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E altri simili preparati gradevoli al gusto (Claude Martin, 2)

«Tutto l’uomo esteriore dipende dai sensi: e allora l’atteggiamento esterno sarà ben regolato se tutti i sensi, con le leggi della mortificazione, sono tenuti a freno in ciò che a loro compete. Essi dunque [i novizi, e poi i monaci professi] metteranno tutto l’impegno possibile nella custodia attenta dei sensi, che sono come delle porte attraverso cui la morte entra molto spesso nell’anima.» Sono molto attratto, in genere, da uno dei temi monastici per eccellenza: la mortificazione. Spesso nelle pagine che vi sono dedicate emergono i tratti più duri, e anche inquietanti, di chi le ha scritte. È un punto che duole e che s’infiamma, dimostrando da un lato il terrore di provare anche solo nostalgia per il mostro pluricefalo del piacere, persino nelle sue forme più innocenti, e dall’altro il disagio per l’evidente paradosso di essere costretti a fuggire certe manifestazioni del Creato.

Come un fiore.

L’ultimo esempio l’ho trovato nelle istruzioni che il benedettino seicentesco Claude Martin (il mio monk of the month) dà ai novizi della sua congregazione, i maurini. Non soltanto, come ha esordito, i sensi vanno custoditi tenendoli lontani dalle potenziali fonti di tentazione, ma vanno proprio mortificati, «molto più efficacemente, impegnandoli con quegli oggetti che possano dar loro afflizione».

E allora si dovranno guardare cose tristi e lugubri, «persone abbattute, povere, piagate»; si ascolteranno volentieri le ingiurie e le calunnie che altri ci rivolgono, i rumori fastidiosi; si storcerà il naso «facendogli sentire puzza e esalazioni maleodoranti insopportabili»; si mangeranno piatti disgustosi e si prenderanno «con piacere [ah!?] le medicine e cose simili»; e infine abiti ruvidi e letti duri e cilicî… Non voglio usare la parola masochismo, perché non c’entra, tuttavia guardo con una certa perplessità a questa teoria di giorni cupi, segnati da una costante ricerca del dispiacere, tanto simile, per quanto di segno opposto, alla famigerata e diabolica ricerca del piacere.

Leggere con la propria mentalità è sbagliato, lo so, così mi limito a sottolineare due o tre parole che sembrano quasi sfuggite al controllo severo di dom Martin e ne tradiscono… cosa? Forse i piccoli piaceri di quando era bambino? Già, perché nel descrivere le cose dalle quali bisogna proteggere i sensi gli viene di fare un paio di esempi, e poiché sono due di numero sono quanto mai commoventi.

Il primo è nel paragrafo dedicato all’odorato, laddove il maestro dei novizi prescrive che «non si fermeranno ad annusare i fiori né i profumi senza necessità» (e quale potrebbe essere questa necessità?), e poi rincara dicendo che «ancora meno li conserveranno nei loro arredi e tra la loro biancheria»… e il mio pensiero subito va ai sacchettini di lavanda (molto monastica) che si mettono nei cassetti. Il secondo esempio, prevedibilmente, riguarda il gusto: i novizi mangeranno solo per necessità, niente carne, niente condimenti e soprattutto «rifiuteranno ogni dolce, marmellata e altri simili preparati gradevoli al gusto».

Neanche un cucchiaino di marmellata.

Claude Martin, Pratica della Regola di san Benedetto, II, 4: «La mortificazione dei sensi esterni», Glossa 2009.

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Per le ragazze…

Intorno al 1183 papa Lucio III (monaco cisterciense) trasferisce la sede pontificia a Verona, per sfuggire la situazione tempestosa di Roma. È l’anno della Pace di Costanza tra Federico I Barbarossa e i comuni della Lega lombarda, e lo stesso papa incontrerà l’imperatore l’anno successivo, proprio a Verona. Insieme al papa, come ci informa Cesario, maestro dei novizi del monastero cisterciense di Heisterbach, arrivano in città molti nobili e prelati, tra i quali «il nostro confratello Godescalco, allora canonico della cattedrale di Colonia, in compagnia di suo fratello Everardo, canonico di San Gereone».

