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Sai blu

«Il sapore della religione ancora impronta di sé i nostri atteggiamenti nei confronti del lavoro», scrive il teologo americano Harvey Cox, risalendo ai benedettini per rintracciare le origini della concezione moderna del lavoro. Già, «Ora et labora». E Cox non è stato certo il primo a puntare lo sguardo in quella direzione e a mostrarci la giornata monastica come incubatoio della sacralizzazione dell’attività produttiva che sarà l’asse portante della società borghese e dell’economia capitalistica. È già Max Weber, tra i primi, che, indagando «l’etica protestante», si rivolge ai monasteri per cogliere la questione sul nascere: «Già nella regola di san Benedetto, più ancora nei Cluniacensi, ancor maggiormente nei Cistercensi, e nel più alto grado infine nei Gesuiti, essa [l’ascesi cristiana] si era emancipata dalla tendenza alla fuga dal mondo, priva di ogni direttiva, e dal virtuosismo del martirio di se stesso. Essa era divenuta un metodo, sviluppato sistematicamente, di condotta razionale della vita collo scopo di… sottoporre [l’uomo] alla supremazia della volontà indirizzata secondo un fine».

Il monaco dunque è il prototipo del lavoratore dipendente, del salariato, e il monastero è la prova generale dello stabilimento, della macchina del controllo sociale. Ci vorrà Lutero, per il quale ogni essere umano doveva diventare un monaco, e poi Calvino, che inneggiava ai «santi nel mondo», ma gli spunti sono lì, sia teorici sia pratici: la misura, l’ordine, la disciplina interiore «sarebbero poi state ereditati dalla città medievale e dal successivo capitalismo sotto forma di invenzioni e di pratiche commerciali: l’orologio, il libro dei conti e la giornata regolata secondo un orario» (Mumford).

È grazie all’uscita dell’ascesi dalle «celle dei monaci», al suo matrimonio con la «vita professionale», se noi dentro quella macchina ancora siamo, dentro «quel potente ordinamento economico moderno… che oggi determina con strapotente costrizione, e forse continuerà a determinare finché non sia stato consumato l’ultimo quintale di carbon fossile [l’ultimo barile di petrolio], lo stile di vita di ogni individuo, che nasce in questo ingranaggio…» (ancora il profeta Weber).

Ecco perché, quando mi butto sulla Regola (tralasciando per il momento lo specifico delle diverse Regole), provo sempre un brivido. Lo slancio normativo sui costumi, sulle abitudini, sui comportamenti è segno per me della profonda insoddisfazione da cui sono sorte, per una buona parte, le cose migliori. E non posso nascondere di essere sensibile alla diffidenza verso la «libertà» del fare ciò che si vuole, per quanto circoscritta. Nella Regola c’è un’ambizione di universalità – tutti dovremmo fare così per il bene comune – che non pare maligna a priori. Ma che lo è sempre stata nei fatti, si direbbe. Perché la Regola, appunto, esibisce anche un potenziale poliziesco che si situa all’estremo opposto – tutti dovete fare così perché così è stabilito. Un potenziale, tra l’altro, appena temperato al tempo dei chiostri dall’adesione volontaria, ma successivamente scatenato al tempo delle fabbriche.

Non smetterò di leggerle, le Regole, perché un’indicazione su come comportarmi è sempre gradita, ma è come andare in visita dai propri avi e scoprire che quel gesto cui si è tanto affezionati, e cui si attribuisce una parte della propria «individualità», è stato messo a punto una decina di secoli fa e continua a fare di me un bravo soldatino obbediente.

Max Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo (1904-05), Sansoni 1989 (e cfr. Franco Riva, Ascesi, mondo e società. Monachesimo e cultura contemporanea, Abbazia San Benedetto di Seregno 2003).

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Francesco vs Benedetto

L’intento è dichiarato, confrontare due monumenti: la regola benedettina (ca. 540) e quella francescana (1221-23), e a dispetto delle poche pagine questo libretto offre una gran quantità di materiali e riflessioni. E, soprattutto, un punto di vista «interno». La volontà di non giudicare, l’appello a una «conoscenza più scientifica», è espressa in apertura e ribadita in chiusura, ma l’autore è un francescano (1912-2002, studioso, docente, ministro provinciale e visitatore generale), e si sente. Anzi non dispiace che dopo le dichiarazioni di rito si lasci prendere un po’ la mano nel mostrare le proprie simpatie. Cosa che, tra l’altro, dà della grande famiglia monastica un’immagine più terrena e «reale», al di là dell’onnipresente perorazione dei «diversi carismi» che tutti concorrerebbero a dare valore all’esperienza religiosa…

Le convergenze sono poche: la provenienza geografica (Umbria), quella sociale (famiglie benestanti), la precocità della vocazione, l’assenza di sacerdozio e il fatto che entrambi sono «accompagnati» da figure femminili di grande rilievo (Scolastica e Chiara).

