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Otto buoi (Dice il monaco, XXVII)

Scrive Isacco della Stella, cisterciense, abate di Notre-Dame de l’Étoile, in una lettera a Giovanni de Bellesmains dopo il 1150:

Ma ecco, mentre eravamo felici di scrivervi queste cose, sia per la materia, sia per la persona, affinché non oltrepassassimo la misura di una lettera, ci ha pensato il vostro Ugo di Chauvigny, che con un attacco improvviso si è lanciato su di noi, e di sua propria mano ha percosso in modo aspro e crudele alcuni nostri conversi; ha ferito in modo vergognoso alcuni famigli; ha vomitato contro la nostra persona, al momento assente, numerosi insulti e minacce; ha rapito otto buoi e pensiamo li abbia già venduti [De bobus octo rapuit, et, ut putamus, iam vendidit]. E la sua mano è ancora tesa all’attacco! Sui tetti va già dicendo che in me si vendicherà di tutti gli inglesi. Volesse il cielo che non fossi inglese, o che qui, dove sono in esilio, non avessi mai visto inglesi! [Utinam aut Anglus non fuissem, aut, ubi exsulo, Anglos numquam vidissem!].

(La citazione è un promemoria per il monaco, filosofo e scrittore che è stato definito «il grande mistero di Cîteaux», i cui Sermoni saranno una delle prime letture del prossimo anno; Isacco della Stella, I sermoni, vol. I, a cura di D. Pezzini, Edizioni Paoline 2006, p. 13).

 

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Qualcuno ci vuole (Dice il monaco, XXVI)

Dice p. Cesare Falletti, priore del monastero cistercense Dominus Tecum a Pra’d Mill, presso Bagnolo Piemonte, nel 2012:

La gente che viene ci chiede sempre: «Che ci state a fare qui, potreste andare a curare i malati, a fare tante cose…» Tutti ce lo chiedono. E la risposta è: «Me lo chiedo anch’io». Nel senso che io perché Dio distribuisce le sue vocazioni proprio così non lo so… Lui lo sa. E io credo che ci vogliono un po’ di monaci, molti insegnanti, molti medici, e che Dio nelle sue chiamate equilibra tutto. Molti preti, e poi… gente al servizio ce ne vuole tanta, gente che risponde e sta attenta a lui a nome di tutta l’umanità ne bastano pochi, ma qualcuno ci vuole.

La dichiarazione si può ascoltare (e il volto del priore di Pra’d Mill vedere) nella prima puntata della prima stagione dei Passi del silenzio, la notevolissima serie di documentari di Tv2000 dedicata ai monasteri italiani (a partire dal minuto 50′ e 21″).

 

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Rallegrarsi per le mele (Dice il monaco, XXV)

Scrive Cassiodoro, intorno alla metà del VI secolo:

Poiché se per qualcuno dei fratelli, come ricorda Virgilio, “il sangue si arresta freddo intorno ai precordi”, così da impedire una buona conoscenza sia della letteratura profana sia di quella sacra, anche con una scarsa erudizione può darsi che costui scelga con decisione ciò che viene indicato dal verso seguente: “Mi compiacciano allora i campi e le acque che irrigano le valli”; dal momento che è proprio congeniale dei monaci prendersi cura di un giardino, coltivare la terra e rallegrarsi per la fecondità dei frutteti [et pomorum fecunditate gratulari].

(Institutiones Divinarum et Saecularium Litterarum I, 28; il dito che mi ha indicato la citazione è quello del cardinale Newman.)

 

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Una scelta di uova fritte (Dice il monaco, XXIV)

Dice Bernardo di Chiaravalle, intorno al 1125:

Siccome infatti schifiamo i cibi semplici, quali la natura li ha creati, mentre mescoliamo variamente i sapori e, disprezzando quelli che Dio ha messo nelle cose, stuzzichiamo la gola con sapori adulterini, noi varchiamo il limite segnato dalla necessità, ma c’è sempre posto per ulteriori piaceri. Chi infatti potrebbe dire, per tacere d’altro, in quanti modi le sole uova si voltano e si strapazzano [versantur et vexantur], con quanto studio si rivoltano, si rovesciano, si liquefanno, si rassodano, si sminuzzano, e si portano in tavola ora fritte, ora abbrustolite, ora farcite, ora accompagnate da altri cibi, ora sole? E a quale scopo tutto questo, se non puramente per ovviare al fastidio?

