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Pluviometri, sismografi e meteoriti (Cultura scientifica e tecnica del monachesimo in Italia, pt. 2/2)

(la prima parte è qui)

MazzucotelliSono pressoché certo che dimenticherò i nomi dei monaci scienziati che ho incontrato nel bel libro di Mauro Mazzucotelli1, magari, dicevo, con qualche eccezione. A cominciare dalla figura del cassinese Benedetto Castelli (1577-1643), «il monaco che forse più di ogni altro fu vicino a Galileo, non solo come fedele discepolo ma anche come sincero amico, e dal quale fu ricambiato con altrettanta amicizia e considerazione». Ingegno poliedrico, si usava dire, il Castelli si occupò di molti argomenti di astronomia – a lui si devono i calcoli sui periodi dei pianeti medicei, cioè i quattro satelliti maggiori di Giove scoperti da Galileo –, di ottica, meccanica, fisiologia, sia teorici, sia pratici, e la sua fama si legò in particolare al Della misura dell’acque correnti, uno dei trattati di idraulica più famosi del suo tempo, pubblicato a Roma nel 1628. Il motivo per cui lo ricorderò, tuttavia, è perché gli viene attribuita l’invenzione del pluviometro, «sperimentato per la prima volta in un cortile del monastero di S. Pietro in Perugia ove l’abate risiedeva nel 1639 in occasione del capitolo generale della congregazione». L’idea venne al Castelli osservando un acquazzone che si abbatteva sul lago Trasimeno, come poi racconterà in una lettera indirizzata proprio a Galileo: «Supponendo (come haveva assai del probabile) che la pioggia fosse universale sopra il lago… preso un vaso di vetro di forma cilindrica… l’esposi all’aria aperta a ricevere l’acqua della pioggia che ci cascava dentro e lo lasciai stare per ispazio d’un hora…»

Poi mi ricorderò di un altro cassinese, Andrea Bina (1724-1792), lettore di filosofia, ma soprattutto fisico e in particolare sismologo (suo il Ragionamento sopra la cagione de’ terremoti ed in particolare di quello della terra di Gualdo di Nocera Umbra nell’Umbria seguito l’A. 1751). Alla sua memoria è stato intitolato l’Osservatorio Sismico «Andrea Bina», fondato dal monaco di Montecassino Bernardo Paoloni agli inizi degli anni Trenta, proprio nel monastero di S. Pietro in Perugia, e sul cui sito si legge: «Si può affermare con estrema tranquillità che la sismologia intesa come materia scientifica, dimostrabile attraverso osservazioni, dati e leggi fisiche e non con miti e leggende, nacque dalla preziosa penna di Padre Andrea Bina». Anche di lui mi ricorderò in particolar modo per un’invenzione, quella del sismografo a pendolo: una sfera di piombo appesa a un filo, con infilato uno stilo rivolto verso terra che scava solchi più o meno profondi nella sabbia contenuta in una cassetta di legno posta sotto di esso. Commentando il fatto che l’osservatorio sismologico sia tuttora attivo, Mazzucotelli scrive: «Credo che rappresenti l’unica realtà scientifica del nostro tempo realizzata in un monastero italiano, superstite testimonianza di una onorevole tradizione del passato».

AmbrogioSoldaniInfine non mi dimenticherò del camaldolese Ambrogio Soldani (1736-1808), di vastissima cultura, ma ricordato specialmente per gli studi di conchigliologia fossile, svolti in larga misura in terra toscana, culminati col Saggio orittografico ovvero Osservazioni sopra le terre nautilitiche ed ammonitiche della Toscana, pubblicato nel 1780 e la cui prefazione così recita: «Le pietre lumachelle a grani minimi riguardate colla lente, le molte terre analizzate, i testacei minuti separati ed esaminati col microscopio tutte insomma le osservazioni, e tutte l’esperienze riportate in questa raccolta sono state da me eseguite, poco avendo io detto per relazione d’altri e nulla senza citarne l’Autore». Il suo nome è legato anche a una curiosa e acuta opera dedicata a una pioggia di meteoriti avvenuta nei pressi di Siena: Sopra una pioggetta di sassi accaduta nella sera de’ 16 giugno del MDCCXCIV in Lucignano d’Asso nel Sanese: Dissertazione. Perché mi ricorderò di lui? Per il soprannome che gli restò attaccato: «abate pioggetta».

(2-fine)

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  1. Cultura scientifica e tecnica del monachesimo in Italia, 2 voll., Abbazia San Benedetto, Seregno, 1999.

 

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«Mai senza un poco di aritmetica, di geometria e di fisica» (Cultura scientifica e tecnica del monachesimo in Italia, pt. 1/2)

MazzucotelliHo dunque letto il meritorio lavoro di Mauro Mazzucotelli dedicato alla Cultura scientifica e tecnica del monachesimo in Italia1, in particolar modo di quello benedettino. Una cultura che per un bel tratto ha seguito lo sviluppo delle scienze in ambito laico, prima di crollare «bruscamente e per sempre» all’epoca delle leggi di soppressione delle congregazioni e degli ordini religiosi. Crollata per ragioni estrinseche, e quindi migrata altrove, senza tonaca: non mi è sembrato, infatti, scorrendo questa lunga galleria di nomi di cogliere una specificità monastica di avvicinamento alle scienze, il metodo essendo quello, indipendentemente dal saio o dal camice. Con ogni probabilità anche in virtù di una precisa scelta dell’autore, la stragrande maggioranza dei nomi che affollano le sue pagine corrispondono a individui che ritenevano importante e necessario osservare, cercare, registrare, catalogare, eventualmente sperimentare, e tramandare le conoscenze acquisite, al pari di pregare e cantare le lodi del Creatore: due «percorsi», se così li vogliamo chiamare, che in concreto nei monasteri non si ostacolavano a vicenda, anzi. «Il contrasto tra la scelta della vita dedicata a Dio e la passione per lo studio della scienza risulta superabile, come appare analizzando singole vicende e biografie della maggior parte dei monaci, in una stabile coerenza personale tra l’ascesi e lo studio, tra l’osservanza della Regola di San Benedetto e quella delle leggi che regolano il cammino della ricerca e della speculazione scientifica.» A suggello di questo contrasto superato, o forse mai nemmeno sentito, Mazzucotelli riporta una bella frase dell’abate napoletano Antonio Genovesi (tra l’altro, il primo titolare della prima cattedra di economia dell’università italiana), che così rispondeva al classico «giovane che voleva intraprendere la carriera ecclesiastica»: «Ella vuole essere un teologo: ma non il sarà mai senza un poco di aritmetica, di geometria e di fisica; poiché quelle le formeranno l’arte di ragionare e questa le farà conoscere il primo libro di Dio ch’è il mondo».