I due sono ospitati da un uomo sposato e con una figlia. Tutto tranquillo, se non che Everardo si accorge che ogni notte la famigliola esce di casa in gran segreto. È curioso e un giorno chiede: Dove andate? E quelli gli rispondono: Dai, vieni anche tu.

«Li seguì in una costruzione sotterranea, abbastanza grande, dove radunatesi molte persone di entrambi i sessi (multis ex utroque sexu congregatis), nel silenzio generale, un eresiarca tenne un sermone pieno di bestemmie con cui diede loro delle regole di vita e di comportamento. Quindi, spenta la candela, ciascuno possedette colei che gli stava più vicino (unusquisque sibi proximam invasit) senza fare distinzione alcuna fra moglie ed estranea, fra vedova e vergine, fra signora e serva, e, cosa ancora più orribile, fra figlia e sorella.»

Everardo, iuvenis luxuriosus atque vagus, non ci può credere: torna la sera successiva, si mescola agli eretici (mingling da manuale), si mette a chiacchierare con la figlia del suo ospite e, «quando venne spenta la candela, peccò». La cosa va avanti per mesi, tanto che il capo della setta eretica si sbilancia: «Questo giovane frequenta con tanta diligenza la nostra scuola che presto sarà in grado di insegnare agli altri».

Per fortuna Godescalco si accorge delle trame del maligno e interviene, redarguendo duramente Everardo e riportandolo sulla retta via. E sia ringraziato il Signore che il male peggiore non abbia traviato l’anima del giovane canonico, che infatti confessa al maestro: «Sciatis, frater, me non frequentare conventicula haereticorum propter haereses sed propter puellas

Sappiate, fratello, che io non frequento le conventicole degli eretici per il loro credo, ma per le ragazze.

Cesario di Heisterbach, Dialogus miracolorum, V, 24: «De haereticis Veronensibus», in Sui demòni, Edizioni dell’Orso 1999, p. 107.

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In questa fornace

Mi sono appassionato alle lettere di Pietro il Venerabile, il grande abate di Cluny, delle quali è da poco accessibile una scelta in traduzione italiana. Sono proprio belle, ricche di immagini meditate (oltre che, naturalmente, di molta edificazione) e soprattutto anticamente prolisse. Fa dei giri lunghissimi, l’abate, per arrivare al «nocciolo della questione», costruisce castelli di citazioni, rammaricandosi pure della brevità cui lo costringe il «fastidio degli affari»: «Si aggiunge a questa difficoltà il proposito della brevità, nella quale la gente di questi tempi, non so per quale innata pigrizia, sembra compiacersi».

Mi piace questa prolissità, non per sciocco gusto di controtendenza, ma perché denota, al di là della modulistica d’epoca, un’attenzione viva per le caratteristiche del destinatario, sulle quali, come un abito su misura, va tagliato il messaggio: si può dire qualsiasi cosa a chiunque (o quasi), se si è mossi da sincerità disinteressata, scegliendo parole e tempi giusti, dilungandosi sulle dovute premesse, preparando il terreno.

Un esempio sublime, ai miei occhi, è rappresentato da una frase incastonata nella lettera che Pietro scrive ai monaci della Certosa per consolarli della morte di alcuni confratelli. È il 1132 e una valanga, dovuta probabilmente a un’inondazione, ha spazzato via gran parte degli edifici della Certosa. Nell’incidente hanno perso la vita sei monaci e un novizio. Pietro si rivolge al priore Guigo e alla comunità e svolge con eleganza e dolcezza tutti i temi consolatori che si possono immaginare. Poi però aggiunge una cosa, fine e insieme ardita, che forse si può leggere anche in chiave non trascendente. Un pensiero terribile, eppure vero, che mi sento di condividere, pur con tutto il dubbio, il timore e il tremore del caso: poiché è raro che il destino conceda ai fratelli di morire insieme, al fratello che resta tocca affrontare la durezza della morte del fratello che muore, al quale, quindi, questa durezza viene risparmiata.

Ecco la frase, che arriva al «punto» con un piccolo scarto, come scivolando da un tema più tradizionale (chi sopravvive conquista il merito di una lotta più lunga).

