Detenuti a compieta e cavoli riscaldati (Reperti, 24-25: Goes e Parini)

24. Nel bellissimo racconto Notte inquieta di Albrecht Goes, del 1950, a un certo punto il cappellano militare protestante protagonista della storia decide di tenere un sermone all’interno di una prigione. È una sera molto fredda dell’ottobre 1942, il cappellano si trova a Proskurov, in Ucraina, al seguito dell’esercito di invasione tedesco. Fa convocare i detenuti in una cella libera e «già sentivo come i prigionieri arrivavano, come i loro passi risuonavano nel buio; era davvero buio, una lampada a petrolio ci illuminava fiocamente. Strana è la capacità migratoria dell’anima: un rumore isolato basta a ridestare tutta un’età del passato. Dove mai avevo udito risuonare i medesimi passi? Presso i frati del convento di Beuron quando la sera percorrevano il corridoio ed entravano nella chiesa buia per la compieta: “Che l’Onnipotente ci conceda una notte tranquilla e una morte beata”». (Albrecht Goes, Notte inquieta, traduzione di R. Leiser, marcos y marcos 2011, p. 46.)

25. Si possono prendere ad esempio gli imprescindibili Sonetti anacreontici, per l’ingresso alla Religione della Nobil Damigella Laura Controni, che il p. Antonio Tommasi della Madre di Dio diede alle stampe a Lucca nel 1697, e che poi ristampò nella sezione «Boscherecce» delle sue Poesie, ridate a Lucca nel 1735. Vi si possono leggere versi come questi: «Già d’Amor fatta compagna / vien con voi l’umil mia Musa, / e cantando oggi alla chiusa / chiostra, o Laura, v’accompagna. // Ma se ben spesso la bagna / mesto pianto, e in se confusa, / chi vi toglie al mondo accusa, / e col Ciel forte si lagna». E sono versi come questi che a un certo punto al Parini non vanno più giù:

Andate alla malora, andate, andate,

e non mi state a rompere i…

io non vo’ più sentir queste sonate.

Che vestizioni, che professioni?

Doh maladette usanze indiavolate!

Possibil, che dottor non s’incoroni,

non si faccia una monaca o un frate,

senza i sonetti, senza le canzoni?

Che debb’io dire? che costei le spalle

ardita volge ai tre nemici armati,

ch’alla cella se ‘n va per dritto calle?

Ch’amor disperasi, e gl’innamorati…?

E dalle, e dalle, e dalle, e dalle, e dalle,

con questi cavolacci riscaldati!

Come dire? Ha sbroccato.

(Il sonetto del Parini è l’ottantesimo da Alcune poesie di Ripano Eupilino, Milano 1752.)

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Errore di stampa, refuso («Penthos», di Irénée Hausherr; pt. 2/2)

Penthos(la prima parte è qui)

Questa seconda spinta ha a che fare con la versione laica della compunzione, che, ricordo anzitutto a me stesso, può essere definita come «rammarico che si prova in fondo al cuore per aver peccato». Tra l’altro, la parola greca che usano i Padri è catanyxis, che, mi insegna Hausherr, ha molti echi nelle Scritture, il più suggestivo dei quali per me è nel Salmo 4, al verso 5: «Tremate e non peccate, sul vostro giaciglio riflettete e placatevi»; molto potente in latino: «Irascimini, et nolite peccare; quae dicitis in cordibus vestris in cubilibus vestris compungimini» (dove c’è tutto il senso di costrizione e disagio); interessante in Turoldo: «Trepidate sgomenti e più non peccate, sui vostri giacigli meditate in silenzio» (ormai la preposizione per letto e giaciglio non può che essere «su», non più «in»). La compunzione, oggi ormai quasi sistematicamente sostituita dalla contrizione («sentimento di vivo dolore e di sincero pentimento per colpe commesse, soprattutto in trasgressione alle leggi della morale cristiana»), è, osserva Hausherr, essere inchiodati a qualcosa, al ricordo del peccato e dunque alla colpa, quella colpa che secondo Origene «lascia una traccia scritta indelebilmente nel cuore, per essere manifestata nel giorno del giudizio». E, per aggiungere suggestioni anche pretestuose, la parola greca per indicare questa traccia è typos, cioè typo, cioè «errore di battitura, errore di stampa, refuso»: il peccato è un errore di stampa che non può più essere corretto, bensì perdonato dal grande Correttore, al quale si presenterà infine lo scempio del proprio testo imperfetto. Il pentimento per l’errore, tuttavia, può cominciare subito, ed essere sostanzialmente ininterrotto: «Vi è una guarigione anche dopo l’ulcera, ma rimane la cicatrice» (Basilio); «Non vi è reintegrazione nella vecchia condizione, quando anche la cercassimo con molti sospiri e lacrime; da queste viene la cicatrizzazione, con pena, ma viene, e noi ci crediamo» (Gregorio).