Bernardo di Chiaravalle, Apologia all’abate Guglielmo IX, 20, in Trattati, Opere di San Bernardo, vol. I, a cura di F. Gastaldelli, Fondazione di Studi Cistercensi, Città Nuova 1984, pp. 193-95.

 

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Mi raccomando, fratelli, il marsupio è un no (Dice il monaco, XXIII)

Dice Ogerio di Lucedio, abate cisterciense, agli inizi del XIII secolo:

O monaco di Dio, o discepolo di Cristo, ascoltami, ascolta il mio consiglio. Il diavolo ti vuole estrarre, svellere dal gregge del Signore. Bada di non consentirgli, di non credergli; egli infatti è mendace. Ti vuole uccidere, ti vuole assassinare, ti vuole portare con sé nella gehenna. Guardatevi dalle cassette, guardatevi dai marsupi [loculis; marsupiis]: sono trabocchetti del diavolo. E pure: quanti si perdono per essi, quanti uccidono per essi! Dicono di Giuda che fosse un ladro e tenesse la cassa, ecc. Costui, poiché cercò il lucro, finì nel cappio: perse la vita e lucrò la morte. E pure: quante cassette, ahimè, quanti marsupi ci sono nei monasteri di san Benedetto! Quanti cocollati, tonsurati fin sopra le orecchie, hanno il marsupio dello spirito, la cassetta della propria volontà, il marsupio della mormorazione, della maldicenza, della svagatezza, della superbia e dell’ira, dell’invidia e della cattiva volontà! Ma ricordate, fratelli carissimi: coloro che fanno ciò seguiranno Giuda il traditore: e così, se non si pentiranno, perderanno il regno di Dio.

Ogerio di Lucedio (ca. 1136-1214), Sermoni, I, 3; cit. in Giovanni Lunardi, La spiritualità dei padri monastici del secolo XII, Edizioni La Scala 2012, p. 74 (il testo originale si può vedere qui).

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Evidentissima causa (Dice il monaco, XXII)

Dice Antonio da Barga, olivetano, intorno al 1450:

Riguardo alle vesti cosa dirò? Noi, infatti, non siamo da paragonare agli antichi padri, che avevano poche vesti e di scarsa qualità, sebbene crediamo di non essere simili neppure ai girovaghi. Noi, infatti, a meno che non vi sia una palese necessità – vale a dire una malattia – indossiamo una piccola tunica. Non portiamo camicie, né di lino né di lana, ma sulla nuda carne indossiamo una semplice tunica. Ciascuno di noi ha a suo uso tre tuniche, con la cocolla e lo scapolare. A ciascuno, poi, vengono dati i sandali e i cappucci necessari. Le scarpe vengono concesse raramente, solo a coloro che sono pressati dalla malattia o dalla vecchiaia, o se lo richiede un’altra evidentissima causa.

Cronaca, 17, in Per una rinnovata fedeltà. Fonti olivetane, a cura di C. Falchini, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2003, pp. 200-201.

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Reparto guastatori (Dice il monaco, XXI)

Temendo il rimprovero dell’amico e maestro Manegoldo, circa la sua eccessiva frequentazione degli autori classici, dice Wibaldo, abate di Stablo (Stavelot), intorno al 1149:

Ma perché tu rimproveri e accusi me, monaco e che già comincio a incanutire, perché leggo spesso o mi occupo di queste cose? Sappi che io entro in questi accampamenti non come un disertore o come uno che passa al campo nemico, ma come uno che va a esplorare e che desidera saccheggiare – ché magari riesco a ghermire una madianita con la quale, una volta che si sarà rasata e si sarà tagliata le unghie, potrò unirmi in legittimo matrimonio [quam pilis erasis et unguibus dissectis legitimo mihi valeam copulare matrimonio].

La citazione è in Giovanni Lunardi, La spiritualità dei padri monastici del secolo XII, Edizioni La Scala 2012, pp. 180-81, che però si ferma a «saccheggiare»; la «battuta» sulla madianita fa riferimento a Deuteronomio, 21, 10-13.