E non pare esserci neanche una specificità di interessi, a parte forse per quelle discipline più legate ad alcuni aspetti tradizionali del «sapere» monastico, come la botanica, con ricadute su medicina e farmacologia, e le scienze della natura «coltivata» e vissuta: idraulica, silvicoltura, agraria, meteorologia. «Il mondo vegetale arboreo, erbaceo o floricolo ha sempre avuto un legame abituale con la congregazione di Vallombrosa», ad esempio (e Giovanni Gualberto, il fondatore di Vallombrosa, è il patrono delle guardie forestali italiane), oppure la consuetudine di studi naturalistici dei camaldolesi. L’indice dei nomi raccoglie monaci scienziati per ogni branca, e sia di attitudine sperimentale e di ricerca, sia erudita: «È davvero impressionante – ad esempio – l’ampiezza del sapere di alcuni monaci del XVII secolo, come il fogliante Camillo Stella o il camaldolese Clemente Mattei o il cassinese Gerolamo Ruscelli», capaci di spaziare dalla matematica, all’astronomia, alle scienze del calendario, alla cartografia e alla meteorologia.

Il mio grande rammarico, non nuovo, è che tra non molto non ricorderò nulla di questa schiera, magari giusto con qualche eccezione. Mi accontento di sapere che questo fenomeno è esistito e ha avuto una dimensione non trascurabile; lo deposito sullo scaffale mentale che ospita quelle cose che a un paio di metri di distanza sono un’etichetta che riporta il loro nome, e poi, a mano a mano che ci si avvicina, si allargano e si inabissano tendendo a infinito; e sono grato all’autore del libro, cui potrò in caso tornare periodicamente – libro che, nelle intenzioni, va considerato come propedeutico a «un Dizionario bio-bibliografico dei monaci italiani che si sono occupati di scienza e hanno lasciato tracce scritte di questa loro cultura. È un lavoro che mi sta impegnando da tempo con, è il caso di dirlo, pazienza certosina e che spero possa vedere la luce in un futuro non troppo lontano».

(1-segue)

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  1. 2 voll., Abbazia San Benedetto, Seregno, 1999.

 

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La «spectabele religiosa e veneranda dona madona» Anna Buzzacarini

Nel secondo fascicolo del 2015 di «Benedictina» Giannino Carraro e Donato Gallo hanno dato l’edizione di un elogio di una monaca padovana della fine del Trecento1. A un primo sguardo può sembrare una pubblicazione strettamente riservata agli storici specialisti della materia, ma non è così. Si tratta infatti di una rara occasione per accedere a un documento di primissima mano che «fotografa» l’attività pratica della badessa di un importante monastero cittadino del XIV secolo.

La monaca in questione è Anna Buzzacarini, figlia di una delle principali famiglie di Padova che seppe sempre mantenere forti legami con il potere, in particolare con la signoria dei Carraresi. Nasce nel 1322, probabilmente prima di tre sorelle, Fina, Imperatrice e Buonafemmina, e di un fratello, Arcuano; entra nel monastero di San Benedetto («fra i principalissimi della città») nel 1336 e nel 1355 ne diventa badessa, tramite elezione mediante compromesso2. Manterrà la carica fino alla morte, avvenuta nel 1397: 41 anni di governo, dei quali l’elogio, opera del cappellano delle monache, Giovanni da Modena, registra le instancabili iniziative messe in atto a difesa e a rafforzamento del monastero. Il manoscritto, conservato nell’Archivio di Stato di Padova, rappresenta inoltre un documento assai interessante del dialetto padovano antico e comincia così: «Quaderno scrito e conpilado da McIIJcLXXXXIJ perfin [el mille IIJcLXXXXVIJ] in questo sacratissimo e religioso logo de [meser Sam Benedecto] dei beneficii rendidi et acresementi facti per la spectabele religiosa e veneranda dona madona Anna Buçacharina per la disposiciom de Dio abbadesa dignisima de questo sacro logo» – un volgare molto espressivo che risulta comprensibile, a patto di non andare troppo spediti e di farsi aiutare ogni tanto dalla traduzione.

Le 74 rubriche, brevi capitoletti, in cui è suddiviso il testo sono raggruppate in cinque parti dedicate a) agli acquisti di ornamenti, paramenti, argenterie e libri, b) agli acquisti e ai lavori eseguiti su immobili interni al monastero o in città, c) alle proprietà fuori città, d) alle proprietà acquisite dalle monache, e) alle rendite e ai prestiti. E se il ricordo delle virtù spirituali della badessa è affidato quasi esclusivamente alla succinta aggettivazione che l’accompagna (venerabele, egregia e religiosa, vera catholica, prelibada, abbadessa frutuosa, fino al contenplativo e pacifico spirito che rende in punto di morte), l’attenzione è in larga misura concentrata sugli aspetti concreti della sua attività. Un’attività indefessa che non disdegna nulla: dalla richiesta a papa Gregorio XI dell’uso del pastorale, alla sostituzione della «chanpana grande ch’era rota»; dalla realizzazione del pulpito per l’ufficio notturno («el puçolo da chantare su le licion da nocte»), all’acquisto di un manso; dalla riparazione delle ruote del mulino, al reclamo del censo «de una botesela de vino ogne anno», e così via. Tutto scritto, con precisione di date e di cose, tutto ugualmente importante, tutto risultato delle doti diplomatiche, della tenacia, del talento organizzativo, delle conoscenze importanti della badessa, e talvolta di virtù misteriose, come nel caso di «Enrico Bestiola e i suoi compagni [che] non volevano più pagare cosa alcuna. E la predetta signora seppe trovare il modo perché accettassero tutti e tre… pagando inoltre l’arretrato».