Non soltanto il ricordo dei propri peccati genera la compunzione, «ma essa si nutre anche delle certezze e delle incertezze dell’avvenire», e poi ci sono i peccati altrui, «l’interesse per la sorte eterna degli altri», il sentimento della salvezza perduta, e così via. Un male universale che tuttavia non deve spingere alla tristezza e alla disperazione, perché la possibilità stessa di piangerlo è un dono del Signore e il segno che non ci ha abbandonati. Il discorso di Hausherr continua, esaminando i mezzi, gli ostacoli e gli effetti della compunzione e del lutto, con pagine piene di note, riferimenti e suggestioni di grande interesse. Nel frattempo, però, se così si può dire, io mi sono fermato sulla riva dove il concetto cristiano di peccato si è dissolto, ma non il suo effetto. È difficile muoversi su tale sponda, e questa è comunque una lezione dei Padri, perché la «porticina segreta dell’autogiustificazione» (Barsanufio) è sempre aperta; ed è difficile per le risonanze psicoanalitiche (anche d’accatto) di certi discorsi. Ma il «rammarico che si prova in fondo al cuore» esiste, e punge, a livello individuale o sociale, e se non è «per aver peccato», sarà «per essere stato inadeguato», alle cose o alle persone. È chiaro che il pentimento qui ha un significato diverso, e che anche la salvezza, se è data, ha un significato completamente diverso. Non diverso forse è quel «lutto», in questo caso sì, senza speranza, per i propri refusi.

Ma queste sono solo parole.

(2-fine)

Irénée Hausherr, Penthos. La dottrina della compunzione nell’Oriente cristiano (Roma, 1944), traduzione di L. Danieli, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 2013.

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Qualcosa di completamente fuori moda («Penthos», di Irénée Hausherr; pt. 1/2)

Penthos«Penthos è precisamente quel genere di libro di cui la maggior parte di noi ha bisogno oggi – qualcosa di completamente fuori moda che dà un taglio al nostro contemporaneo spirito consumistico. È un libro per persone serie, che tratta un argomento serio.» Con queste parole dirette, e che vezzeggiano il lettore, l’editore presenta la prima traduzione italiana del volume del francese Irénée Hausherr, gesuita e professore di patristica morto nel 1978, dedicato al penthos, cioè al lutto. Non quello circoscritto a un singolo evento luttuoso, bensì il sentimento di vasta estensione esistenziale, all’origine, tra le altre cose, della compunzione.

Non so se si possa avere bisogno di un libro, non so se sia il caso di squalificare senza distinzioni lo spirito consumistico, ho il terrore di indossare la maschera della «persona seria» (visto che mi riesce così bene) e non ricordo nemmeno vagamente l’ultima volta in cui mi sono, o mi sarei potuto, imbattere nel termine «compunzione»; eppure non mi sento ancora del tutto estraneo al suo significato. Anzi.

Sono molto contento di aver letto questo libro, e ringrazio chi l’ha tradotto, perché ne ho ricevuto due spinte. La prima, più prevedibile, è legata all’aspetto della spiritualità orientale qui preso in considerazione e al relativo, e misterioso, «carisma delle lacrime», che mi ha sempre interessato molto e che forse ho potuto comprendere un po’ meglio. Sono passati settant’anni dalla prima edizione di Penthos, e se il suo impatto si è affievolito, considerando ad esempio che molti dei Padri del Deserto citati da Hausherr oggi sono ampiamente tradotti e diffusi, tanto che persino uno come me non batte ciglio a veder menzionate le lettere di Barsanufio di Gaza, la sua compattezza di struttura e la sua forza concettuale sono intatte: fonti, definizione, cause, mezzi, ostacoli, effetti del lutto – 220 pagine che ne racchiudono migliaia, senza sbavature, né lungaggini, né ostentazioni.

