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«La fallacia e instabilità di questo mondaccio» (Le lettere di Virginia Galilei, pt. 3)

(la prima parte è qui, la seconda qui)

All’oscuro dell’esito del processo, ancora il 25 giugno 1633, tre giorni dopo la sentenza di condanna, Virginia si rallegra di sentire che il padre si prepara a lasciare Roma diretto a Siena, sia perché a Firenze c’è tuttora la peste, sia perché dall’arcivescovo Piccolomini, dove risiederà, vi «avrà molto gusto e soddisfazione». Galileo, in realtà, resterà dall’arcivescovo per sei mesi agli «arresti domiciliari». Ma le voci circolano, e il 2 luglio Virginia scrive: «Mi ha trafitto l’anima d’estremo dolore il sentire la risoluzione che finalmente s’è presa, tanto sopra il libro [Il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo], quanto nella persona di V.S.».

È un istante, e Virginia ha subito ben chiaro quale sarà il suo unico pensiero e compito: sostenere il suo «carissimo signor padre». E lo farà senza mai fargli pesare in alcun modo la condanna che lui pure ha subito da parte della somma autorità, Urbano VIII, cui lei in fondo è pienamente sottomessa. È un brutto momento, passerà, «e giacché ella per molta esperienza può aver piena conoscenza della fallacia e instabilità di questo mondaccio, non dovrà far molto caso di queste burrasche».

Intanto è lietissima di saperlo a Siena già dieci giorni dopo, poi riprende a mandargli morselletti e paste, lo ragguaglia sulle faccende, anche minute, del convento e lo rincuora: «Né dubito punto ch’ella sia depennata, com’ella dice, de libro viventium, non solo nella maggior parte del mondo, ma né anco nella medesima sua patria: anzi… E pure V.S. è anco qua amata e stimata più che mai». Cerca di distralo, e ne è consapevole: «Ho caro d’aver dato a V.S. materia di ridere e rallegrarsi, ché per questo molte volte gli scrivo delle scioccherie».

Allo stesso tempo, tuttavia, Virginia vuole capire bene, tanto che ottiene di poter leggere la sentenza, «la lettura della quale, se bene per una parte mi dette travaglio, per l’altra ebbi caro d’averla veduta per aver trovato in essa materia di poter giovare a V.S. in qualche pocolino; il che è con l’addossarmi l’obbligo che ha ella di recitar una volta la settimana i sette salmi». Se fosse per lei, farebbe qualsiasi cosa pur di alleviare la pena del padre: «Così, avess’io potuto supplire nel resto», commenta, ricorrendo a un termine che, pur tipico dell’epoca, è molto indicativo, «ché molto volentieri mi sarei eletta una carcere assai più stretta di questa in che mi trovo, per liberarne lei». In ogni caso, l’importante è che si riguardi, che non ecceda nel vino e che si possa dedicare a occupazioni «tanto proporzionate al gusto suo, quanto è lo scrivere». Attenzione, pero! «Ma per amor di Dio non sian materie che abbiano a correre le fortune delle passate, e già scritte» – Papà, per favore, quello che dovevi scrivere l’hai scritto, non ci tornare, non sfidare di nuovo la sorte… Per quel che vale («a poco o nulla son buona»), il mio affetto («l’amo quanto me medesima») e la mia stima (per «il grande intelletto e sapere che li ha concesso il Signor Iddio») sono e saranno immutati.

L’unica paura di Virginia è di non esserci più quando lui tornerà: «Io non credo di viver tanto ch’io giunga a quell’ora». L’ultima lettera è datata 10 dicembre 1633; poco dopo Galileo lascerà Siena per stabilirsi ad Arcetri, sempre in domicilio coatto; a padre e figlia le circostanze concederanno soltanto quattro mesi di vicinanza: Virginia morirà infatti nell’aprile del 1634.

Suscita un piccolo rammarico il fatto che non si siano conservate le lettere di risposta di Galileo (probabilmente distrutte per paura dalle consorelle, dopo la morte di suor Maria Celeste). Ma in fondo va bene anche così, l’importante era che si salvassero quelle di Virginia, cosa che dobbiamo proprio al destinatario, che evidentemente le amava, al punto di mostrarle, orgoglioso, ai conoscenti. Quando Virginia lo aveva appreso, se n’era sorpresa parecchio, ma non ci aveva pensato più di tanto: «Resto confusa sentendo ch’ella conservi le mie lettere, e dubito che il grande affetto che mi porta gliele dimostri più compite di quello che sono. Ma sia pur come si voglia, a me basta ch’Ella se ne soddisfaccia».

(3-fine)

Cito da Virginia Galilei, Lettere al padre, a cura di B. Basile, Salerno Editrice 2002; ma le lettere si possono leggere anche online sul sito della Bibliotheca Augustana.

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«E tanto basti» (Le lettere di Virginia Galilei, pt. 2)

(la prima parte è qui)

«Avrei caro», scrive suor Maria Celeste nel 1627, forse in aprile, «che V.S. mi somministrassi qualche quattrino per provvedere ai miei bisogni che sono tanti.» Virginia Galilei non si fa scrupolo di chiedere, con chiarezza, aiuto al padre, il quale è sempre sollecito e non lesina – forse anche per un certo qual senso di colpa nei confronti della figlia, sembra suggerire il curatore. Virginia chiede oggetti vari: stoffe, un panno da stomaco, un coltrone (che la cella può essere freddissima), un nuovo breviario per sé e uno per la sorella («poiché quelli che avemmo quando ci facemmo monache sono tutti stracciati», e «non ci curiamo che siano dorati, ma basterebbe che vi fossino tutti i Santi di nuovo aggiunti, e avessino buona stampa, perché ci serviranno nella vecchiaia, se ci arriveremo»); e chiede direttamente denaro, come nell’interessantissima lettera dell’8 luglio 1629, dalla quale ho imparato che esisteva in convento una specie di regolare compravendita delle celle («conforme all’uso che abbiamo noi altre»).