 

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Occhio alle agapete (Dice il monaco, XX)

Dice Gregorio di Nazianzo, nella seconda metà del IV secolo, nei suoi epigrammi:

Come è difficile sfuggire al turbamento per la vicinanza dei corpi. / Perciò, monaci, [state]mi lontano dalle donne. / Molti infatti sono i segreti delle unioni, anche prima delle nozze, / attratto dai quali l’occhio insozza l’anima.

Monaci, fate la vita dei monaci. / Se vivete con le agapete,  non [siete] monaci. La coppia [vi sia] estranea. / L’unicità è l’immagine della gloria angelica. Se con le agapete / vi dilettate, siete amanti della coppia [che è cosa] mortale. / Sono persuaso, tu vivi da casto con una casta, ma è una donna.

Leggo nel sempre convincente Théron (Piccola enciclopedia delle eresie cristiane) che le agapete (dal greco agapaô, «amo», quindi «amate, dilette») erano «ragazze o vedove che i monaci accoglievano nei loro monasteri» (esisteva anche la variante a ruoli inversi). La promiscuità era ammessa poiché «niente è impuro per delle coscienze pure». Nonostante il richiamo diretto all’insegnamento attribuito a Gesù («Se il tuo occhio è sano, anche il tuo corpo è tutto nella luce; ma se è malato, anche il tuo corpo è nelle tenebre», Lc 11:34) e alla sua dura critica all’ipocrisia farisea, furono attaccate, oltre che da Gregorio, da molti Padri della Chiesa, combattute, screditate, accusate di pratiche innominabili e infine soppresse dal Concilio Lateranense del 1139, sembrerebbe a riprova comunque di una lunga resistenza.

Le agapete «finirono davvero nel diabolico, come molte volte fu loro rimproverato?» si chiede Théron. «Se è così, mi sembra veramente un peccato: vorrebbe dire che ciò che vi è di più bello al mondo, la trasfigurazione di ogni essere vivente e di ogni cosa per opera dello sguardo ad essi rivolto, è difficilmente realizzabile.»

Gregorio di Nazianzo, Epigrammi 19, 20, in Epitaffi. Epigrammi, a cura di L. Coco, Città Nuova 2013, p. 67.

 

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Deficit di attenzione e iperattività (Dice il monaco, XIX)

Dice Giovanni Cassiano del monaco superbo, intorno al 420:

A tal punto s’accresce nel suo animo il fastidio per ogni parola di sapore spirituale che, ogni qualvolta viene tenuta una conferenza di tal genere, il suo occhio non riesce a fermarsi in un punto solo e il suo sguardo s’aggira incerto qua e là, a destra e a sinistra, più di quanto avvenga di solito. Invece di sospiri salutari, egli si mette a schiarirsi la gola, pur avendola secca; finge emissioni catarrose senza alcuna provocazione reale; le sue dita si mettono a giocherellare e le muove alla maniera di chi sta scrivendo o dipingendo; tutte le sue membra si agitano da una parte e dall’altra in maniera tale da far pensare che, finché dura la conferenza spirituale, egli sia seduto sopra uno strato brulicante di vermi o sopra un cumulo di chiodi acutissimi.

Giovanni Cassiano, Istituzioni cenobitiche, XII, 27, 2-3, a cura di L. Dattrino, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia 1989, p. 307.

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Bianchi e come nuovi (Dice il monaco, XVIII)

Dice Sincletica, madre del deserto, in Egitto, intorno al IV secolo:

Chi la deve sopportare [la povertà volontaria], subisce patimenti nella carne ma trova sollievo nell’anima. Come infatti abiti resistenti vengono lavati e sbiancati, strofinandoli con i piedi e torcendoli energeticamente, così pure un’anima forte acquista maggior vigore per mezzo della volontaria indigenza. A quelle che sono piuttosto deboli interiormente capita di dover patire il contrario delle prime. Infatti se soffrono per un po’, come delle vesti sgualcite, si rovinano, non sopportando il lavaggio [che avviene] mediante la virtù. Unica per entrambe è la tecnica di lavaggio e uno è l’operatore, differente è invece il risultato per gli abiti: gli uni infatti si rovinano e si distruggono, gli altri invece tornano bianchi e come nuovi.

Pseudo-Atanasio, Gli insegnamenti spirituali di una Madre del deserto. Vita di Sincletica, a cura di L. Coco, San Paolo 2013, p. 42.

 

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