Compattezza e forza che derivano, mi sembra, da uno stile individuale che fiammeggia sotto l’erudizione. Così, ad esempio, l’autore ha catturato la mia attenzione nel quarto paragrafo: «In mancanza di esperienza personale, ti propongo di ascoltare gli insegnamenti degli anziani su una delle disposizioni più necessarie all’ascensionista spirituale. Essi lo chiamano in greco penthos. Ma non si tratta di un’idea greca oppure bizantina; essa si ritrova sotto diversi nomi (dei quali vi faccio grazia) in tutte le lingue parlate dai cristiani orientali. Accontentiamoci di ricordare i termini latini dei Verba Seniorum: dolor, ovvero luctus».

Ecco: una delle disposizioni più necessarie all’ascensionista spirituale. Il lutto, il cordoglio, con la sua manifestazione più eclatante, il pianto, quello adulto, altro oggetto misterioso dell’esperienza quotidiana. Il lutto di lūgĕo, lūges, luxi, luctum, lūgēre, quello al centro della seconda «beatitudine» che in genere ricordiamo così: «Beati gli afflitti, perché saranno consolati» (Beati qui lugent, quoniam ipsi consolabuntur, Matteo 5, 4), ma che ad esempio il Diodati rende così: «Beati coloro che fanno cordoglio, perché saranno consolati». Il lutto che non è tristezza, che non ha a che fare con la penitenza, che «non sboccia dentro un animo debole», che «è una disposizione dimessa dell’anima», che è il primo passo su una strada che va in direzione opposta alla disperazione, e così via.

Ma qui siamo già sul terreno della seconda spinta.

(1-continua)

Irénée Hausherr, Penthos. La dottrina della compunzione nell’Oriente cristiano (Roma, 1944), traduzione di L. Danieli, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 2013.

 

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L’«Elogio degli amanuensi» di Giovanni Tritemio

Ci sono libri che, in relazione al proprio interesse, si leggono un po’ per dovere, perché li si trova spesso citati, magari perché sono stati anche oggetto di mode editoriali. Il caso più recente è stato l’Elogio degli amanuensi di Giovanni Tritemio. È un testo del 1492 che, mentre l’onda della stampa si sta già ingrossando, mette in guardia sull’importanza della copiatura dei manoscritti, un’attività che è di grande utilità per le anime, direttamente per chi la esercita e indirettamente per chi ne riceve i frutti, e che non deve andare perduta. Lo dovevo leggere e l’ho letto.

E come sempre, o quasi, accade ne ho ricavato qualcosa di inatteso (tra l’altro, è lo stesso Tritemio a dire che, se si escludono i volumi dal contenuto ereticale, «nessun libro è così piccolo o povero da non poter avere una qualche utilità»). Anzitutto l’autore stesso, di cui non sapevo nulla e del quale adesso vorrei sapere tutto. Poi la sua straordinaria ambiguità: afferma di dubitare della bontà della carta stampata e al tempo stesso si assicura i servigi di uno dei migliori tipografi di Magonza per le sue opere, Elogio compreso – come se oggi scrivesse un inno al libro di carta e contemporaneamente buttasse fuori ebook a tutto spiano.

