«Sono gente pratica»

«L’ambiente, teatro dei detti e dei fatti del Volgarizzamento delle Vite de’ SS. Padri, è prevalentemente il deserto, che, come mare di sabbia, si espande in varia guisa ai margini della ferace valle del Nilo.»

Non posso, né voglio, nascondere il senso di evasione che ricavo talvolta dalla lettura dei consueti argomenti in pagine di qualche tempo fa. La dimensione quasi leggendaria di certi personaggi risulta amplificata dalla bella prosa che molti studiosi del secolo scorso, e del precedente, ritenevano ancora doverosa. Oggi, anche un semplice lettore come me si confronta in prevalenza con testi «specialistici», più attenti alla sostanza che alla forma. Così, è di grande soddisfazione ogni tanto affrontare testi che badino a entrambe.

Come nel caso di Ascetismo e monachesimo prebenedettino di Giuseppe Turbessi (o.s.b.; 1912-1979), valente studioso e successore del famoso dom Franzoni nell’abbaziato di San Paolo fuori le Mura. Nonostante sia del 1961, il saggio non è trascurabile, ha una ricchissima bibliografia e contiene un capitolo – il nono: «Spiritualità del monachesimo primitivo» – che racconta dei Padri del Deserto con precisione e gusto, e da una prospettiva condivisibile: «I monaci, quali ci appariscono nelle Vite, non sono affatto teorici della spiritualità: sono gente pratica».

«Vediamo chi fossero questi asceti prima di venire al deserto; e che cosa vi facciano»: la vicenda è nota, ma le parole di dom Turbessi la rendono piacevole e accogliente in ogni suo aspetto. Dal rapporto con le «belve» («il dominio sulla natura e sugli animali che Adamo perdette con la colpa, sembra riconquistato da questi abitatori dei deserti»), al cibo, «poverissimo e misurato» («non ti sia bisogno d’andare molto attorno né d’impacciarti a cuocere», nella splendida versione del Cavalca prediletta da dom Turbessi); dal vestiario, «che non era migliore del loro vitto» («si vestivano di panni vecchi e pizzicanti»), al lavoro quotidiano («tessere funi; fare sportelle e matte») – c’è una vaga atmosfera di fiaba, che avvolge dolcemente il lettore, cui può capitare di accompagnare idealmente i protagonisti di questo racconto, «che si sono inabissati nell’umiltà del proprio nulla».

Per quanto sia stato un campo di battaglia spirituale dei più sanguinosi, leggendo queste pagine sembra impossibile che qualcosa di male possa essere accaduto nel deserto dei Padri, poiché lì tutte, o quasi, le sconfitte hanno avuto una rivincita, tutti gli errori hanno trovato un pentimento, tutte le domande una risposta, le lacrime un conforto. Certo, i «pacifici abitanti dell’eremo» avevano anche dei nemici, come i falsi monaci, gli avari, i ladri, gli incontinenti e «gli illusi dal demonio», ma i «mediocri» erano comunque in minoranza, e tra quelle sabbie, in una sintesi perfetta di idea e azione, i monaci «vissero integralmente il loro ideale cristiano».

È lo stesso dom Turbessi a ricordarci la parte di leggenda di quelle vite, ma ci ricorda anche, in conclusione, che «un fervore così vasto, intenso, totalitario ed incendiario non fu mai più narrato».

Giuseppe Turbessi, Ascetismo e monachesimo prebenedettino, Editrice Studium 1961.

 

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«Una ucella picciola e nera» (Dice il monaco, XXXIV)

Scrive fra’ Domenico Cavalca, o.p., traducendo all’inizio del Trecento il secondo libro dei Dialoghi di Gregorio Magno, cioè la «Vita di San Benedetto»:

Or essendo [Benedetto] un giorno solo venne lo tentatore. Ed una ucella picciola e nera che comunemente si chiama merla, e cominciolli a volare intorno a la faccia, ed importunamente li veniva infino al volto, e sì presso che co mano l’avarebbe potuta prendare se avesse voluto. Per la qual cosa Benedetto maravigliandosi fecesi lo segno de la croce, e la merla si partitte. E partendosi la merla sentitte Benedetto tanta e sì forte tentazione quanta mai provata n’avea. Ché una volta avea Benedetto veduta nel secolo una bella femmina, la quale lo nemico li ridusse a la memoria. E formolli in tal modo ne la imaginazione la bellezza di questa femmina, e di tanto fuoco li accese l’animo, che la fiamma dell’amore appena li capeva nel petto, e quasi poco meno, vinto di disordinato amore, deliberava di lassare l’ermo. E subitamente soccorso da grazia di Dio, tornando a sé medesmo e vergognandosi, vedendo quinde presso un grande spineto ed orticheto, spogliossi ignudo e gittossi fra quelle spine ed ortiche.

