non dobbiamo recuperare la nostra identità in senso religioso superficiale, all’interno di delimitazioni – per esempio: come bravi battisti, anglicani, cattolici o perfino atei –; ciò di cui abbiamo bisogno è l’esperienza spirituale di profondità per toccare di nuovo i livelli di superficie della vita: con identità, significato e scopo» (p. 232, il corsivo è mio).

 

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Un cammino di ritorno (Gli «uomini di Dio» di André Louf)

Hanno fatto molto bene le Edizioni Qiqajon a riunire e ripubblicare sotto il titolo di Uomini di Dio1 sette brevi scritti che André Louf ha seminato qui e là su Benedetto da Norcia, Pier Damiani, Bruno di Colonia, Bernardo di Chiaravalle e Benedetto Labre (quest’ultimo, ammetto, non lo conoscevo). Già allineare questi nomi non pare privo di significato; ripassare, poi, alcune figure massime della storia del monachesimo, guidati da «un grande padre spirituale del nostro tempo» (Enzo Bianchi), è sempre utile; ma il lettore di questo splendido libretto si imbatterà anche in alcune osservazioni sparse molto interessanti e di portata più vasta rispetto ai profili dei personaggi analizzati – come se il monachesimo fosse, in fondo, un unico discorso: una sola principale con mille subordinate e incisi: «Una tentazione alla quale bisogna resistere», scrive p. Louf,  «è quella, sempre rinascente, di sacrificare a opposizioni secondarie e talora artificiose, l’unità profonda della vocazione monastica, della tradizione che la supporta e anche, per certi versi, delle istituzioni che, proprio a causa della loro varietà, ne sono l’espressione più integrale». Ne ho ricavato, di tali osservazioni, un piccolo florilegio.

  • I monaci di tutti i tempi costituiscono dunque un commento vivente alla Regola e al messaggio di Benedetto (p. 10). Si può esprimere meglio il senso del tempo che pervade la storia del monachesimo? Si può esprimere meglio la straordinaria compresenza di astrazione e praticità tipica del monachesimo benedettino? Ecco espresso in due righe il paradosso dell’esistenza di un unico Monaco e, contemporaneamente, di tanti monaci. Volendo, si potrebbe anche discutere del senso di appartenenza che traspare da un’osservazione del genere, a confronto con quanto può mettere in campo il pensiero laico (ammesso che debba), ma è discorso al di là della mia portata.
  • Il monastero dovrebbe dunque essere il territorio ecumenico per eccellenza (p. 22). Altro paradosso stimolante: un luogo che per tradizione viene visto come chiuso si rivela invece terreno ideale di incontro e scambio e continua apertura, «già segno della chiesa indivisa».
  • Quel che colpisce chi si accosta alla Regola è la frequenza relativamente elevata di termini che assimilano la vita monastica a un percorso, a un vero e proprio cammino […]. Questo cammino è un cammino di ritorno (p. 37). Si può dire che ci sia qualcosa di archetipico in questa prospettiva? Si può immaginare un contrasto più forte fra questo orientamento e quello che non prevede una meta? Quanto conforto c’è nell’idea che questo ritorno, questo rientro, per quanto lontani si sia stati, sia comunque possibile? E già che mi sono sbilanciato: perché non mettere lì accanto anche il «tema del nostos» e quindi la nostalgia? La paradossale nostalgia monastica che, a differenza di tutte le altre, sgorga per qualcosa che deve ancora essere.
  • Le situazioni dure e aspre non sono mai una motivazione sufficiente per entrare in monastero (p. 60), perché è la gioia la strada lungo la quale, tra oggettive difficoltà, s’incammina il monaco, ed è la gioia il principale strumento di discernimento: «Forse è questa la lezione più importante che Benedetto ha lasciato, anche per il mondo di oggi, e non solo per i monaci. La gioia non è soltanto il traguardo del cammino che egli propone, è anche l’impronta che accompagna quotidianamente il credente e gli conferma che è sulla buona strada». Dunque la quieta disperazione del miscredente sarebbe la nebbia di un sentiero smarrito?

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  1. André Louf, Uomini di Dio. Testimoni della gioia evangelica, prefazione di E. Bianchi, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2019.

 

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Le «Lettere dal silenzio» di John Main (pt. 1)

La lettura delle «Lettere dal silenzio» del monaco benedettino irlandese John Main mi ha permesso di conoscere la vicenda singolare di quella che oggi è la Comunità Mondiale per la Meditazione Cristiana, quello che i suoi stessi aderenti chiamano il «monastero senza mura»1. Avvicinatosi alla meditazione durante la sua «prima vita», nella quale fu diplomatico del governo britannico e poi professore di Diritto internazionale, una volta vestito l’abito monastico, presso l’abbazia londinese di Ealing, nel 1958, John Main fu invitato a rinunciarvi. Cosa che fece fino al 1975 quando, dopo alcuni anni di riavvicinamento e approfondimento, formò un gruppo di laici (sei persone) con i quali praticare la meditazione in chiave contemplativa e all’interno della tradizione benedettina di preghiera. Due anni dopo quel piccolo inizio, su invito dell’arcivescovo di Montreal, si trasferì in Canada, dove fondò «un nuovo tipo di comunità benedettina di monaci e laici che aveva, come impegno principale, la pratica e l’insegnamento della meditazione cristiana». Negli anni seguenti scrisse e viaggiò molto, tenendo seminari e conferenze in gran parte del mondo. Qualche anno dopo la sua morte, avvenuta nel 1982, il monastero di Montreal venne chiuso, ma intanto le idee di John Main, anzi la sua idea si era diffusa ampiamente e nel 1991 ne nacque la World Community for Christian Meditation, oggi attiva in più di 120 Paesi.