Virginia ha preferito lasciare alla sorella Livia (suor Arcangela) tutta per sé la cella che condividevano («per essere suor Arcangela di qualità molto diversa dalla mia e piuttosto stravagante, mi torna meglio il cedergli in molte cose», per non contrariarla, insomma), e adesso passa la notte «con la travagliosa compagnia della maestra». Ci sarebbe una cella disponibile, ma viene 35 scudi e lei ne ha soltanto 10, al massimo 15. Galileo manda subito. A novembre, un po’ vergognosa, Virginia lo informa che la cosa non è andata a buon fine: ora però ci sarebbe un’altra cella, di una monaca ammalata, e la badessa, benché valga 120 scudi, «si contenta  di darmela per 80», e se si contano i 30 della dotazione iniziale…

Virginia, peraltro, sa bene a chi sta scrivendo. Nel novembre del 1623, sei mesi dopo la sua pubblicazione, chiede al padre una copia del Saggiatore: «E di più la prego di farmi grazia di mandarmi il suo libro, che si è stampato adesso, tanto che io lo legga, avendo io gran desiderio di vederlo». Qualche anno dopo, ricordandogli il valore cristiano delle «tribolazioni», lo invita a riconoscere le vanità terrene, allo stesso modo in cui «con vista di Lincèo ha penetrati i cieli»; e ancora lo prega di non trascurare la salute per gli studi, «che se il povero corpo serve come istrumento proporzionato allo spirito nell’intender e investigare novità [una scelta di termini davvero tagliata su misura del destinatario] con sua gran fatica, è ben dovere che se li conceda necessaria quiete, altrimenti…»

Ed è proprio nella circostanza del processo romano che i toni si fanno ancora più toccanti. In un primo tempo, pare, Galileo tiene nascosti gli sviluppi della sua situazione, tanto che Virginia si limita ad augurargli ogni bene per il suo «negozio» e ancora nella lettera del 7 maggio 1633, poco meno di un mese dopo il primo interrogatorio, gli riferisce la contentezza sua e di tutto il convento nell’apprendere dei «prosperi successi di V.S.». È una lettera, quest’ultima, che, voglio credere, abbia colpito a fondo Galileo. Virginia infatti, dopo aver raccontato del giubilo generale, dice di aver patito un violento mal di testa, «veramente fuori del mio solito», e aggiunge che non lo dice per fargliene una colpa, bensì perché egli «possa conoscere quanto mi siano a cuore e mi premino le cose sue, poiché causano in me tali effetti; effetti che [attenzione alla grazia di movimenti], sebbene, generalmente parlando, pare che l’amor filiale possa e deva causare in tutti i figli, in me, ardirò di dire, che abbiano maggior forza, come quella [non è finita] che mi dò vanto di avanzare di gran lunga la maggior parte degli altri nell’amare e riverire il mio carissimo Padre, siccome all’incontro chiaramente veggo che egli supera la maggior parte de’ padri in amar me sua figliuola; e tanto basti.»

(2-continua)

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«Molto illustre e Amatissimo Sig. Padre» (Le lettere di Virginia Galilei, pt. 1)

Mi hanno proprio commosso le lettere della clarissa suor Maria Celeste a suo padre, cioè di Virginia a Galileo Galilei. «Nata di fornicatione» nel 1600 dalla relazione more uxorio dello scienziato con Marina Gamba, Virginia venne sistemata nel 1616 nel convento di San Matteo ad Arcetri (l’anno successivo vi entrerà anche la sorella Livia), dove digerirà la monacazione forzata, cedendo in breve alla «logica del quieto abbandono alla vita claustrale». L’epistolario sopravvissuto comincia nel 1623 e si conclude nel 1633, pochi mesi prima della morte della clarissa e nove anni prima di quella di Galileo, che nel frattempo era stato confinato dal Santo Uffizio proprio ad Arcetri, nella villa «Il Gioiello», dirimpetto al convento.

