Pesci e scrivani (Vivarium, pt. 1)

Ho letto Cassiodoro il grande. Roma, i barbari e il monachesimo, di Franco Cardini, e finalmente ho imparato qualcosa sul monastero di Vivarium, praticamente coevo della Monte Cassino di Benedetto da Norcia (morto verso il 547) e con cui condivide tratti significativi per lo sviluppo successivo del monachesimo altomedievale (Cassiodoro, scrive Cardini, «sta in un rapporto difficile a cogliersi fino in fondo con il monachesimo benedettino e quindi con la fondazione dell’esperienza monastica occidentale, tesa appunto tra Vivarium e Montecassino»). Due modelli simili, uno dei quali, seppur faticosamente, è ancora lì, mentre l’altro è scomparso insieme al suo fondatore, tanto che soltanto in tempi recenti si è giunti a una ragionevole certezza, ad esempio, circa la sua ubicazione: contrada San Martino di Copanello, nei pressi di Squillace (Catanzaro).

Nato proprio a Squillace (Scolacium), da famiglia patrizia di origine siriaca, Cassiodoro vi fa ritorno verso il 554, quando ha tra i sessanta e settant’anni di età, dopo aver partecipato in ruoli non secondari alle vicende della monarchia gota di Teodorico e dei suoi successori, e su un terreno di proprietà fonda Vivarium (come dice l’abate Zanella: «l’antico lido in cui Cassiodoro al tempo antico depose il fasto delle corti infido»). Il nome deriva dall’esistenza di alcune vasche per l’allevamento dei pesci (c’è persino una località che tramanda ancora la tradizione, le «vasche di Cassiodoro»), «ma è ovvio pensare che le piscine, importantissime per l’alimentazione dei monaci, avessero un valore profondamente simbolico: il pesce richiamava un celebre simbolo del Cristo e rappresentava la salvezza delle anime, la salute spirituale. Il monastero era la Vera Piscina, i monaci fedeli e ubbidienti i Veri Pesci».

L’organizzazione del monastero è in larga misura sconosciuta. Si sa che aveva una dépendance per i monaci che volevano trascorrere periodi di eremitaggio, ma non si sa se vi vigesse una Regola (un’ipotesi avanzata è che vi fosse seguita la Regola del Maestro, una delle fonti dirette della Regola di Benedetto). Quello che Cassiodoro dice a riguardo, brevemente, nelle Istituzioni (che sono la fonte principale delle notizie su Vivarium), è che è sufficiente seguire «sia le regole dei Padri sia gli ordini» del superiore. Ciò che invece non smette di sottolineare è l’amenità e la fertilità del luogo, che, oltre a rendere piacevole il soggiorno, devono stimolare vieppiù alle opere di carità: «Avete il mare talmente vicino che si presta a vari tipi di pesca e il pesce pescato può essere riversato, a vostro piacimento, nei vivai»; «La posizione del monastero vi invita a preparare cose per i pellegrini e i poveri, poiché avete orti provvisti di acqua e il vicino corso del torrente Pellene»; «Abbiamo fatto costruire anche bagni perfettamente adatti per gli ammalati, ove scorrono convenientemente limpide acque gradevolissime sia per bere sia per bagnarsi».

(1-continua)

(Notizie e citazioni da Franco Cardini, Cassiodoro il grande. Roma, i barbari e il monachesimo, Jaca Book 2009.)

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Fratello Ludwig

Grazie al prezioso suggerimento di un lettore molto avvertito ho acquistato il libro Devi cambiare la tua vita del filosofo tedesco Peter Sloterdijk. Prima di sistemarlo nella coda di lettura, ho dato un’occhiata all’indice e ho notato il titolo di un paragrafo che mi ha fatto sobbalzare: «La regola monastica di Ludwig Wittgenstein». Quando? Dove? Cosa?