«Il nostro scopo era semplice e modesto», scrive John Main, «non volevamo iniziare una serie di corsi eclettici sulla spiritualità, né cercare un gran numero di adesioni e quindi il successo. Nostro desiderio era piuttosto invitare un piccolo gruppo di giovani (non potevamo ospitare donne) a venire a vivere con noi per un periodo breve. Durante il soggiorno avremmo tentato d’insegnare loro la meditazione.» La formula, a discapito delle intenzioni, ha un immediato successo: la voce si diffonde, i gruppi si moltiplicano, i monaci coinvolti cominciano a riflettere sulla circostanza. «Fin dal momento della nascita del primo Centro di Meditazione Cristiana», commenta Main, «ci sembrava di esserci imbattuti per caso o di essere stati condotti a delle rivelazioni che potevano indicarci la via al monachesimo del futuro.» In diretto rapporto con il monachesimo delle origini (Giovanni Cassiano su tutti), la meditazione – il silenzio della meditazione – si rivela luogo privilegiato per «cercare Dio» e per fare conoscenza della «persona di Cristo», per fare «esperienza» della propria povertà e della carità divina; e i monaci, grazie alla loro storia, possono essere i testimoni più convincenti di questa «strada» proprio perché da sempre è la loro strada: «Divenne chiaro molto presto che solo un monachesimo vivificato dal ritorno al compito essenziale di “cercare Dio” nella preghiera pura, può costituire un legame utile con il mondo moderno».

Per soddisfare le molte richieste di «informazioni», in un primo tempo Main registra tre cassette, e successivamente, per mantenere il contatto con i vari gruppi che nel frattempo sono sorti di qua e di là dell’oceano, comincia a spedire una newsletter: piccole note sulla vita comunitaria seguite da un approfondimento sulla meditazione e sulla preghiera: sono queste le cosiddette «Lettere dal silenzio» che «cercano di riflettere questo mistero della preghiera cristiana […]. Cercano di mostrare che ogni rinnovamento umano – sia esso quello personale in Cristo sia esso quello del monaco in comunità – avviene attraverso la trascendenza di sé nel momento presente. Il punto di partenza di ogni lettera è la chiamata a essere completamente reali nel qui e ora». Mai come ora, secondo Main, è necessario rivolgersi a una pratica, la preghiera-meditazione, che può permettere la massima aderenza al «momento presente», perché in fondo questo momento presente non è altro che il «Dio vivente», la «presenza attuale del Cristo».

Terreno disagevole, quello che preferisco.

(1-segue)

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  1. John Main, Monastero senza mura. Lettere dal silenzio, traduzione di G. Del Lungo, J. Greenleaves e D. Seghi, San Paolo 2018.

 

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Capanne, porcili, depositi, roulotte e pollai

Qualche anno fa ho scritto una nota su un libro dedicato agli eremiti contemporanei della cui superficialità mi rammarico ancora (il pezzo è rimasto dov’era, ovviamente). Da allora, credo soprattutto di aver capito quanto sia improprio unire strettamente la dimensione eremitica a quella dell’ascetismo penitenziale. È possibile che tale «errore» sia dovuto all’idealizzazione dei «fondatori» dell’eremitismo, i Padri del Deserto, coloro che ne avrebbero posto le vere coordinate: uomini (e donne) anzitutto di penitenza e poi di contemplazione. Ma non è detto che sia così, che la chiave dell’eremitismo sia l’espiazione, l’autopunizione per i propri peccati. Se cerco quindi di essere molto più cauto, non riesco tuttavia a non sentire una certa forma di sollievo nel desiderio di fuga dal mondo, e dagli altri, finalmente soddisfatto, non importa se all’interno di una stanza senza finestre o in una capanna ai margini di un bosco. È solo una mia proiezione?

Mi è capitato ancora leggendo il capitolo che, nel suo libro In praise of the Useless Life1, il monaco trappista Paul Quenon dedica ai famosi eremitaggi che circondavano l’Abbazia di Gethsemani nel Kentucky. E non soltanto al più famoso, il «bungalow» di Thomas Merton, del quale Quenon è diventato oggi il «custode», ma a tutti quelli dei molti monaci che negli anni Sessanta e Settanta diedero vita a quella che l’autore stesso chiama «la nostra età d’oro degli eremitaggi». «C’è qualcosa in certi posti che reclama la presenza di un eremitaggio, ben prima che un eremita si presenti alla ricerca di un luogo adatto», dice Quenon, osservando i boschi circostanti l’abbazia. La forma che questi rifugi presero, poi, dipese molto dalla personalità dei monaci che li edificarono.