In effetti, in più di un passo, sorge il dubbio che nella copiatura di codici l’abate Tritemio vedesse soprattutto uno strumento molto utile per combattere l’ozio o altre cattive abitudini dei suoi monaci. In ogni caso stiamo parlando prevalentemente di testi sacri, e quindi decisivi per la salute delle anime, ed è interessante notare come la pratica della scrittura potesse diventare quasi una forma di meditazione del testo che veniva trascritto, un’idea di corpo a corpo molto significativa e in linea con certe correnti che spingevano verso un accesso non mediato alle Sacre Scritture: «Siede [il monaco], quieto e solitario, godendo dell’esercizio della scrittura, conducendo in tal modo i propri lettori a glorificare il nome del Signore. Inoltre, mentre ricopia tali opere utili e buone, egli si avvicina lentamente alla comprensione dei misteri divini… Ciò che scriviamo infatti, si imprime nella nostra mente con maggior forza, poiché leggendo e poi ricopiando possiamo riflettere sulle cose lette».

Tra le righe emerge la vera preoccupazione di Tritemio. La scrittura è un’attività ideale, adatta a tutti i confratelli, «anche perché molti monaci sono così incerti nella fede o così poco eruditi da non poter svolgere nessun’altra attività di più alto livello». E ancora: «Alcuni infatti sono così pigri e indolenti che si scusano – in realtà quasi gloriandosi del loro stato – dicendo: “Ma io non so scrivere!” Se non sai, impara». Non parliamo poi delle attività alternative, come il lavoro nei campi: con la vanga in mano si finisce col parlare a vanvera: «Gli argomenti di queste conversazioni sono abitualmente le guerre e i conflitti tra re e principi e tutto il fasto del mondo secolare». Stiano nella cella, quindi, e copino.

E se proprio non sanno scrivere, né sono in grado di imparare, i monaci potranno «rileggere quello che il copista ha già scritto» (praticamente correggere le bozze), oppure «aggiungere i segni di interpunzione», o tagliare i fogli, raschiarli, ripulirli e tracciarvi le linee per la scrittura – «troverete sempre qualcosa in cui potrete essere d’aiuto ai vostri copisti».

Insomma, nella grande distrazione di tutti «lasciate che gli uomini mondani perseguano i propri interessi, che vaghino senza far nulla i monaci oziosi, che gli sciocchi abati si divertano con i propri cavalli [sic], che altri perdano tempo giocando con i falchi nel cielo, che altri ancora discutano dei propri cani da caccia», lasciateli perdere e non smettete di copiare riga dopo riga, pagina dopo pagina: «Copiate volumi finché vivrete, e dopo la morte ne raccoglierete i cospicui frutti».

Giovanni Tritemio, Elogio degli amanuensi (De laude scriptorum), a cura di A. Bernardelli, Sellerio 1997.

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Adelardo, ladro ma non bugiardo

«Governava dunque l’Abbate Rabano [Mauro, abate di Fulda e arcivescovo di Magonza] nell’anno ottocento trenta sette di nostra salute il monastero Fuldese, con fama di santità non meno che di prudenza.» E il buon Rabano si doleva che non ci fossero risorse bastanti per aiutare i bisognosi; nello stesso tempo provava verso i morti un «amore tenerissimo» e incoraggiava la preghiera per i defunti. Per unire le due cose, aveva stabilito che alla morte di un monaco il suo vitto quotidiano fosse distribuito per trenta giorni ai poveri.

In quell’anno una particolare infezione fece strage di molti monaci in un colpo solo, «perciò il Santo Abbate, amandoli non meno morti di quel che li avesse amati quando erano vivi, chiamò a sé Adelardo, ecconomo del monasterio, o come parlano oggidì Celerario, e gli ricordò e gli raccomandò con grande caldezza l’osservanza di questa regola». Mi raccomando, Adelardo; mi raccomando moltissimo; guarda che se non lo fai è colpa gravissima…

Ma certo, padre, rispose Adelardo, «ma con animo di non eseguirlo, sì perché poco gli caleva anco per altro d’ubbidire all’Abbate, sì perché l’avaritia lo tiranneggiava.» E così incamerò le elemosine – «Adelhardus piger ad obedientiam, tardus ad pietatem & ardens totus ad avaritiam», commenta una Vita di Rabano.