Vi si analizza una breve frase, del 1949, tratta dalla raccolta dei Pensieri diversi, che recita: «La cultura è una regola monastica. O almeno presuppone una regola monastica» – e io non l’avevo notata!? Il traduttore avverte che ne ha modificato la traduzione per essere più aderente all’argomentazione di Sloterdijk. Nella versione italiana di Wittgenstein (Michele Ranchetti, 1980) infatti si legge: «Civiltà è una regola di un ordine. O almeno presuppone una regola» – ah, ecco perché! Poi però sono andato ugualmente a prendere il volume per controllare e, surprise, ho trovato: «Civiltà è regola di un ordine religioso. O almeno presuppone una simile regola» – ah!, nella nuova edizione del 1988, quella in mio possesso, ha aggiunto «religioso»…

Al di là di questa divagazione pedante, la frase è molto interessante e non sono affatto stupito che Wittgenstein faccia riferimento alla «regola monastica» (Ordensregel), e non tanto per i possibili riscontri biografici, cui anche Sloterdijk accenna, bensì per la tonalità di tanti atteggiamenti di Wittgenstein e di molti suoi scritti (per quello che ne ho capito, s’intende). Devo ancora leggere il libro, per collocare correttamente quanto espresso nel paragrafo in questione, ma mi hanno colpito le considerazioni di Sloterdijk: «Tutto induce ad affermare che, sul momento, [Witt.] non fosse tanto interessato alla parola “cultura”, sotto la quale avrebbe subito percepito delle cavità se avesse voluto approfondire l’analisi, quanto piuttosto l’espressione “regola monastica”», un concetto – una «cosa» – che si avvicinerebbe molto a ciò che intendeva per «grammatica», cioè «un set di prescrizioni non ulteriormente fondabili, la cui summa produce un modo di vivere» e che può essere compreso soltanto da chi si muove al suo interno.

Caratteristica di ogni regola, secondo Sloterdijk, è l’obbligo per i monaci e per le monache di svolgere qualsiasi attività con una certa «cautela meditativa», senza mai abbandonarsi all’abitudine e anzi avendo sempre presente l’incombere del comando del superiore. La vita monastica è diversa da quella «normale» per l’adesione esplicita a un complesso di prescrizioni (cosa che non ci viene chiesta quando facciamo parte di una comune «cultura»), per l’obbedienza e per l’assenza della «divisione del lavoro tra i sessi», con particolare riguardo alla procreazione. «Evidentemente – prosegue Sloterdijk – Wittgenstein voleva alludere a qualcos’altro» e precisamente al «modo di vivere associato» che può essere definito «cultura» e «può essere paragonato all’esistenza secondo una regola monastica».

Un modo di vivere «sgravato» dalle conseguenze della sessualità, improntato a severità, vigilanza ed essenzialità e fondato arbitrariamente «come le determinazioni grammaticali di qualsiasi lingua naturale». E carico di una dinamica separatista: «L’impiego del concetto di “cultura” da parte di Wittgenstein non lascia alcun dubbio: ai suoi occhi, la cultura nel senso più esigente del termine nasce solamente per separazione di chi è davvero colto (Kultiviert) dalla restante “cultura”, o cosiddetta tale, ossia quel confuso aggregato di abitudini buone o cattive che, nel loro complesso, non producono più della consueta “sozzura”».

Nientemeno… Sarà meglio che lo legga in fretta, questo libro…

Peter Sloterdijk, Devi cambiare la tua vita. Sull’antropotecnica, a cura di P. Perticari, traduzione di S. Franchini, Cortina 2010, pp. 165-69 (e Ludwig Wittgenstein, Pensieri diversi, a cura di M. Ranchetti, Adelphi 1998, p. 155).

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Rilassarsi con le cronotassi

Dicesi «cronotassi» un elenco in ordine cronologico delle persone che hanno ricoperto una determinata carica e, nel campo degli studi monastici, le «cronotassi abbaziali» sono gli elenchi degli abati di una determinata abbazia. Sono il risultato di un lavoro d’archivio minuzioso ed estenuante e sono più che altro strumenti di lavoro per altri studiosi alla ricerca di dati e informazioni. Non sono, insomma, testi «di lettura».