Il lascito materiale di Anna viene ripetutamente sottolineato: «Ancora lassò la prenominada venerabele e religiosa dona madona Anna Buçacharina libero e francho sença usura e sença debito alguno el monestero de meser San Benedecto per ley bem recto e religiosamente conservado» – un monastero solido e rispettato, senza debiti e con molti crediti, provvisto di ogni bene materiale, con la dispensa e la cantina piene, ricco di case e terreni e pronto ad affrontare i momenti duri.

Nelle ultime dodici rubriche, infine, si scatena la passione per gli elenchi: cereali, vino e formaggi; mantelle scapolari e gonnelle; tovaglie, matasse e fazzoletti («XIIIJ façoli streti da naso»); ducati, lire e soldi; tappeti, coltri e cuscini («XJ cushineli da sedere»); padelle, mestoli e «doe gratachase» (grattugie)… non la smetterei più di trascrivere. Il posto d’onore lo lascerò alla singolarissima dotazione di «IJcLXVI peveraroli», cioè 266 pepiere.

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  1. Giannino Carraro e Donato Gallo, L’elogio trecentesco di Anna Buzzacarini, badessa di S. Benedetto Vecchio di Padova in età carrarese (1355-1397), in «Benedictina» 62, 2 (luglio-settembre 2015), pp. 259-334.
  2. L’elezione mediante compromesso (forma compromissi) prevedeva che le religiose rimettessero il proprio voto, a una a una e in segreto, a un canonico da loro nominato, che successivamente proclamava l’esito. Il fascicolo dell’elezione di Anna Buzzacarini si è conservato, presso l’archivio della Curia vescovile, e, tra le altre cose, riporta che la nuova badessa ottenne 22 preferenze su 24 monache votanti.

 

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Serafino Serrati, monaco scienziato (uno dei tanti) (Who’s Who, XI)

SerafinoSerrati

Serafino Serrati, o.s.b., Firenze, m. dopo il 1787. Monaco e fisico, gli fu intitolato anche un batterio, il Serratia marcescens.

Dopo esser stato per anni il triste possessore di un derelitto volume secondo, finalmente ho recuperato il primo volume di un’opera molto interessante e che io sappia pressoché unica: Cultura scientifica e tecnica del monachesimo in Italia di Mauro Mazzucotelli. Mi sono subito disposto alla lettura e in breve, nel mezzo di un profluvio di «ma tu guarda» e «ma dai», mi sono imbattuto in questo incipit di capitolo: «Era ancora recente l’eco degli esperimenti aerostatici dei fratelli Montgolfier quando il 25 gennaio 1784 nella Badia fiorentina alcuni monaci cassinesi realizzarono con successo il volo di un pallone aerostatico che dal chiostro del monastero si levò nel cielo di Firenze per essere recuperato qualche ora dopo in un villaggio dell’Appennino emiliano»1. L’impresa, che seguiva di un paio di mesi il primo volo umano su quella che sarebbe stata chiamata la mongolfiera, avvenuto il 21 novembre 1783, era opera di tre benedettini: Bernardo De’ Rossi, Agostino Da Rabatta e Luigi De’ Rossi. L’avvenimento fece scalpore e fu riportato con ammirazione dalle cronache del tempo, ma non era certo un evento miracoloso, né un episodio isolato.

Alla Badia infatti si trovavano diversi monaci «i quali, impiegando il tempo e l’ore che gli sopravanzavano alle monastiche incombenze, si occupavano per piacere nelli studi piacevoli della Fisica». Tra di essi vi era Serafino Serrati, «diligentissimo Monaco Benedettino», cui «non potrà negarsi la gloria di essere stato il primo a immaginare la possibilità» di dare una direzione ai palloni aerostatici. Schivo e osservantissimo, di lui uno di quei grandi repertori biografici ottocenteschi dice che «passava la vita sempre immerso nei prediletti suoi studi», in cui si distinse, oltre che per le ricerche sui predetti palloni, anche per le idee sulla possibilità di applicare il vapore «ai legni per correre il mare». E racconta anche che un giorno, suonata la campanella che chiamava i monaci al coro, dom Serafino vi giunse «con tutto il suo grembiulino che tenea lavorando al suo fornello chimico». Non era infrequente peraltro che questi monaci studiosi assommassero conoscenze di più discipline, e che tali discipline insegnassero, fuori e dentro il loro monastero.

Nel 1787, a Firenze, furono pubblicate le sue nove Lettere di fisica sperimentale2, che presentano a un anonimo amico il frutto dei suoi studi e che spesso sono aperte da amene introduzioni, come la seguente: «Essendo un giorno in campagna, e presso d’una piccola vasca, osservai che per essere la giornata quietissima, l’acqua di questa vasca non si muoveva punto. Mi saltò in capo di vedere se vi era modo di movere con l’arte l’aria in guisa, che potesse questa guidare un legno senza che l’aria fosse commossa. O sentite di grazia quello che io mi immaginai…» (Lettera VIII). La più curiosa è forse proprio l’ultima, «che descrive un forno a riverbero, per l’uso di cuocere il pane», e che comincia così:

«Ritrovandomi un giorno a sentire i lamenti che faceva un fornaio per esser troppo lunga, faticosa e dispendiosa la cottura del pane, mi posi a pensare se vi potesse essere una maniera di formare un forno, il quale fosse atto a cuocere il pane, senza che nel medesimo si mettesse il fuoco e le fastella, e che con più prontezza e pulizia si arrivasse questo a riscaldare.» Detto fatto, con tanto di figura. E poiché di fisica sperimentale si tratta, «io ne ho fatta l’esperienza», conclude dom Serafino, «e m’è riuscita egregiamente».