Dieci anni di lettere durante i quali il rapporto si fa sempre più caloroso e intimo, come una lenta manovra di affettuoso avvicinamento. L’indirizzo cui Virginia spedisce le sue lettere è sempre lo stesso: «Al Molto Illustre Signor Padre mio Osservandissimo, il sig. Galileo Galilei»; l’intestazione oscilla tra «Molto illustre Sig. Padre» e «Molto illustre e Amatissimo Sig. Padre», mentre la firma è quasi invariabilmente «sua figliuola Affezionatissima». Curiosamente la strada percorsa da Virginia, in questo avvicinamento a un padre già molto famoso e tormentato da gravi problemi di salute, è quella dei dolciumi e delle «cose mangiative». Le prime lettere, ma la consuetudine durerà fino alla fine e sarà anzi reciproca, sono piene di «qualche pesciuolo marinato», di «quattro susine» (che «non sono di quella perfezione che avrei voluto»), di «pochi calicioni» (paste con zucchero e mandorle), di «una pera cotta» («ho imparato questa nuova foggia di cuocerle che forse più le piacerà»), di «morselletti» (canditi di cedro), di girelli, mostacciuoli e marzapanetti, di «12 fette di pasta reale» («a ciò se le goda per mio amore») e di fiori di «ramerino» (rosmarino), anch’essi canditi e «che tanto soglion gustarli». Un simbolo palese e insistito di un affetto che non fa che crescere: «Oh se almeno io fossi abile ad esprimerle il mio concetto!» si lamenta Virginia. «Sarei sicura ch’Ella non dubiterebbe ch’io non l’amassi tanto teneramente quanto mai altra figlia abbia amato il Padre». Ma le parole mancano e Virginia scivola in una formula a dir poco acrobatica: «Non so significarglielo con altre parole, se non con dire ch’io l’amo più di me stessa: poiché, dopo Dio, l’esser lo riconosco da lei… sì che mi conosco anco obligata e prontissima, quando bisognassi, ad espor la mia vita a qualsivoglia travaglio per lei, eccettuatone l’offesa di sua Divina Maestà».

La salute del padre è una preoccupazione costante, sempre riaccesa anche dalle oggettive circostanze dell’epoca: mi faccia sapere come sta, rimandi il viaggio che c’è la peste, non si strapazzi nell’orto, non esca che fa troppo freddo, la prego, mi faccia sapere se i dolori sono passati… E, come tutte le persone che amano, Virginia darebbe una gamba perché i mali di lui toccassero a lei, tanto da riconoscere che «io non m’avveggo mai d’esser monaca, se non quando sento che V.S. è ammalata, poiché allora vorrei poterla venir a visitare e governare con tutta quella diligenza che mi fosse possibile».

(1-continua)

Cito da Virginia Galilei, Lettere al padre, a cura di B. Basile, Salerno Editrice 2002; ma le lettere si possono leggere anche online sul sito della Bibliotheca Augustana.

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«Io entrerei fino in monastero per sentirvi»

È una storia tipica, ma non è il sapore scabroso a renderla interessante, semmai il fatto che a restituirci la voce di una donna, di una monaca che aveva un talento, una personalità e un’intenzione siano le carte del suo processo e non, come ci si potrebbe aspettare, le cronache del suo monastero.

Suor Maria Vittoria (nata Lucrezia, nel 1589) Frescobaldi viene «collocata» dal padre nel monastero vallombrosano di Santa Verdiana, a Firenze, all’età di cinque anni. Quindici anni dopo la ritroviamo nota in tutta la città per le sue doti canore e musicali: ha studiato, tiene vari strumenti nella sua cella («gravecembalo e spinetta»), ha un importante sostenitore nel duca Orsini di Bracciano. Non tutte le consorelle sono contente, a cominciare dalla badessa ottantenne, che non vuole che lei canti pubblicamente e prenda lezioni di canto. Maria Vittoria non ha remore («L’esercizio della musica e i rapporti che per quella via era riuscita a coltivare dovevano esserle indispensabili per sostenere il gravoso onere di una monacazione da sempre sofferta e mal accettata e per nessuna cosa al mondo vi avrebbe rinunciato»), scrive a chi sa per ottenere le necessarie licenze e non arretra di un passo.

Oltre a non smettere di studiare, Maria Vittoria continua a incontrare «alle grate» varie persone appassionate di musica, tra cui il marchese Sinolfo Ottieri, «gentilhuomo di Camera» del granduca Cosimo II, con il quale «contrasse amicitia». A partire dal 1617, Sinolfo «per circa tre anni, si presentò al parlatorio pressoché quotidianamente. Secondo la portinaia del monastero durante quel lungo arco di tempo, “lui ci era quasi di continuo et ci dimorava dalla mattina fino all’hora di desinare, et di poi ci ritornava”».

Per rendere meno sospetta la sua frequentazione, il marchese si spinge sino a far entrare in monastero una sua nipote, affidandola come novizia proprio a Maria Vittoria. La comunità mormora, notizia della relazione si sparge anche all’esterno, ma i due non demordono, e anzi decidono di incontrarsi nella cella della monaca «per fare liberamente musica insieme». Con la complicità di due consorelle, di una conversa e di una serva degli Ottieri, tutto è pronto per la sera del 2 luglio 1620, ma due monache «che nutrivano vecchi rancori» tradiscono i due, avvisando il priore. L’indomani gli uomini del bargello si recano a Santa Verdiana e fanno irruzione nella cella di Maria Vittoria: lei, con le complici, viene isolata in una cella del monastero; lui viene rinchiuso al Bargello.

Il processo ecclesiastico scatta tre settimane dopo, istruito dal nunzio apostolico di Firenze, la cui preoccupazione principale è appurare con quale intento l’Ottieri si fosse introdotto nel monastero. La versione dei due accusati all’inizio è sostanzialmente concordante: «Per cantare et ragionare insieme». Sinolfo però ammette che un giorno «alle grate» aveva detto a Maria Vittoria, portandole un brano: «Come si harebbe a fare che io vi sentissi provare questa musica? C’è tanta prohibitione che non so come farmi», aggiungendo: «Io entrerei fino in monastero per sentirvi». L’auditore fiuta la preda e insiste, e alla fine è Maria Vittoria a cedere: «Vi voglio dir il vero. Noi passammo anco in altri ragionamenti di cose che non convenivano».