Ma la giustizia divina veglia, e una sera, dopo aver lavorato fino a tardi, Adelardo, che «col suo lucernino alla mano passava pel capitolo [la Sala capitolare]», lo trovò pieno di monaci. Ma non è l’ora del capitolo, si disse, mentre si accorgeva che gli stalli erano occupati dai confratelli morti da poco. Aah!, «ultra modum perturbatus animo, retrocedere tentabat» – e sembra di vederlo mentre arretra terrorizzato, incespicando. Ma i monaci fantasmi gli si avventarono contro, lo spogliarono e lo pestarono a sangue, «dal capo alle piante»: «Piglia infelice, piglia il contracambio della tua avaritia, e aspettati pur’ di peggio fra tre giorni, quando con noi sarai annoverato fra i morti». (Non proprio misericordiosi, ‘sti confratelli.)

A mattutino i monaci, quelli vivi, appena svegli, trovarono Adelardo «in loco Capitulari iacentem, mortuo quam vivo similiorem», più morto che vivo, e lo portarono subito in infermeria. «Ma egli, chiamatemi, disse, l’Abbate, che più bisogno ho di medicina per l’anima che pel’ corpo, non più capace di essere medicato.» Mentre già in tutto il monastero si diffondevano voci e dicerie su quanto avvenuto nella notte, Adelardo rese la sua confessione a Rabano, sì pentì, si comunicò e, «fra le fervorose preghiere dei suoi fratelli [i vivi più misericordiosi dei morti], se ne passò all’altra vita».

(Jean-Claude Schmitt, Spiriti e fantasmi nella società medievale (1994), Laterza 1995, p. 47 → Vita di Rabano Mauro. Acta Sanctorum, Februarius, Tomus 1, Société des Bollandistes 1658, p. 532 → Giovanni Battista Manni, Sacro trigesimo di varii discorsi per aiuto dell’anime del Purgatorio offerto in loro suffragio, Bologna 1673, p. 311.)

 

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Qualcuno ci vuole (Dice il monaco, XXVI)

Dice p. Cesare Falletti, priore del monastero cistercense Dominus Tecum a Pra’d Mill, presso Bagnolo Piemonte, nel 2012:

La gente che viene ci chiede sempre: «Che ci state a fare qui, potreste andare a curare i malati, a fare tante cose…» Tutti ce lo chiedono. E la risposta è: «Me lo chiedo anch’io». Nel senso che io perché Dio distribuisce le sue vocazioni proprio così non lo so… Lui lo sa. E io credo che ci vogliono un po’ di monaci, molti insegnanti, molti medici, e che Dio nelle sue chiamate equilibra tutto. Molti preti, e poi… gente al servizio ce ne vuole tanta, gente che risponde e sta attenta a lui a nome di tutta l’umanità ne bastano pochi, ma qualcuno ci vuole.

La dichiarazione si può ascoltare (e il volto del priore di Pra’d Mill vedere) nella prima puntata della prima stagione dei Passi del silenzio, la notevolissima serie di documentari di Tv2000 dedicata ai monasteri italiani (a partire dal minuto 50′ e 21″).

 

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Racchiusi insieme protesi

«Custodiscimi come pupilla degli occhi, / proteggimi all’ombra delle tue ali, / di fronte agli empi che mi opprimono, / ai nemici che mi accerchiano» (Salmi, 17 [16], 8-9); «Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali» (Matteo, 23, 37).

Sano_di_Pietro_Madonna_della_Misericordia_1440

Sano di Pietro, “Madonna della Misericordia” (Siena; 1440 ca.; coll. priv.)

Poche immagini come quella della Madonna della Misericordia si prestano così bene a sintetizzare il senso della comunità monastica: il senso dell’essere racchiusi in un luogo, dell’essere insieme, dell’essere protesi verso qualcuno che sta al di sopra di quel luogo. E il Cristo può essere più che degnamente sostituito, in quest’ultimo aspetto, da sua madre. Negli esempi medievali di questo potentissimo tema iconografico, assai diffuso anche tra i laici, c’è poi per me un tratto particolarmente significativo, cioè l’anonimato dei membri della comunità raccolti sotto il manto di Maria, un anonimato dovuto non soltanto allo sviluppo del linguaggio pittorico, ma anche all’acerbità del concetto di individuo.