«Ma un pensiero simile [il dolore per la salvezza rimandata] trova una facile consolazione, poiché ciò che a loro ha già procurato la gloria, a voi giova per conquistare una corona. In questa fornace, infatti, nella quale essi, liquefatta ogni ruggine, sono stati resi splendenti, anche voi venite purificati in misura non inferiore alla loro, dato che il modo non è più dolce del loro, anzi forse più duro, dato che dura di più. Anche se non siete morti con loro, poiché la spada della morte ha trapassato le vostre anime, avete sopportato la morte pur non morendo affatto, e l’avete sentita con maggior durezza perché non siete potuti morire insieme a loro che morivano.»

Pietro il Venerabile, Lettera 48, in Un monaco nel cuore del mondo. Lettere scelte, a cura di D. Pezzini, Paoline 2010. (Per la precisione, noto che le ultime parole citate le ho prese da un’altra traduzione, a cura di C. Falchini.)

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Accidentalmente?

È all’incirca il 1136. Pietro abate di Cluny, non per niente Venerabile, scrive una delle sue eleganti lettere a Guigo I, priore della Chartreuse. I due si stimano e si vogliono bene. E infatti è una lettera d’amicizia: Pietro non ha gran che da dire, se non che si sente oppresso dai suoi doveri («Sono un asinello, e mi vedo costretto a portare sul dorso un castello di elefante») e che sotto sotto prova un po’ di invidia per la pace dei certosini («Felice, e già partecipe della beatitudine eterna, il riposo di coloro che sono esonerati dalle occupazioni»). Si sfoga un po’, insomma, ed è bello leggerlo.

Già che scrive, tuttavia, ne approfitta per un paio di paragrafi di cose pratiche. Libri in particolare, codici da ricevere e da mandare. Sappia, il fratello Guigo («da abbracciare con il particolare abbraccio di una carità non finta»), che Pietro gli ha mandato le vite di Gregorio di Nazianzo e del Crisostomo e un librino di Ambrogio contro Simmaco; il volume di Prospero d’Aquitania su Cassiano non ce l’ha, ma l’ha chiesto in prestito a un’altra abbazia, mentre il testo di Ilario sui Salmi ha preferito  non spedirglielo, perché ci ha trovato degli errori: «Se poi lo volete com’è, richiedetelo e ve lo manderò».

In cambio, Guigo dovrebbe essere così gentile da inviargli il «grande volume delle lettere del santo padre Agostino», quello con il carteggio con Girolamo all’inizio. Ce l’abbiamo, nota al volo Pietro, ma «la gran parte del volume, in uno dei nostri priorati, l’ha accidentalmente divorata un orso».

Pietro il Venerabile, Lettera 24, in Un monaco nel cuore del mondo. Lettere scelte, a cura di D. Pezzini, Paoline 2010.

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Solo vederti

I pochi avvenimenti concreti del deserto dei Padri sono fonte inesauribile di letture simboliche. La pozza fangosa, la morte di un asino, le canne mosse dal vento… «altrettanto accade per le cose dell’anima»: un semplice giro di parole semplici e l’insegnamento è servito.

«Il padre Antonio disse: “Colui che batte un blocco di ferro, prima pensa a quel che vuole farne; se una falce, o una spada, o una scure. E anche noi dobbiamo sapere a quale virtù tendiamo, se non vogliamo faticare invano”.» Dall’umano al divino.

A me tuttavia piace, per così dire, tornare all’umano, anche tra quegli scontrosi digiunatori. Come i tre anziani che ogni anno andavano dal padre Antonio e lo subissavano di domande, sui pensieri, sulle tentazioni, sulla salvezza, su cosa devo fare. Per l’esattezza, erano soltanto in due a chiedere, «il terzo, invece, sempre taceva e non chiedeva nulla. Dopo lungo tempo, il padre Antonio gli dice: “È tanto ormai che vieni qui e non mi chiedi nulla”. Gli rispose: “A me, padre, basta il solo vederti”.»