Ad esempio quello di d. James Fox, abate di Gethsemani per vent’anni: una struttura seminascosta e sorprendente, in pietra, cemento e vetro, disegnata per lui dal cellerario (ex impiegato nello studio di Frank Lloyd Wright) come luogo dove deporre il peso delle responsabilità abbaziali (all’epoca delle sue dimissioni, nel 1968, Gethsemani ospitava oltre trecento monaci). La baracca di fr. Odilo, invece, era costruita con materiali di scarto: più che costruita, «messa assieme», senza un vero progetto, «stravagante e imprevedibile» come il suo abitante, definito dallo stesso Quenon «un solitario», e ricordato mentre attraversava la cucina del monastero sussurrando: «Sono solo di passaggio». Fr. Alan aveva riadattato un porcile, mentre fr. Hilarion aveva recuperato una roulotte usata; nella sua roulotte fr. Chrysogonus (Waddell) aveva trasportato un piccolo pianoforte e aveva trasformato la toilette in una libreria; poi era passato a una sistemazione più grande e l’aveva riempita di libri: «Teneva le finestre chiuse per evitare che l’umidità del Kentucky rovinasse i vecchi volumi. Quando cominciò a usare un computer, schermò tutte le finestre e l’ambiente diventò buio come una caverna, a eccezione di una piccola lampada sulla scrivania».

Fr. Rene costruì la sua «Arca» con gli avanzi dei pannelli di legno usati per realizzare le confezioni di formaggio vendute dall’abbazia; l’Arca, priva di acqua corrente e di elettricità, diventò in seguito l’eremitaggio di fr. Roman Ginn, «quanto di più simile a un Padre del Deserto ti potesse capitare d’incontrare»: ci passava tutta la settimana e soltanto la domenica faceva un salto al monastero, con i suoi due asini al seguito, per concelebrare la messa e per recuperare cibo e acqua. Fr. Matthew Kelty usò un prima un deposito di dinamite abbandonato, vicino a una cava, poi la casupola di un pozzo; mentre fr. Augustine prima si rinchiuse in una piccola stanza del monastero, chiamata «La casa dei 10.000 oggetti», poi passò in un pollaio dismesso. La galleria di personaggi è lunga, fitta di curiosità e bizzarrie, piena, credo di poterlo dire, anche di piccoli segnali di un conforto cercato nel contatto stretto con la natura e nella separazione dagli altri esseri umani.

«La stagione degli eremitaggi è finita», conclude Paul Quenon. «Come i funghi sono spuntati dalla terra e alla terra sono tornati… Oggi infatti ne sono rimasti due, che vengono usati solo di tanto in tanto.» Ma di eremiti ce ne saranno sempre nella Chiesa, aggiunge, e io provo una gran simpatia per questa particolare versione kentuckyana, che unisce al richiamo verso un più concentrato e profondo dialogo con Dio, attraverso la solitudine, una dose, anche non necessariamente consapevole, di asocialità, di anarchia e di spirito d’avventura.

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  1. Paul Quenon, o.c.s.o., In Praise of the Useless Life. A Monk’s Memoir, foreword by Pico Iyer, Ave Maria Press 2018.

 

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Schedine: Dellavite, Mazzolari, Cànopi

Giulio Dellavite, Se ne ride chi abita i cieli. L’abate e il manager: lezioni di leadership fra le mura di un monastero, Mondadori 2018. S’inserisce in un filone non povero di esempi il libro (il romanzo?) di Giulio Dellavite (che è un sacerdote, e non un monaco, e mi pare si senta), quello dei possibili parallelismi tra la Regola di san Benedetto e i trattati (o i manuali) di management, tra abate e manager: leadership, divisione dei compiti, pianificazione, obiettivi, squadra, «debolezze» che diventano «opportunità», e via di questo passo. Bloccato da un guasto alla sua auto, in mezzo alla campagna, proprio all’inizio di un sospirato week-end, un dirigente fin troppo tipico nei suoi tratti e modi si ritrova a passare una notte e una mattina in un monastero, in attesa di potersi rimettere in marcia verso i suoi impegni. Coro, sala capitolare, biblioteca, refettorio, infermeria: il manager verrà accompagnato dall’abate e dagli altri monaci in una visita ai vari ambienti, e ogni luogo sarà l’occasione per una conversazione (e per storielle, citazioni e aneddoti in gran copia). Non inaspettatamente, cellulare infine ben carico e auto riparata, il nostro se ne andrà, pensando di essere un po’ cambiato.