Domenico Cavalca, Il «Dialogo» di S. Gregorio, II, in Volgarizzamenti del Due e Trecento, a cura di C. Segre, UTET 1980, pp. 245-46; scrive, tra l’altro, il professor Segre: «La prima attività del Cavalca sembra essere stata quella di traduttore, con le Vite dei Santi Padri e il Dialogo (ma, secondo la Cenname, nell’ordine opposto), certo anteriori al 1333, e forse di molto; e più che di traduzioni, si deve parlare di garbati, e sostanzialmente abbastanza fedeli, rifacimenti».

 

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Il contemporaneo di tutti (Giovanni Vannucci e il significato del monachesimo)

PellegrinoDellAssolutoUno dei vantaggi che mi concedo, in questo avvicinamento alle cose monastiche da interessato e non da studioso, è quello di non tenere sempre in considerazione l’aspetto cronologico, ma di ascoltare cosa dicono i monaci e le monache come se fossero tutti eternamente presenti. Forse non è nemmeno una cosa tanto assurda e credo sia provocata da quell’attitudine del monachesimo cristiano di costante «ritorno alle origini». Lo sguardo rivolto all’origine (cioè a Gesù Cristo e alla comunità apostolica) direi che è, a sua volta, all’origine del fenomeno monastico e, unito all’inesausta riflessione sulla propria condizione, rende un po’ tutti, in un certo senso, contemporanei: Barsanufio di Gaza, Aelredo di Rievaulx e Thomas Merton (tutti, a eccezione dei monaci di alcuni determinati periodi storici, si sa).

Mi ha colpito molto, quindi, leggere questa frase di Giovanni Vannucci: «Il monaco non è l’uomo del passato e neppure l’uomo del futuro, è interamente l’uomo del presente. Ha una vocazione trans-temporale che non nega il tempo, che non cerca di sfuggirlo, ma una vocazione che non si lascia chiudere nel tempo. La vocazione trans-temporale libera il monaco dal fardello del passato e dal timore di future responsabilità. Libero da tutte le costrizioni, può immergersi nel presente: è il contemporaneo di tutti».

È un passo tratto da un articolo del 1980 che ho letto in Pellegrino dell’Assoluto: un’antologia di scritti, apparsi sulla rivista «Servitium», che coprono un arco temporale che va dal 1968 al 1982. Dopo averla soltanto intravista, grazie alla lettura del carteggio con Maria del Campello, ho voluto conoscere un po’ di più la figura del servita Giovanni Vannucci (1913-1984), e l’ho fatto in piccola parte con questa raccolta che, tra le altre, contiene una sezione molto interessante dedicata al tema «Chi è il monaco?»

C’è un testo in particolare, intitolato La comunità monastica (1972), che torna sulla questione delle origini e spicca per concisione, chiarezza e forza di convinzione. In esso Vannucci riflette su tre punti: il significato del monachesimo, il valore della comunità e la funzione delle regole – un programma ambiziosissimo per sette brevi pagine, che tuttavia riescono a condensare un pensiero limpido, vasto e articolato, che non può essere ulteriormente riassunto e andrebbe citato per intero.

«Il significato del monachesimo è quello di ritrovare, mediante una radicale trasformazione personale, il fuoco ardente delle origini, di riporre in discussione tutti gli addomesticamenti ai quali il logorio del tempo e la pigrizia umana hanno sottoposto la parola evangelica.» Il monaco sperimenta «nel vivo della propria carne» la ricerca del «senso religioso» della vita, non lo fa soltanto per sé e soprattutto lo fa nell’ambito di una comunità, le cui dimensioni non contano. Nella comunità, a differenza della collettività e del gruppo («basati sull’atrofizzazione organizzata dell’esistenza personale» – non male per il 1972…), non si è uno vicino all’altro, non si è uniti da un generico amore fraterno: «Nella comunità non è l’amore che conta, ma l’incontro reale con l’altro, il cammino insieme all’altro, il più profondo rispetto dell’altro» – un altro programma da far tremare le vene ai polsi.