E tuttavia le cronotassi sono, a loro modo, affascinanti. L’ultima nella quale mi sono imbattuto occupa quasi novanta pagine del numero di gennaio-giugno 2011 di «Benedictina», porta il titolo di Contributo alla cronotassi abbaziale del monastero di S. Lorenzo di Aversa (secc. XVI-XIX) ed è firmata da Faustino Avagliano. Il suo significato storiografico è ben riassunto nell’introduzione: «Consapevoli dell’importanza di disporre delle liste abbaziali quanto più possibile complete, perché come è stato notato di recente “la storia di un’abbazia benedettina si scandisce anzitutto attraverso la successione dei suoi abati”, ben volentieri ci siamo assunti questo “compito primario di una ricerca di storia monastica [che] è l’allestimento di una cronotassi abbaziale…”».

Le cose curiose sono molte, a partire dall’elenco degli abati medievali di San Lorenzo che precede il «Contributo», da Gualterius (1055) ad Aloysius de Aragonia (1514); dal quale elenco emerge ad esempio un «Bonus-homo» nel 1182, oppure un «Ioannes de Aragonia cardinalis, filius Ferdinandi regi» nel 1485, o il fatto che dal 1404 cominciano a comparire i cognomi, al tempo degli abati commendatari quando «in monasterio erant solum duo monachi». La cronotassi vera e propria inizia con il 1514, anno in cui il monastero è aggregato alla Congregazione Cassinese, e si conclude nel 1807 con la soppressione napoleonica (oggi la gran parte degli edifici ospitano la Facoltà di architettura «Luigi Vanvitelli» dell’Università di Napoli); il primo abate è d. Michele Magdalena da Montescaglioso e l’ultimo attestato è d. Vincenzo Rogadei da Bitonto nel 1804.

L’entrata tipica recita così: «1784, 1 maggio – D. Benedetto Tresca da Lecce, abate. Nel Capitolo Generale del 1784, celebrato il 1 maggio a S. Giustina di Padova, è eletto abate di S. Lorenzo di Aversa d. Benedetto Tresca da Lecce, professo di S. Lorenzo di Aversa il 2 agosto 1757. In pari data è eletto priore di S. Lorenzo di Aversa d. Carlo Ruggiero da Salerno; d. Romualdo Calò da Bari è invece nominato maestro dei novizi, mentre d. Francesco Saverio Fazzari da Tropea è nominato cellerario. Sono invece trasferiti a S. Lorenzo da Piacenza, d. Giuseppe Sanseverino a Catacio, lector; da S. Caterina di Genova, d. Raffaele Mazzola di Aversa; da Arezzo, d. Giovanni Battista di Arezzo; mentre d. Casimiro della Valle di Aversa è assegnato al monastero di Bologna».

E via, anno dopo anno, una sfilata di nomi: monaci che sono trasferiti da un’abbazia all’altra, nominati priori, tesorieri, cellerari, maestri dei novizi, visitatori; abati di un solo anno o per diciassette volte (come, mi pare, Isidoro del Tufo); nomi che tradiscono origini nobiliari (d. Giacomo I Perez-Navarrete) e monaci dei quali «non è riportato il nome»; abati di «singolare prudenza e solerzia» o il cui governo «non fu mai troppo felice», abati che fondano accademie, costruiscono, restaurano, partono in missione su incarico papale; e poi la rete fitta delle abbazie cassinesi e l’eco delle vicende della politica (Masaniello nel 1647, p.es.).

Un lungo corteo di morti, che suscita nel lettore che procede senza soffermarsi troppo (so già che tutto o quasi dimenticherò), unito all’ammirazione per l’estensore della cronotassi, un vago senso di vertigine – il senso della storia.

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Valtario, or: Once a warrior, always a warrior

Una buona parte del Libro secondo della Cronaca di Novalesa (metà del XII secolo; anche della Novalesa, che tra l’altro è un gran bel posto) è occupata dal racconto della leggenda di Valtario. In esso, spiega Gian Carlo Alessio, ottimo curatore dell’edizione, «il cronista salda in serie due versioni della leggenda: quella costruita con le vicende del Valtario monaco e, preoccupato di attribuire consistenza storica alla figura, quella imperniata sulle imprese di Valtario guerriero, a volte riproducendo integralmente, a volte riassumendo, anche sbrigativamente, il poema epico consacrato alle gesta dell’eroe aquitano». Le questioni filologiche che il testo solleva sono da vertigini, e non posso che rimandare agli esaurienti apparati del volume, ma c’è un episodio gustoso che può essere estrapolato in nome del piacere della narrazione agiografica ed esemplare (d’altra parte, lo stesso cronista confessa un debole per il gusto del racconto: «Poiché si è presentata una buona occasione per dilungarci a narrare, il nostro racconto si è un po’ sviato, ma è bene che ora torniamo a occuparci della nostra storia», II, 5).