Il nobile, vile, non ammette nulla, mentre la monaca forzata non si trattiene più, rivelando con toni struggenti un discorso amoroso: «Con grande soddisfazione del suo inquisitore ammise che “lui, alle grate” le avesse detto: “Se io vengho in camera vostra come havrete cantato io vi bacerò”, “non voglio questo”, aveva risposto lei, “i baci son cosa cara” aveva ribattuto lui, “quanto a me non gl’ho mai provati” aveva, infine, aggiunto lei». Accertata l’intenzione di peccare, l’auditore cerca di verificare cosa sia realmente accaduto quella notte e il giorno successivo, senza tuttavia giungere ad altro che a un po’ di musica e di chiacchiere.

I verbali degli interrogatori vengono spediti a Roma. I due accusati restano imprigionati. In ottobre il papa Paolo V, dopo lungo tergiversare, consegna l’Ottieri alla magistratura fiorentina e un nuovo processo si apre nel gennaio del 1621. La difesa è tutta tesa a dimostrare il sincero amore per la musica del marchese e l’irreprensibilità dei suoi costumi: non esce mai la sera, ha ottime frequentazioni, parla soltanto di «cantare et sonare», non si occupa nemmeno delle sue proprietà (la cui gestione è lasciata alla moglie Tommasa, che gli resterà accanto per tutta la vicenda). A nulla vale la strategia difensiva, e l’Ottieri è condannato a «carcere perpetua nel Torrione di Volterra per doverci stare sino che duri la vita sua». Vi morirà nel luglio del 1622.

Maria Vittoria intanto, «privata del velo, della voce attiva e passiva, “del luogo de parlatorij, et d’ogni dignità, honore et offitij”», è condannata «a perpetuo carcere senza speranza di grazia» in una cella del suo monastero. Scompare dalle carte fino al 1635, quando le sue consorelle, che ancora risentono degli echi dello scandalo, riescono a farla trasferire nel vicino monastero di San Giuseppe. Qui Maria Vittoria rialza la testa e chiede, attraverso le conoscenze di un tempo, che le siano concesse nuove licenze, perlomeno di «andare alle grate» e la «voce attiva». Qualcosa ottiene, e le nuove consorelle, «reputando che poteva “essere travaglio loro”, essendo ancora, nonostante il trascorrere del tempo e delle avversità, “di fresca età et di buono aspetto… et di natura un poco vivace”», reagiscono con violenza, scrivono al vescovo e al cardinale e continuano a maltrattarla «di parole»…

E a questo punto, non proprio confortante, le fonti si chiudono definitivamente su Maria Vittoria e su «quella meravigliosa voce che l’aveva resa celebre e sfortunata».

(da Manuela Belardini, Musica dietro le grate. Vita e processo di Maria Vittoria Frescobaldi, «monaca cantatrice» del Seicento fiorentino, in I monasteri femminili come centri di cultura fra Rinascimento e Barocco, atti del Convegno storico internazionale, Bologna, 8-10 dicembre 2000, a cura di G. Pomata e G. Zarri, Edizioni di storia e letteratura 2005, pp. 45-72.; e, sempre di Manuela Belardini, dalla voce «Frescobaldi, Maria Vittoria» del Dizionario biografico degli italiani.)

 

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Il «Tractato del diavolo co’ monaci»

Nella benemerita «Scelta di curiosità letterarie inedite o rare dal secolo XIII al XIX» (cui ho già accennato) ho trovato il Tractato del diavolo co’ monaci, una «istoria popolare in ottava rima» di Bernardo Giambullari (1450-1529). Come potevo esimermi dal leggerlo? Dice l’editore, Gaetano Romagnoli, nel presentarlo nel 1866, che è cosa «puerile abbastanza», ma «graziosa»; «rappresenta al vivo le superstizioni de’ nostri avoli» ed è inoltre in piena sintonia con la diffusione dei «diavoli» che gli pare di riscontrare intorno a sé, «che proprio si conosce apertamente essere il diavolo la letizia, la gloria e il conforto dell’età moderna».  Diavoli nei drammi e nei balli, nelle canzoni e nei brindisi (l’Inno a Satana del Carducci è pubblicato nel 1865), nei gioielli e nei modi di dire («e diavoloni chiamiamo insino a certi confetti che valgono mirabilmente a temperare la puzza ch’esce di bocca a qualche sciaurato»)…

La istoria, propriamente intitolata Una resia che un demonio volle mettere in un monasterio di monaci, narra di come un giorno un diavolo, per introdursi in «un divoto e santo monastero» e seminarvi la malizia, fosse entrato nell’asino di un converso. Giunto alla porta della badia, l’animale si blocca, si mette a strepitare e non c’è verso di smuoverlo. I monaci accorrono e le provano tutte: niente. Finché il converso, spazientito, sbotta: «Và, ‘n nome del diavolo». Oh, finalmente!

«La notte poi, suonato mattutino, / un monaco si andava per quei chiostri» e improvvisamente gli sembra di udire il pianto di un bambino. Viene dalla stalla. È proprio un neonato! Nella mangiatoia, nudo, con questo freddo! Il monaco avvisa l’abate, che corre alla stalla e si convince che il piccolo non possa che essere figlio del converso:

Che questa cosa non s’abbia a sapere, / Che ci sarebbe troppa gran vergogna; / Ed ucciderlo già non par dovere. / Ma ben prometto di grattar la rogna / al padre suo, s’ i’ lo posso vedere: / di fuor vogliol mandar secretamente, / di poi vuo’ ricercar tal conveniente.