Come nel caso, scegliendo un esempio tra i più belli, delle clarisse (?) di Sano di Pietro: sorelle distinte soltanto dai voti – si riconoscono chiaramente le due novizie più «piccole» anche nelle dimensioni – e da un codice del velo che, ahimè, non so decifrare. Oltre a quelle visibili, poi, ve ne sono altre quattro, sulla destra, di cui si scorge a malapena solo il contorno del capo: sorelle dell’anonimato perfetto.

Zurbaran_Sevilla

Francisco de Zurbarán, “La Virgen de las Cuevas” (1665; Sevilla, Museo de Bellas Artes)

Che differenza, giusto per fare un altro esempio, con gli immacolati certosini di Zurbarán, che hanno con tutta evidenza un nome e un cognome, una personalità e che il giorno prima che venisse il maestro per il quadro devono essersi ricordati di far stirare le loro tonache con particolare cura. (Anche qui d’altra parte ci sono tre confratelli completamente nascosti.)

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Preferenza esclusiva

«Non si può vivere la vita monastica senza dar ragione di una preferenza esclusiva.» Su questa frase mi sono fermato (stavo leggendo il testo di una conferenza recente e molto interessante dell’abate generale dei cistercensi Mauro Giuseppe Lepori). Sembra un concetto molto anticonformista (per mancanza di un termine migliore, che non sia «inattuale») quello di preferenza esclusiva, segno di una lealtà e di una dedizione ormai sempre più rare. Una nobile stabilità che tuttavia può anche cambiare di valore e diventare rigidità mentale, ottusità, ostilità al rinnovamento. (Questa ambiguità, tra l’altro, si rispecchia in una simile ambiguità tipica del mondo dei consumi: ogni produttore di merci sogna che il proprio cliente si assesti su una «preferenza esclusiva», e al tempo stesso è soltanto grazie al tradimento di questa preferenza che è possibile lanciare nuovi prodotti.)

Secondo l’abate Lepori tale preferenza è il distintivo della vocazione monastica, lo è verso la Chiesa, lo è verso le altre forme di vita cristiana, lo è anche verso il mondo. Il mondo, ribadisce con forza, deve vedere con chiarezza la differenza monastica, e deve essere spinto a chiederne il perché («Che cosa ha il tuo amato più di ogni altro?», Cantico dei Cantici, 5, 9). «Non è solo una liturgia che suscita questa domanda. Né il vivere in luoghi tranquilli. E neppure un modo di vivere e vestire alternativo. Neanche l’essere all’avanguardia su certe tematiche, di vita sana, ecologiche, ecc.» Il perché della preferenza esclusiva, che diventa «consacrazione preferenziale», al Mistero manifestatosi nel Cristo è la vera testimonianza, «l’apporto più prezioso che il monachesimo è chiamato a offrire alla Chiesa e al mondo».

Io trovo che questo perché i monaci e le monache lo abbiano suscitato e lo suscitino con il loro essere, con la loro storia e con le loro testimonianze, più ancora con quelle concrete – gli edifici, gli oggetti, la nozione di comunità che si sono susseguite nei secoli – che con quelle concettuali. Per me spesso è più provocatorio un chiostro, o un ufficio notturno, che una confessione o una meditazione. Queste ultime sono preziose, senza dubbio, e ne consumo sempre in gran quantità, ma credo che si situino nella zona dove la comprensione si fa più difficile. Se mi soffermo ad esempio sulla descrizione che viene tentata di quella «preferenza esclusiva», la mia mente sente sapore di tautologia: «La preferenza di Dio è la preferenza di Dio. È anzitutto la preferenza di una relazione reale con Dio in quanto Dio, un reale fermarsi in sua presenza, un reale ascolto della sua parola, nel silenzio, e fino alla profondità del nostro cuore».

Non lo so. La nube della non conoscenza?

(Mauro Giuseppe Lepori, La vita monastica 50 anni dopo il Concilio Vaticano II, assemblea generale del Service des Moniales de France, Poissy, 11‐12 giugno 2014; il testo, ovviamente molto ampio nell’impianto e assai ricco di spunti, è disponibile sul sito dell’Ordine Cistercense, qui il link diretto alla versione italiana.)