Primo Mazzolari, Lettere a una suora, La Locusta s.d. (ma 1961). Un piccolo fascicolo di lettere di don Primo Mazzolari a una religiosa rimasta anomima, risalenti soprattutto agli anni 1926-34, spedite quindi dalla parrocchia di Cicognara, prima, e di Bozzolo, poi. Una nota informa che le lettere giunsero all’editore accompagnate da queste parole, che ho trovato commoventi: «Sono una povera suora. Casualmente, lessi su un giornale che La Locusta sta raccogliendo le lettere di don Primo. Io ho un epistolario, che va dal 1926 al 1954. Ve lo mando. Anche per partecipare ad altri del bene che ho ricevuto da don Primo…» Ho un particolare interesse per gli epistolari tra persone «in religione», forse perché mi pare che, quasi sempre, in virtù del riferimento a una dimensione «ulteriore», vi siano assenti le scorie dei rapporti di potere e di genere. Poco importa, in fondo, che io non creda a quella dimensione se posso trovarmi al cospetto del colloquio profondo tra due individui. Qui il grande rammarico è che non siano riprodotte anche le lettere della religiosa, probabilmente perdute, onde poter scoprire quali richieste o confessioni abbiano suscitato certe frasi del sacerdote: «Per lei, come per tanti di noi che viviamo da anni in religione, non è più questione di luce, ma di obbedienza a occhi chiusi» (1926), «Non è una strada fatta, la vocazione, ma una strada da farsi, e col piccone» (1928), «Io la vorrei più suora che monaca, pronta a sopportare il peso dello stare insieme» (1928).

Anna Maria Cànopi, Chiamati ad andare oltre. Il cammino quotidiano della vita monastica, Nerbini 2018. La benemerita collana degli «Orizzonti monastici» ha ripreso le pubblicazioni, presso l’editore Nerbini, con una raccolta di scritti di m. Cànopi ricavati dai suoi corsi di formazione per le novizie. Diciassette riflessioni sugli aspetti in prevalenza spirituali della scelta di vita monastica, che la inseriscono in un quadro di riferimento non soltanto esistenziale e comunitario (ed ecclesiale), bensì anche universale e «persino cosmico» («Dobbiamo avere rispetto, devozione e affetto per questo impegno che ci caratterizza e ci identifica: siamo quelli che danno lode a Dio per tutti. […] Andando in coro, dobbiamo quindi pensare che ci uniamo alla schiera immensa delle generazioni umane del passato, ma anche quelle del presente e del futuro per camminare verso l’ultima ora della storia»). I lettori interessati – come me, al di là di qualsiasi grado di disaccordo – troveranno anche qui (anzi, qui forse più che altrove) lo stile e i temi inconfondibili di m. Cànopi, primo fra tutti lo scontro frontale e inesausto con quell’«assolutizzazione» o «divinizzazione» dell’io che nelle parole veementi della badessa pare assurgere a origine di tutti i mali.

 

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Gli «Orizzonti monastici» sono tornati!

Ho scoperto qualche tempo fa con… be’, sì, con una certa emozione che la collana «Orizzonti monastici» è rinata ed è tornata in libreria.

Ce li ho quasi tutti i quarantuno volumetti verdi pubblicati dal 1991 al 2009 dall’Abbazia San Benedetto di Seregno, sotto l’amorosa direzione del suo abate, Valerio Cattana; e l’emozione è dovuta al fatto che, per così dire, devo a loro la mia definitiva introduzione al mondo monastico scritto. La copertina e la veste editoriale sobrissima; i titoli, che appoggiavano su volumi di pochi pagine argomenti di notevole vastità: Il monachesimo occidentale oggi, Monachesimo e cultura, Il monaco e il mondo contemporaneo, oppure che accompagnavano in territori del tutto ignoti, perlomeno per me: Cultura scientifica e tecnica del monachesimo in Italia, Monachesimo e mistica, San Colombano attraverso le sue parole; e gli autori, nomi che avrei imparato a conoscere: Jean Leclercq, Reginald Grégoire, Gregorio Penco, Divo Barsotti, Anna Maria Cànopi, Adalbert de Vogüé, ma anche Ildefonso Schuster, Carlo Maria Martini, grandi studiosi che spesso accettavano l’invito del direttore della collana (della «mini-collana», come la chiamava lui) a condensare il loro sapere e le loro riflessioni in eccellenti «gioielli di sintesi». E poi quegli strani inserti di illustrazioni a colori, tra la cartolina e il documento d’archivio, e, non certo da ultimo, le presentazioni dell’abate Cattana, firmate sempre in occasione di ricorrenze monastiche, spesso l’11 luglio, solennità di san Benedetto, patrono d’Europa.

«Per venire incontro al desiderio di molte persone che vengono nella nostra chiesa per venerare san Mauro, discepolo di san Benedetto e abate, abbiamo chiesto al confratello di Monte Oliveto Maggiore, don Stanislao Avanzo, di scrivere una breve vita di san Mauro, che ora volentieri pubblichiamo»: come non sentire in queste parole, datate 15 gennaio 1991 e che aprono il primo volume della collana, un’eco del medesimo invito che oltre mille anni prima un altro abate avrebbe potuto rivolgere al suo confratello di…? Ogni volta poche parole misurate e «dolci», che testimoniavano di una rete invisibile di contatti («Lo stesso Leclercq, scrivendomi recentemente, sottolineava che…», «Visitando, tempo fa, la splendida abbazia cisterciense di Sénanque…»), di lunghe fedeltà («Consegnandoci il dattiloscritto, l’autore del presente volumetto, che da più di 50 anni studia il monachesimo, ci ha confessato che la presente costituisce l’ultima sua sintesi di un argomento che lo ha appassionato tutta la vita») e di un sereno intento pedagogico («[Questo libro vuole essere anche un] dono, un piccolo dono, alle nuove generazioni di monaci perché non si disperda un tratto significativo della più che millenaria tradizione benedettina»).

