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Frati gaudenti e monache fotogeniche (Reperti 71-72: Eliot; Calvino)

71. La prima poesia pubblicata da T.S. Eliot, a sedici anni, nel febbraio del 1905, sullo «Smith Academy Record» di St. Louis, il giornale della scuola, è un «esercizio byroniano» in ottave che mette in scena un pranzo natalizio in un monastero abitato da merry friars, i più classici dei «frati gaudenti»1. Sta di fatto che questo monastero inglese assai ricco era infestato da uno spettro, «forse uno scellerato, un vecchio peccatore eretico», che rovinava sistematicamente la festa ai confratelli: rubacchiava, gettava scompiglio, si invitava a cena. Per il pranzo di Natale l’abate non vuole correre rischi: si procura un set di reliquie spagnole e ci dà dentro con l’acqua benedetta: bagna le tonache, le mense, «i tacchini e i capponi e i verri da mangiare», persino il portinaio «ed annacquò ogni cosa eccetto il vino». Il pranzo va di lusso, e i frati «fecero razzia d’ogni animale o uccello / che Esopo abbia citato nelle favole». Alla fine se ne stanno pasciuti, «coi piedi sul tavolo», pensando che «sarebbe stato meglio non aver trangugiato tanta anitra», quando «tutte le luci si fecero azzurrine» e lo spettro fa il suo ingresso nel refettorio. Si dirige verso l’abate, «seduto, incollato alla sedia / con gli occhi larghi e tondi come un dollaro», lo prende per i capelli e se lo trascina via. Col tempo i frati s’inventarono la storia che era stato san Pietro a «trafugare il loro famosissimo signore» e la fecero finita coi banchetti: nient’altro che pane, burro e latte, e «dalle quattro alle cinque ogni mattina / uno con la ferula frustava i suoi compagni / finché divennero buoni come si addice ai frati». Lo spettro non si vide più.

 

72. Nella Giornata di uno scrutatore di Calvino2 il protagonista, Amerigo Ormea, fa alcune riflessioni sul volto delle monache, nella fattispecie del Cottolengo, stimolate dalla visione dei loro documenti di identità, nei quali le fotografie restituivano volti naturali, sereni e somiglianti. Sono tre pagine in continuo bilico tra distaccata, gelida obiettività, umana fratellanza per «quelli per cui la vita è difficoltà e sbigottimento» e francescanesimo ateo (ammesso che possa esistere), e nelle quali la voce dell’autore si sovrappone interamente a quella del suo personaggio: «E doveva dir questo: o il fotografo delle monache era un grande fotografo, o sono le monache che in fotografia riescono benissimo». Tutti di solito veniamo male nelle fotografie formato tessera, storti, tesi, gli occhi sbarrati, «un sorriso che non lega». «Le monache no: posavano di fronte all’obiettivo come se il volto non appartenesse più a loro: e a quel modo riuscivano perfette.» Simili in questo alle foto degli «idioti completi» ricoverati nella Piccola Casa della Divina Provvidenza; e allora Calvino/Amerigo si domanda se questo significa che l’approdo della vita monacale e della minorazione sia il medesimo: «Voleva dire che il punto in cui la vita monacale porta attraverso una via faticosa, loro l’hanno per sorte dalla natura?» È segno dunque che la beatitudine esiste? Ed è bene averla? «O è migliore quest’ansia, questa carica che irrigidisce i volti al lampo del fotografo e non ci fa contenti di come siamo?»

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  1. A Fable for Feasters, trad. ital. di Roberto Sanesi, Favola per gaudenti, in T.S. Eliot, Opere, 1904-1939, a cura di R. Sanesi, Bompiani 1992, pp. 2-9.
  2. Einaudi 1963, pp. 41-43.

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Non vorrei che si pensasse (Reperti 70: Samuel Johnson a Iona)

70. Tra i monasteri, attivi e no, che ho potuto visitare, quello il cui ricordo è forse – sorprendentemente? – più vivido è Iona, l’abbazia di Iona, sull’omonima isola delle Ebridi. E allora sono andato a leggere, che ancora non l’avevo fatto, ciò che ne scrive il dottor Johnson nel suo famoso Viaggio alle isole occidentali1.

* * *

Stavamo ora calpestando quell’isola illustre, che un tempo gettava luce sulle regioni della Caledonia e dalla quale clan selvaggi e barbari nomadi traevano i benefici della conoscenza e le benedizioni della religione. Astrarre la mente da ogni emozione prodotta dal luogo sarebbe impossibile, se ci si provasse, e sarebbe folle, se fosse possibile. Tutto ciò che ci sottrae al potere dei nostri sensi; tutto ciò che fa prevalere il passato, ciò che è lontano o il futuro sul presente, ci innalza nella dignità di esseri pensanti. Lungi da me, e dai miei amici, una filosofia tanto fredda da poterci condurre indifferenti e impassibili su qualsiasi terreno che sia stato nobilitato dalla saggezza, dal coraggio o dalla virtù. È poco da invidiare quell’uomo il cui patriottismo non acquisterebbe forza nella pianura di Maratona, o la cui pietà non si infiammerebbe tra le rovine di Iona?