 

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Un pane e due pesciolini (courtesy of santa Chiara)

FontiClariane«Sono molti anni che p. Giovanni Boccali, con pazienza, umiltà e sapienza, raccoglie antiche memorie attorno alla figura di Chiara d’Assisi.» Questa frase apre – con notevole finezza direi – la presentazione che Marco Bartoli firma delle Fonti clariane, cioè del volume di «Documentazione antica su santa Chiara d’Assisi: scritti, biografie, testimonianze, testi liturgici e sermoni», a cura di Giovanni Boccali ofm, che le Edizioni Porziuncola hanno pubblicato l’anno scorso. Un volume eccezionale.

È una sensazione molto bella, e molto precisa, quella che si prova quando si ha in mano un libro che unisce a un argomento di proprio vivo interesse una forma elegante e sostanziosa: tutto è in ordine, disposto con chiarezza e distinzione, la promessa di sapere è limpida, il caos, o almeno una parte di esso, sembra vinto. In maniera più seria, lo dice anche il presentatore, che commenta: «Si tratta, come è evidente a chiunque lo prenda in mano, di un tesoro considerevole, con testi di natura, genere letterario e epoche di redazione differenti», e aggiunge in modo un po’ inatteso: «Come lo si può utilizzare?»

Per mia fortuna io mi ci posso buttare dentro, senza doveri né cautele. E così, nella pagina che apro a caso, «si parla di un segno di pesciolini e di un pane che le furono mandati da Dio». È uno degli «episodi singolari» che compaiono nella Leggenda tedesca di Chiara d’Assisi, di sr. Caterina Hofmann, volgarizzamento della «leggenda» ufficiale Admirabilis femina, attribuita a Tommaso da Celano.

Un giorno, a carnevale, «la cara santa volle che le sue sorelle fossero nutrite con qualcosa che le consolasse». Va in cucina a chiedere, ma la dispensiera la informa che non c’è niente, «né pane, né farina, né alcunché da mangiare», nix, nada. Ciò nonostante, dopo i Vespri, Chiara va in refettorio e apparecchia («e adornò le tovaglie come meglio poté con le sue stesse mani»); dopodiché, sotto gli occhi meravigliati delle consorelle si mette in ginocchio a pregare. Nell’istante in cui termina la sua preghiera bussano alla porta del convento: una «bellissima signora» consegna un cesto alla portinaia e le dice di portarlo subito alla santa, che lei sa.

«La beata santa Chiara aprì il cestello e vi trovò un pane e due pesciolini come aveva chiesto a nostro Signore.» Allegrezza, rendimento di grazie e distribuzione, e qui il fatto interessante: i pesciolini arrivano sulla tavola «arrostiti». Lo erano da prima? Si sono cotti nel trasporto? Chi può dirlo. Ah, va da sé che tutte le consorelle, nonostante si trattasse di due pesci e un pane, ne ebbero «una parte sufficiente e soddisfacente».

Mi si perdonerà la celia, non è altro che un omaggio a un volume davvero eccezionale, per il quale è doveroso essere grati a chi l’ha curato e a chi l’ha pubblicato.

Fonti clariane. Documentazione antica su santa Chiara d’Assisi: scritti, biografie, testimonianze, testi liturgici e sermoni, a cura di G. Boccali ofm, Edizioni Porziuncola 2013.

 

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Rallegrarsi per le mele (Dice il monaco, XXV)

Scrive Cassiodoro, intorno alla metà del VI secolo:

Poiché se per qualcuno dei fratelli, come ricorda Virgilio, “il sangue si arresta freddo intorno ai precordi”, così da impedire una buona conoscenza sia della letteratura profana sia di quella sacra, anche con una scarsa erudizione può darsi che costui scelga con decisione ciò che viene indicato dal verso seguente: “Mi compiacciano allora i campi e le acque che irrigano le valli”; dal momento che è proprio congeniale dei monaci prendersi cura di un giardino, coltivare la terra e rallegrarsi per la fecondità dei frutteti [et pomorum fecunditate gratulari].

(Institutiones Divinarum et Saecularium Litterarum I, 28; il dito che mi ha indicato la citazione è quello del cardinale Newman.)

 

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