Mi ricordo molto bene quando li cercavo nell’unica libreria di mia conoscenza che li tenesse, e qualche volta li chiedevo al commesso, suscitando una punta di sorpresa. E ora eccoli di nuovo lì, sempre con la copertina verde, con l’indicazione «collana fondata da p. Valerio Cattana» e il numero sul dorso: 42, 43…

 Il testimone è stato raccolto, silenziosamente e nobilmente, dalle Edizioni Nerbini di Firenze, che lo scorso giugno hanno pubblicato Chiamati ad andare oltre, di Anna Maria Cànopi, e in novembre La vita monastica come «conversione nella fede», di Andrea Pacini: subito comprati e letti.

Può far sorridere, se non peggio, che nel presente contesto ci si «emozioni» per un’iniziativa editoriale. Sì, è possibile, e non ho né «ma», né «però» da opporre a tale eventualità.

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Fluttuanti

In uno dei passi più belli della sua Regola san Benedetto prescrive che l’abate si preoccupi dei fratelli che sono incorsi in mancanze gravi e che, pertanto, sono stati scomunicati, cioè separati dal resto della comunità, e che lo faccia mandando loro, quasi di nascosto, dei fratelli anziani per confortarli e indurli al pentimento che li riporterebbe in seno alla comunità (XXVII, 2-3). Lo scomunicato che non deve essere abbandonato a se stesso è il fratrem fluctuantem, espressione che la maggior parte delle traduzioni e dei commenti correnti della Regola rende con fratello agitato, o vacillante, rimandando alla condizione di costui, che sarà combattuto tra l’irritazione, provocata dalla punizione, e la tristezza, dovuta allo stretto isolamento1.

Nel suo ultimo libro, molto bello, pubblicato all’inizio dell’anno scorso, Mauro Giuseppe Lepori ha scelto, sin dal titolo, di rendere quell’espressione con fratello fluttuante, o anche galleggiante2. Secondo l’abate generale dell’Ordine cistercense Benedetto deriva l’espressione da san Paolo, dai parvuli fluctuantes, i «bambini sballottati dalle onde» della Lettera agli Efesini (4, 14), e ci offre una lettura dell’immagine legata strettamente all’attualità. Con una mossa che ho visto – e ammirato? – tante volte, il monaco del XXI secolo compie un salto di oltre millecinquecento anni, con l’«asta» della Regola, e affratella l’uomo contemporaneo, «instabile, vacillante, come un naufrago su una tavola», costantemente distratto e in superficie, surfante «sulle onde fugaci e virtuali della realtà», a quel monaco scomunicato e solo.

E non soltanto gli uomini e le donne di oggi, perché «anche nei monasteri mi capita di incontrare molti fratres e sorores fluctuantes, che hanno difficoltà a fermarsi, ad esempio per dedicarsi alla preghiera, alla lectio divina, alla meditazione». L’uomo contemporaneo, nella visione dell’abate, è sballottato dalle onde della superficialità, afflitto – per restare nell’ambito dell’immagine – da un mal di mare dilagante. Il passo successivo del ragionamento è prevedibile, e l’abate lo compie: «È come se le tragiche immagini delle migliaia di migranti che naufragano nel Mediterraneo fossero uno specchio che l’umanità più misera pone davanti alla cultura occidentale perché vi veda riflessa la propria condizione umana e spirituale».

Di fronte a ciò l’abate Lepori addita ai monaci e alle monache suoi compagni di viaggio, e forse un po’ a tutti, il vero carisma che si esprime nella Regola, e cioè l’osservazione e l’ascolto di Gesù, dei suoi gesti e delle sue parole, e l’appello a provarsi di seguirlo, avendo sempre davanti a sé il valore della relazione e dunque della comunità. Anche perché Gesù è colui che cammina sulle onde del mare in tempesta, e lo straordinario non è che non affondi, «lo farebbe anche un buon nuotatore», bensì il fatto che la superficie instabile diventi per lui un cammino, una direzione precisa: «Per Gesù la direzione vince sulla fluttuazione dello spazio».

Il libro dell’abate Lepori, che leggo sempre con grande interesse, non si riduce a questo, e una volta mi piacerebbe riflettere sulla questione delle dimensioni della comunità cui si riferisce anche qui l’autore, comunità che per il pensiero monastico è allo stesso tempo il piccolo coro di sei voci oranti e l’intero ecumene, ma giunto a questo punto sono un po’ sopraffatto dalle molte risonanze di questa meditazione, dalle mie molte mancanze a questo appello e dal rammarico per le difficoltà che il pensiero laico (e materialista) incontra nel rivendicare le medesime aspirazioni.