Dall’altro lato, invece, il tempo li divide (settecento anni) e soprattutto il contesto dal quale «escono» e in relazione al quale elaborano le loro regole. Benedetto scrive in un periodo di chiusura sociale, di dissoluzione di un sistema (l’impero romano) che lascia il vuoto, e concepisce il monastero come una fortezza di difesa dal caos; Francesco scrive in un mondo che si è riaperto, ai viaggi, agli scambi e ai commerci. Il primo fugge il mondo per ritrovare Dio, il secondo si mette in strada per riportarvelo. Benedetto si rivolge prevalentemente al «tu» e al «voi» della comunità, mentre Francesco si scioglie spesso nel «noi» (e non a caso non chiama mai Ordine la sua fondazione, bensì «fraternità» o «religione»). La regola benedettina si adatta facilmente a vari tipi di comunità, mentre quella francescana «non si presta ad alcuna manipolazione e non potrà mai accettare coperture di comodo» (come dire che quella benedettina è esposta a un rischio del genere?).

È poi nell’analisi delle differenze di ordine spirituale che mi pare di notare la «soddisfazione» dell’autore di stare dalla parte di Francesco. Quello che mantiene ancora l’aspetto di un rigoroso confronto diventa, con grande tatto e cautela, un inno all’umanità e alla modernità francescane, anche a prezzo di qualche dimenticanza nella rassegna delle caratteristiche benedettine. Un esempio rivelatore, tra i molti, sono le scelte lessicali adottate per illustrare i temi della fraternità e dell’obbedienza nelle due regole.

Il cuore della regola di Francesco, secondo il p. Quaglia, è raccolto nel capitolo 10, «la magna charta della fraternità francescana», che «non si preoccupa di stabilire, regolare, proibire questo o quello. Avendo dato le indicazioni di fondo, le linee direttrici, lascia i frati all’esercizio, faticoso certo ma esaltante, della minorità nella fraternità. […] La vita francescana è sostenuta più da impulsi carismatici che da leggi, più da creatività che da statuti… più dall’apertura che dalla clausura… più da un apostolato pieno di fantasia che da una zoppicante imitazione». Così, il rapporto tra superiori e inferiori risulta improntato al «servizio», e non vi è l’insistenza benedettina sulla disciplina e sulla punizione, sull’organizzazione quasi poliziesca che tutto stabilisce, seppure con discrezione, per il buon funzionamento della comunità. Nel monastero benedettino il monaco deve espropriare la propria volontà a favore dell’abate, che è garante dell’autorità e guida verso la salvezza; anche nel convento francescano il frate si sottomette, per amore di Cristo, ma tutti si sottomettono a tutti. L’obbedienza benedettina è scolastica, militaresca, prevalgono in essa «le motivazioni ascetico-organizzative su qualunque altro elemento che ne possa allargare l’orizzonte di respiro morale e alleggerirne la pesantezza»; quella francescana è soprannaturale e mistica, cristologica e liberante (libertaria?), universale e lieta. L’obbedienza benedettina, sembra suggerire l’autore, rischia di deresponsabilizzare l’individuo ed è aperta al pericolo dell’autoritarismo, quella francescana responsabilizza il singolo e spinge verso la letizia condivisa.

Il libretto è ricco di molto altro, ma a volerlo riassumere con una battuta, verrebbe da dire che con Benedetto si sta in caserma, consegnati, mentre con Francesco si va in manifestazione, tutti uguali.

Armando Quaglia, Due Regole a confronto. San Benedetto e san Francesco, Edizioni Messaggero Padova 1990.

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Una piccola terrazza e una pizza

Grazie alla preziosa segnalazione di un lettore di questo blog ho recuperato il volume che raccoglie gli scritti e narra la storia di suor Maria Nazarena, monaca camaldolese che visse quarantacinque anni (1945-1990) reclusa in una cella del monastero romano di Sant’Antonio Abate sull’Aventino. Prima di dedicargli l’attenzione dovuta, ho letto di corsa il Regolamento (sono fissato con le Regole), poche pagine che racchiudono le norme di vita che la monaca si diede (e che fece approvare, in una versione ridottissima, da papa Pio XII in persona, il quale, dopo una breve esitazione, fece sul foglio un segno di croce).