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  1. Mauro Mazzucotelli, Cultura scientifica e tecnica del monachesimo in Italia, Abbazia San Benedetto, Seregno, 1999, p. 98.
  2. Lettere di fisica sperimentale di D. Serafino Serrati, monaco cassinense della Badia di Firenze, Firenze 1787, per Gaetano Cambiagi Stamp. Grand. (lo si può consultare qui).

 

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I Benedettini non fanno mai locanda (il cardinale Ildefonso Schuster, o.s.b.)

SapientiaCordisNel giorno della beatificazione del cardinale Alfredo Ildefonso Schuster, che veniva sancita esattamente vent’anni fa da Giovanni Paolo II, le edizioni dell’Abbazia San Benedetto di Seregno pubblicavano un’antologia di brani tratti dalle principali opere di argomento monastico del famoso vescovo di Milano1. «Forse nessun monaco come lui, diventando vescovo, è rimasto monaco fino in fondo», testimonia Pelagio Visentin2 introducendo la scelta di testi da La «Regula monasteriorum», La vita monastica nel pensiero di san Benedetto e Un pensiero quotidiano sulla Regola di san Benedetto, pubblicati nel decennio 1942-1951 e che cercherò ovviamente di recuperare in qualche modo (in particolare gli otto, diconsi otto, volumi dei Pensieri sulla Regola).

Ci sono almeno tre aspetti che mi hanno colpito di questo che tocca definire «aureo libretto». Anzitutto la dimensione pratica su cui spesso si sofferma il cardinale: la sua preoccupazione, abbaziale e pastorale, è volta alla conduzione delle comunità, al loro resistere o adattarsi alle trasformazioni del mondo circostante, al mutare della consuetudine che deriva dal mutare degli individui. In un costante confronto con le sue esperienze, il vescovo ammonisce ad esempio contro «la soverchia cura economica o edilizia» che fa dimenticare la crescita spirituale per quella degli edifici; oppure contro un’interpretazione scomposta dell’ospitalità: «Si distingua bene tra l’ospite in senso cristiano ed i semplici forestieri, o turisti moderni» in modo che il monastero non si trasformi «in un’azienda alberghiera, o in un centro di sport», e non si parli di conti, «perché i Benedettini offrono bensì ospitalità, ma non fanno mai locanda». La carità fraterna, ancora, è fondamentale, ma è bene che i compiti siano assegnati con precisione, «Quando sono incaricati tutti, fa nessuno», e che i detti incaricati siano preparati: «Avverta poi l’abate che, oggi soprattutto, quando la civiltà è tanto progredita, per i diversi uffici della cittadella monastica si richiede una vera competenza scientifica o tecnica. […] Se un cuoco non conosce bene l’arte sua, finirà col rovinare coi grassi gli stomachi più delicati dei religiosi. Se l’addetto alla cantina è imperito…».

Un piccolo particolare mi ha poi confortato. Qualche tempo fa ho usato il termine «macchina» per riferirmi al complesso di regole e comportamenti che consente il buon funzionamento di un monastero, ed ecco che il cardinale Schuster, mettendo in guardia sul cattivo effetto dei monaci accentratori, che vogliono fare tutto da soli e a modo loro, dice: «In queste circostanze, in un monastero tutto il congegno della macchina conventuale si arresta ed irruginisce: un vero disastro!».

L’antiquato e raro «irruginire» evoca il secondo aspetto, minore, che mi è piaciuto, quello linguistico. L’italiano sempre composto del cardinale è piacevolmente desueto, cosa che non sorprende e che è utile a mantenere ben desta l’attenzione: i superiori che «non di rado vanno a dare il capo» contro un grave ostacolo; i monaci che si limitano a «processionare intorno al chiostro»; il «monachino infermiccio», l’«inconsiderato parlare», l’«antico spirito di onnigena unità», la pericolosità degli «zelotipi, ossia i caratteri gelosi», e così via.

Infine, ben più importante, mi ha colpito quello che definirei lo «spirito di corpo» del vescovo benedettino. Da un lato tale spirito si manifesta in una certa apprensione per i monaci che non fanno più i monaci ma qualcos’altro, ad esempio gli studiosi, che ricordano i «girovaghi» di san Benedetto: «Quanti ne ho veduti di monaci intellettuali, investigatori di codici e palinsesti nelle varie biblioteche ed archivi d’Europa, i quali, col troppo stare fuori dai loro chiostri, hanno finito miserabilmente col perdere la vocazione!» Ma anche i guardiani di opere d’arte, che si ritrovano «anche adesso in quei minuscoli cenobi dove restano due o tre religiosi a custodire l’artistico monumento» e che sono regola a se stessi, come i sarabaiti.

Altrove l’apprensione cede il posto a una mite forma di orgoglio monastico: «Talora i monaci non si rendono esatto conto dell’impressione che la semplice osservanza regolare esercita sui secolari». Anche per questo motivo i monaci non devono inseguire il mondo, i suoi modi, i suoi cambiamenti; non devono scimmiottare i laici per puro spirito di «aggiornamento», devono bensì essere al loro stesso livello per cultura e preparazione, ma non dimentichino mai il  «galateo monastico» né il senso della loro vita, che è mettersi alla scuola del Cristo («Il monastero non è il paradiso, ma il purgatorio»), e tra loro si chiamino col nome di fratello («che vuol far dimenticare quello secolaresco di compagno, o di camerata»). È proprio custodendo la loro forma di vita che i monaci, «senza punto uscire dai loro chiostri, anzi senza neppur conversare cogli uomini, possono esercitare una benefica influenza sul mondo contemporaneo».

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  1. Alfredo Ildefonso Schuster, o.s.b., Sapientia cordis. Il racconto della vita monastica, Abbazia San Benedetto Seregno 1996 (20033); volume 14 della pregevole collana verde degli «Orizzonti monastici».
  2. Don Pelagio Visentin (1917-1997), liturgista e monaco benedettino di Praglia, a lungo preside dell’Istituto di liturgia pastorale (ILP) Santa Giustina di Padova, fu figura di spicco del movimento di rinnovamento liturgico acceso dal Vaticano II.