Diciamo, riassumendo all’estremo, che Valtario, nato da re, è stato dato in ostaggio ad Attila, presso la corte del quale è cresciuto, tanto forte, saggio e leale da arrivare a guidarne l’esercito con innumerevoli successi: un grande guerriero valoroso e temuto. Che però non ha mai dimenticato la sua origine e che alla prima vera occasione è fuggito per «tornare a casa». Varie vicende lo hanno portato a peregrinare, ad abbandonare le armi, a farsi monaco, dapprima itinerante e infine stabile proprio all’abbazia di Novalesa.

Ed è lì che lo troviamo, anziano, ancor più saggio e rispettato dal suo abate Asinario, quando al monastero giunge la notizia che un gruppo di «famigli del re Desiderio» (re dei Longobardi dopo il 750 – anche da questo si può evincere che la scrupolosità cronologica non era tra gli scopi del cronista) ha assaltato il «carro padronale» dell’abbazia, carico del grano e del vino destinati ai monaci. Dopo breve consulto, l’abate spedisce Valtario all’inseguimento dei predoni: «Li esorterai a restituirci con sollecitudine le provviste che ci hanno strappato con la violenza, se non vorranno incorrere fulmineamente nella grave ira di Dio».

Valtario, adesso monaco, ma un tempo abile stratega e previdente, chiede istruzioni precise: cosa farò se mi vorranno privare della tunica, della cocolla, della pelliccia e della camicia? L’abate non ha esitazioni: dà loro tutto, perché «così ti è stato ordinato dai monaci». «Allora Valtario: “Mio signore, non spazientirti se ancora insisto: come dovrò comportarmi se anche con le brache vorranno fare quello che prima avranno fatto col resto?”» Le brache no, risponde Asinario, basta il resto. Okay, vado.

«In breve tempo» raggiunge i predoni e li invita umilmente a rimediare alla loro scelleratezza. Quelli lo ingiuriano. Valtario riprova con parole più decise. Quelli si arrabbiano e lo fanno spogliare. «Giunti alle brache [lo sapevo che si finiva lì…], Valtario fece a lungo resistenza, dicendo che i monaci  non gli avevano affatto comandato di togliersi le brache.» E chi se ne frega dei monaci, ribattono i longobardi, mettendogli le mani addosso. Non l’avessero mai fatto…

«Senza farsi notare» Valtario stacca una staffa da una sella e la vibra sulla testa di uno dei predoni, poi gli prende le armi e si mette a menare colpi tremendi, «finché, guardandosi attorno, adocchiò un vitello che pascolava, lo abbrancò, gli divelse una spalla con cui si mise a percuotere i nemici». A quello che gli aveva dato più fastidio cercando di togliergli i sandali, mentre era chino, tira sul collo «un pugno così poderoso da rompergli l’osso e da mandarglielo in gola». Molti li uccide, gli altri li disperde. Infine la raccoglie le sue cose, recupera il carro e torna al monastero vincitore.

L’abate, però, già informato dei fatti, accoglie Valtario con gemiti e preghiere e gli infligge una dura penitenza, «perché non mostrasse superbia nel corpo per un così grave misfatto e ne patisse poi danno nell’anima».

Non è fuori luogo, come dice il curatore, ricordare qui l’exemplum «che anche oggi proverbialmente si riassume nel vulgato (eufemistico) “non calare le brache”, vale a dire nell’invito a non cedere senza resistere dinanzi alle difficoltà».

Cronaca di Novalesa (II, 10-11), a cura di G.C. Alessio, Einaudi 1982.