L’abbazia di Iona (foto Potts)

Dopo una notte relativamente tranquilla e confortevole, il dottor Johson e il fido Boswell esplorano, anzi esaminano il luogo e i resti dei due monasteri, quello maschile e quello femminile. Le due chiese sono costruite in pietra grezza, ma solida, e non ineleganti, ma quella del monastero maschile è troppo ingombra di fango e detriti perché si possa scovare qualche iscrizione interessante. Delle celle appartenenti ai monaci rimangono alcuni muri, ma nulla che si avvicini a un alloggio completo. La chiesa del monastero femminile invece è adibita a stalla e il pavimento è di conseguenza troppo fangoso per essere esaminato. Alcune delle pietre che coprivano le badesse che si sono succedute recano iscrizioni che potrebbero ancora essere lette se la cappella fosse ripulita.

Il cimitero di Iona (foto Potts)

Oltre alle due chiese principali, credo che ci siano ancora cinque cappelle in piedi e altre tre siano ricordate. Ci sono anche delle croci, due delle quali portano i nomi di san Giovanni e san Matteo. Un ampio spazio di terreno intorno a questi edifici consacrati è coperto di lapidi, poche delle quali recano un’iscrizione. Chi le esamina, accompagnato da un antiquario conoscitore dell’isola, può apprendere dove sono sepolti i re di molte nazioni e, se ama placare la sua immaginazione con i pensieri che sorgono naturalmente nei luoghi dove i grandi e i potenti giacciono mescolati alla polvere, ascolti in rispettoso silenzio, perché se fa qualche domanda, il suo piacere è finito.

Iona ha goduto a lungo, senza alcuna attestazione molto credibile, dell’onore di essere considerata il cimitero dei re scozzesi. Non è improbabile che, quando era diffusa la fama di santità del luogo, i capi delle isole e forse alcuni principi norvegesi o irlandesi fossero sepolti in questo venerabile recinto. Ma da chi siano popolate le cripte è ormai del tutto ignoto. Le tombe sono molto numerose e alcune di esse contengono senza dubbio i resti di uomini che non si aspettavano di essere dimenticati così presto.

La visita continua poi ai dintorni del recinto monastico, alla cosiddetta «casa del vescovo» e ad altre abitazioni e suscita una serie di osservazioni sugli isolani, notevolmente rozzi e molto trascurati dal clero, e sulla loro fedeltà al clan Maclean. I due hanno qualche problema per tornare sull’isola di Mull, per via della marea, ma tutti accorrono e danno una mano.

Ora lasciavamo quelle illustri rovine, che commossero profondamente il signor Boswell2, né vorrei che si pensasse che io le abbia visitate senza una certa emozione. Forse, nelle rivoluzioni del mondo, Iona potrebbe tornare un giorno a essere la maestra delle regioni occidentali.

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  1. Samuel Johnson, A Journey to the Western Islands of Scotland, Dublin, by Thomas Walker, 1775, pp. 242-249. «Desideravo visitare le Ebridi, o isole occidentali della Scozia, da così tanto tempo che ricordo a malapena come questo desiderio sia nato; e nell’autunno del 1773 fui indotto a intraprendere il viaggio, trovando nel signor Boswell un compagno la cui acutezza avrebbe aiutato le mie ricerche e la cui piacevolezza di conversazione e civiltà di modi sono sufficienti a contrastare gli inconvenienti di un viaggio in Paesi assai meno ospitali di quelli che abbiamo attraversato.»
  2. Scrive Boswell nel suo diario del medesimo viaggio: «Mentre contemplavo quelle venerabili rovine, riflettei con grande soddisfazione sul fatto che i solenni scenari di pietà non perdono mai la loro sacralità e la loro influenza positiva, sebbene le preoccupazioni e le follie della vita possano impedirci di visitarli, o possano persino farci pensare che i loro effetti svaniscano «come ieri, quando è passato», e non siano mai più percepiti. Speravo che, dopo essere stato in quel luogo sacro, avrei mantenuto una condotta esemplare. Si ha una strana propensione a fissare un punto nel tempo da cui può iniziare il corso di una vita migliore».