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Gossip

Il pettegolezzo è uno dei bersagli più frequenti dei Padri del deserto e degli scrittori cristiani delle origini. La maldicenza, lo sparlare, l’attenzione verso le dicerie e il piacere di condividerle. Un esempio curioso e articolato di questo atteggiamento l’ho trovato nel Libro dei gradi – opera di area siriaca databile tra la fine del IV secolo e l’inizio del V e probabilmente relativa alla comunità protomonastica dei «Figli e Figlie del Patto».

Nel micidiale Discorso XXIX, Sul maltrattamento del corpo (sul quale tornerò più diffusamente), l’autore anonimo traccia un catalogo degli «induriti», cioè dei peccatori, che rispecchia perfettamente una parte dello spettro di comportamenti reciproci di una comunità di uomini e di donne di oggi. In particolare, sarà colpevole colui o colei «quando dà credito a qualche racconto venuto da lontano senza aver visto né sottoposto a esame; quando riferisce a qualcuno qualcosa di sconveniente e privo di misura»; naturalmente quando mente o non mantiene le promesse, ma anche «quando non fa partecipe dell’onore chi lo merita… quando dice cose odiose sui virtuosi… quando rivela il segreto del suo compagno».

Già, perché chi cede a queste debolezze e pronuncia «vane cose», dovrà renderne conto alla fine dei tempi, lui «e coloro che le prendono per vere e le ripetono dopo coloro che le hanno proferite, anche se non hanno avuto visione diretta delle cose e non le hanno toccate con mano». È per le parole, ce lo ricorda Gesù (nel Vangelo di Matteo), che saremo giustificati o condannati, per cui una scelta saggia è quella di tacere del tutto, anche su ciò che si conosce di persona.

Anche perché, se all’autorità territoriale (il «re terreno e i suoi scribi») non sfugge alcuna faccenda del regno, figurati al «Re celeste»… che riprenderà il maldicente così: «“Tu, cos’hai detto nel tal posto? Vieni a rendere conto.” E se lui risponde: “L’ho sentito dal tale”, nessuno accetterà, ma: “Rendi conto della cosa: perché l’hai presa per vera e l’hai divulgata senza che ne abbia avuto visione?”» Eh, perché?

Verificare sempre le fonti, mi raccomando.

Il libro dei gradi, XXIX: Sul maltrattamento del corpo, in Il digiuno nella chiesa antica, a cura di I. De Francesco, C. Noce e M.B. Artioli, Paoline 2011.

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Modello unico

«A chi è solo, Dio fa abitare una casa.» Così l’ultima versione approvata dalla CEI (2008) traduce il versetto 7 del Salmo 67 (68). Quella precedente diceva: «Ai derelitti Dio fa abitare una casa», la «Nuovissima» (1987) ha: «Dio riconduce a casa gli sbandati», mentre Ceronetti (1967, poi 1994) lo interpreta così: «È il Dio che guida a una casa / I privi di focolare». Se si risale più indietro si trovano però due indizi diversi e interessanti. Il primo nella Bibbia del Re Giacomo, che dice: «God setteth the solitary in families», il secondo nella Vulgata (la «sisto-clementina» del 1592, derivata essenzialmente dal lavoro di Girolamo), che riporta: «Deus, qui inhabitare facit unius moris in domo». E si potrebbe andare avanti ancora per molto.

Soprattutto con le versioni greche, cioè quelle consultate da Eusebio di Cesarea (263-339) per il suo gigantesco Commento ai Salmi, dove, un po’ a sorpresa, a proposito di quel versetto compaiono i monaci. Infatti alla base di «chi è solo», «solitario», ma anche «derelitto», «sbandato», ecc., se ho capito bene, c’è l’ebraico yehidim, che in una traduzione (Simmaco) diventa appunto monachoi, cioè i «solitari», in un’altra (Aquila) monogheneis, cioè gli «unigeniti», e in un’altra ancora monozonoi, cioè che «hanno un’unica cintura» (perché sono casti).