 

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«Per quant’oro ha il Perù» (Le «Lettere familiari e di complimento» di Arcangela Tarabotti; pt. 2/2)

LettereFamiliariComplimento

(la prima parte è qui)

Viene da chiedersi perché Arcangela Tarabotti abbia incluso nel suo epistolario1, così pensato in funzione pubblica2, anche alcune lettere indirizzate all’amica Betta Polani. Sono una dozzina, tra le più brevi, e spesso danno notizie sulla salute mai buona della scrivente o esprimono richieste di perdono per il ritardo nella corrispondenza: a una di esse è affidata, simbolicamente direi, la conclusione del volume. Non contengono come molte altre informazioni sulle vicende delle opere di Tarabotti, né riferimenti alla vita sociale e culturale della Serenissima, non servono a mostrare la rete di conoscenze e rapporti dell’autrice: sono soltanto uno spiraglio di cuore che suor Arcangela ha voluto comunque lasciare aperto per chi l’avrebbe letta in futuro, «perché ‘l comunicar ai cari amici le passioni del cuore è un sollievo grande nell’anime de’ sconsolati».

Novizia nel monastero di Sant’Anna in Castello dal 1642, Betta Polani lo aveva lasciato nel 1647, prima dei voti solenni e recuperando la propria dote. Era stato uno zio a farla uscire, con ogni probabilità affinché si sposasse, ma il matrimonio non era arrivato, tanto che la stessa s. Arcangela aveva poi scritto al fratello di lei, Marin Polani, perorandone le qualità: «La sua incomparabile modestia e attività nel governo della casa la renderebbe abile a reggere un mondo».

Quando Betta se ne va, s. Arcangela confessa: «Sono rimasta un’ombra senza di voi», e in un’altra lettera aggiunge che «al suo absentarsi da me, ho sentito partirmi l’anima del seno, onde sono rimasta un corpo pieno d’infelicitadi». A lei, in un momento di particolare oppressione, affida il destino delle proprie carte: «A Voi, che sete stata assoluta padrona della più cara parte di me stessa, mando li miei scritti, che sono le più care cose ch’io abbia e che più mi rincresca di lasciare. Direi che fossero abbruciati, ma qua dentro non ho di chi fidarmi». Alle insistenti richieste dell’amica, circa le sue condizioni, Tarabotti risponde con un’intimità di tono che non si riscontra altrove, scendendo nei dettagli anche minuti («I miei alimenti non sono altro che suco d’orzo e lattade di seme [cioè infuso di semi di lino nel latte]») e concedendosi anche qualche gioco di parole («A queste miserie s’aggiunge l’esser io in un dormitorio che sarebbe meglio chiamarlo moritorio perché dirimpetto nella cella vi è una monaca in extremis»).

Altre volte è s. Arcangela a preoccuparsi per i silenzi dell’amica («Non posso e non voglio più vivere senza intendere nuove di Vostra Signoria Illustrissima») e per la sua salute. In una lettera un po’ più lunga del solito la monaca dice che sta raccogliendo pareri su cosa possa giovare alla giovane amica e, «perché questo mondo è fornito di musici, medici, e matti, sento gran diversità d’opinioni»3; alla fine il consiglio è singolare: «GovernateVi senza tanti Galeni, e non andate in colera così facilmente, perché s’accende il sangue con gran danno della salute». Che bello sarebbe poter leggere l’epistolario completo, con le lettere di entrambe…

Le Lettere di Arcangela Tarabotti sono un documento complesso, un luogo letterario claustrofobico come il «carcere» dal quale venivano scritte, al suo interno quelle indirizzate all’amica, o a lei dedicate, anche se sempre attraversate da ansie e malinconie, rappresentano piccole isole in cui l’aria circola un po’ di più e si può respirare. E una volta anche sorridere: «Perché quant’oro ha il Perù e quante perle o giogie che possede la terra, non vagliono uno sterpo a paragone del purissimo oro del suo cuore e al candore della sua purità, che toglie il vanto alle perle orientali».

(2 – fine)

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  1. Arcangela Tarabotti, Lettere familiari e di complimento, edizione critica e scientifica a cura di M.K. Ray e L.L. Westwater, presentazione di G. Zarri, Rosenberg & Sellier 2005 («Il capolavoro di questa professionista della penna, che non ha rivali in campo femminile nel Seicento e forse neppure nel secolo successivo», Gabriella Zarri).
  2. «Le Lettere non possono essere ritenute altro da quello per cui la loro autrice le pensò: un’abile operazione letteraria in cui Tarabotti bada a costruire molto accuratamente il proprio personaggio», Francesca Medioli, Tarabotti fra omissioni e femminismo: il mistero della sua formazione, in Donne a Venezia. Spazi di libertà e forme di potere (sec. XVI-XVIII), 2008. Sempre di Medioli, molto interessante e ricco di informazioni il saggio Des liaisons dangereuses? Réseaux hérités, supposés et déguisés d’une nonne vénitienne au XVIIe siècle (2012), che si può leggere qui.
  3. «Chi loda la regola del vivere e chi i medicamenti; altri raccomandano una lucerta viva, e tutti unitamente dicono recipe un buon marito», lettera 240, p. 285.

 

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«Le più sprezzabili cose del mondo» (Le «Lettere familiari e di complimento» di Arcangela Tarabotti; pt. 1/2)

LettereFamiliariComplimento«Era Monaca in Sant’Anna di Venezia1, ma il silenzio del Chiostro non ispense in lei il desiderio di fama, e l’amore al suo sesso.»2 In attesa di rileggere – sì, rileggere, perché non mi ricordo quasi più niente – il suo Inferno monacale, ho letto l’edizione moderna dell’epistolario di Arcangela Tarabotti3. «Moderna» perché fu lei stessa ad approntarne la prima edizione nel 1650, due anni prima della morte, avvenuta all’età di 48 anni, 35 dei quali passati in un monastero nel quale era entrata (si chiamava allora Elena) per imposizione del padre: una figlia zoppa sarebbe stata difficile da maritare. Figura che viene automaticamente associata al fenomeno delle monacazioni forzate, suor Arcangela voleva soprattutto leggere, scrivere e partecipare a pieno diritto, ancorché donna, e donna religiosa, al dibattito culturale del suo tempo e della sua città, allo stesso livello dei signori letterati.