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La «Vita di santa Macrina» (pt. 2)

(la prima parte è qui)

È la morte della sorella, come si diceva, a «interessare» maggiormente Gregorio di Nissa. Morte di fronte alla quale si manifesta ancor più, ai suoi occhi, la grandezza di lei. Macrina aveva già mostrato «la sublimità del suo animo» in occasione della scomparsa, prematura, del fratello Naucrazio, quando «non solo conservò la calma rifuggendo da irrazionali manifestazioni di dolore, ma prestò valido soccorso alla madre che dava prova di debolezza, sollevandola dall’abisso di dolore in cui era caduta», poi di quella della stessa madre e infine di quella del fratello Basilio (quella del padre è menzionata di sfuggita). Sempre Macrina aveva resistito, «come un invitto atleta», ai colpi della sorte mantenendo lo sguardo sereno sull’oltre e, questo è ciò che preme a Gregorio, «levandosi al di sopra della natura medesima».

Ora è il suo turno. Gregorio lo apprende per caso. Sta andando a trovarla e incontra uno dei «servi» del monastero: «Domandai, allora, notizie della grande. La risposta fu che era in preda a grave morbo». Gregorio si affretta ad Annesi e si precipita nella cella di Macrina. Fratello e sorella si vedono, lei fa per tirarsi su (è stesa su «una tavola ricoperta da un sacco»), lui, «sorreggendole con le mani il volto inchinato a terra», la rimette sdraiata. Lei parla, «filosofando intorno alla natura dell’anima e spiegandoci la ragione della vita nella carne, e perché l’uomo è stato fatto e come egli è mortale», lui piange e si sente quasi «libero dai vincoli della natura umana».

Poi Macrina dice che sta meglio («né lo diceva per illuderci») e manda il fratello a riposarsi e rifocillarsi. Quindi sono di nuovo insieme e si abbandonano ai ricordi, «a partire dagli anni della giovinezza». Viene la notte. Salmi e preghiere, «tra un ansimare lieve, persistente». «A quella vista ero combattuto tra me e me da contrastanti sentimenti», ricorda Gregorio: «triste» perché di lì a poco non avrebbe  più udito la sua voce, «però entusiasta innanzi allo spettacolo che si offriva ai miei occhi, convinto che la vergine aveva varcato i confini della natura umana».

La sera dell’indomani Macrina muore. Seguono i primi riti, la vestizione, la notizia che si diffonde, il concorso di folla, l’esposizione della salma, la processione, la funzione, la sepoltura accanto alla madre: si fa il «tempo di pensare al ritorno».

La compostezza, la fortezza, la speranza sono il segno di questa cronaca minuziosa e consapevole dei posteri, ma a me sono rimasti impressi soprattutto due frammenti, incastrati fra tanto ritegno, una «cosa» sfuggita alle consorelle cui Macrina aveva sempre raccomandato il «decoro in ogni evenienza» e una confessione dell’autore: «Quando non fu possibile dominare più a lungo la sofferenza, come fuoco avvampasse nel profondo dei cuori consumandoli, [le religiose] mandarono un urlo straziante, irrefrenabile. Anch’io», aggiunge Gregorio, «non seppi contenermi».

(2-fine)

Gregorio di Nissa, Vita di santa Macrina, a cura di E. Marotta, Città Nuova 1989.

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La «Vita di santa Macrina» (pt. 1)

In fondo non stupisce che metà della già breve Vita di santa Macrina, che Gregorio di Nissa dedica, probabilmente intorno al 390, alla sua sorella maggiore, sia occupata in realtà dalla sua morte. È nella morte infatti che si concentrano una serie di temi dell’opera di Gregorio, che sgorgano qui esaltati dal dolore, seppur trattenuto, per la scomparsa di una donna che «non era estranea alla mia famiglia».

Secondo Gregorio, spiega Peter Brown, successivamente alla Caduta, insieme con la morte una nuova percezione del tempo era entrata a far parte della condizione umana: al tempo «puro» della creazione, caratterizzato dalla certezza del fine, era subentrato un tempo terreno «impuro» e incerto, denso di «ansie mai soddisfatte e vissuto come una perpetua e inquieta “tensione” dell’anima verso un futuro minaccioso e ignoto». «Il tempo umano era fatto da incessanti tentativi di evitare la morte», e al suo cuore, per così dire, trovava posto «l’orologio del matrimonio», lo strumento principe nella lotta contro la paura della fine. Per Gregorio, dunque, «il modo migliore di vincere quella paura consisteva nell’evitare la specifica istituzione sociale che ne era l’esplicito frutto»; di qui l’ossessione per il celibato e il nubilato, la verginità, l’astinenza: «Nel cuore dell’individuo casto cessava finalmente il sonoro ticchettio emesso dall’orologio del tempo mondano».