In questa prospettiva, i «regolamenti» rischiano di diventare in un intralcio, trasformando la vita in monastero in «una recitazione a soggetto nella quale il singolo fa il monaco ma non è il monaco». Le regole, che cristallizzano l’«ideale del monaco», mettono per così dire il carro davanti ai buoi e finiscono con l’essere una specie di «stampo» in cui «si tenta di colare l’impasto vivente dei monaci e delle monache». Ma qual è il prezzo di questa astrazione, di questo strumento di evasione dai problemi concreti? «Personalmente, per un’esperienza ormai lunga, ritengo che le regole favoriscano uno stato di puerizia nei frati e nelle suore, che non ha nulla a che fare con il “siate come questi piccoli” evangelico.» È abbastanza insolito sentire un monaco sostenere che l’osservanza crea «un possente meccanismo di difesa contro gli insopportabili richiami dell’impegno cristiano»; è sorprendente sentire un monaco affermare che «il chiostro sarà uno spazio profano come tutte le case degli uomini» e che «la sacralità gli verrà conferita dalla comunione e dall’attenzione che ogni singolo membro avrà verso gli altri»; è impressionante sentire un monaco dire che «forse il monachesimo completerà la formula benedettina con la quale è stato definito fino a oggi: non sarà più soltanto schola divini servitii, ma schola humani et divini servitii».

Giovanni Vannucci, La comunità monastica, in Pellegrino dell’Assoluto, Servitium Editrice 2005³, pagg. 161-167.

 

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Come ti scrivo una Vita di Cutberto

Nel Prologo della Vita Cuthberti di Beda, il Venerabile Beda, si può leggere una delle rarissime descrizioni di come veniva composta un’opera, in questo caso un’agiografia, nell’alto Medioevo. Non si può certo estendere a tutti i casi tale modello, ma gli studiosi sono inclini ad attribuirgli un certo grado di esemplarità.

Siamo intorno al 718 e la comunità dell’«isola santa» di Lindisfarne, nella persona della sua guida, il vescovo Eadfrith, chiede a Beda di scrivere una vita in prosa del grande Cuthbert, predecessore di Eadfrith, morto nel 687. Beda ne ha già scritta una, in versi, oltre dieci anni prima, ma accetta ugualmente.

Verso il 720 l’opera è compiuta, e Beda vi antepone una prefazione (praefationem aliquam), anch’essa su richiesta del vescovo, in cui ripercorre le fasi della stesura, ed è così che impariamo un sacco di cose interessanti. Beda si preoccupa anzitutto di precisare di non aver scritto nulla senza aver prima indagato rigorosamente i fatti e aver intervistato testimoni attendibili. Questa fase preliminare si è concretizzata in una serie di note (scedulas) che, raccolte in un opuscolo, Beda ha sottoposto ad alcune persone che conoscono bene la «materia», come il prete Herefrith e altri, accogliendone senza esitazioni le osservazioni («diligentemente ho emendato alcune cose secondo il loro giudizio»).

A questo punto il testo approda a una prima stesura chiara e distesa su pergamena, che Beda consegna alla comunità in modo che ciò che è falso possa essere corretto e il vero approvato (atque ad vestrae quoque fraternitatis praesentiam asportare curavi, quatinus vestrae auctoritatis iudicio vel emendarentur falsa, vel probarentur vera esse, quae scripta sunt). «La comunità di Lindisfarne dà così inizio a una lettura pubblica che dura due interi giorni, durante i quali ogni dettaglio viene attentamente esaminato e discusso»: una valutazione collettiva di anziani e maestri che si conclude con la consegna ufficiale del testo ai copisti.

In realtà i confratelli avrebbero indicato qualche mancanza e suggerito qualche possibile integrazione. Si trattava di episodi «certamente meritevoli di essere menzionati», commenta Beda, leggermente piccato, «se non fosse sembrato poco adeguato e corretto inserire nuovo materiale in un’opera già concepita e realizzata (deliberato ac perfecto operi)». La cosa era finita lì.

La frecciatina viene in parte smorzata dalla immediatamente successiva richiesta di intercessione, non senza tuttavia che Beda colga l’occasione per ricordare la rapidità con la quale aveva accettato l’incarico. È un piccolo capolavoro di retorica: «Ho pensato inoltre sia giusto ricordarvi ciò che coronerebbe la vostra eminenza: come io non ho tardato a eseguire con prontezza il compito che avete ritenuto affidare alla mia obbedienza, allo stesso modo non sarete lenti nel conferirmi il premio della vostra intercessione».

Devo questa lettura a uno studio di Franco De Vivo, che così conclude: con tutte le cautele possibili, questo racconto mostra come «nella coscienza dei contemporanei un [concetto di] testo “originale” vi fu, per quanto privo di quel carattere di ferrea e indiscutibile unicità che il senso comune tende oggi ad annettervi», e la prefazione di Beda ci dice come, «almeno nell’ambiente monastico, l’elaborazione di questo “originale” fosse oggetto di lunga e complessa negoziazione con la comunità dei suoi fruitori». Senza per altro che ciò ne sancisse la successiva intangibilità, «poiché la modificabilità era connaturata ai tempi e ai modi dell’editoria medievale», e tale provvisorietà rappresentava in fondo «la migliore garanzia della sopravvivenza del testo nel tempo».