La pubblicazione del suo epistolario mirava proprio a legittimare questa volontà, rivendicando i giudizi positivi, ribattendo ai sarcasmi ricevuti sulle sue opere, non molte e dalla vita editoriale difficile, ed esibendo l’importanza dei suoi corrispondenti. Le Lettere familiari e di complimento, scrive Gabriella Zarri nella presentazione, «hanno come scopo primario quello di affermare la propria autorialità mettendola sotto la protezione di potenti patroni e di autorappresentarsi come scrittrice dispiegando allo stesso tempo una rete di relazioni non provinciali e non modeste».

Devo ammettere che ho fatto un po’ fatica a leggere questo italiano seicentesco appesantito e non sempre lineare («Spero nondimeno che la benignità di tanto signore non sii per isdegnare l’ammirazione e gli ossequi d’un cuore istupidito e riverente nelle considerazioni d’una maestà più che umana e di condizioni quasi divine, poich’anche lo stesso Dio gradisce quei ringraziamenti che provengono dalla purità d’un animo devoto», lettera 19) e ho finito per confondere il corteo delle Signorie Illustrissime, delle Vostre Eccellenze e Serenità che scorre da una lettera all’altra: Angelico Aprosio, Enrico Cornaro, Giovanni Dandolo, Angelo Emo, Francesco Erizzo, Giovan Francesco Loredano, Emilio Zanette e il cardinale Mazarino, tra gli altri.

Spiccano tuttavia, all’orecchio moderno, in mezzo a tante formule e giri di parole, le espressioni di quella sensibilità proto-femminista che sarà all’origine di molti studi e ricerche su questa monaca autodidatta e spesso afflitta da problemi di salute («fui assalita da una fierissima strettura di petto») e i lampi di una sicura autoconsapevolezza. «Arcangela Tarabotti», dice ad esempio di sé in terza persona, «non può essere una stella errante, ma più tosto una stella fissa, condannata nel cielo di un chiostro per sempre» (l. 50); e poi: «Per questo disprezzo gli uomini, che sono le più sprezzabili cose del mondo, e non alimento la lor ambizione con titoli od onori acciocché sappiano che, se ben si gloriano molti d’esser nobili, sono però anco loro tre once di terra, e benché involti nella porpora, finiranno come gli altri» (l. 185); e poi: «Se le donne sono croci che non s’adorano se non inorpellate, di ciò n’incolpi la maledetta avarizia degli uomeni che per poco dinaro anche venderon un Dio» (l. 68); e ancora: «Perché il quinto elemento di cui sono formata è la sincerità…»; e infine: «Sono fatta però a rovescio degli altri», e così via.

Spiccano inoltre le continue smentite di chi insinua che non siano veramente sue le opere che circolano a suo nome (da cui traspare talvolta una stanchezza che accora) e le repliche ai puri e semplici insulti. Così risponde, ad esempio, a chi la definì, due volte, «zoppa di corpo e di ingegno»: «Malagevole però e difficile mi riuscirà il fidarmi di Lei che con dilegi in faccia mia ha schernito quel diffetto col quale forse il mio genitore ha voluto contrasegnarmi per sua figliuola. Io ad ogni modo mi glorio d’esser zoppa perché così certo sarò delli invitati a quella gran cena che voi altri, dritti nel corpo ma zoppi nell’anima e stropiati nell’operazione, dal Padre di famiglia sete stati esclusi per sempre. A Dio» (l. 53).

Al di là della lettura non del tutto agevole, e anche del prevalente tono di querimonia, ampiamente giustificato, le sottolineature, come si vede, sono state frequenti, a riprova di una voce ostinata e appuntita che conquista lettera dopo lettera un’attenzione sempre più partecipe. Una voce che si concede qualche abbandono soltanto nelle lettere «di servizio» e in quelle, struggenti, all’amica prediletta.

(1-segue)

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  1. Il monastero di Sant’Anna in Castello, fondato nel 1242, fu dapprima abitato dai monaci agostiniani e passò poi, agli inizi del XIV secolo, «ad alcune divote femine, le quali, dirette da una Superiora, chiamata Maria Zotto, desideravano in luogo remoto servir a Dio professando la Regola di San Benedetto» (Flaminio Corner, Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia…, 1758, p. 107). A Sant’Anna presero il velo due figlie del Tintoretto, probabilmente Perina e Ottavia.
  2. Ginevra Canonici Fachini, Prospetto biografico delle donne italiane rinomate in letteratura dal secolo decimoquarto fino a’ giorni nostri, Venezia 1824, p. 162 (dove il cognome è erroneamente indicato come Trabotti).
  3. Arcangela Tarabotti, Lettere familiari e di complimento, edizione critica e scientifica a cura di M.K. Ray e L.L. Westwater, presentazione di G. Zarri, Rosenberg & Sellier 2005.

 

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«Senza recite e senza reticenze» (Maria Ignazia Angelini, «Niente è senza voce», pt. 4/4)

NienteSenzaVoce(la prima parte è qui, la seconda qui e la terza qui)

Il quarto gradino indicato da Benedetto – la pazienza e la sopportazione a oltranza – rappresenta per m. Angelini («per quello che capisco») il vertice del capitolo: l’umiltà di scegliere la contraddizione, la sfida di trasformare la violenza stessa in relazione fraterna. Qui la badessa si lascia andare a un accenno di profezia: «Forse da una monaco e da una comunità monastica che si lascino plasmare dalla dinamica pasquale [di morte e resurrezione] descritta dal testo della Regola, può sorgere quella buona notizia di cui ha sete l’umanità odierna, assediata da infinite forme di violenza e di potenza».