Così, Macrina, di cui Gregorio acconsente a scrivere, «affinché una vita così luminosa non fosse ignorata e non rimanesse nell’oblio, senza profitto, l’operato di una donna che, in forza del suo vivere filosofico, raggiunse il più alto grado di virtù».

La prima immagine la coglie all’età di dodici anni, «quando, soprattutto, rifulge il fiore della giovinezza», e Macrina «nonostante la sua riservatezza, non riesce a tenere nascosta la propria bellezza». Siamo intorno al 340, Macrina infatti è nata probabilmente nel 328 a Cesarea di Cappadocia, nella ricca famiglia di Emmelia e di Basilio il Retore, un «esercito di santi» se si considera che seguono la vocazione religiosa cinque dei dieci figli, tra i quali appunto Gregorio e il grande Basilio. Alla morte – ecco – del pretendente scelto dal padre, Macrina, già molto addentro alle sacre scritture, sceglie la verginità, sostenendo che lo sposo promesso è soltanto «momentaneamente lontano», «in viaggio e non già defunto», che lo ritroverà dopo la resurrezione e che quindi non vede perché non debba restargli fedele.

Il matrimonio, come accennato, era in quel contesto materia molto delicata, piena di risvolti economici, sociali e politici, ma la ragazza è irremovibile e convince anche la madre, cui è molto legata, «a rinunziare all’abituale esistenza molto agiata e ai servizi delle domestiche cui era stata avvezza sino ad allora». Dopo la morte del padre, all’età di circa vent’anni, Macrina lascia Cesarea e si ritira ad Annesi, in una proprietà di famiglia, dove fonda un asceterio che si trasforma presto in un vero e proprio monastero femminile, cui ne risulta affiancato anche uno maschile, poi affidato al fratello Pietro, l’ultimogenito. Alle consorelle Macrina detta una regola che purtroppo non si è conservata e sulla quale lo stesso Gregorio si diffonde brevemente. Libertà dalle passioni mondane, lavoro (pare che Macrina fosse particolarmente abile nel «lavoro della lana») e preghiera, preghiera continua e incessante: un’esistenza, commenta Gregorio, «sospesa a mezzo tra la natura umana e quella angelica». «Come le anime libere dai corpi in seguito a morte sono esenti dalle cure di questo mondo, così la loro esistenza era distaccata, del tutto lontana dalle vanità terrene e regolata in modo da imitare le vite degli angeli».

Anzi, azzarda Gregorio, forse si potrebbe dire addirittura che erano superiori a essi, perché comunque «vivevano nella carne, eppure non erano appesantite dal corpo: lievi, levandosi in alto, spaziavano per il firmamento in compagnia degli angeli».

(1-continua)

Gregorio di Nissa, Vita di santa Macrina, a cura di E. Marotta, Città Nuova 1989 (cfr. anche Peter Brown, Il corpo e la società. Uomini donne e astinenza sessuale nel primo cristianesimo, Einaudi 2011).

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Il mosaico

Mi hanno ricordato, correttamente, il pericolo di sicuro fraintendimento che corro con queste note quando applico categorie inadatte a un fenomeno che può essere compreso soltanto all’interno di un preciso contesto. In altre parole: che senso ha avvicinarsi al monachesimo con «occhi laici»? Dico «ricordato» perché si tratta, ovviamente, di un dubbio che ho sempre avuto, ma che è giusto rinverdire. In altre parole ancora: sì, leggi leggi, ma rimani necessariamente fuori, non capisci la lingua e interpreti male e vedi cose che non ci sono, fantasmi.