(Franco De Vivo, Rappresentazione del lavoro intellettuale nei monasteri inglesi dell’alto medioevo, in Teoria e pratica del lavoro nel monachesimo altomedievale, Atti del convegno internazionale di studio, Roma-Subiaco, 7-9 giugno 2013, Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo 2015, pp. 57-69 – un volume spaziale.)

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Sciuscià, arlecchino e chef (la Vita di san Benedetto di Aniane, pt. 3)

Aniane(la prima parte è qui, la seconda qui)

Oltre che di informazioni storiche, la Vita di san Benedetto di Aniane di Ardone Smaragdo è ricca di quelle che si possono definire «fotografie» di vita quotidiana, o comunque di episodi che spiccano o si discostano per qualche particolare dalla normalità del canone agiografico.

Osserviamo ad esempio Benedetto che, agli inizi della sua vita monastica (cominciata nel 774, dopo diversi anni passati alla corte di Pipino il Breve, dove raggiunse la carica di coppiere, e poi di Carlo), si sottopone a un duro regime di penitenze e umiliazioni, e «si accaniva contro la sua carne come una bestia feroce». Nel monastero (di Saint-Seine, vicino a Digione) si mette al servizio di tutti, e di notte, mentre gli altri dormono, «egli puliva detergendoli con l’acqua i calzari e li restituiva puliti al posto giusto», come il servizio negli alberghi. Alcuni confratelli lo irridono per questo, e di giorno, «quasi prendendosi gioco di uno completamente pazzo, lanciavano le scarpe contro di lui che era posto un po’ in disparte»: Toh, capo, pulisci anche queste! Ah ah ah! E Benedetto? «Sopportava tranquillo».

Non presta neanche molta attenzione alla veste monacale: quando il tessuto si lacera perché troppo vecchio, «con un panno occasionale di un colore molto diverso rappezzava il buco che si era venuto a creare, cosa che lo rendeva abbastanza goffo [deformem]». Un arlecchino, anche in questo caso sbeffeggiato (e sputato) da molti .

Guardiamolo adesso mentre si trova ad Aniane, alla guida della sua piccola, nuova comunità, povera di tutto, tranne che di fede e di amore fraterno. Benedetto si prodiga in ogni attività, aiuta tutti e non disdegna di preparare il cibo per i confratelli; già che c’è, «contemporaneamente trovava il tempo di scrivere un libro di cucina [librum etiam pariter circa coquinam occupatus scribere satagebat]». Peccato che il ricettario di chef D’Aniane non si sia conservato…

Benedetto non si sottrae a nulla, «arava con coloro che aravano, zappava con coloro che zappavano, mieteva con i mietitori»; non si lascia mai andare a bere un goccio di più e «più volte l’abbiamo visto misurare ciò che gli era posto davanti nella ciotola»; si raccomanda sempre di non aggiungere formaggio grattugiato (ne exigua particola casei triti) alle sue vivande e non ammette che si sprechi un solo legume («subito avrebbe pronunciato una sentenza degna di una scomunica, come si fosse trattato di un delitto»). Più di ogni altra cosa, Benedetto è singolarmente capace di operare il bene, in ogni forma, tanto che «chi era angustiato dalla malattia della tristezza, avvicinandosi a lui, immediatamente se ne andava contento». Un diffusore di serenità.

La scena che ho trovato più divertente riguarda un’improvvisa invasione di cavallette (locustarum), «così numerose da nascondere i raggi del sole». I monaci sono preoccupatissimi per la vigna, e Benedetto fa la cosa più semplice: va in chiesa a invocare l’aiuto di Dio. E cosa accade? «Dopo poco le cavallette, trovandosi male, se ne andarono»: Ehi, non trovate anche voi che qui non si stia affatto bene? Sì, vero, stavo per dirlo anch’io. Sì, dai, andiamo via. Giusto, andiamocene…

Così, tra l’altro, nessun animale è stato maltrattato per la realizzazione di questa scena.

(3-fine)

Benedetto di Aniane. Vita e riforma monastica, a cura di G. Andenna e C. Bonetti, Edizioni Paoline 1993. (Assai utile per approfondire il saggio di Fabio Cusimano, La biografia di Benedetto di Aniane tra storia e topoi agiografici, pubblicato nel 2012 in una raccolta di studi per Réginald Grégoire e consultabile qui.)

