«Io entrerei fino in monastero per sentirvi»

È una storia tipica, ma non è il sapore scabroso a renderla interessante, semmai il fatto che a restituirci la voce di una donna, di una monaca che aveva un talento, una personalità e un’intenzione siano le carte del suo processo e non, come ci si potrebbe aspettare, le cronache del suo monastero.

Suor Maria Vittoria (nata Lucrezia, nel 1589) Frescobaldi viene «collocata» dal padre nel monastero vallombrosano di Santa Verdiana, a Firenze, all’età di cinque anni. Quindici anni dopo la ritroviamo nota in tutta la città per le sue doti canore e musicali: ha studiato, tiene vari strumenti nella sua cella («gravecembalo e spinetta»), ha un importante sostenitore nel duca Orsini di Bracciano. Non tutte le consorelle sono contente, a cominciare dalla badessa ottantenne, che non vuole che lei canti pubblicamente e prenda lezioni di canto. Maria Vittoria non ha remore («L’esercizio della musica e i rapporti che per quella via era riuscita a coltivare dovevano esserle indispensabili per sostenere il gravoso onere di una monacazione da sempre sofferta e mal accettata e per nessuna cosa al mondo vi avrebbe rinunciato»), scrive a chi sa per ottenere le necessarie licenze e non arretra di un passo.

Oltre a non smettere di studiare, Maria Vittoria continua a incontrare «alle grate» varie persone appassionate di musica, tra cui il marchese Sinolfo Ottieri, «gentilhuomo di Camera» del granduca Cosimo II, con il quale «contrasse amicitia». A partire dal 1617, Sinolfo «per circa tre anni, si presentò al parlatorio pressoché quotidianamente. Secondo la portinaia del monastero durante quel lungo arco di tempo, “lui ci era quasi di continuo et ci dimorava dalla mattina fino all’hora di desinare, et di poi ci ritornava”».

Per rendere meno sospetta la sua frequentazione, il marchese si spinge sino a far entrare in monastero una sua nipote, affidandola come novizia proprio a Maria Vittoria. La comunità mormora, notizia della relazione si sparge anche all’esterno, ma i due non demordono, e anzi decidono di incontrarsi nella cella della monaca «per fare liberamente musica insieme». Con la complicità di due consorelle, di una conversa e di una serva degli Ottieri, tutto è pronto per la sera del 2 luglio 1620, ma due monache «che nutrivano vecchi rancori» tradiscono i due, avvisando il priore. L’indomani gli uomini del bargello si recano a Santa Verdiana e fanno irruzione nella cella di Maria Vittoria: lei, con le complici, viene isolata in una cella del monastero; lui viene rinchiuso al Bargello.

Il processo ecclesiastico scatta tre settimane dopo, istruito dal nunzio apostolico di Firenze, la cui preoccupazione principale è appurare con quale intento l’Ottieri si fosse introdotto nel monastero. La versione dei due accusati all’inizio è sostanzialmente concordante: «Per cantare et ragionare insieme». Sinolfo però ammette che un giorno «alle grate» aveva detto a Maria Vittoria, portandole un brano: «Come si harebbe a fare che io vi sentissi provare questa musica? C’è tanta prohibitione che non so come farmi», aggiungendo: «Io entrerei fino in monastero per sentirvi». L’auditore fiuta la preda e insiste, e alla fine è Maria Vittoria a cedere: «Vi voglio dir il vero. Noi passammo anco in altri ragionamenti di cose che non convenivano».

Il nobile, vile, non ammette nulla, mentre la monaca forzata non si trattiene più, rivelando con toni struggenti un discorso amoroso: «Con grande soddisfazione del suo inquisitore ammise che “lui, alle grate” le avesse detto: “Se io vengho in camera vostra come havrete cantato io vi bacerò”, “non voglio questo”, aveva risposto lei, “i baci son cosa cara” aveva ribattuto lui, “quanto a me non gl’ho mai provati” aveva, infine, aggiunto lei». Accertata l’intenzione di peccare, l’auditore cerca di verificare cosa sia realmente accaduto quella notte e il giorno successivo, senza tuttavia giungere ad altro che a un po’ di musica e di chiacchiere.

I verbali degli interrogatori vengono spediti a Roma. I due accusati restano imprigionati. In ottobre il papa Paolo V, dopo lungo tergiversare, consegna l’Ottieri alla magistratura fiorentina e un nuovo processo si apre nel gennaio del 1621. La difesa è tutta tesa a dimostrare il sincero amore per la musica del marchese e l’irreprensibilità dei suoi costumi: non esce mai la sera, ha ottime frequentazioni, parla soltanto di «cantare et sonare», non si occupa nemmeno delle sue proprietà (la cui gestione è lasciata alla moglie Tommasa, che gli resterà accanto per tutta la vicenda). A nulla vale la strategia difensiva, e l’Ottieri è condannato a «carcere perpetua nel Torrione di Volterra per doverci stare sino che duri la vita sua». Vi morirà nel luglio del 1622.

Maria Vittoria intanto, «privata del velo, della voce attiva e passiva, “del luogo de parlatorij, et d’ogni dignità, honore et offitij”», è condannata «a perpetuo carcere senza speranza di grazia» in una cella del suo monastero. Scompare dalle carte fino al 1635, quando le sue consorelle, che ancora risentono degli echi dello scandalo, riescono a farla trasferire nel vicino monastero di San Giuseppe. Qui Maria Vittoria rialza la testa e chiede, attraverso le conoscenze di un tempo, che le siano concesse nuove licenze, perlomeno di «andare alle grate» e la «voce attiva». Qualcosa ottiene, e le nuove consorelle, «reputando che poteva “essere travaglio loro”, essendo ancora, nonostante il trascorrere del tempo e delle avversità, “di fresca età et di buono aspetto… et di natura un poco vivace”», reagiscono con violenza, scrivono al vescovo e al cardinale e continuano a maltrattarla «di parole»…

E a questo punto, non proprio confortante, le fonti si chiudono definitivamente su Maria Vittoria e su «quella meravigliosa voce che l’aveva resa celebre e sfortunata».

(da Manuela Belardini, Musica dietro le grate. Vita e processo di Maria Vittoria Frescobaldi, «monaca cantatrice» del Seicento fiorentino, in I monasteri femminili come centri di cultura fra Rinascimento e Barocco, atti del Convegno storico internazionale, Bologna, 8-10 dicembre 2000, a cura di G. Pomata e G. Zarri, Edizioni di storia e letteratura 2005, pp. 45-72.; e, sempre di Manuela Belardini, dalla voce «Frescobaldi, Maria Vittoria» del Dizionario biografico degli italiani.)

 

2 commenti

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2 risposte a “«Io entrerei fino in monastero per sentirvi»

  1. mi fa specie pensare a tutte quelle consorelle e alla loro ben scarsa carità cristiana…

    • MrPotts

      Non so, in quelle cronache c’è un tale oceano di vicende da coprire qualsiasi aspetto possibile delle interazioni tra individui. Qui c’è tanta invidia e amarezza, ma accanto ci sarà stata anche tanta comprensione e “amicitia”.
      Non so dove mi porteranno queste letture, di sicuro non voglio dimostrare alcunché. Mah…

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