Ho reagito – anche se penso che sia un ostacolo inaggirabile – come faccio sempre, aprendo un altro libro: Il Povero e la bambina. Storia di una monaca di clausura, e proprio nella Prefazione del Preposito generale dei Carmelitani scalzi, Saverio Cannistrà, ho trovato queste parole: «Dalla lettura di queste pagine si vede bene come le domande che la gente comunemente pone alle monache di clausura non possano trovare risposta se non accettando di lasciarsi coinvolgere almeno un poco nella relazione che è al centro della loro vita, quella con Gesù Cristo. Senza questa empatia, tutto è suscettibile di essere interpretato con altre categorie, e così in qualche modo frainteso. Teresa [d’Avila] direbbe che diventa impossibile comunicare, come se si parlasse arabo». Ecco appunto.

Sono andato avanti ugualmente e ho letto la storia di «una carmelitana» con grande… Stavo per dire, come tante altre volte, «interesse». Ma qual è la sostanza di questo «interesse»? Ho letto la vicenda della vocazione, dei dubbi e infine del discernimento conquistato a fatica grazie alle parole dei grandi autori carmelitani e soprattutto di Teresa d’Avila («La grande Teresa aveva fatto luce, mi aveva indicato la strada, e mi fidai. Una donna sente al volo quando un’altra donna dice il vero»). Ho letto dell’ingresso al Carmelo («Il Carmelo non è fatto per anime che vogliano fuggire dal mondo, ma che intendono vivere sprofondate nel cuore del mondo!»), del percorso anch’esso faticoso all’interno della comunità, degli aspetti della vita quotidiana mescolati con quelli spirituali – il «paradosso» che tiene uniti cielo e terra. Ho letto molte indicazioni per così dire preziose: «Insopportabile non è la sofferenza ma la solitudine. È ciò che mi sento di dire, dopo anni di vita carmelitana…», «Teresa ha pensato i suoi monasteri come scuole di relazione», molte altre. E infine la citazione di don Milani: «Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto sul suo conto», parole che l’autrice così commenta: «Con onestà, credo che la carmelitana potrebbe paradossalmente ripeterle davanti a ogni sorella e, in lei, a ogni uomo».

D’accordo, questo è importante per provare a capire, ma, ripeto, perché mi interessa? Oggi, molto approssimativamente, potrei dire che, sebbene non creda (uso questo termine per semplificare) all’esistenza di una vicenda eterna, bensì alla realtà di una vicenda fisica, biologica, storica, economica e sociale complessa al punto da apparire trascendente, trovo comunque utile ascoltare chi è giunto a conclusioni differenti. Una formulazione molto insoddisfacente, forse è meglio dire che non lo so.

A conclusione delle sue riflessioni sulla clausura la «carmelitana» riassume così: «Dialogo, condivisione, lectio della Parola, fedeltà alla Regola diventano momenti privilegiati che permettono a ognuna di essere quel pezzetto di mosaico che in modo unico e irripetibile è chiamata a realizzare nel proprio monastero» (p. 89). Il corsivo su «unico e irripetibile» l’ho messo io perché quello, forse, dentro e fuori il monastero, è uno dei punti di maggior distanza. Distanza forse incolmabile, perché io credo che, a malincuore, si debba perlomeno aggiungere sostituibile.

«Una carmelitana», Il Povero e la bambina. Storia di una monaca di clausura, Edizioni OCD 2011.

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Legna sottile (Dice il monaco, I)

Dice* Doroteo di Gaza (sec. VI):

Vi faccio un esempio perché possiate capire. Chi accende il fuoco ha soltanto un piccolo pezzo di carbone infuocato: questo carboncino è la parola del fratello che ci ha offeso; non è che un carboncino; che altro può essere la parola di un tuo fratello? Se la sopporti, spegnerai il carbone. Ma se cominci a pensare: «Perché mi ha detto queste cose? So io come rispondergli!», e: «Se non avesse voluto offendermi, non l’avrebbe detto. Sappi che anch’io so come fargli del male!», allora metti sul fuoco della legna sottile, come chi accende il fuoco, e fai del fumo: il turbamento. Il turbamento consiste nel rimuginare i nostri pensieri fino a eccitare il nostro cuore, e questa eccitazione diventa audacia temeraria.

Insegnamenti, 14, 154, citato in AA.VV., Il deserto di Gaza. Barsanufio, Giovanni e Doroteo, Edizioni Qiqajon, Bose, 2004, p. 297.

(* Nuova rubrichetta: «Dice il monaco».)

