Molto, molto interessante il numero di questo ottobre 2021 di «Donne Chiesa Mondo»1, mensile dell’«Osservatore Romano», dedicato a come vivono le suore e le monache di oggi; «o meglio», come dice Ritanna Armeni nella premessa, «di che vivono, come provvedono alle necessità della vita quotidiana, come si organizzano». Il piglio gioioso della copertina contrasta un po’ con il tono generale del numero, improntato a una composta eppur profonda preoccupazione per la situazione delle diverse comunità. La foto che vi è riprodotta, assai famosa per chi è appassionato di cose monastiche, raffigura infatti un gruppo di consorelle dell’abbazia cisterciense di Boulaur, in Occitania, issate con grande soddisfazione su un grosso trattore agricolo2.
La preoccupazione che emerge dagli articoli e dalle interviste è legata sia agli aspetti per così dire strutturali, come l’invecchiamento delle comunità (che comporta l’aumento delle spese per assistenza e cura), l’assenza di un reddito regolare («Non riceviamo nessuno stipendio», dice una suora orsolina della Sacra Famiglia, «e nessun aiuto dal Vaticano. Noi dobbiamo arrangiarci») e la scomparsa di fonti di finanziamento tradizionali («Fino a una ventina d’anni fa si poteva parlare orientativamente di quattro forme di sostentamento», spiega s. Claudia Grenga dell’Unione superiore maggiori d’Italia, «lavoro dipendente, donazioni, attività produttive e pensione di vecchiaia. Ormai, con l’incremento dell’età media delle religiose, è questa l’ultima risorsa principale. […] Le donazioni non sono calate, non ci sono proprio»), la mancanza di una vera cultura dei diritti del lavoro in ambito ecclesiastico («Nei rapporti delle suore con i loro datori di lavoro c’è stato un offuscamento di quello che io chiamo i confini», dice ad esempio Maryanne Loughry, suora della Misericordia, psicologa e ricercatrice australiana. «Nella Chiesa ci sono molte cose date per assodate: che noi siamo molto generosi, che usciamo dagli schemi se c’è da fare qualcosa di speciale. Non voglio rinunciare a questa caratteristica, ma penso che a volte venga sfruttata»); sia ad aspetti contingenti, come gli effetti della pandemia, che in certi casi ha colpito duramente le comunità («La responsabile di una comunità di una quarantina di suore, tutte anziane», ancora s. Claudia Grenga, «mi confidava di aver perduto quindici sorelle nel giro di poche settimane, durante la prima ondata. Per riuscire a pagare i funerali, ha dovuto chiedere aiuto fuori della comunità. Oltretutto, di colpo, la comunità si è ritrovata con quindici pensioni in meno») e ha pesantemente ostacolato, se non interrotto attività in qualche misura redditizie (fino a un certo punto: il più delle volte «il fatturato è così scarno che per poter sopravvivere le monache devono ricevere i pacchi della Caritas o accettare donazioni dai famigliari») come la vendita di prodotti e l’ospitalità (come osservato dal Segretariato assistenza monache, che dalla sua fondazione nel 1953 si adopera, data la loro «situazione particolarissima», per sostenere nei loro bisogni quotidiani le claustrali, «meno di 40 mila nel mondo, poco più del 6 per cento delle religiose»).
I medesimi articoli e interviste, comprensibilmente, danno spazio a diversi esempi di reazione a quella preoccupazione, all’insegna anzitutto dell’inscindibile connubio di fede, speranza e carità, ma anche della creatività e dell’intraprendenza, di cui quel trattore e quella gioia sono un po’ il simbolo: «Con audacia le religiose combinano il carisma che ha animato i fondatori e le fondatrici con la storia di oggi. Con molta determinazione affinano le strategie di marketing, intelligentemente usano i media e la tv». Si va così dalla messa a punto di campagne mirate di crowdfunding sulle piattaforme più note o su quelle specifiche, alla disponibilità a concedere alcuni spazi del proprio monastero per le riprese di un reality; dalla cooperazione per la vendita online dei prodotti dei propri laboratori, alla creazioni di reti di sostegno nazionali e internazionali che coinvolgano i laici; da un rinnovato impegno nel campo dell’educazione, alla gestione di vere e proprie strutture alberghiere; preghiere di intercessione, attività culturali, lavoro artigianale, confezione di abbigliamento religioso, realizzazioni di icone o immagini sacre, promozione sui social network, cd di musica religiosa e, sia detto con il massimo rispetto, tante, tantissime creme e saponette.