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  1. Al vertice della punizione sta, significativamente, l’obbligo di mangiare da solo, e di assumere cibo non benedetto, e il divieto fatto agli altri addirittura di salutarlo – praticamente un fantasma.
  2. Mauro Giuseppe Lepori, Pecore pesanti e fratelli fluttuanti. La via di san Benedetto alla cura dell’altro, San Paolo 2018.

 

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Due o al massimo tre («Monaci a tavola», di Nadia Togni)

L’occasione è troppo ghiotta per non definire assai gustosa la lettura di Monaci a tavola della ricercatrice storica e studiosa del monachesimo benedettino umbro Nadia Togni1. Il suo piccolo, solo all’apparenza, libro consente di ripassare molte cose circa i vari aspetti del rapporto tra monaci e cibo, di impararne molte altre e soprattutto di ascoltare commenti, ricordi e testimonianze sul tema dalla viva voce di un monaco e abate di lunghi studi e lunga esperienza. I vari capitoli del testo sono infatti punteggiati dalle conversazioni che l’autrice ha avuto con p. Giustino Farnedi, attualmente direttore e conservatore del complesso abbaziale di San Pietro a Perugia e del quale, in questo 2019, ricorrerà il 60° della professione monastica.

Piccolo solo in apparenza, dicevo, perché il libro affronta l’argomento in maniera esauriente da ogni lato, a partire dalle indicazioni, dagli orari e dalle misure contenute nella Regola di san Benedetto; per passare poi agli spazi (il refettorio, la cucina, la cantina) e agli strumenti (le stoviglie, il tintinnabulum), alle norme e alle tradizioni, agli «accessori» (la neviera e la ghiacciaia) e alle «specialità» (quelle «piccole» come l’acquaticcio, un vinello da pasto, e l’orzarella, una bevanda da prima colazione, e quelle «grandi», come la birra, i formaggi, il miele, gli amari e i mille dolci, soprattutto delle monache: sfogliatelle, palommelle, cavallucci, biscotti ricci, ’mpatigghie, ’nfasciateddi e, naturalmente, le minne di virgini).

C’è tutto, insomma. Informazioni di carattere storico si alternano a riferimenti archeologici: un’area che infatti produce risultati molto interessanti, compatibilmente con i fondi a disposizione, è quella dell’archeologia monastica, che esplora i siti delle cucine e che, in base allo studio dei reperti, ricostruisce regimi alimentari, abitudini, materiali usati, scambi di prodotti con zone limitrofe o lontane2; riletture mirate dei testi normativi si susseguono a risultati di indagini d’archivio3; e tra i puntuali commenti eruditi del p. Farnedi, che – non va dimenticato – è di Cesena e all’abbazia di Santa Maria del Monte ha mosso i primi passi monastici, spuntano poi qui e là i ricordi e gli aneddoti. Coloro che, come l’abate Farnedi, sono entrati in probandato da piccoli «hanno ricevuto un’educazione monastica, che riguardava tutti i momenti della vita all’interno della comunità», il cosiddetto galateo monastico: «Noi più piccoli guardavamo e imparavamo dai monaci come dovevamo comportarci; venivamo continuamente corretti soprattutto sulle maniere sbagliate di mangiare» – no i gomiti, no i morsi, no rumori con la bocca, no non mi va, no porzioni troppo abbondanti, no «scambi di merce», e soprattutto no avanzare e no sprecare: «Proprio per questo nel monastero il cibo era spesso servito in piatti già pronti e confezionati in cucina, come la carne con il suo contorno, l’uovo al tegamino servito negli appositi padellini nei quali era stato cotto, la frutta e le noci, due o al massimo tre, schiacciate in cucina e servite con il loro guscio frantumato: dovevamo usare tutta la nostra pazienza e l’abilità delle dita per ricercare ogni più piccolo pezzettino di noce».

Infine, tra i tanti monaci citati in queste pagine – cellerari, ortolani, spezieri, cuochi, vinai, ecc. – una menzione non può essere negata a f. Isidoro Garattoni, cuoco e ortolano a Cesena, che i novizi chiamavano il cavaliere dello stracchino: «Lo ricordo ancora scendere a piedi in città con la sua grande sporta a fare la spesa per la comunità. Era abilissimo nel preparare piatti succulenti con povere cose, come le sue famose polpette nelle quali di carne c’era solo l’odore, ma ben farcite, tenere e gustosissime».

Rivendicando l’equilibrio, la misura, la sanità, la stagionalità, la territorialità, la creatività, la democraticità, la qualità «bio», e anche la bontà, della cucina monastica, perlomeno di quella di un tempo, il p. Farnedi ribalta il senso del noto modo di dire, e a questo ribaltamento si può affidare il commento conclusivo a questa assai piacevole lettura: «La cosa più bella nella vita di un monastero è che il monaco non deve mai scegliere il pasto da un menù, ma mangia ciò che gli viene servito, secondo la classica massima “mangià ciò che passa il convento”».