Così l’abate affida il bambino a una pia donna («una sua spirituale antica»), che a sua volta lo affida a una sua amica perché lo cresca, senza dir nulla ad alcuno. L’abate informa i confratelli riuniti in capitolo e, tra lo sconcerto generale, promette che «se vive, sarà cosa conveniente / che, allevato, ce lo facciam poi rendere» e diventerà uno di loro.

Passano cinque anni. Il bambino è bello, educato, «benigno, astuto e tutto sapiente», e, come promesso, l’abate lo riporta al monastero. I monaci si sdilinquiscono. Passano altri dieci anni e il giovane è così nobile, prudente, dotto e amato che, quando il vecchio abate muore, i confratelli non esitano un istante ed eleggono proprio lui come nuovo abate. Ancora altri cinque anni, ed ecco che il maligno dà il via al suo piano.

Fratelli, «noi siamo in grande errore!» dice un giorno ai suoi monaci. Ce ne stiamo qui, da soli, quando il Signore ci ha detto: andate, crescete e moltiplicatevi. Dobbiamo rimediare! E aggiunge:

Noi abbiam qua, trenta miglia discosto, / un monaster di buone monacelle / che dell’ordine nostro è sotto posto. / Voglio che due di voi vadino a quelle / e narrino quello che è presupposto, / ciò dichiarando con ragioni belle, / ch’esse debbono uscir di questo errore / celatamente, e servire il Signore.

Si farà tutto di nascosto, e i figli che nasceranno, se femmine, resteranno con le suore, se maschi, saranno monaci. I confratelli approvano, «ed hanno pena già dello aspettare, / ed ognun pensa: qual suora fia quella / che tocchi a me? oppur: la sarà bella?» Sicché due monaci, debitamente istruiti dall’abate, il giorno dopo partono, si presentano alla porta del monastero femminile e chiedono di parlare con la badessa, e «Suora Umilia, di niente sinistra / venne alla grata senza far dimora». La badessa li accoglie fraternamente, li fa sistemare in una cella separata e ordina che siano onorati «col lesso e coll’arrosto». La mattina dopo, in chiesa, i due monaci riferiscono alle suore le parole dell’abate. L’effetto è immediato, e la badessa si rivolge alla comunità:

Se ben comprendo e gustando considero, / divote mie spiritual figliole, / eramo in error grande! e già desidero / d’uscirne presto e con brievi parole. / Per gran dolore tutta si m’assidero / che del perduto tempo assai mi duole: / e priego voi, e parmi convenevole, / che ognuna sia a tal cosa arrendevole.

Dopodiché invita i due monaci a tornare dal loro abate e riferirgli «ch’al suo voler noi siamo tutte parate».

Perfetto! I due s’incamminano, ma la notte li sorprende mentre sono ancora nella foresta. Per evitare inconvenienti con bestie selvatiche, decidono di sistemarsi su un albero, e così sono testimoni di una scena spaventosa: una riunione di diavoli! E in mezzo alla turba infernale chi s’avanza a un tratto? Proprio l’abate, che viene interrogato dal capo dei demoni: è tanto che non ti vediamo, dove sei finito? E perché indossi «monacil panni»? Mi vedete così abbigliato, risponde l’abate, perché «voglio menar all’inferno una badia… I’ sono stato già ventidu’ anni / a tender reti, trappole e lacciuoli / sott’ombra di ben far», e racconta tutto ai suoi maligni fratelli.

Il mattino dopo i due monaci, terrorizzati, corrono al monastero e riportano tutto a un anziano confratello, il quale ci pensa su e organizza la riscossa. Quattro confratelli si appostano all’uscita della chiesa e saltano addosso all’abate: «Questo è il diavol maledetto!» Lo caricano di legnate, «lui si raccolse in terra come un nicchio / e sparì via; e quivi ebbe lasciato / un asin puzzolente in una cappa: / sicché vedete se c’inganna e frappa!»

I monaci, veggendo quello inganno, / divotamente Gesù ringraziorno / e con amaritudine ed affanno / a maggior penitenza ritornorno. / Per l’avvenire in tal timore stanno / che alla lor fine tutti si salvorno. / Così le suore di quel monasterio / furno avvisate di tutto il misterio.

(Il testo è disponibile online.)

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Rissa tra monaci

Dopo aver scritto («certamente prima del 1170») la vita del suo amatissimo abate Aelredo di Rievaulx, figura di primissimo piano dei cisterciensi, e uno dei «quattro evangelizzatori di Cîteaux», Walter Daniel riceve molte critiche. Ha esagerato, ha proposto miracoli senza portare testimoni, ha usato espressioni forvianti. Ed è così amareggiato e indignato per queste critiche che poco dopo redige una Lettera a Maurizio (probabilmente il predecessore di Aelredo) per respingerle e confutarle. Il testo è sopravvissuto poiché l’autore stesso ha finito con l’anteporlo alla Vita di Aelredo di Rievaulx, per evitare ulteriori controversie («Ho posto separatamente questa lettera all’inizio del nostro libretto in modo che vi si possa ricorrere come a un indice, soprattutto nel caso in cui, riguardo ai fatti, si rivelasse necessario produrre il nome dei testimoni»). Tutta la vicenda di Aelredo, per non parlare dell’opera, merita un’attenzione speciale, ma qui è scattata prima la curiosità per un episodio singolare.

