E altri simili preparati gradevoli al gusto (Claude Martin, 2)

«Tutto l’uomo esteriore dipende dai sensi: e allora l’atteggiamento esterno sarà ben regolato se tutti i sensi, con le leggi della mortificazione, sono tenuti a freno in ciò che a loro compete. Essi dunque [i novizi, e poi i monaci professi] metteranno tutto l’impegno possibile nella custodia attenta dei sensi, che sono come delle porte attraverso cui la morte entra molto spesso nell’anima.» Sono molto attratto, in genere, da uno dei temi monastici per eccellenza: la mortificazione. Spesso nelle pagine che vi sono dedicate emergono i tratti più duri, e anche inquietanti, di chi le ha scritte. È un punto che duole e che s’infiamma, dimostrando da un lato il terrore di provare anche solo nostalgia per il mostro pluricefalo del piacere, persino nelle sue forme più innocenti, e dall’altro il disagio per l’evidente paradosso di essere costretti a fuggire certe manifestazioni del Creato.

Come un fiore.

L’ultimo esempio l’ho trovato nelle istruzioni che il benedettino seicentesco Claude Martin (il mio monk of the month) dà ai novizi della sua congregazione, i maurini. Non soltanto, come ha esordito, i sensi vanno custoditi tenendoli lontani dalle potenziali fonti di tentazione, ma vanno proprio mortificati, «molto più efficacemente, impegnandoli con quegli oggetti che possano dar loro afflizione».

E allora si dovranno guardare cose tristi e lugubri, «persone abbattute, povere, piagate»; si ascolteranno volentieri le ingiurie e le calunnie che altri ci rivolgono, i rumori fastidiosi; si storcerà il naso «facendogli sentire puzza e esalazioni maleodoranti insopportabili»; si mangeranno piatti disgustosi e si prenderanno «con piacere [ah!?] le medicine e cose simili»; e infine abiti ruvidi e letti duri e cilicî… Non voglio usare la parola masochismo, perché non c’entra, tuttavia guardo con una certa perplessità a questa teoria di giorni cupi, segnati da una costante ricerca del dispiacere, tanto simile, per quanto di segno opposto, alla famigerata e diabolica ricerca del piacere.

Leggere con la propria mentalità è sbagliato, lo so, così mi limito a sottolineare due o tre parole che sembrano quasi sfuggite al controllo severo di dom Martin e ne tradiscono… cosa? Forse i piccoli piaceri di quando era bambino? Già, perché nel descrivere le cose dalle quali bisogna proteggere i sensi gli viene di fare un paio di esempi, e poiché sono due di numero sono quanto mai commoventi.

Il primo è nel paragrafo dedicato all’odorato, laddove il maestro dei novizi prescrive che «non si fermeranno ad annusare i fiori né i profumi senza necessità» (e quale potrebbe essere questa necessità?), e poi rincara dicendo che «ancora meno li conserveranno nei loro arredi e tra la loro biancheria»… e il mio pensiero subito va ai sacchettini di lavanda (molto monastica) che si mettono nei cassetti. Il secondo esempio, prevedibilmente, riguarda il gusto: i novizi mangeranno solo per necessità, niente carne, niente condimenti e soprattutto «rifiuteranno ogni dolce, marmellata e altri simili preparati gradevoli al gusto».

Neanche un cucchiaino di marmellata.

Claude Martin, Pratica della Regola di san Benedetto, II, 4: «La mortificazione dei sensi esterni», Glossa 2009.

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