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  1. Nadia Togni, Monaci a tavola. La Regola di san Benedetto e le consuetudini alimentari, Tau Editrice 2018.
  2. «Gli scavi archeologici condotti a San Vincenzo al Volturno in questi ultimi decenni – ad esempio – hanno portato al ritrovamento della cucina monastica dell’inizio del secolo IX. Questa era a pianta quadrata con, al centro, un grande banco di cottura in muratura; alla base si aprivano quattro arcate, dove erano collocate le braci accese che riscaldavano la superficie del banco. […] Su un lato era disposta una mensa ponderaria, cioè la “tavola dei pesi”, di età romana, usata per pesare gli ingredienti e le quantità di cibo da cuocere; questa era costituita da un blocco di marmo con delle profonde cavità di dimensioni diverse corrispondenti alle diverse capacità di misura…», pp. 130-31.
  3. In un manoscritto seicentesco, conservato presso l’Archivio storico di San Pietro a Perugia, insieme con varie notazioni personali e liturgiche un anonimo monaco ha trascritto due ricette, quella dello Zucchero a cottura di bottone e quello del Caffè di Germania, che si fa così: «Ceci rossi [bacche di caffè non tostato], libbre 3; amandole amare, once 3; ginebro fatto bene. Si abbrustolischi ogni uno da sé e s’impasti unitamente e sarà fatto», pp. 194-95.

 

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Stretta osservanza: Onfray alla Trappa (pt. 2/2)

(la prima parte è qui)

Il secondo capitolo del reportage di Onfray1 è dedicato al tema della comunità e svolge un’interessante genealogia, «non illegittima», che da Epicuro conduce a Rancé, via san Benedetto. Sulla scorta di un’osservazione di Chateaubriand, Onfray accomuna il «giardino» di Epicuro, «diffamato e calunniato» lungo la tarda antichità, l’alto e il basso Medioevo e oltre, alla trappa di Rancé (all’ideale monastico in generale) sotto il concetto di «arte di vivere le proprie idee fino al più minuto particolare». Come i monaci, infatti, gli epicurei praticano la frugalità, la continenza e una forma di ascesi che contempla soltanto i bisogni essenziali; rifuggono dalla proprietà privata, dagli onori, dal potere; considerano la filosofia come una pratica quotidiana comunitaria. E ancora, come i monaci, Epicuro considera il pensiero un esercizio di salvezza; indica una piccola comunità quale modello di azione; concentra la «vita filosofica» in un luogo preciso, dove ammette chiunque senza distinzione; stabilisce una regola di condotta, che prevede tra l’altro di essere vegetariani, astemi e casti. «Il Giardino», commenta Onfray, «è un embrione del monastero, cui manca la dimensione trascendentale.»

A Epicuro si possono poi affiancare, tra gli altri, Plutarco, Seneca, Cicerone, Marco Aurelio, in una lunga scia di pragmatismo esistenziale in cui san Benedetto si inserisce senza difficoltà. La saggezza antica, che sceglie l’essere e non l’avere, che si preoccupa della «costruzione di sé», che rifugge dalle passioni a vantaggio della tensione dell’anima, che si allontana dalla folla e dalla vanità delle troppe parole, attraversa i secoli e viene trasportata dai monaci «nella nostra modernità».

Quella «dimensione trascendentale» non mi pare tuttavia un semplice dettaglio di storia delle idee. O meglio, può senz’altro essere coniderato tale, a patto di attenuarne la portata, al pari di qualsiasi altro concetto che faccia la sua comparsa sulla scena del pensiero. In questo senso ciò che più mi ha colpito dell’esposizione di Onfray sono le due frasi che racchiudono la ricostruzione genealogica di cui si è detto.

Il capitolo si apre infatti con un’osservazione perentoria che mi pare contenere la sua stessa debolezza. Dice il filosofo francese che «nel monastero si vive da soli anche se ci si trova in gruppo. La vita del cenobita è falsamente comunitaria: è una somma di solitudini che si uniscono per realizzare una più grande solitudine che solo la presenza di Dio colma e turba al tempo stesso. Ma che accade se non si crede a quella presenza? Non rimane che la pura solitudine». Indubbiamente, ma è quel «ma» che non regge, poiché non è proficuo ipotizzare ciò che non si dà, o che si dà soltanto nelle crisi individuali più tormentose. In quel «ma» mi pare di cogliere proprio l’atteggiamento che, in quanto osservatore esterno, credo di dover mettere da parte per avere un’idea di ciò che sto osservando che non derivi dai miei preconcetti.

In chiusura Onfray ritorna sul tema della grande solitudine, traendone una conseguenza che non so quanti monaci potrebbero condividere. «Soli, ma in tanti», afferma il filosofo, «i monaci della Trappa non hanno che Dio come reale e unica compagnia. Per loro il mondo è una finzione, la realtà è una finzione, l’altro è una finzione, ciascuno di essi è una finzione, poiché solo Dio è reale.» Per me è esattamente l’opposto! esclama Onfray: soltanto Dio è una finzione, mentre tutto il resto è reale2.