 

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Beati i capodogli (Dice il monaco, XXXIII)

Dice Ambrogio, in realtà vescovo, di Milano, intorno al 387:

Laggiù, dunque, ove l’ampia distesa del mare impedisce agli uomini di spingersi a scopo di esplorazione, o di navigarvi temerariamente a scopo di lucro, laggiù si dice che si nascondano i cetacei, quelle specie mastodontiche di pesci, torreggianti come montagne [se feruntur cete, illa inmensa genera piscium, aequalia montibus corpora], a sentire coloro che li hanno potuti vedere. E là essi vivono in pace, e, lontani dalle isole e separati da ogni contatto con le città di mare, si sono opportunamente ripartite le loro località e abitazioni. E qui rimangono, senza violare i confini dei vicini, e non cercano di cambiare i luoghi, transitando liberamente qua e là, ma li amano come se si trattasse del luogo natìo, e ritengono delizioso stabilirvisi per sempre [in his inmorari dulce arbitrantur]. E li hanno scelti proprio per essere in grado di vivere un’esistenza solitaria, tenendosi lontani da ogni osservatore importuno.

Ambrogio, Exameron, Commento ai sei giorni della Creazione, V, 28, a cura di G. Coppa, Utet 1969. (Devo la scoperta di questo bellissimo passo di Ambrogio a un articolo della studiosa del vescovo di Milano Chiara Somenzi; Ambrogio, oltre a mostrare una certa nostalgia per la vita riparata dei giganti degli abissi, sembra qui stabilire un parallelismo tra di essi e i monaci e gli eremiti, che lasciano il mondo e fanno voto di stabilità in un luogo preciso…)

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Nel fazzoletto o nelle maniche (la Vita di san Benedetto di Aniane, pt. 2)

Aniane(la prima parte è qui)

È una storia bellissima, quella della progressiva affermazione della Regola di Benedetto da Norcia, complicata e non priva di zone oscure. Vi si saldano spinte diverse per intenzione e origine: una tendenza all’uniformità in territorio franco, attestata sin dal primo decennio del VII secolo; il confronto tra regole diverse da tempo in atto sul campo, il VII secolo può essere considerato il periodo della regula mixta o composita, in cui convergono, oltre a quella cassinese, le consuetudini di Pacomio, di Basilio, di Agostino, di Colombano, quelle spagnole; la decisione di Carlo Magno di usare la rete dei cenobi per rafforzare il proprio piano imperiale (ne è convinto, il re dei franchi, tanto da scrivere all’abate di Montecassino affinché gli mandi una copia della Regola – sappiamo di questa cosa fantastica dalla sopravvissuta lettera di accompagnamento dell’abate: «Poiché piacque a Dio che qualcuno dei monaci di quella regione venisse informato della vostra devozione verso la dottrina e verso i notevoli esempi del nostro beato padre Benedetto, in base alla vostra richiesta vi abbiamo inviato la Regola dello stesso beato padre, trascritta dallo stesso codice che egli scrisse con le sue sante mani»).

E a fianco di Carlo Magno c’è Benedetto di Aniane, che da un lato sperimenta in prima persona alcune regole, dall’altro le studia e poi compone due opere di avvicinamento: un Liber ex regulis diversorum Patrum collectio (o Codex Regularum) e una Concordia Regularum, «mirante a dimostrare la priorità di quella benedettina, esaminata per capitoli». La vera alternativa, in territorio franco, era rappresentata dalla regola di origine irlandese cosiddetta «di Luxeuil», scritta da Colombano, cui quella cassinese fu preferita per una serie di motivi. Anzitutto la Regola di Benedetto da Norcia rispondeva «all’esigenza di far prevalere la tradizione monastica romana su quello iro-franca», e questo si sposava bene con il progetto carolingio; in secondo luogo era meno dura ed esigente di quella di Colombano, in breve era più realistica e più adatta per una sua applicazione universale perché lasciava all’abate un buon margine di discrezionalità per eventuali adattamenti (e questo Benedetto di Aniane l’aveva visto direttamente); infine la stabilità che contraddistingueva la regola cassinese era perfetta sia per il potere politico sia per l’idea di monachesimo che aveva maturato Benedetto di Aniane, in particolare riguardo alla pratica liturgica.