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Viaggi (Reperti, 68-69: Baretti; Luzi)

68. Nel settembre del 1760 Giuseppe Baretti visita il convento francescano di Mafra, lo smisurato complesso («non credo vi sieno dieci edifizi maggiori di quello sulla schiena del nostro globo») fondato dal re Giovanni V e la cui costruzione, iniziata nel 1717, sarà poi al centro del romanzo di José Saramago, Memoriale del convento. La visita è raccontata in una delle Lettere familiari a’ suoi tre fratelli: Filippo, Giovanni e Amedeo, in realtà mai spedite e pubblicate nel 1762-631. Il Baretti si dilunga, comprensibilmente, sulle due spropositate biblioteche del convento, non senza però tralasciare alcune osservazioni sull’edificio e sui suoi abitanti che, come si suol dire, sono assai «gustose». Si diceva delle dimensioni, e «che sia un convento capace, ve lo dicano trecento padri e centocinquanta conversi che contiene, tutti francescani dal primo all’ultimo»; per non parlare dei lunghissimi dormitori e delle celle, che sono «stanze da prelati anzi che celle da frati»; e poi il sontuoso refettorio, dove il Baretti entra «poco prima che i religiosi si mettessero a tavola». E tu guarda: «Ogni due padri avevano un bel boccale di maiolica pieno di vino e un gran pane; e sur un tagliere di legno del Brasile sei buoni fichi e due belle pere e un grappol d’uva e un limone per ciascuno. Le lor pietanze mi dicono che sono tre, e tutto a spese del re». Che se uno fa due conti sono 900 fichi, 300 pere un bel tot di chili d’uva e 300 limoni pro die

* * *

69. Durante il viaggio immaginario che Mario Luzi fa compiere a Simone Martini e ai suoi compagni di strada da Avignone a Siena, nell’imminenza della morte del pittore nel 13442, i pellegrini vengono accolti per una sera in un monastero di clausura femminile, presumibilmente in terra francese. La poesia che «registra» la serata si intitola Tappa e ricovero e dimostra la esatta e sentita partecipazione di Luzi al «fatto monastico», e sembra peraltro sgorgare da una circostanza odierna e non da una visione plausibile del XIV secolo. A cominciare dal memorabile attacco:

E intanto lievemente

le monache – poche e invisibili –

preparano per gli ospiti profani,

e le aprono, un seguito di camere,

le stesse dove vissero

la regola e le vive ispirazioni

di quella plenaria solitudine

esse, e prima di esse

le altre innumerabili

che furono a quel macero

nei lunghi secoli dell’eremo

Non siamo forse di fronte all’arrivo di qualche nostro contemporaneo presso la foresteria di un monastero ormai quasi deserto che ricava qualcosa dall’ospitalità? Non è di oggi il muto e rispettoso sconcerto di fronte a quel vuoto (la «vuota arnia della pura ed infima pazienza») carico di vicende passate e di passate presenze? Odierno è anche il catalogo che Luzi fa di quelle «presenze», fitto di acutissime scelte di termini:

Alcune qui si persero,

abbuiarono qui il loro cielo

in minimi puntigli, qui si accesero

alcune d’acrimonie e invidie, alcune

si spartirono in letizia

tra opera e preghiera, qui bruciarono

altre una per una

le scorie dell’infelicità

e temprarono

lo spirito allo spirito, volarono

alto – o il paradiso era già in loro…

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  1. Giuseppe Baretti, Lettera XXVIII, in Opere scelte, a cura di B. Maier, vol. II, Utet 1972, pp. 201-207. Non si creda ch’io sia abituale lettore del Baretti, per quanto non mi dispiacerebbe, diciamo che mi sono imbattuto in questa divertente «lettera» per caso.
  2. Mario Luzi, Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini, Garzanti 1994, pp. 67-68.

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Fuori, dentro (Reperti, 66-67: Volponi; Nooteboom)

66. Tra gli inediti di Paolo Volponi resi disponibili dalla nuova edizione della sua opera poetica1 è emersa una poesia, databile al 1960, dedicata alla monacazione della sorella Maria Luisa. È un testo triste e non privo di rammarico per quella che Volponi vive come una definitiva separazione, se non addirittura come una «perdita». Non sente più la sorella, anche se sa che «laggiù, in fondo / dove tutto è più scuro / laggiù canta mia sorella, / la mia bianca sorella / ormai sorella di tutti»; non la vede più, anche se sa che è dietro quel muro «di mattoni sconnessi», fragile eppure impenetrabile, confusa in «quel povero branco di sventurate», di «dolci sciagurate» il cui fiato vitale dilegua nel canto. Il fratello è rimasto solo, in piedi davanti al recinto del monastero, e vede «soltanto / un albero, un tetto, / il muro di un giardino», guarda e cede al rimpianto:

Laggiù, in fondo

canta una sorella non più mia

io chiudo gli orecchi

perché vorrei sentire la sua voce.