Messa così, la chiusura – poiché di chiusura a questo punto si tratta – non può che essere una frase a effetto, un po’ scivolosa: «I monaci vivono in un mondo in cui il centro è ovunque e la circonferenza da nessuna parte: un mondo chiuso lanciato come un missile nell’universo sconfinato»3. I monaci?

(2-fine)

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  1. Michel Onfray, La Stricte observance: avec Rancé à la Trappe, Gallimard 2018.
  2. «Ora, io penso esattamente il contario: il mondo è reale, la realtà è reale, l’altro è reale, ciascuno di noi è reale, poiché solo Dio è una finzione», p. 40.
  3. Ecco la chiusa del capitolo nella sua forma estesa: «Nel mio piccolo letto nel quale fatico a prendere sonno, letto d’ospedale e di collegio, letto di caserma e di solitudine, ho capito che questa comunità ha svuotato il mondo del mondo, e lo ha riempito di un mondo in cui l’unica presenza è un’assenza; o l’unica presenza di un’assenza – che è la definizione esatta della morte. I monaci vivono in un mondo in cui il centro è ovunque e la circonferenza da nessuna parte: un mondo chiuso lanciato come un missile nell’universo sconfinato», p. 40.

 

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Nei secoli avvenire (l’Exordium Magnum Cisterciense)

La casa editrice Nerbini ha avviato lo scorso settembre, in collaborazione con «diversi soggetti del mondo monastico», «Cistercensia», una collana che si preannuncia imperdibile per tutti gli interessati. Nella breve nota che si può trovare sul sito dell’Associazione Nuova Cîteaux, che fa parte del gruppo dei promotori dell’iniziativa, si legge che «la collana presenterà biografie, agiografie, testi di spiritualità e storia cistercense in italiano, serie e nello stesso tempo gustose, con titoli che facciano conoscere la poco nota schiera dei santi “domestici” della nostra tradizione» – e come non sottolineare quel serie e nello stesso tempo gustose.

L’inaugurazione della collana è affidata a un testo fondamentale della tradizione cisterciense, l’Exordium Magnum Cisterciense, il Grande Esordio o narrazione dell’inizio dell’ordine cistercense, di Corrado di Eberbach, redatto a partire dalla fine del XII secolo e completato intorno al 12201. Si tratta del «più esteso testo cisterciense del suo tempo e il primo a intrecciare diversi aspetti della storia e delle tradizioni dell’ordine: resoconti storici, documenti e, soprattutto, gli innumerevoli racconti che circolavano nei monasteri» (Paul Savage). Il Grande Esordio era il modo in cui l’ordine dei «monaci bianchi» si raccontava a se stesso in un momento delicato della sua storia, tra il perdurare delle accuse da parte del monachesimo precedente, quello dei «monaci neri», e il primo apparire sulla scena degli ordini mendicanti. E lo faceva ricostruendo il passato e gettando lo sguardo in avanti.

«L’Exordium Magnum è un testo latino notoriamente difficile, ma che premia il suo attento lettore. Con ogni probabilità, Corrado è stato troppo ambizioso nel suo tentativo di impressionare il suo pubblico con uno stile fiorito, ma di sicuro è riuscito a trasmettere la passione che condivideva con molti suoi confratelli: l’amore per le storie» (Brian Patrick McGuire). Sono quindi molto contento di poterlo leggere in una traduzione italiana, curata dal monaco trappista Riccardo Spreafico, che sembra, a giudicare dalle prime pagine, ispirata e piena di brio. Il testo, è presentato spoglio di qualsiasi apparato, cosa che, se in un primo momento può creare qualche difficoltà, si rivela poi assai interessante per una lettura «a immersione» e, per quanto possibile, vicina a quella di generazioni di monaci cisterciensi.

E proprio a proposito di «generazioni» voglio subito annotare una cosa mentre sono ancora all’inizio del grosso volume. Nel capitolo X del Primo Libro Corrado dice chiaramente che si appresta a ricostruire la storia dell’ordine per le «generazioni future», facendo ricorso sia a fonti scritte, sia orali (il «racconto degli anziani»), e lo farà affinché «quelli che nei secoli avvenire la grazia divina si degnerà di chiamare a far parte del nostro Ordine, se riterranno valga la pena di leggere questa pagina di storia che nella nostra pochezza abbiamo steso per loro conforto, riflettendo a quali nobili “mammelle di re” siano stati allattati, si vergognino se dovessero apparirne figli degeneri».

Sembra un’espressione stereotipata, una formula, ma a pensarci, oggi, forse non lo è più; e pensare che Corrado si stia rivolgendo ad alcuni individui che in effetti, quasi nove secoli dopo, vestano ancora l’abito bianco dei cisterciensi e si considerino in qualche misura provenienti da quell’esordio è fonte per me di… meraviglia.

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  1. Corrado di Eberbach, Exordium Magnum Cisterciense, o Narrazione dell’inizio dell’ordine cistercense, a cura di p. Riccardo Spreafico, Nerbini 2018 («Cistercensia», 1).

 

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