E dopo Carlo Benedetto sarà a fianco di Ludovico il Pio, perché l’opera non si completerà con un paio di editti, ma sarà lunga, osteggiata e richiederà, tra le altre cose, l’istituzione di una figura che può essere considerata progenitrice di quella del padre visitatore. Ludovico vuole che Benedetto – «di cui l’imperatore si serviva per numerosi affari» – sia più vicino alla corte, così gli costruisce addirittura un monastero (a Inda) perché possa lasciare Aniane. «Dopo questi avvenimenti l’uomo di Dio incominciò a varcare spesso la soglia delle porte del Palazzo e talvolta a portare scompiglio per essere utile a molti». Da intransigente qual era, Benedetto a corte si fa molti nemici, ma tutti capiscono anche che l’imperatore lo ascolta, sicché «coloro che, danneggiati da altri, chiedevano favori imperiali si avvicinavano a lui». Benedetto accoglie tutti e prende nota delle lamentele, riportandole su foglietti (in schedulis) che al momento opportuno presenta all’imperatore. «Il sovrano si abituò a questo, ed alcune volte il serenissimo imperatore li trovava toccando il fazzoletto e le maniche [aliquoties serenissimus imperator mapulam manicasque ejus palpans reperiebat], leggeva le richieste e decideva quali fossero le più utili da esaudire; per la sua smemoratezza, infatti, era solito porle in tali posti.»

(2-segue)

Benedetto d’Aniane. Vita e riforma monastica, a cura di G. Andenna e C. Bonetti, Edizioni Paoline 1993.

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«Prattico, non speculativo» (la «devota sobrietà» dei cappuccini)

DevotaSobrietàLe Edizioni Dehoniane hanno giustamente ristampato in un volumetto a se stante Devota sobrietà, un magnifico testo del p. Giovanni Pozzi dedicato ad alcuni tratti caratteristici dei cappuccini, ordine di cui il filologo faceva parte. Non lo conoscevo, com’è ovvio, ed è stato per me una grande sorpresa.

In primo luogo sono stato messo in riga ancora una volta dall’erudizione del p. Pozzi, soprattutto nei capitoli sulla lingua degli scrittori cappuccini – questo non è tanto sorprendente, ma è comunque salutare.

In secondo luogo il testo mi ha aperto uno spiraglio su una spiritualità di cui, a parte le nozioni più comuni, non so quasi nulla, ma che mi affascina per il titanico tentativo di trasferire l’estremismo mite di Francesco da un singolo (o da un piccolo gruppo) a un vero istituto collettivo, a un ordine, e senza deformarlo. «Io da voi altro non vorria solamente giongessimo a questo stato del niente, ma prattico, non speculativo», scrive Gregorio da Napoli (morto nel 1601), chiedendo al frate cappuccino di annullare se stesso per vivere in Dio, ma con una nota, appunto, di concretezza spinta. Così, ad esempio, la precarietà, la provvisorietà, la povertà si traducono in una grande macchina normativa di prevenzione. Le comunità non possono essere proprietarie dei conventi in cui abitano, al punto che nelle prime costituzioni viene stabilito che ogni anno si faccia formale offerta di restituzione dell’immobile al proprietario che ne ha concesso l’uso.

Ogni elemento esteriore è accompagnato da una qualificazione che spinge verso il basso, o al massimo verso un’uniforme mediocrità. Gli abiti saranno «li più vili, abiecti, austeri, grossi e sprezzati panni»; le scarpe «sole… simplici, pure, vile e povere senza alcuna curiosità»; il cibo «carne, ova, caso, né pesci né altri cibi preciosi»; gli edifici «picole casipule, tuguri e umbraculi» e i materiali con i quali sono costruiti siano «vimini, luto, canne, matoni, crudi e vil materiale»; l’orazione sia «senza code o biscanto, cum voce non tropo alta o bassa, ma mediocre». Ogni cosa in vista di un’accettazione integrale del Vangelo, «con l’ochio puro, semplice, columbino e mundo de la fede». L’occhio columbino e mundo. Mi è venuta un gran voglia di approfondire.

C’è poi un tratto che circola in queste pagine e che mi ha colpito, se così si può dire, più da vicino. È un elemento evocato dallo stesso p. Pozzi, che così conclude il capitolo dedicato all’architettura cappuccina: «Nel contesto delle teorie architettoniche, un simile orientamento prende il nome di razionalismo. Tolti i richiami di ordine storico, lo si può riferire a una così rigorosa pratica architettonica a lungo applicata senza cedimenti o ridondanze». Sì, è come se nel ritratto tracciato dal p. Pozzi dell’identità cappuccina si respirasse, tra le altre, un’aria di solida razionalità: dato un obiettivo preciso, seguire il Vangelo integralmente e nient’altro, come ha detto e fatto Francesco, cosa dobbiamo fare?