67. Nei suoi «itinerari spagnoli»1, sulla strada da Barcellona a Soria, lo scrittore olandese Cees Nooteboom fa una tappa al «convento di Veruela», cioè al Real Monasterio de Santa María de Veruela, la più antica fondazione cistercense in Aragona. Il brano che ricava dalla visita può essere definito la tipica pagina di libro di viaggio di epoca pre-Internet: un po’ di descrizioni di ambienti, monumenti e sepolture – accurate, come oggi si verifica con facilità in rete; un po’ di informazioni sul monachesimo per contestualizzare – succinte, ma precise e ben dette; e le «impressioni» dello scrittore, che – siamo nel 1981 – gode della clamorosa possibilità di aggirarsi per il monastero in assoluta solitudine. E in queste impressioni ho riconosciuto un tratto assai familiare, sensazioni che ho provato molte volte. Ho riconosciuto l’effetto di «trasferimento» che si attiva al passaggio dall’esterno all’interno: «La macchina del tempo esiste davvero», scrive Nooteboom, «mi trovo in una capsula, protetto dalla morte e da ogni sventura, calato negli abissi del medioevo per sempre scomparso. Dove sono ora invece questo tipo di vita continua a esistere come in una coltura microbica del secolo ventesimo» (ecco, forse non direi «microbica»). E in particolare ho condiviso un sentimento preciso che deriva dal camminare in quello come in tutti i chiostri, se non in quella come in tutte le chiese:

Anche se si toglie a queste esperienze ciò a cui non si crede, resta pur sempre l’imponderabile, che altri in questo luogo credono e, soprattutto, hanno creduto.

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  1. Paolo Volponi, Poesie, a cura di E. Zinato, Einaudi 2024 (p. 439-40).
  2. Cees Nooteboom, Verso Santiago. Itinerari spagnoli, traduzione di L. Pignatti, Feltrinelli 1994 (ora Verso Santiago. Digressioni sulle strade di Spagna, Iperborea 2023). Il «reperto» in questione è alle pagine 14-19 dell’edizione Feltrinelli.

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Spiriti liberi (Reperti, 64-65: Valéry; Ginsberg)

64. Nel saggio Variazioni sulla libertà, del 1938, poi raccolto in Sguardi sul mondo attuale1, Paul Valéry svolge una elegante e paradossale ricognizione sui contenuti reali del termine «libertà» come viene comunemente usato, appunto, nel mondo attuale: società, legalità, politica, persino le cosiddette opinioni personali. Inevitabilmente, le sue conclusioni sono cupe: «Prendiamo atto che i contorni del nostro spazio di libertà sono molto mutevoli. Ho paura che da mezzo secolo a questa parte la sua area non abbia fatto che restringersi». Il testo va letto nel contesto dell’epoca in cui è stato scritto, e in quello più ampio dell’opera di Valéry, ecc., ma quello che qui interessa è il «reperto», la conclusione, per la verità un po’ affrettata, del saggio, dopo che Valéry ha elencato altri «attori» della limitazione della nostra libertà, dal progresso all’«agio», dai «mezzi troppo potenti» della stampa alla «tirannia degli orari», all’odiatissima pubblicità che ogni cosa confonde («l’assassino, la vittima, l’eroe, il centenario del giorno e il bambino martire» e, aggiunge la voce del poeta, «falsifica gli aggettivi»). «Tutto questo mira al cervello», osserva Valéry, e conclude: «Ben presto bisognerà costruire chiostri rigorosamente isolati, dove non entreranno né la radio né i giornali, nei quali sarà salvaguardata e coltivata l’ignoranza di ogni politica. Si disprezzeranno la velocità, il numero, gli effetti di massa, di sorpresa, di contrasto, di ripetizione, di novità e di credulità. È lì che in determinati giorni si andrà a osservare, attraverso le grate, alcuni esemplari di uomini liberi». Costruire chiostri o ripopolare quelli esistenti?