Le ho percorse su e giù, queste paginette, alla ricerca di un appiglio, di uno spunto qualsiasi, anche minimo, di «debole umanità» dal quale partire per provare a comprendere questa vicenda estrema. Qualcosa che magari non avesse nulla a che vedere con il resto, e correndo il rischio di fraintendere, ma che mi mostrasse il segno di un terreno, per quanto piccolo, comune.

Al punto 3 («Silenzio e solitudine») Nazarena scrive: «Non potrà uscire dalla reclusione se non per recarsi da medici e per cure… Passeggerà in cella o sulla piccola terrazza della reclusione». Mentre al punto 8 («Vitto») precisa, tra l’altro: «Non userà mai vino né caffè. Sempre esclusi: carne, pesce, uova, pasta asciutta, burro, pizza e ogni dolce».

Ecco, mi sono detto, quando ha dovuto elencare ciò cui avrebbe rinunciato, le è scappata la cosa che le piaceva di più. Bene, da quella pizza, e da quella piccola terrazza, posso cominciare ad ascoltarla.

Oltre ogni limite. Nazarena monaca reclusa 1945-1990, a cura di Emanuela Ghini, Piemme 1993.

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Ventose

Tra i molti commenti alla Regola di san Benedetto – e tra i pochi, pochissimi che ho effettivamente letto – uno dei più significativi è quello di Anna Maria Cànopi, la grande badessa dell’abbazia benedettina Mater Ecclesiae sull’Isola di san Giulio. È un testo che riprende la più augusta delle tradizioni, precedente alla stessa Regola, quella ad esempio delle Conferenze ai monaci di Giovanni Cassiano, in cui la filologia cede interamente il passo alla spiritualità. Un testo tutto attraversato da una tensione d’acciaio, che lo rende avvincente e che può essere ricondotta alla enorme preparazione e alla singolare personalità della badessa.

Già, la «personalità»… proprio uno di quei nemici contro i quali si scaglia l’autrice: «Il maligno si impossessa di noi come di un pezzo di terreno, lembo a lembo, attraverso cose che a noi sembrano inezie, anche attraverso alcuni atteggiamenti che noi riteniamo di poterci permettere per conservare almeno un po’ di… personalità e uno spazio di libero movimento». Eppure, quale maggior dimostrazione di personalità che queste seicento pagine che si stendono come un campo di battaglia in mezzo al quale la badessa si erge con il dito indice destro sollevato?

Mi guardo bene dal voler prendere in contraddizione la badessa: a) se l’attaccamento a sé è un «peccato», io sono il primo «peccatore» (per quanto, tra parentesi, è la prospettiva stessa del «peccato» che rifiuterei), b) non ne ho la preparazione, c) non è così importante. Non posso però non osservare anche qui quella lacerante ambiguità tra umiltà e superbia che dev’essere fonte di tormento per tanti monaci e monache.

Inoltre, l’antropologia che si intravede sotto i commenti, molto puntuali, ai vari passi della Regola, è radicalmente negativa. Il riferimento al «maligno» è frequente, anche a Satana, ma questo «maligno» di cui la badessa e le sue consorelle fanno ogni giorno esperienza sembra avere piuttosto le fattezze dell’«io», o più esattamente delle «forze istintive ed egoistiche della nostra natura». Benedetto contempla, dice Anna Maria Cànopi, «non uomini inermi fuggiti dal mondo, ma valorosi combattenti della fede per la difesa del mondo dalla virulenta aggressione del male». Ma il male non è la fuori, si direbbe invece che sia la sostanza stessa di cui siamo fatti.

L’aggressione all’«io» nelle sue varie manifestazioni – la volontà, l’opinione, la pigrizia, il possesso, una umilissima matita, una semplice fetta di dolce – è senza tregua: «lungo tutta la giornata andiamo impregnando di noi stessi tutto quello che facciamo, vediamo o tocchiamo […], su tutto mettiamo le nostre ventose». E per quanto la stella polare di tutto il volume sia la mansuetudine, e per quanto possa essere tentato, in certe ore, da questa feroce opera distruttiva, mi riesce difficile non provare compassione e comprensione per quelle nostre umane «ventose».