Tra i tanti testi disponibili, lo studioso cita un’opera di Bartolomeo Vecchi (morto nel 1628), «riscontro eccezionale allo stile delle prime costituzioni». Si intitola, mirabilmente, Modo di incamminare i novizzi della nostra provincia di Bologna con santa uniformità di cerimonie e riti e non trascura un solo particolare della vita del frate, fino al modo di chiudere la finestra («accompagnando la merletta sul cappucciuolo con la mano»), fino ai vari «cesti e cestelli e canestri per raccogliere separatamente pane, vivande avanzate e frutta», fino a un codice completo per gli arredi e i vestimenti sacri («per ogni capo si descrive il modo di esporlo all’uso, ritirarlo, lavarlo, stirarlo, inamidarlo e riporlo»).

Oltre a seguire il Vangelo, qui si tenta di contrastare il disordine, e comprendo bene questo immane sforzo che si coagula intorno ai principi di nettezza e devozione (chiarezza e distinzione?): «Una nettezza cui non basta levar lo sporco, poiché trova il suo appagamento nel collocare ogni cosa con ordine ed eseguire ogni atto con proprietà».

Giovanni Pozzi, Devota sobrietà. L’identità cappuccina e i suoi simboli (2002), Edizioni Dehoniane 2015.

 

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«Nessuno o solo pochi potevano imitarlo» (la Vita di san Benedetto di Aniane, pt. 1)

Aniane

La Vita di san Benedetto di Aniane di Ardone Smaragdo (che può essere indicativamente collocata intorno all’830) ha più di un motivo di interesse. È anzitutto un documento primario sulle manovre che portarono alla nascita del nucleo di quello che sarebbe diventato l’Ordine benedettino, istituzione grandiosa e longeva che Benedetto da Norcia mai nemmeno immaginò; ci lascia poi intuire alcuni aspetti concreti del paesaggio monastico dell’epoca; ci dà qualche bella immagine di prima mano di Carlo Magno e di suo figlio Ludovico il Pio; ci regala infine, anche involontariamente, come tutte le agiografie, alcune impagabili «fotografie» di vita quotidiana.

Il piccolo libro, a cura di Giancarlo Andenna e Cinzia Bonetti, che mi ha permesso di leggerla in italiano contiene anche i due saggi introduttivi dei curatori, molto utili e interessanti, e una preziosa appendice di documenti che aiutano a orientarsi meglio in quel singolare tratto della storia monastica così carico di conseguenze: due lettere di Benedetto di Aniane, una «Supplica presentata dai monaci di Fulda all’imperatore Carlo», trentasei (più tre) decreti promulgati dal primo Sinodo di Aquisgrana (816), quarantatre decreti promulgati dal secondo Sinodo di Aquisgrana (817) e i relativi Statuta Murbacensia, che li commentano e che per me valgono già soltanto per il nome.

A leggere i saggi introduttivi pare difficile sottovalutare il ruolo svolto da Benedetto di Aniane, nato Vitiza, da nobile famiglia gota, nella riforma del monachesimo carolingio e soprattutto nella ferma decisione di imporre la Regola del primo Benedetto (essendo quello di Aniane talvolta chiamato il secondo Benedetto) a tutti i cenobi del mondo franco, decisione che aveva identificato nel canone benedettino non soltanto un strumento eccellente, e sperimentato in oltre due secoli di lenta diffusione, «per salvare l’anima di chi desiderava abbandonare il secolo e le realtà secolari», ma anche una chiave per unire, senza stravolgerne il senso, la diffusione dei monasteri al progetto politico di rafforzamento dell’impero franco, sempre più ricco di genti germaniche convertite: «Il particolarismo, incerto e sempre passibile di crisi, delle prime comunità benedettine… scompariva per sempre», e per «questa sua intuizione e per la forza con cui seppe realizzarla entro i confini dell’impero carolingio, Benedetto di Aniane merita di essere considerato il primo artefice dell’unità culturale europea» (G. Andenna).

Se da un lato il progetto politico appare comprensibile, dall’altro ci si imbatte in una domanda affascinante: perché fu scelta proprio la Regola di Benedetto da Norcia? La risposta che dà Ardone non soddisfa lo studioso, ma ha una sua logica. Benedetto di Aniane si butta nella vita monastica con un ardore incontenibile (come poi vedremo) e in un primo momento rifiuta la regola cassinese, che «sarebbe stata concepita per i novizi e gli ammalati», inseguendo una durezza senza scampo e indirizzandosi piuttosto verso i modelli orientali di Basilio e Pacomio. Tuttavia, «pur eccellendo in questi esercizi di contrizione, quando si accorse che nessuno o solo pochi potevano imitarlo, per divenire testimonianza di salvezza per molti fu attratto, con l’aiuto della grazia divina, dalla Regola di Benedetto e come un nuovo atleta entrò in campo con l’intenzione di combattere apertamente una singolare battaglia». Certo, con l’aiuto della grazia divina, ma anche dopo aver compreso di non poter chiedere l’impossibile, cosa che anche l’altro Benedetto aveva capito assai bene (e sulla propria pelle, per così dire).