65. Nell’estate del 1957 Allen Ginsberg si trova in Italia, assieme a Peter Orlovsky: Venezia, Firenze, Roma, Perugia, Padova, di nuovo Venezia. All’inizio di agosto, con un «accelerato» da Roma, i due arrivano ad Assisi, sulle tracce di san Francesco, del quale Ginsberg ha letto tempo prima un volume di scritti («Avevo letto un sacco di cose su Francesco l’estate scorsa su al Nord», scrive al padre Louis, «& storicamente ero preparatissimo alla scena»2) e il cui «atteggiamento serafico e mite tra le braccia della povertà lo rendeva una figura “beat” nel senso classico in cui la intendeva Kerouac» (Michael Schumacher). I due, «sporchi con la barba lunga (“& i capelli che avevano bisogno del barbiere”) & mangiando latte & salame & frutta per la strada»), si presentano al convento, nella speranza di potervi passare la notte, ma a quanto pare i frati non sono molto dell’idea e chiedono una donazione. A corto di soldi, e un po’ sconcertati («Ho avuto l’impressione che sarebbero stati infastiditi dallo stesso san Francesco se fosse ricomparso ad Assisi nel suo mantello sbrindellato, mendicando e cantando per le strade come era solito fare», scrive Allen al fratello Eugene), Ginsberg e Orlovsky si arrangiano a dormire all’aperto («2 notti calde»), non senza discutere con i frati che parlano l’inglese di religione, Chiesa e Vaticano. «In effetti», commenta Ginsberg, «ci siamo comportati proprio come dei pazzi francescani & gli abbiamo letto poesie & e li abbiamo fatti venire fuori tutti a sbirciare di notte per vedere se eravamo davvero a dormire fuori davanti al loro santo rifugio.» (Tra parentesi, per averne un’idea, i francescani che i due incontrarono sono più o meno gli stessi che si possono vedere nel famoso filmato che mostra l’incontro, nel 1964, di Roberto Rossellini con i frati che avevano partecipato al suo film Francesco, giullare di Dio.) La definirei una scena impagabile, ed è lo stesso Ginsberg a dire che «da quando sono in Europa forse non mi sono mai divertito tanto».

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  1. Sguardi sul mondo attuale e altri saggi, a cura di F.C. Papparo, Adelphi 1994, pp. 55-76.
  2. Le citazioni, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla lettera del 10 agosto 1957; in Allen e Louis Ginsberg, Affari di famiglia. Lettere scelte 1957-1965, a cura di M. Schumacher, edizione italiana a cura di M. Premoli, Archinto 2007. [Uno splendido carteggio.]

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«Tonache nere dall’incedere silenzioso, assorto» (Reperti, 63: Gottfried Benn)

Alla fine della prima parte del Tolemaico, «novella berlinese del 1947», e sua prima pubblicazione dopo la catastrofe della guerra, Gottfried Benn se ne esce con una profezia, o più semplicemente un’ipotesi, per il XXI secolo molto singolare.

Sullo sfondo di un paesaggio urbano di gelo e macerie, Il paese del loto, così s’intitola la prima parte della «novella», prosegue la distruzione per numerose pagine, per giungere infine a due «spettacoli» impressionanti: «La sociologia e il vuoto!» – la fine dell’individualità e il nulla replicato che ne ha preso il posto. In un panorama di frammenti e gesti meccanici, «lo Spirito o gli dei o ciò che era stato della sostanza umana» si ritrae dalla terra: nonostante alcuni colpi di coda prevedibili «il dogma, quello dell’homo sapiens, era giunto alla fine».

Bene, davanti a questo quadro carico di ottimismo, Benn dice che non ci sono dubbi, «il secolo a venire avrebbe ammesso ancora soltanto due tipi [maschili, va detto]: quelli che agivano e puntavano in alto, e quelli che attendevano in silenzio la metamorfosi – criminali e monaci, non sarebbe più esistito altro».

Risorgeranno gli Ordini, dice ancora Benn, torneranno «i frati», «tonache nere dall’incedere silenzioso, assorto» popoleranno «nuovi monti Athos e Cassino». Soltanto così, cioè solo con l’autistica opzione monaci, forse sarà possibile una riconciliazione «con il mondo perduto delle cose», grazie a solitudine, riti, rinuncia al consueto. Soltanto così l’anima si chiuderà di nuovo in se stessa, gusterà di nuovo il loto e potrà sperare e obliare».

Criminali o monaci. Dai, nient’altro?

♦ Gottfried Benn, Il tolemaico, in Romanzo del fenotipo, traduzione di A. Valtolina, Adelphi 1998, p. 112.

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Monks, monks everywhere (Reperti «speciali» 61-62: Cantimori, Tolkien)

Uno degli «effetti collaterali» di tutte queste letture monastiche è che, in poche parole… vedo monaci dappertutto, anche quando e dove non sono formalmente presenti. Parole-spia, frasi, situazioni, immagini che mi fanno dire: uhm, ma qui si parla di monaci. Anche questi sono «reperti», in fondo, ma di un tipo speciale, legati a una mia deformazione e non alla realtà, e così vanno presi. Ecco un paio di esempi recenti.