Walter si premura anzitutto di citare estesamente i testimoni dei fatti narrati, poi di rivendicare il diritto dello scrittore di usare le armi della retorica e infine di aggiungere altre storie a riprova della santità di Aelredo. Santità che ha la sua radice primaria nella carità dell’abate, capace di sopportare le offese più gravi e di amare senza riserve anche i nemici più maligni. «Io, miserabile qual sono», scrive Walter, «porto l’abito monastico, sono tonsurato, indosso la cocolla, ed è come tale che parlo, che dico, che attesto, che garantisco, che giuro, giuro al cospetto di Colui che è la Verità stessa, Cristo nostro Signore: mi stupisco di più davanti alla carità di Aelredo di quanto mi stupirei se avesse risuscitato quattro uomini da morte.»

Era tormentato da tanti guai di salute, Aelredo, e un giorno, distrutto da una colica particolarmente dolorosa, è sdraiato su una stuoia davanti a un camino: «Tutto il suo corpo, come un foglio di pergamena posto vicino a una fiamma, era a tal punto accartocciato che sembrava avere la testa direttamente tra le ginocchia». Walter è seduto vicino a lui, molto triste. Ed ecco che arriva un «monaco epicureo, dall’aspetto taurino [quidam epicurus monachus… aspectu taurino]» e aggredisce l’abate, dapprima verbalmente, poi, afferrata a due mani la stuoia, lanciando letteralmente il sofferente nel fuoco: «Ah, miserabile! Ora ti uccido!… Che fai lì disteso, impostore della peggior specie, individuo assolutamente inutile e sciocco», adesso ti faccio vedere io! Walter reagisce e agguanta l’energumeno per la barba, ma quello è più grosso e, in poche parole, lo mena. Lo strepito è tale che sopraggiungono altri monaci, i quali, visto lo spettacolo, «non desiderano altro che mettere le mani addosso [inicere manos] a quel figlio della peste». Ma prima che la situazione degeneri, si leva la voce di Aelredo: «No, no, ve ne prego! No, figli miei!… Sono tranquillo, non sono ferito, non sono turbato», anzi, sono riconoscente al confratello che buttandomi nel fuoco mi ha purificato.

Così dicendo, Aelredo prende tra le mani il capo del monaco violento, lo bacia e lo benedice e «non diede ordine di espellerlo dal monastero, né di bastonarlo; non comandò di legarlo come un pazzo furioso, né di metterlo in ceppi; non permise infine che nessuno gli rivolgesse una sola parola di biasimo». È contro di me che ha peccato, e solo io potrei vendicarmi, ma non lo farò mai, perché la perfezione passa attraverso queste prove, ed «è così che saremo salvati». «Talionem non reddit», commenta Walter, chi sarebbe capace di tanto?

Walter Daniel, Lettera a Maurizio, in Vita di Aelredo di Rievaulx, a cura di A. Tombolini, Jaca Book 2012, pp. 173-211.

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Che postaccio, Basilio mio!

Più o meno è andata così. Interrotti gli studi ad Atene, Basilio di Cesarea compie alcuni viaggi alla ricerca di un luogo dove condurre vita ascetica, non necessariamente in solitudine, anzi. È il 358 e il luogo infine viene trovato, ad Annesi, nel Ponto, dove Basilio fonda una comunità. Tra le prime cose che fa è scrivere all’amico Gregorio di Nazianzo, «il suo raffinato e delicatissimo compagno di studi retorici», per invitarlo a unirsi a lui, anche in nome della promessa reciproca fatta ai tempi di Atene. Gregorio però gli risponde di no: non può, ha deciso di rimanere accanto ai suoi genitori, a Tiberina. Basilio insiste, va a trovare Gregorio e gli scrive di nuovo (la famosa Lettera 14 del suo epistolario), magnificando il luogo e le qualità del medesimo: «C’è forse bisogno che ti parli delle esalazioni del terreno, o delle brezze che spirano dal fiume? Qualcuno potrebbe ammirare la varietà dei fiori e gli uccelli che cantano, ma io non traggo piacere da questi pensieri. D’altra parte, la qualità più alta di questo luogo è che, pur essendo fertile e ricco di frutti di ogni tipo, mi nutre di quello che per me è il frutto più dolce, la quiete» (chiedo comprensione perché ho tradotto una traduzione inglese).

Gregorio va a trovarlo: D’accordo, visto che insisti, vediamo! Tornato a casa scrive a Basilio tre lettere (la 4, la 5 e la 6 del suo epistolario) e… lo prende in giro. Cioè: Basilio di Cesarea (il Grande) e Gregorio di Nazianzo, forse i due più grandi padri cappadoci, oltre 1650 anni fa, e l’amico prende in giro l’amico.

Ah, certo, dice Gregorio, «tesserò le lodi del tuo Ponto e della tua fede pontica», e anche di quella «topaia che porta i nomi solenni di casa di meditazione [phrontestérion], di monastero, di scuola», ma che postaccio, Basilio mio! La valle chiusa, le bestie selvagge, non c’è aria, non c’è sole, è difficile da raggiungere («il sentiero che lo attraversa… costringe ad esercizi fisici per uscirne indenni»). E questo sarebbe l’Eden? Se lo dici tu… Sì, sì, «ammira le brezze che corrono, le esalazioni del suolo che vi rianimano quando svenite e gli uccelli canterini che cantano, sì, ma la fame, e che volano, sì, ma sul deserto. Nessuno viene qui, se non al momento della caccia, tu dici; devi aggiungere: e per visitare i morti che siete voi» (Ep. 4).