Eusebio le riporta tutte, ma a me pare evidente come preferisca un’altra versione, quella della Bibbia dei Settanta (realizzata tra il III e il II secolo a.C.), che legge yehidim come monotropoi, cioè «coloro che sono rivolti a un unico fine», o meglio «coloro che hanno un comportamento unico», ossia «non molteplice, e che non si comportano a volte in un modo a volte in un altro, ma praticano uno stile unico di vita, che giunge fino al vertice della virtù». Tutti insieme nello stesso posto, tutti nello stesso modo, con lo stesso scopo santo: un monastero.

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È caduto giù l’Eutico

Una punta di irriverenza, ogni tanto, coi bei modi, senza eccedere, secondo me, insomma, ci può stare. (Che poi non è nemmeno irriverenza, piuttosto è rifiuto del cipiglio a oltranza.) Così, in occasione di un’altra rilettura degli Atti degli Apostoli – testo fondamentale di per sé e il testo fondamentale del monachesimo cristiano, qui riccamente curato e annotato dal cardinal Martini – mi viene da sottolineare tre brani, tre momenti in cui sia perdonata quella punta di cui sopra.

1. Il protagonista è, inevitabilmente, Paolo e la prima occasione è la sua trasferta ateniese (17, 16-34). Ad Atene Paolo è un outsider, un «seminatore di chiacchiere», un «predicatore di divinità straniere», come lo definiscono i «filosofi epicurei e stoici» che lo portano all’Areopago e lo interrogano. Le sue risposte sono articolate e importanti, da un punto di vista dottrinale, ma mi fa sorridere la reazione finale a quello che si immagina un discorso lunghetto. Quando infatti Paolo comincia a parlare del Cristo e della risurrezione dei morti, i suddetti filosofi lo «canzonano» e, forse un po’ annoiati, lo bloccano: «Su questo argomento ti sentiremo ancora un’altra volta».

2. Anche i romani ascoltano Paolo, mostrando un sostanziale disinteresse per questioni che non riguardino strettamente il corretto svolgimento della vita sociale. Per esempio Gallione, proconsole dell’Acaia e fratello di Seneca, che alla richiesta dei Giudei di perseguire l’apostolo risponde così: «Se si trattasse di un delitto o di un’azione malvagia, o Giudei, vi ascolterei pazientemente, com’è giusto. Ma se si tratta di questioni di dottrina e di nomi e della vostra legge, vedetevela voi: io non voglio essere giudice di queste cose» (18,14-15, corsivi miei). Ma anche Festo, procuratore della Giudea, che così riferisce al re Agrippa i termini del «caso»: «Avevano con lui soltanto delle contestazioni a punti della loro religione, e riguardo a un certo Gesù, morto, che Paolo asseriva essere vivo» (25,19, anche qui i corsivi sono miei, ed è interessante la sfumatura dell’«essere vivo» e non «risorto»).

3. Infine il fantastico episodio di Eutico (20, 7-12). Paolo è a Troade, con diversi compagni. È sera. Sono riuniti in una casa, a un piano alto. Paolo parla, parla, parla «fino a mezzanotte». «Ora, un ragazzo di nome Eutico, che se ne stava seduto sulla finestra, mentre Paolo continuava a parlare senza sosta, venne preso da una profonda sonnolenza, e alla fine, vinto dal sonno, cadde dal terzo piano in terra e fu raccolto morto.» Panico. Tutti si precipitano giù per le scale, ma Paolo li tranquillizza e abbraccia Eutico. Quindi, «risalito, spezzò il pane e mangiò, e dopo aver parlato ancora a lungo fino all’alba, se ne partì». Alleluia! Così «gli altri ricondussero il ragazzo vivo, e ne provarono una indicibile consolazione».

Atti degli Apostoli, introduzione, versione e note di C.M. Martini, San Paolo 1996.

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Tre individui rossi

Oggi è arrivato il nuovo numero di «Benedictina», che contiene alcuni estratti di un documento fantastico. Cioè del Liber Chronicus che don Giovanni Castagna, monaco a San Giacomo di Pontida, era solito redigere durante la sua permanenza nel monastero benedettino della congregazione cassinese (fondato alla fine dell’XI secolo e di area cluniacense). Gli anni in questione sono molto interessanti poiché siamo all’inizio del secondo dopoguerra, gli estratti pubblicati in particolare appartengono al biennio 1946-47. Mi ci sono buttato a pesce.

