71. La prima poesia pubblicata da T.S. Eliot, a sedici anni, nel febbraio del 1905, sullo «Smith Academy Record» di St. Louis, il giornale della scuola, è un «esercizio byroniano» in ottave che mette in scena un pranzo natalizio in un monastero abitato da merry friars, i più classici dei «frati gaudenti»1. Sta di fatto che questo monastero inglese assai ricco era infestato da uno spettro, «forse uno scellerato, un vecchio peccatore eretico», che rovinava sistematicamente la festa ai confratelli: rubacchiava, gettava scompiglio, si invitava a cena. Per il pranzo di Natale l’abate non vuole correre rischi: si procura un set di reliquie spagnole e ci dà dentro con l’acqua benedetta: bagna le tonache, le mense, «i tacchini e i capponi e i verri da mangiare», persino il portinaio «ed annacquò ogni cosa eccetto il vino». Il pranzo va di lusso, e i frati «fecero razzia d’ogni animale o uccello / che Esopo abbia citato nelle favole». Alla fine se ne stanno pasciuti, «coi piedi sul tavolo», pensando che «sarebbe stato meglio non aver trangugiato tanta anitra», quando «tutte le luci si fecero azzurrine» e lo spettro fa il suo ingresso nel refettorio. Si dirige verso l’abate, «seduto, incollato alla sedia / con gli occhi larghi e tondi come un dollaro», lo prende per i capelli e se lo trascina via. Col tempo i frati s’inventarono la storia che era stato san Pietro a «trafugare il loro famosissimo signore» e la fecero finita coi banchetti: nient’altro che pane, burro e latte, e «dalle quattro alle cinque ogni mattina / uno con la ferula frustava i suoi compagni / finché divennero buoni come si addice ai frati». Lo spettro non si vide più.
72. Nella Giornata di uno scrutatore di Calvino2 il protagonista, Amerigo Ormea, fa alcune riflessioni sul volto delle monache, nella fattispecie del Cottolengo, stimolate dalla visione dei loro documenti di identità, nei quali le fotografie restituivano volti naturali, sereni e somiglianti. Sono tre pagine in continuo bilico tra distaccata, gelida obiettività, umana fratellanza per «quelli per cui la vita è difficoltà e sbigottimento» e francescanesimo ateo (ammesso che possa esistere), e nelle quali la voce dell’autore si sovrappone interamente a quella del suo personaggio: «E doveva dir questo: o il fotografo delle monache era un grande fotografo, o sono le monache che in fotografia riescono benissimo». Tutti di solito veniamo male nelle fotografie formato tessera, storti, tesi, gli occhi sbarrati, «un sorriso che non lega». «Le monache no: posavano di fronte all’obiettivo come se il volto non appartenesse più a loro: e a quel modo riuscivano perfette.» Simili in questo alle foto degli «idioti completi» ricoverati nella Piccola Casa della Divina Provvidenza; e allora Calvino/Amerigo si domanda se questo significa che l’approdo della vita monacale e della minorazione sia il medesimo: «Voleva dire che il punto in cui la vita monacale porta attraverso una via faticosa, loro l’hanno per sorte dalla natura?» È segno dunque che la beatitudine esiste? Ed è bene averla? «O è migliore quest’ansia, questa carica che irrigidisce i volti al lampo del fotografo e non ci fa contenti di come siamo?»
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- A Fable for Feasters, trad. ital. di Roberto Sanesi, Favola per gaudenti, in T.S. Eliot, Opere, 1904-1939, a cura di R. Sanesi, Bompiani 1992, pp. 2-9.
- Einaudi 1963, pp. 41-43.



E tra i molti ricordi che si susseguono, carichi di nostalgia, uno mi ha permesso di imparare una cosa che, mea incredibile culpa, non sapevo, né m’era mai venuto di approfondire. Scrive ancora Scipione, da Roma, all’anonimo monaco: «… il rumore di una fontanina in un piccolo cortile subito mi trascina lontano nella cara Certosa, quando nella notte mi svegliavo con la Svegliatrice celeste o scendevo nella chiesa per il mattutino». Col nome di Svegliatrice o Svegliarina celeste, pare che Scipione si riferisca a santa Teresa del Bambin Gesù (di cui menziona altrove la chiesa romana al Pincio), ma non si può non pensare anche alla campanella che veniva usata dai monaci per accorrere alle ore canoniche, cioè allo
58. Nelle pagine e nelle lettere di antiquata finezza, e per questo belle, per non dire confortanti, di Cesare Angelini (1886-1976) che ho letto non ho trovato finora moltissimi monaci; un po’ di abbati, «lodatissimi per pietà e dottrina», i dodici monaci biondi che seguirono Colombano e arrivarono al Lambro, qualche altra comparsa sfumata sullo sfondo: lì troverò, anche se forse gli sembravano un po’ lontani, come Benedetto che, salvata l’Italia e la civiltà, finì «in monastero a scandir salmi o a chiosar codici» (ma «creando tuttavia quelle correnti spirituali che non paiono ma salvano il mondo»). Ho già trovato però un mirabile testo dedicato alla Certosa di Pavia, pubblicato nel 1970 nella raccolta Questa mia Bassa1.