Lasciamo perdere la mensa: «Mi ricordo, sì, di quei pani e di quelle salse – così le si chiamava –, ma mi ricordo anche dei miei denti che scivolavano sui crostini e subito si ritraevano, come dal fango!» E anche l’orto puzzolente in cui abbiamo lavorato («con questa nuca e queste mani che portano ancora i segni delle fatiche»), meno male che è arrivata tua madre, «apparendo al momento propizio come un porto ai naufraghi sballottati dalla tempesta, [altrimenti] da tempo saremmo cadaveri» (Ep. 5).

Un bel gioco dura poco, e anche Gregorio lo sa: «La lettera precedente in cui scrivevo sul mio soggiorno nel Ponto era uno scherzo, niente di serio; ma quello che ti scrivo ora è molto serio». La Lettera 6 ristabilisce per così dire la verità: Gregorio ha grande nostalgia, umana e spirituale, dei giorni passati con Basilio. In quel luogo è stato piantato il seme di una forma di vita regolata, fatta di virtù e preghiera, di unione tra i fratelli, di servizio quotidiano, di veglie e di inestimabile carità. Su questo Gregorio non può scherzare, e meno ancora può scherzare sull’amicizia, su quella che aveva definito «fusione delle nostre nature»: «Poiché è te che respiro più che l’aria, e vivo soltanto nella misura in cui sono con te, sia quando sono presente, sia quando sono assente, nei sogni».

Gregorio di Nazianzo, A un amico. Lettere a Basilio ed Epigrammi, a cura di L. Cremaschi e B. Mariano, Edizioni Qiqajon-Monastero di Bose 2003.

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Un posticino (Iona)

Iona Abbey (foto Potts)

 

 

 

 

 

 

If death in Iona be my fate,
merciful would be that taking.
I know not beneath blue heaven
a better little spot for death.

(Se un giorno a Iona mi aspettasse la morte
benedetta sarebbe quella sorte,
poiché sotto il cielo azzurro non conosco
un posticino migliore per morire.)

Attribuito ad Adamnano di Iona (fine VII secolo), citato in The Triumph Tree. Scotland’s Earliest Poetry, 550-1350, ed. by Th.O. Clancy, Canongate Classics 1998, p. 116.

Il cimitero affacciato sul Sound of Iona (foto Potts)

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Quando ricevo il nuovo fascicolo di «Benedictina»

Quando ricevo il nuovo fascicolo di «Benedictina» è sempre una piccola festa (che ricorre, ahimè, solo due volte all’anno): vuoi per la veste tipografica sobria e demodé, vuoi per il marchietto rosso del Centro storico benedettino italiano, che pubblica la rivista, vuoi per il piacere di scorrere il sommario, con quei titoli di articoli come: Postille su Fogazzaro e l’Abbazia di Praglia dai carteggi dell’abate Teodoro Cappelli.

L’ultimo numero (Anno 59, Fasc. 1, gennaio-giugno 2012), testé arrivato, ha rinnovato la tradizione senza incertezze. Il sommario è di quelli di alto livello: Romualdo e Camaldoli, Claude Martin e le benedettine dell’Adorazione perpetua, una cronotassi, Fogazzaro, appunto, e un «necrologium monacorum» da un’abbazia del cesenate. E poi c’è l’Editoriale, firmato come di consuetudine dal «Redattore», che questa volta mi è parso particolarmente notevole.

Anzitutto per l’italiano semplice e bello in cui è scritto, e inoltre per alcune finezze e punture di spillo dissimulate con discrezione nel dettato. Attacca così: «Tenuto conto che già all’inizio del sec. XI lo storico cluniacense Raoul Glaber parlava di un bianco manto di nuove chiese che aveva ricoperto l’Europa, non fa meraviglia che all’inizio del terzo millennio qua e là si celebrino uno di seguito all’altro millenari di monasteri famosi, alcuni dei quali ancora in vita», con una strizzatina d’occhio a chi usa ancora la grafia di Rodolfo il Glabro… Il millenario di Camaldoli, dunque, oggetto di diversi convegni «alla cui organizzazione il nostro Centro, pur non essendovi stato in alcun modo coinvolto [piccolo sassolino levato], ritiene opportuno dare la dovuta pubblicità». Non solo, «altro materiale di carattere romualdino» sarà pubblicato prossimamente, a riprova di interessamento e augurio per le successive iniziative, «nonostante la nostra estraneità ad esse» [e due].

«Per il resto la nostra rivista», continua l’Editoriale, «anche se giudicata di carattere “locale” dal Ministero per i Beni culturali e perciò esclusa dai finanziamenti statali [terzo elegante sassolino], prosegue sia pur umilmente nel suo impegno scientifico…» con contributi seri e critici «a ricordare le glorie – ma anche le sconfitte – del monachesimo italiano». Assai fine è poi il riferimento allo studio su Fogazzaro, «di cui è nota la profonda amicizia per i benedettini di Praglia», come quello alla ricerca su Mechtilde de Bar, che ebbe contatti con i Maurini, ai quali «noi continuiamo ad ispirarci, ripercorrendo gli annali dell’ordine di san Benedetto, non solo per approfondirne il passato, ma anche per fornirne, quali fonti, il materiale della storiografia futura».