Il resoconto annuale è preceduto da uno «stato di famiglia» che elenca i residenti nel monastero. Nel 1946, per esempio, ci sono diciassette confratelli, due novizi, un «alunno monastico», nonché un orfano e un contadino. La prima cosa che si nota è che l’ufficio divino, l’opus dei, è molto intenso: dopo la sveglia, in media intorno alle 4.00, alcune «ore» vengono accorpate ma non sono infrequenti i giorni di messe continue, soprattutto in occasione delle varie ricorrenze, processioni, visite pastorali o in concomitanza di eventi eccezionali come la restaurazione della dignità abbaziale il 21 maggio 1946 («Oggi le funzioni si celebrano pontificalmente, ma sono troppo lunghe»). Senza contare i riti tenuti alla presenza dei fedeli, annotati con occhio sempre apprensivo circa la partecipazione («La gente è poca, forse per il tempo freddo e con violenti pioggie», «Consolante concorso di fedeli»).

Poi c’è la vita quotidiana della comunità, non sempre unanime, in relazione soprattutto a quanto resta escluso dai verbali del Capitolo. Si costruisce, ma non sempre le cose vanno per il verso giusto («Le balaustre sono a posto ma non in quel modo che si voleva dal disegno»), anche perché «sono in cinquanta a comandare e perché si cambia idea ogni momento». Si discute delle attività che coinvolgono i laici, come «il teatro per la gioventù», cosa che scatena una controversia interna non da poco: «Nonostante le aperte lamentele il P. Priore tirò dritto, fece iniziare i lavori e… affermò che non gl’importava nulla». Il tempo che scorre sempre uguale («18-20 aprile, triduo sacro: il solito degli altri anni»), le piccole sviste (la messa «secondo l’orario tradizionale doveva essere alle 5 ma il P. Sagrista si dimenticò»), i fatterelli («Mentre si svolgeva la processione D. Giuseppe sviene e vien accompagnato a casa: nulla di grave…», «Dopo dottrina il Rev.mo ha benedetto la macchina nuova del cinema»), gli ospiti curiosi (uno studioso peruviano, «specialista su Nostradamus», in cerca di almanacchi; un giovane bisognoso di aiuto, «un povero diavolo sfasato che crea romanzi intorno a sé fino a darsi per figlio naturale del Re d’Inghilterra»), i drammi (un postulante di Bari che viene espulso perché «indisciplinato e scostumato») e infine le tragedie («Una ragazza, sulla cui costumatezza tutti avrebbero giurato, è morta sotto i ferri dell’operazione abortiva»).

Un certo interesse storico hanno poi le notizie riguardanti la situazione politica, le elezioni, il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 («Si è richiamato l’indifferenza della Chiesa per l’una o l’altra forma»). Il contrasto tra la Democrazia cristiana e i Partiti socialista e comunista, le tensioni, i gesti simbolici, le ripicche, i confronti tra le diverse autorità: erano vicende cruciali, pur nel loro piccolo, per gli esordi della repubblica, ma a leggerle negli appunti concisi di don Castagna è inevitabile respirare una certa aria da Peppone e don Camillo. Come nel caso dell’«ignobile gazzarra» del 28 febbraio 1946, quando «tre individui rossi del paese… passarono su e giù per la contrada cantando ed eruttando bestemmie verso le singole Divine Persone della SS. Trinità, di Maria SS., il S. Padre, i Sacerdoti» e tracciando la falce e martello sui muri delle case: «L’indignazione del nostro popolo fu piena».

E più ancora la volta che un consigliere comunale, il capostazione, capo dei comunisti, volle portare una «fiammante bandiera rossa» in chiesa per la messa solenne in ricordo della «così detta liberazione». «Sulla porta D. Giovanni intimò alla bandiera rossa di recedere», il consigliere ne chiese la ragione e il monaco sacerdote rispose che non era né una bandiera nazionale né era benedetta. Il ferroviere comunista, prontamente, obiettò: «“Ma allora benediciamola adesso, qui, subito”. Don Giovanni sorridendo, s’inchinò, e commiatandosi disse: “Benedire la bandiera rossa? Ma le pare?”»