Ancora, nel gradino successivo, l’umiltà monastica pare lanciare «una splendida sfida alla cultura dell’individualismo, della manipolazione, dell’immagine fantasiosa di sé reclamizzata per autoaffermarsi». L’apertura del cuore all’altro, infatti, tramite la confessio, fonda la relazione interpersonale che è l’unico luogo di una possibile maturazione della verità. Laddove, tuttavia, verrebbe da domandarsi quale sia la necessità della fede nel trascendente per accedere alla realtà dell’altro, già così presente di per sé.

Tutta la parte conclusiva del capitolo, che completa l’analisi dei gradi, sembra peraltro concentrarsi contro l’autoreferenzialità e l’autogestione dell’individuo moderno, autentico spauracchio di queste pagine molto dense, ma spesso anche di riflessioni assai più superficiali… C’è un tono tragico, quasi da scontro titanico, che caratterizza l’evocazione del confronto tra l’antropologia monastica (e cristiana) e quella che per semplicità possiamo definire post-moderna. «Potremmo dire che questo è il lavoro fondamentale del monaco, l’unità della persona, senza recite e reticenze, maturata dallo stare semplicemente al proprio posto, l’ultimo, nel senso che è accanto al Signore e Maestro unico» – una frase di notevole peso, che andrebbe sezionata parola per parola.

Il monastero è un luogo «radicalmente alternativo», avverte ancora m. Angelini, non è un’azienda di produzione nella quale ci si regola da sé; non è luogo di self made men, bensì casa di individui che si trasmettono un sapere e un’esperienza tramite una Regola vissuta generazione dopo generazione. Il monastero è un luogo dove «si diventa se stessi ricevendosi attraverso la relazione con altri», dove nessuno si inventa la sua figura o parte da sé («per questo», aggiunge l’autrice, «ha potuto varcare i secoli e i millenni senza mummificarsi e mummificare essere umani»). Io, che pure non sono insensibile a un concetto come «unità della persona», non riesco tuttavia a individuare con certezza il contenuto del cosiddetto «diventare se stessi», e non tanto perché subisco l’incertezza che risulterebbe dalla perdita di un centro, ma perché trovo ragionevole oggi interrogarsi sull’effettiva utilità di questo «diventare se stessi». Non è ormai evidente la possibilità che possano esistere diversi «se stessi»? Allo stesso modo, per quanto faccia della stabilità una pratica quotidiana, come posso non ammettere l’evidenza dell’instabilità, e la possibilità di una sua differente fertilità? E ancora, non riesco a scorgere l’abisso nell’«inventarsi la propria figura»…

Sono partito per la tangente. Intanto la badessa ha passato in rassegna gli ultimi gradi (generalizzando ancora, ingenerosamente, sul silenzio benedettino che ascolta contrapposto alla logorrea chiusa in se stessa dei moderni) per giungere all’immagine finale del «monaco arrivato al compimento del suo itinerario di fede e di amore»: individuo semplicissimo, espropriato di sé e in costante dialogo con il Signore. «È un uomo libero, ma di una libertà “diversa” da quella “usa e getta”.»

Un’altra frase assai problematica, come suggeriscono quelle virgolette.

(4-fine)

Maria Ignazia Angelini, Niente è senza voce. La vita monastica oggi, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2007.

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«Se si mette da parte il proprio sé, non si muore» (Maria Ignazia Angelini, «Niente è senza voce», pt. 3/4)

NienteSenzaVoce(la prima parte è qui, la seconda qui)

Riprendo dopo alcuni mesi gli appunti sul volume della badessa di Viboldone, Maria Ignazia Angelini, per affrontare il quarto capitolo: «L’umiltà nella “Regola di Benedetto”». È quello che ho trovato più impegnativo, dedicato d’altra parte a ciò che rappresenta per l’autrice il cuore del testo benedettino. L’umiltà benedettina ha infatti una specificità sua propria, di carattere teologale, e non è soltanto una virtù o l’emblema di un cammino ascetico. L’umiltà del monaco si rispecchia nel movimento di «abbassamento» divino, che culmina con Gesù, e si configura come il modo e il luogo del contatto possibile tra l’uomo e Dio (e tra uomo e uomo). Il corpo di Gesù «era l’unico modo perché la Sua voce fosse udibile, la Sua luce sopportabile, la Sua potenza percepibile nella Sua assoluta trascendenza e bontà» e, se così si può dire, il monaco si mette al seguito di Gesù, ne segue il corpo con il proprio corpo.

Non posso dire di essere a mio agio, né con questo lessico, né tantomeno con questi concetti, ma seguo ugualmente il commento della badessa dei dodici gradi dell’umiltà, quali Benedetto li espone nel capitolo 7 della sua Regola, sia per ovvi motivi di istruzione, sia perché qui e là m. Angelini chiama a contrasto il cosiddetto pensiero della modernità. Anzi, si potrebbe quasi dire che questa meditazione sull’umiltà benedettina sia anche una sfida lanciata alla cultura dominante, quella dell’autoreferenzialità. E qui, come altre volte, mi rattristo nel vedere come sul fronte opposto venga messa in maniera un po’ indistinta la truppa dell’autorealizzazione, della volontà propria, dell’affermazione dell’immagine (vuota), ecc., come se non vi fosse altra alternativa possibile.

La scala (di Giacobbe) dell’umiltà non è una scala per arrampicarsi, bensì la via che può portare «la persona umana all’accettazione di sé, a combaciare con la propria nuda verità», e nemmeno è cammino di spaventoso (e masochistico) ascetismo, bensì via di profonda umanizzazione. Percorrere la scala, nella concretezza della quotidianità, è destarsi, prestare attenzione, e difficilmente si può essere in disaccordo con la badessa quando dice che «per la maggior parte di noi, per la maggior parte del tempo, non ci accorgiamo di cosa accade». Più difficile è per me comprendere qui la convocazione dell’«ateismo pratico», il cui esito sarebbe l’inutilità dell’uomo, abbandonato all’autoreferenzialità poiché privato del timore di Dio (primo gradino). «Vivere alla presenza di Dio è un atteggiamento, una ricerca di fede, che dischiude occhi nuovi sulle radici dell’impulso del “mi piace”, svelando l’insidia di un principio di autodeterminazione che è in realtà asservimento».