La nota di chiusura è per chi non c’è più, in questo caso il «noto poligrafo» dom Réginald Grégoire, «che raccomandiamo al commosso suffragio dei nostri lettori».

Lo so che non c’entro molto con tutto questo, e so anche altre cose che hanno a che vedere con questo mio «interesse», tanto che a volte mi sembra quasi di stare spiando in casa altrui da dietro uno stipite. Però, come dicevo, un nuovo numero di «Benedictina» resta, più o meno legittimamente, una piccola festa – me lo rigiro in mano e sono contento così.

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«Cose manicatoie e bevitoie» (le monache di Pontetetto)

Capita che su Amazon.it spunti un fondo di magazzino della «Scelta di curiosità letterarie inedite o rare dal secolo XIII al XIX», pubblicata a Bologna da Romagnoli nel 1863, e ristampata in anastatica da Forni nel 1968 sotto gli auspici della Commissione per i testi in lingua, e io mi ci butti. Perché nella serie, concepita e realizzata con scopi filologici e di storia della lingua, si trovano «chicche» monastiche, come i Capitoli delle monache di Pontetetto presso Lucca. Scrittura inedita del sec. XIII.

Il curatore, Carlo Minutoli, ci informa di «aver tratta dalle tenebre» la scrittura, contenuta in un codice della Biblioteca Capitolare di Bologna, non certo per la «niuna amenità del soggetto», quanto per essere «monumento di lingua dei primi tempi». Va da sé che invece, per me, l’amenità sia garantita, trattandosi del volgarizzamento duecentesco di «una delle tante regole che andavano attorno ad uso dei numerosi monasteri dell’ordine benedettino», a integrazione della Regola di Benedetto vera e propria.

Il monastero di Santa Maria di Pontetetto (Pons tectus) presso Lucca, fondato intorno al 1095, prosperò e poi sopravvisse, tra molte traversie, fino al 1408, quando papa Gregorio XII lo abolì, trasferendo le monache a Santa Giustina in Lucca. «Non rimane oggi vestigio, salvo una lapida che ricorda tuttora la pia fondatrice e prima Badessa Ombrina.»

Il testo, composto da ventisei «capitoli», è affascinante oltre che per la lingua proprio per le norme supplementari che l’estensore ritenne di dover aggiungere alla Regola benedettina e che mostrano in negativo le questioni e i comportamenti, gravi e meno gravi, che l’esperienza diretta impose appunto di regolare (la legge scrive la colpa dopo che questa è stata commessa).

Anzitutto, molto indicativamente, si parla di soldi, che devono essere gestiti da una camarlinga, eletta a maggioranza, «alle cui mani pervegnano tucte l’entrate e rendite et beni del monasterio et per le suoi mani si facciano le spese necessarie». Tale camarlinga dovrà presentare un bilancio semestrale che, una volta approvato, sarà scritto «in un libro per ciò deputato: sickè noi [cioè il vescovo o il visitatore] quando volessimo possiamo sapere e vedere la buona o la ria amministragione di ciascuno anno». (I soldi vengono menzionati esplicitamente al cap. 11: «Ancora ke nulla monaca tenga appresso sè pecunia oltra soldi X» – chissà quanti?) È previsto anche una specie di «consiglio superiore» del monastero, composto da quattro monache scelte dalla badessa che restano in carica sei mesi – «ma non possa essere consigliera li sei mesi seguenti quella ke è stata li sei mesi passati».

Ai rapporti con l’esterno sono dedicati diversi capitoli, a riprova del fatto che le religiose quasi mai, probabilmente, si staccavano del tutto dalle famiglie d’origine e dal loro ambiente: non si devono rivelare fatti e faccende del monastero, scambiare oggetti o doni («sciecto cose manicatoie e bevitoie»), non si parla con estranei se non alla grata del parlatorio (dove però è vietato mangiare) e accompagnate da una guardiana, non si possono tenere corrispondenze scritte, non si devono diffondere dicerie «nè le brigre o discussioni o scandali o rinbrocci o disonori, o vero li autri secreti facti del monastero et delle monache» (che, quindi, erano all’ordine del giorno).

La badessa, sul cui operato vigilano le consigliere, è garante dell’osservanza della regola, deve badare a non prendere le parti di alcuna, né mostrare simpatie, e somministrare in capitolo le penitenze per le colpe commesse. Gli esempi citati di «colpe» sono, come sempre, significativi: se una monaca picchia una consorella (e «che ind’esca sangue»), se si ribella, se pecca di «carnalitade» e «se nessuna desse a mangiare o a bere cosa velenosa o di veleno, e non solamente ki ‘l desse, ma etiamdio ki l’avesse apparecchiatolo per dare». Una convivenza talvolta difficile, parrebbe, o, detta altrimenti, un nido di vipere.

La badessa inoltre è tenuta a denunciare al visitatore tutti «li falli, li lasciamenti, o negligença», e se non lo farà, «o vero s’ella facesse  o procurasse, ordinasse, inducesse, consiliasse, comandasse o conferisse, o di qualuncaltro  modo o colore operasse, per prego o per minaccia, per sè o per altrui, directe o indirecte ke ad noi volliendo visitatione o inquisitione fare generale o speciale, o a colui ke acciò da noi fusse deputato, si celasse o non si notificasse lo stato del monastero», sarà accusata di «malitia» e deposta, e nei casi più gravi «sententiamo in fine hora ke la sia incarcerata e rinserrata».

(L’elenco delle «curiosità letterarie» è qui.)

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