61. Concludendo la sua introduzione alla Crisi della civiltà di Johan Huizinga, Delio Cantimori mette in guardia contro gli «umanesimi» d’accatto che vengono indossati nelle «ore di distrazione» da coloro che non sono impegnati nella vita politica o sociale. «Sogni» li definisce, di fronte alla necessità di prendere atto della portata dei problemi e di individuare concrete prospettive di cambiamento, perché «arrivati a un certo punto, non sarebbe più possibile, mai più, parlare di libertà – neppur dello spirito –, neppur mediante ascesi, semplicità, rinuncia, elementarità di vita»1.

Ma cosa rappresenta quest’ultima sequenza se non la forma di vita monastica, mi son detto. Che nonostante tutto, però, non credo sia giusto sospingere nella dimensione del «sogno». La vita monastica non è un sogno per chi la vive, mentre forse lo è proprio per chi, nelle sue «ore di distrazione», la legge, la visita, la osserva, la sfiora (per me, ad esempio).

62. Nel primo dei Racconti perduti, La casetta del gioco perduto, Tolkien racconta di Eriol, «un viaggiatore venuto da terre lontane», che, giunto all’Isola Solitaria, una sera bussa alla porta di una casa minuscola che ha attirato la sua attenzione. È appunto la Casetta del Gioco Perduto di Lindo e Vairë, ed è abitata da una folta schiera di persone. Eriol si stupisce che così in tanti possano abitarvi, ma il suo ospite gli risponde: «Piccola è la casa, ma più piccoli ancora sono coloro che vi abitano – perché tutti quelli che entrano devono essere molto piccoli, o di loro spontaneo desiderio devono diventarlo proprio mentre stanno sulla soglia»2.

Il pensiero è andato immediatatamente all’umiltà, alla scelta di «piccolezza», che deve accompagnare chi desidera entrare in monastero: una piccola casa per chi vuole essere piccolo. Senza dimenticare le parole di Benedetto circa l’ammissione di nuovi fratelli, che devono sostare all’ingresso, praticamente sulla soglia, anche a lungo prima di poter varcare la porta del chiostro e cominciare il loro percorso («Se insiste per entrare e per tre o quattro giorni dimostra di saper sopportare con pazienza i rifiuti poco lusinghieri e tutte le altre difficoltà opposte al suo ingresso, perseverando nella sua richiesta, sia pure accolto e ospitato per qualche giorno nella foresteria», RB, 58).

Sia che l’umiltà sia già stata conquistata (o ricevuta per grazia), o che sia un desiderio irresistibile, non si può entrare in un monastero «a testa alta», perché la sua porta, come quella del Regno, è piccola, bassa. Come ricorda anche Guerrico d’Igny, che casualmente ho sottomano: «Se gli uomini di alta statura non si curvano, questa bassa porta non li lascerà passare, anzi certamente farà cadere a terra il capo a molti e coloro che si avvicinano a testa alta, respinti, cadranno all’indietro con il capo troncato»3.

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  1. Delio Cantimori, Nelle ombre del domani, introduzione a J. Huizinga, La crisi della civiltà, Einaudi 1962, p. XXXII.
  2. J.R.R. Tolkien, Il libro dei racconti perduti, prima parte, a cura di C. Tolkien, traduzione di C. Pieruccini, Bompiani 2022, p. 25.
  3. Guerrico d’Igny, Sermone I per il Natale, in: Bianca Betto, Guerrico d’Igny e i suoi sermoni, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 1988, p. 201.

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Immunità e svegliarine monastiche (Reperti 59-60: Belotti; Scipione)

59. Bancarella di libri vecchi; scorro i dorsi rovinati (un tempo erano molto più frequenti le scritte in orizzontale); Bortolo Belotti, Poesie della montagna del fiume e della valle; lo prendo, ovviamente; lo apro a caso; pagina 101, primo di tre sonetti dedicati al cosiddetto giuramento di Pontida del 1167 – tutta questa strada per leggere le due terzine:

Belotti

Ora, nativo di Zogno (in Val Brembana), studente modello, dotto giurista, politico liberale, ministro del Regno, storico insigne (in particolare di Bergamo e dei bergamaschi), il Belotti è poeta un po’ attardato (le Poesie succitate sono del 1935, Montale ha pubblicato gli Ossi dieci anni prima e sta finendo di scrivere Le occasioni, per dire), però con quel «recinti immuni», detto dell’abbazia benedettina di San Giacomo Maggiore a Pontida, ha colto qualcosa. Lo si può dire dei chiostri in generale, che siano recinti immuni, anche se viene da chiedersi da cosa, e la risposta, la speranza, oggi, non può che essere una: da solitudine e disperazione.