Ed è proprio questa, nonostante tutto, un’indicazione non trascurabile circa i motivi dell’affermazione della regola cassinese. «Perché dunque la Regola cassinese ebbe tanto successo?» si chiede Cinzia Bonetti nel suo saggio introduttivo; e successo rispetto a quali altri regole?

(1-segue)

Benedetto di Aniane. Vita e riforma monastica, a cura di G. Andenna e C. Bonetti, Edizioni Paoline 1993.

 

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Tre lettere di dom Columba Marmion, o.s.b.

MarmionNella prima (a Jeanne van Roosbroek, dell’8 maggio 1918) il grande abate e direttore spirituale, irlandese di Dublino, svolge un interessante parallelismo affrontando la questione cruciale di cosa distingua la professione benedettina dagli altri ordini. «L’ordine monastico, non avendo uno scopo particolare, cerca prima di tutto la gloria di Dio tramite la consacrazione totale del monaco al suo Creatore con un’offerta assoluta e senza “alcuna condizione”». Non si fonda un’abbazia con un altro fine che non sia l’opus Dei: «La sola opera preventivata dall’ordine stesso è l’opera di Dio, la lode divina». Se poi si delineerà un compito preciso, una missione, sarà la Provvidenza a indicarlo, «l’opera specifica nasce quando la fondazione è già avvenuta», sempre ammesso che nasca. Un’abbazia benedettina è un centrale di preghiera che si accende, «tutto il resto è accidentale e secondario». Per i singoli monaci è la stessa cosa: «Va contro la tradizione e lo spirito benedettino accettare un individuo che arrivi con un progetto, delle condizioni, dei patti». In qualità di abate, dom Marmion non ha mai eccepito, anche perché lui stesso ha vissuto la vicenda da novizio: «Alla mia professione, mi sono donato “ciecamente”, senza palesare nemmeno le mie inclinazioni o le mie avversioni». E per dieci anni gli fecero fare ciò per cui nutriva una certa «ripugnanza interiore»: insegnare ai ragazzi (inglese, nella fattispecie).

Nella seconda (a dom Bede Camm, del 2 febbraio 1913) dom Columba ricorda al suo corrispondente a chi e perché viene consegnato il voto di obbedienza del monaco benedettino: «Promettiamo obbedienza a un determinato abate perché crediamo che tenga le veci di Gesù Cristo». Il tempo cambia le cose, figuriamoci le persone, e quindi «c’è sempre un qualche rischio nel legarsi per tutta la vita, perché l’abate può non piacerci più, o non agire secondo le nostre idee». Occorre tenere a mente chi rappresenta l’abate, simpatie e antipatie allora si dissolveranno, ma, «se cominciamo a discutere sulla maniera in cui governa la sua abbazia e a biasimarlo perché non accetta le nostre idee, perdiamo di vista lo spirito della nostra vocazione e la vita monastica diventa un fardello.» Agli ordini, capitano abate, quale la rotta?

Nella terza (a dom Victor Le Jeune, del 2 giugno 1914) dom Marmion non gliele manda a dire. Ha letto una lettera del suo corrispondente e a questo punto non ritiene sia il caso di sottilizzare: «Non voglio attardarmi sulle considerazioni che fa sulla sua dignità, la legge naturale, e il resto. È il linguaggio adoperato abitualmente da un monaco insubordinato e orgoglioso». Solo il monaco «umile e obbediente» può essere fonte di bene, quindi dom Columba non può fare altro che togliergli qualsiasi incarico e impedirgli «per l’avvenire ogni rapporto con la nostra scuola abbaziale». È una circostanza molto dolorosa, conclude l’abate, perché un monaco disobbediente è uno dei tanti «monaci inutili», che «non compiono alcun progresso nella vita interiore e sono occasione di tristezza per chi è in rapporto con loro».

Columba Marmion, Questa è la mia vita. Antologia dalle lettere, a cura di P.M. Gionta, Edizioni Paoline 2014. (Le lettere citate si trovano alle pagine 438-41, 432-35, 436-37.)

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