Pontida 1946-1947: dal Liber Chronicus di don Giovanni Castagna, a cura di D. Giovanni Spinelli, in «Benedictina» luglio-dicembre 2010, pp. 422-454.

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Voyager Abbey

Come in ogni campo di specializzazione anche negli studi sul monachesimo si incontrano bizzarrie, che tali non sono, a ben guardare, ma che destano comunque una certa sorpresa. Una delle più curiose che ho scoperto negli ultimi tempi è uno studio intitolato Luce ed orientazione delle chiese monastiche nel Veneto. La studiosa Eva Spinazzè vi ha esposto i risultati di una ricerca condotta su un campione di ventitré chiese benedettine, costruite tra il VII e il XII secolo e distribuite prevalentemente nelle province di Treviso, Verona, Padova e Venezia. Applicando i principi dell’archeoastronomia, la ricerca era volta a scoprire e a determinare l’eventuale legame tra l’orientazione dei luoghi di culto e i punti dell’orizzonte corrispondenti al sorgere del sole o della luna o di altri astri in occasione di date significative.

Una pratica, quella di orientare gli edifici principalmente versus solem orientem, che muovendo da antiche tradizioni orientali attraversa il mondo romano e giunge nel Medioevo cristiano, saldandosi, nel caso dei monasteri, alla necessità dei monaci di disporre di strumenti per stabilire gli orari dell’ufficio divino: infatti, «come può sapere il monaco l’ora della preghiera durante il giorno e la notte?» La fonte principale, secondo Spinazzè, è il De cursu stellarum ratio di Gregorio di Tours (sec. VI) che invita i suoi confratelli a un’attenta lettura del cielo stellato («Sono i cieli che narrano la gloria di Dio», dice il Salmista) e del corso del sole, aiutandosi nel secondo caso, non soltanto con le meridiane, ma anche con le ombre proiettate per esempio sulle colonne del chiostro o con i raggi che filtrano dalle varie aperture. Il monastero, e in particolare la sua chiesa, se costruito secondo un certo criterio, si trasforma in un grosso orologio e «precipita» in terra, nella pietra, una vicenda celeste.

Rilievi topografici, GPS, uso del teodolite hanno dunque consentito «accurate misurazioni [che] indicano che le chiese medioevali non sono tutte orientate genericamente verso l’est astronomico, ma che la maggior parte di esse è orientata all’interno dell’arco azimutale compreso tra i due solstizi». Ogni orientazione è diversa e precisa, e se si incrociano i dati astronomici con quelli del calendario si va dal caso più comune – allineamento con il sorgere o il tramontare del sole il 21 marzo, festa di san Benedetto, o con la Pasqua o con l’Assunzione – a casi più particolari – allineamento al giorno del patrono o come S. Lorenzo in Castello a Venezia: «Chiesa allineata con il sorgere del sole il 29 agosto, traslazione di santa Candida le cui reliquie sono state trovate immutate [sic] in un pilastro della chiesa».

Lo studio, che analizza in particolare il caso di S. Giustina a Padova (che «non è orientata alla festa della santa (il 7 ottobre), ma è orientata al sorgere del sole nel giorno di san Prosdocimo, il 7 novembre, padre spirituale di santa Giustina. In tal modo si ricordano per l’eternità entrambi i santi, sia con la destinazione che con l’orientazione della chiesa») è molto dettagliato, tecnico, corredato di tabelle e schemi, non si dilunga e non divaga. Nondimeno, proprio nelle ultime righe, considerando il potente significato metaforico di questo «trattamento» della luce e pensando ai monaci che studiano la posizione del rosone dei loro oratori, così si congeda: «Il sole illumina la navata della chiesa lungo l’asse, toccando l’altare, sfidando così il tempo e la morte con la luce eterna allineata alle pietre collocate dall’uomo e dando vita a esse finché giacciono una sopra l’altra».

Eva Spinazzè, Luce ed orientazione delle chiese monastiche nel Veneto, in «Benedictina», gennaio-giugno 2010, pp. 91-102.

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