60. Tra luglio e settembre del 1929 Scipione, sempre malato, passa una breve estate felice in Ciociaria («Io sto alla “Trattoria della stella d’Italia a Collepardo [Frosinone]»)1 e, raggiunto da Mario Mafai, va a visitare la Certosa di Trisulti, dove, salutato l’amico, rimane per qualche tempo: un soggiorno che lascerà una traccia non labile nei suoi ricordi e qualche testimonianza nei suoi olii e nei disegni. Ma non solo. In Carte segrete, l’antologia di scritti di Scipione approntata in forma «definitiva» (e «sforbiciata») da Enrico Falqui nel 1943 per Vallecchi, sono riportate, insieme con le «sue splendide dieci poesie» (come le definisce Amelia Rosselli), alcune lettere «a un reverendo», un monaco certosino che Scipione aveva conosciuto a Trisulti. In esse, di qualche anno posteriori al soggiorno, oltre a confessare al «carissimo Padre» i suoi turbamenti spirituali, Scipione torna spesso a quell’esperienza, a «quella pausa bianca, cara, che è forse la cosa più buona della mia vita»: «Oh! avessi io dato retta a quella voce che mi seguiva da presso e con la quale Dio mi indicava quella che doveva essere la mia vita. Oh! che adesso sarei a cantare le lodi del Signore invece di essere un rottame di naufragio che l’oceano deve consumare. […] Mi prese per mano, mi portò alla certosa e mi diceva in orecchio: Fatti certosino, fatti certosino».

Botticelli svegliarinoE tra i molti ricordi che si susseguono, carichi di nostalgia, uno mi ha permesso di imparare una cosa che, mea incredibile culpa, non sapevo, né m’era mai venuto di approfondire. Scrive ancora Scipione, da Roma, all’anonimo monaco: «… il rumore di una fontanina in un piccolo cortile subito mi trascina lontano nella cara Certosa, quando nella notte mi svegliavo con la Svegliatrice celeste o scendevo nella chiesa per il mattutino». Col nome di Svegliatrice o Svegliarina celeste, pare che Scipione si riferisca a santa Teresa del Bambin Gesù (di cui menziona altrove la chiesa romana al Pincio), ma non si può non pensare anche alla campanella che veniva usata dai monaci per accorrere alle ore canoniche, cioè allo svegliarino, o svegliatore, o destatore monastico, uno dei primi orologi meccanici della storia. Ovviamente descritto da Dante («… tin tin sonando con sì dolce nota», Paradiso, X, 139-144) e rappresentato, tra gli altri, da Botticelli nel suo affresco Sant’Agostino nel suo studio in Ognissanti, a Firenze.

  1. Lettera a Renato Mazzacurati, agosto 1929, in: Scipione, Carte segrete, prefazione di A. Rosselli, nota di P. Fossati, Einaudi 1982, p. 49. Da qui sono tratte tutte le citazioni, come quest’altra da una lettera a Libero de Libero, sempre dell’agosto 1929: «Dio! come è bella questa vita libera. Il mio sangue torna chiaro e mi sveglio al mattino col senso di felicità che non conoscevo».

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L’oscuro dramma del monaco recluso (Reperti 58: Angelini alla Certosa di Pavia)

CertosinoAllaFinestra58. Nelle pagine e nelle lettere di antiquata finezza, e per questo belle, per non dire confortanti, di Cesare Angelini (1886-1976) che ho letto non ho trovato finora moltissimi monaci; un po’ di abbati, «lodatissimi per pietà e dottrina», i dodici monaci biondi che seguirono Colombano e arrivarono al Lambro, qualche altra comparsa sfumata sullo sfondo: lì troverò, anche se forse gli sembravano un po’ lontani, come Benedetto che, salvata l’Italia e la civiltà, finì «in monastero a scandir salmi o a chiosar codici» (ma «creando tuttavia quelle correnti spirituali che non paiono ma salvano il mondo»). Ho già trovato però un mirabile testo dedicato alla Certosa di Pavia, pubblicato nel 1970 nella raccolta Questa mia Bassa1.

Mirabile per il tono di ferma malinconia, derivato da paziente frequentazione unita a una erudizione discreta, che sa di cara memoria più che di studio, per il ricordo conservato di una visita estiva con Ada Negri (e del «nostro pane e della nostra frittata» con cui «s’andò a fare un po’ di cena in un alberguccio poco discosto, tra i campi e i fossi»), per lo sguardo sereno che accompagna le informazioni («guardo i monumenti come guardo gli alberi, solo per rallegrarmi»), e per un’improvvisa apertura sul chiostro grande, la cui immagine bucolica cede a poco a poco il passo a una considerazione tanto vera quanto appena accennata:

«Dai portici… si passa al chiostro grande: un gran campo che secondo le stagioni, s’annunzia con sapore d’erba o di fieno, circondato con alti portici a vela e dove, staccate una dall’altra, s’allineano le ventiquattro celle dei monaci. Piacerebbe vederne uscire uno da una. Ma da troppo tempo la Certosa, che pure è ancora piena della loro presenza, è senza certosini; fuor quello dipinto (e par vivo) dal pio Bergognone su una parete interna del tempio, nell’atto d’affacciarsi a una finestra a dare il benvenuto ai visitatori che arrivano da ogni paese.