Secondo me quell’«in realtà» è molto problematico. Il pensiero sul quale qui m. Angelini riflette con grande intensità – «un pensiero robustamente radicato nei paradossi evangelici» – mi pare talvolta sospeso a un eccesso di paradosso: perché l’autodeterminazione è «in realtà» asservimento? Lo è sempre e nonostante tutto? Lo è per via del peccato originale? Perché non si può dare una determinazione che non sia né autoetero? Perché il «mi piace» deve essere l’unico «impulso» alla radice dell’autodeterminazione?

E non chiamerei l’autodeterminazione un «terreno sicuro», come fa poco oltre l’autrice, quando, commentando il secondo, il terzo e il quarto gradino («che sono un po’ il cuore del capitolo»), evoca esplicitamente «lo scontro frontale tra due sapienze»: quella di Gesù, di colui che non è venuto a fare la propria volontà, e quella della volontà propria. Tale volontà o è correttamente indirizzata o è piegata a servire l’io, è pretesa orgogliosa di autogiustificarsi che preclude alla persona il modo della relazione e conduce a una solitudine mortifera. «Se si mette da parte il proprio sé, non si muore – questa è la scoperta che dilata il cuore e la vita – e nel contempo si apprende qualcosa riguardo a Dio». Un altro aut-aut senza mezzi termini, non si sfugge all’orgoglio, al suo tocco mortale.

«Il senso di esistere come mandato, che segna radicalmente la vita di Gesù, si trasmette come sigillo nella vita cristiana, e dunque anche nel monaco.» Svestito del «così mi piace», il monaco e con lui l’uomo può accedere a quella necessità, a un’esperienza almeno iniziale di quella necessità che fu di Gesù, a garanzia della gloria. «Siamo al cuore dell’antropologia dell’umiltà», dice m. Angelini, che pur senza capire ascolto in silenzio.

(3-continua)

Maria Ignazia Angelini, Niente è senza voce. La vita monastica oggi, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2007.

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Nel fazzoletto o nelle maniche (la Vita di san Benedetto di Aniane, pt. 2)

Aniane(la prima parte è qui)

È una storia bellissima, quella della progressiva affermazione della Regola di Benedetto da Norcia, complicata e non priva di zone oscure. Vi si saldano spinte diverse per intenzione e origine: una tendenza all’uniformità in territorio franco, attestata sin dal primo decennio del VII secolo; il confronto tra regole diverse da tempo in atto sul campo, il VII secolo può essere considerato il periodo della regula mixta o composita, in cui convergono, oltre a quella cassinese, le consuetudini di Pacomio, di Basilio, di Agostino, di Colombano, quelle spagnole; la decisione di Carlo Magno di usare la rete dei cenobi per rafforzare il proprio piano imperiale (ne è convinto, il re dei franchi, tanto da scrivere all’abate di Montecassino affinché gli mandi una copia della Regola – sappiamo di questa cosa fantastica dalla sopravvissuta lettera di accompagnamento dell’abate: «Poiché piacque a Dio che qualcuno dei monaci di quella regione venisse informato della vostra devozione verso la dottrina e verso i notevoli esempi del nostro beato padre Benedetto, in base alla vostra richiesta vi abbiamo inviato la Regola dello stesso beato padre, trascritta dallo stesso codice che egli scrisse con le sue sante mani»).

E a fianco di Carlo Magno c’è Benedetto di Aniane, che da un lato sperimenta in prima persona alcune regole, dall’altro le studia e poi compone due opere di avvicinamento: un Liber ex regulis diversorum Patrum collectio (o Codex Regularum) e una Concordia Regularum, «mirante a dimostrare la priorità di quella benedettina, esaminata per capitoli». La vera alternativa, in territorio franco, era rappresentata dalla regola di origine irlandese cosiddetta «di Luxeuil», scritta da Colombano, cui quella cassinese fu preferita per una serie di motivi. Anzitutto la Regola di Benedetto da Norcia rispondeva «all’esigenza di far prevalere la tradizione monastica romana su quello iro-franca», e questo si sposava bene con il progetto carolingio; in secondo luogo era meno dura ed esigente di quella di Colombano, in breve era più realistica e più adatta per una sua applicazione universale perché lasciava all’abate un buon margine di discrezionalità per eventuali adattamenti (e questo Benedetto di Aniane l’aveva visto direttamente); infine la stabilità che contraddistingueva la regola cassinese era perfetta sia per il potere politico sia per l’idea di monachesimo che aveva maturato Benedetto di Aniane, in particolare riguardo alla pratica liturgica.

E dopo Carlo Benedetto sarà a fianco di Ludovico il Pio, perché l’opera non si completerà con un paio di editti, ma sarà lunga, osteggiata e richiederà, tra le altre cose, l’istituzione di una figura che può essere considerata progenitrice di quella del padre visitatore. Ludovico vuole che Benedetto – «di cui l’imperatore si serviva per numerosi affari» – sia più vicino alla corte, così gli costruisce addirittura un monastero (a Inda) perché possa lasciare Aniane. «Dopo questi avvenimenti l’uomo di Dio incominciò a varcare spesso la soglia delle porte del Palazzo e talvolta a portare scompiglio per essere utile a molti». Da intransigente qual era, Benedetto a corte si fa molti nemici, ma tutti capiscono anche che l’imperatore lo ascolta, sicché «coloro che, danneggiati da altri, chiedevano favori imperiali si avvicinavano a lui». Benedetto accoglie tutti e prende nota delle lamentele, riportandole su foglietti (in schedulis) che al momento opportuno presenta all’imperatore. «Il sovrano si abituò a questo, ed alcune volte il serenissimo imperatore li trovava toccando il fazzoletto e le maniche [aliquoties serenissimus imperator mapulam manicasque ejus palpans reperiebat], leggeva le richieste e decideva quali fossero le più utili da esaudire; per la sua smemoratezza, infatti, era solito porle in tali posti.»

(2-segue)

Benedetto d’Aniane. Vita e riforma monastica, a cura di G. Andenna e C. Bonetti, Edizioni Paoline 1993.

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