Sono andato troppo per le lunghe. D’altra parte il testo della badessa è ricchissimo ed è più che probabile che a me sia sfuggito molto. I grandi «avversari» sono i più stimolanti, bisognerà ritornarci.

Anna Maria Cànopi, Mansuetudine: volto del monaco. Lettura spirituale e comunitaria della Regola di San Benedetto in chiave di mansuetudine, Edizioni La Scala 1995.

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Togli una carta, ma il castello non cade

Tra i molti motivi per i quali continuo a leggere i monaci, io, non credente, questo lo verifico spesso: prendi una pagina, togli la fede (a volte, con la matita in mano, mettendo tra parentesi qualche parola) e ti ritrovi un testo che puoi sottoscrivere. Anzi, ti ritrovi un’idea, meglio, un comportamento che vorresti vedere diffuso. Si può senza dubbio opinare che sia una «sottrazione indebita», che così si snaturi il significato di un pensiero, ma c’è qualcosa in questo meccanismo che secondo me mostra una possibilità. Quella della concretezza a oltranza.

Qui Benedetto (quello senza numero, non quello che ha scelto di portarne il nome) è d’obbligo. «Benedetto non compila nessun grandioso programma di pace», scrive Anselm Grün, «ma fa pace intorno a sé. […] Non parte in guerra contro nessuno e niente, ma per qualcosa, che poi non è neppure un qualche ideale o programma astratto, ma sono degli uomini concreti, quelli appunto della sua piccola comunità di Montecassino.»

Il tema è complesso, e ci sono questioni che non si possono «aggiustare» con un tratto di matita. Né sono privo di dubbi. Tuttavia sarei falso se non osservassi una cosa: a un certo punto ci dobbiamo salutare, non posso più seguirti, ma per un tratto mi è parso che parlassimo la stessa lingua.

(Anselm Grün, Benedetto da Norcia, San Paolo 2006.)

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Dissolti

Il problema dell’individualità è uno degli ostacoli sui quali più si sono affaticate le Regole. Annullare se stessi per trasformarsi in puro strumento della volontà divina, una scelta che si scontra periodicamente, sin dai tempi dei Padri del deserto, con la tentazione di considerarsi i veri seguaci di Cristo. Quante volte una riforma monastica ha preso le mosse proprio dall’aspirazione al recupero dell’ideale originale smarritosi per strada.

Da qui, tra l’altro, la comprensibile ossessione per il peccato di superbia, per la lotta contro l’orgoglio, strumento primario della quale è stato – ed è – il voto di obbedienza.

Queste riflessioni traggono spunto dalle fonti scritte e in questo forse risiede un paradosso. Poiché forse sono proprio i monaci che non hanno scritto nulla a incarnare con maggiore approssimazione quell’ideale di annullamento. Ascoltiamo quelli che, pur tra dubbi e travagli, non hanno potuto spogliarsi completamente di se stessi (e per questo ci paiono più vicini) e nulla sappiamo di coloro che si sono dissolti in un compito, in un’attività sempre uguale, in una Regola appunto, e di sé si sono dimenticati.

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I soldi nel materasso? Gli uccellini?

Le regole mi sono sempre piaciute perché sono un fottuto leninista, perché tutto in fondo si riduce al «che fare?» e perché troverei sensato che tutti si comportassero secondo la «regola» (ma poi mi trattengo). Mi piacciono anche perché ostinandosi a definire modi e comportamenti rivelano, in modo chiaro e diretto, talvolta involontariamente, la realtà.

Si prendano ad esempio questi due capitoli degli abati vallombrosani. In quello di Attone, del 1127, si legge: «Inoltre, non si abbia troppa cura nel dar da mangiare agli uccelli nel chiostro, affinché da tale occasione i fratelli non siano trascinati – cosa che non conviene – allo scherzo o al riso». Non è splendido immaginare un gruppetto di monaci festosi che porta il pane ai passerotti?

In un altro capitolo dell’abate Attone, del 1128, si legge invece, a proposito delle funzioni da svolgere in occasione della morte di un fratello: «Non si dicano, per coloro che al termine della vita sono stati trovati con denaro nascosto, salmi e orazioni». I soldi nel materasso?

Queste, e altre delizie, si possono leggere in: I padri vallombrosani, Nel solco dell’evangelo. Fonti vallombrosane, Qiqajon, comunità di Bose, 2008, pagg. 249 e segg.

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