«E qui, tacendo la bellezza un poco provocante dell’arte, la Certosa torna natura; e nel gran silenzio, che è lo spazio in cui l’anima ha bisogno, il visitatore ritrova il senso intimo e religioso del monumento: cella, coelum, secondo la parola di Caterina da Siena.

«Anni fa, sull’architrave d’una cella lessi un motto propiziatorio: Pax multa in cella. E, sotto, scritta in un secondo tempo, un’altra parola che pareva rispondere alla prima: Si est in corde. Scritta da qualche visitatore impietoso o dalla stessa mano dell’ospite? E, per un momento, nel balenio dell’oscuro dramma del monaco recluso, mi parve che tutta franasse la grande serenità del monumento.»

Per una curiosa coincidenza, poco prima avevo letto una frase di un eremita contemporaneo che all’improvviso è risuonata in singolare consonanza con le parole di Cesare Angelini. Un brevissimo appunto di Frédéric Vermorel che si mette in guardia dall’«idolatria dei luoghi»: «La vocazione non coincide mai con il luogo, neppure per il monaco benedettino che fa voto di stabilità. La vocazione è sequela, sradicamento»2.

La bellezza dei luoghi monastici, il fascino delle valli remote, delle isole, del chiostro grande della Certosa di Pavia e di tutti i chiostri, della cella: tutte cose che rinfrescano solo il visitatore in fuga dal caos cittadino o segni di qualcos’altro?

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  1. Cesare Angelini, Questa mia bassa (e altre terre), All’Insegna del Pesce d’Oro 1970, seconda edizione accresciuta 1971.
  2. Frédéric Vermorel, Una solitudine ospitale. Diario di un eremita contemporaneo, prefazione di G.M. Bregantini, Edizioni Terra Santa 2021, p. 136.

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Parvulo claustro (Reperti 57: John Donne)

57. Nel secondo sonetto, «Annunciazione», della sequenza di sonetti intitolata La Corona, dedicati alla vita di Cristo e datati intorno al 1607-08, John Donne chiude il suo argomento con un’ennesima «acrobazia» concettuale e con un’immagine dall’indubitabile sapore monastico. Rivolgendosi direttamente alla Vergine, dice infatti John Donne, con voce fermissima:

Chi hai concepito ti concepì; invero tu sei ora / origine della tua origine e madre del padre tuo; / tu porti la luce dentro le tue tenebre; chiusa in angusta cella, / l’immensità nel chiostro del tuo dolce ventre1.

Questo chiostro è un’immagine molto «forte» e paradossale (essendo peraltro il paradosso la tonalità prevalente della sequenza, insieme con la circolarità), che non avevo mai incontrato – ma questo è segno soltanto della mia limitata conoscenza e della mia difficoltà, se così vogliamo chiamarla, con la persona e la figura della madre di Gesù.

Ebbene, il caso – quel caso che tanto ci piace – ha voluto che qualche giorno dopo abbia preso in mano le Lettere ad Agnese (di Boemia) di Chiara d’Assisi. Nella terza lettera, la cui datazione oscilla tra il 1237 e il 1238, al centro del messaggio di Chiara, che invita la sua corrispondente a perseverare nell’amore esclusivo di Cristo, si legge:

Unisciti alla dolcissima madre di lui, la quale generò un figlio tale che i cieli non potevano contenere, eppure lei lo raccolse nel piccolo chiostro del suo utero santo e lo portò nel suo grembo di fanciulla2.

E in questo caso l’originale latino merita di non essere messo in nota:

Ipsius dulcissime matri adhereas, quem talem genuit filium quem celi capere non poterant, et tamen ipsa parvulo claustro sacri uteri contulit et gremio puellari gestavit.

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  1. La traduzione italiana è di M.R. Cimnaghi, in John Donne, Vicina è la salvezza, a cura di R. Colla, La locusta 1988, p. 9. L’originale inglese recita: «Whom thou conceiv’st, conceiv’d; yea, thou art now / Thy Makers maker, and thy Fathers mother, / Thou hast light in darke; and shutt’st in little roome / Immensity, cloyster’d in thy dear wombe».
  2. Chiara d’Assisi, Lettere ad Agnese. La visione dello specchio, a cura di G. Pozzi e B. Rima, Adelphi 1999, pp. 129-31. È difficile usare termini esagerati per evidenziare al qualità di questo libretto rosso.

 

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