L’impressione che si ricava leggendo queste pagine è quella di un coro formato, certo, da voci diverse, ma percorso da un filo comune, da un’omogeneità di fondo nobile, concreta e di piena ispirazione evangelica: mettere in comune quello che si ha, vivere in pienezza la propria forma di vita, servire gli altri. Non dirò quindi che spiccano alcune voci, perché non è vero, mi limito a sottolineare la testimonianza di Nabila Saleh, suora del Santo Rosario, a capo della Rosary Sister’s School nella Striscia di Gaza; e quella di Rosa Lupoli, badessa delle Clarisse cappuccine di S. Maria in Gerusalemme a Napoli, le cosiddette Trentatré (oggi rimaste in otto). «Il caso delle Trentatré è ancora più specifico», scrive Antonella Cilento, che ha intervistato m. Lupoli, «poiché la povertà personale è condizione insindacabile della professione solenne. Le clarisse cappuccine entrano in clausura rinunziando davanti al notaio, ben due volte, a qualsiasi bene personale, eredità familiare e a ogni possibile eredità dovessero ricevere in futuro da terzi. L’origine clariana dell’ordine stabilisce un’autentica povertà: si deve vivere con la Provvidenza, giorno per giorno, quel che si riceve in dono gratuito. E basta.»
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- «Donne Chiesa Mondo» 104 (ottobre 2021): Consacrate. Lezioni di economia e di vita.
- L’immagine, che accompagnava la campagna di autofinanziamento delle monache francesi per la costruzione di una grangia (campagna coronata da pieno successo), merita di essere osservata nella sua interezza.

Torno sempre volentieri sugli scritti di Evagrio Pontico, o sui libri che ne trattano, perché il dotto monaco e diacono, nato nel 345 in una regione dell’attuale Turchia e morto nel 399 nel deserto egiziano, rappresenta forse l’emblema di quella «conoscenza psicologica» ante litteram che tanto mi attira verso la letteratura monastica. Conoscenza psicologica che andrebbe chiamata più propriamente «sapienza spirituale», come infatti indica il sottotitolo del saggio di Gabriel Bunge che mi ha riportato a Evagrio: Akedia. Die geistliche Leher des Evagrios Pontikos vom Überdruss, apparso una prima volta in Italia nel 1992, presso le edizioni dell’Abbazia di Praglia, col titolo di Akèdia. La dottrina spirituale di Evagrio Pontico sull’accidia1 (che rende il «tedio» tedesco), e successivamente nel 1999, presso le Edizioni Qiqajon, indicativamente intitolato Akedia. Il male oscuro2. Conoscenza psicologica che tuttavia è stata ampiamente sottolineata in tempi moderni, da grandi studiosi sia religiosi, come il p. Hausherr (che definisce Evagrio tout court «psicologo») sia laici, come lo psichiatra cui, in questo caso, è affidata la prefazione dell’edizione di Praglia, Gabriele Benedetti. Il quale, seppur contrario a sovrapporre all’akedia di Evagrio la moderna «depressione», osserva che il «filosofo del deserto» e il suo interprete descrivono una situazione spirituale «che lo psichiatra non può non chiamare anche una situazione psichica; una situazione che al limite è malattia».
A un primo livello la lettura dello splendido volume dedicato a Margherita Marchi1, la «madre fondatrice» della comunità di benedettine che nel maggio del 1941 prese infine dimora stabile nell’abbazia di Viboldone, nei pressi di San Giuliano Milanese, è un’immersione nella proverbiale «miniera di informazioni»: sulla vita e sulla formazione di m. Marchi, sull’imponente fondo epistolare della medesima, sulle vicissitudini della comunità, dei suoi rapporti con la Chiesa e della sua posizione nel contesto generale, sulle figure di ecclesiastici che la avvicinarono, la accompagnarono, la sostennero, sulla composizione della comunità originaria. Va da sé che ne ricorderò assai poche, di tali informazioni, ma la traccia, per così dire, è lasciata, con forza, stile e qualità, e si potrà sempre tornare al volume, che per fortuna esiste, per verifiche e ripassi molto più agevolmente che tramite ricerche d’archivio.
D’altra parte lo dice lui stesso, proprio nelle prime righe, in cui, pur facendo appello all’«amico lettore», afferma che questo libro «l’ho scritto anzitutto per me, per narrare a me stesso le meraviglie che il Signore ha compiuto nella mia esistenza». Ed è questa l’impressione primaria che ho tratto dalla lettura di Una solitudine ospitale di Frédéric Vermorel1, nato in Francia nel 1958 e approdato quarantacinque anni dopo all’eremo di Sant’Ilarione, da lui restaurato, nella diocesi calabrese di Locri-Gerace, dove conduce una «vita semieremitica» intessuta di silenzio e solitudine, ma aperta agli ospiti, ai visitatori, al territorio, agli esseri viventi circostanti e al mondo.