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Reperti, 7-8

7. Comparse monastiche. Ce ne sono due in Come Dio comanda di Niccolò Ammaniti. Una più strana dell’altra, direi. La prima, nel capitolo 7, è un’immagine riferita a uno dei suoi protagonisti, Rino Zena, che odia un tizio «con la stessa devota intensità con cui un monaco cistercense ama il suo Signore» (non un monaco generico, no, un cisterciense). La seconda, nei capitoli 223 e 227, in cui un altro dei protagonisti del romanzo, Beppe Trecca, bloccato in una coda, vede nell’auto accanto alla sua un frate/monaco (peccato veniale) e, spinto dal suo rovello, decide di parlargli. Il frate, che guida un’Espace, e che ha due cani San Bernardo (nientemeno che Tristano e Isotta) sui sedili posteriori, ascolta le parole del Trecca e, alla fine di quella specie di confessione, lo invita a seguirlo senza indugio alla Casa Ospitaliera del Passo del Gran San Bernardo: «Devo farti incontrare i miei superiori. Ti rendi conto di quanto la tua storia può essere utile ai giovani? In questa società che ha perso la fede tu sei un faro che brilla nelle tenebre». Riavutosi da un breve smarrimento, il Trecca scappa.
Niccolò Ammaniti, Come Dio comanda (2006), Mondadori 2009, p. 23 e pp. 441, 445-47.

8. Fratello Nostradamus. A pagina 103 dell’ultimo numero di Chi (n. 39 del 14/09/2011) spicca il titolo «L’uomo che predisse l’11 settembre». Si tratta di Thomas Merton, il monaco trappista più famoso di tutti, che nel 1947, ben prima che il World Trade Center fosse addirittura progettato, pubblicò una poesia intitolata Nelle rovine di New York, nella quale tra l’altro si può leggere: «Come sono abbattute, come sono crollate / quelle grandi e potenti torri di ghiaccio e acciaio! / E fuse da quale terrore e da quale miracolo? / Quali fuochi e lampi hanno distrutto, / con la rabbia livida del loro improvviso rimprovero, / quelle torri di argento e acciaio?» (in Figures for an Apocalypse). I versi di Merton, opportunamente ritagliati da un testo più lungo e pianamente simbolista, circolano già da un po’ in associazione con la distruzione delle Torri Gemelle – occasione troppo ghiotta –, e l’articolo gioca comprensibilmente con il tema: «sconcertante profezia»,  «sconcertante e sconosciuto richiamo ai fatti dell’11 settembre», «misteriosa previsione», «particolari inquietanti», per affidarsi poi alle risposte di Maurizio Renzini, presidente della Associazione Thomas Merton Italia, che si mantiene in equilibrio tra informazioni precise e curiosità. (Che l’occasione fosse molto ghiotta lo dimostrano pubblicazioni come questa, che però non ho letto.)

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Ciliegie 2, o: l’abate Gandalf

L’ho già fatto e lo farò ancora. Periodicamente m’imbatto in nomi troppo «divertenti», e me li devo segnare…

1. Ottato di Milevi
2. Febadio di Agen
3. Restituto di Cartagine
4. Eustazio di Sebaste
5. Teodoro di Mopsuestia
6. Maratonio di Nicomedia
7. …

Avevo quasi completato questo elenco di nomi curiosi quando mi sono fermato. In questo momento sulla scrivania ci sono: una ghiottissima Storia del monachesimo occidentale. Dal Medioevo all’età contemporanea (di Mariano Dell’Omo), nuova di zecca; la fondamentale Vita di santa Macrina di Gregorio di Nissa e il sorprendente Commonitorio. Estratti di Vincenzo di Lérins (dal quale stavo estraendo il secondo «undici»).

Non ho finito con i monaci, anzi, non credo che finirò mai, anzi, ho appena cominciato. Mi sforzerò di leggere quello che c’è scritto senza travisarlo, seguirò di nota in nota tutto quello che mi riuscirà, ascolterò. Però sarei disonesto se non confessassi che quando leggo i «miei» monaci mi sento – anche? in fondo? sotto sotto? talvolta? – non molto diverso da quando leggo Il Signore degli Anelli.

Bella scoperta, si dirà.

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