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Scherni, soprusi e senape

Everghetinos 2

«Nessuno mente tanto come chi mi loda e mi dice beato», diceva abba Zosima. «E nessuno dice la verità come quelli che mi biasimano e mi disprezzano.»1 Il valore inestimabile delle offese subite è un tema ricorrente negli insegnamenti dei Padri del deserto2 ed è strettamente collegato all’imitazione di Cristo: Egli, figlio di Dio, soffrì offese, ingiurie, patimenti e violenze senza rispondere, e senza turbarsi; noi, mortali peccatori, dobbiamo almeno tentare di seguirlo. Perciò dobbiamo essere grati a chi ci offende, perché ci mette in condizione di porre in atto questo tentativo, cosa che da soli non potremmo fare: infatti, «non è di umili sentimenti chi si disprezza da se stesso, ma chi accetta con gioia insulti e disonore da parte del prossimo».

La lode, per contro, è un veleno. «Disse un anziano: “Chi loda un monaco, lo consegna a satana”.» Sia perché qualsiasi lode non tiene conto delle mancanze di chi viene lodato – che anche se non si vedono, ci sono –, sia perché la lode alimenta il fuoco maligno della vanagloria. Ben venga quindi persino la calunnia, l’accusa immotivata, il biasimo immeritato, il giudizio perverso – come ci ricorda abba Poemen: «Qualunque difficoltà ti capiti, la vittoria sta nel tacere».

E ben vengano addirittura i soprusi, le angherie, le percosse. I cenobi del monachesimo delle origini sono pieni di santi monaci che tutto sopportano e si fanno carico dei compiti più bassi, alla ricerca della perfetta e costante umiliazione: Pinufrio si occupa con gioia del letame, mentre Marcello cura gli asini e considera quel servizio alla stregua di una benedizione, tanto che «chiese di venire assicurato per iscritto che non lo avrebbero mai tolto da quel lavoro». La cosa curiosa è che a umiliare tali campioni della virtù, e talvolta anche a picchiarli, sono alcuni dei loro confratelli. Un abba, ad esempio, «veniva insultato e sbeffeggiato da tutti, spesso anche ingiustamente battuto, ma tutto sopportava generosamente, senza mai accusare nessuno di alcunché»; mentre Eufrosino, «quasi sempre tutto nero e sporco [perché lavorava in cucina], era esposto al riso e alle beffe dei fratelli più negligenti, che gli facevano continuamente piovere addosso rimbrotti, insulti e scherni».

Nel monastero di Tabennesi viveva Isidora, «santissima donna» che, «sempre scalza, mai insultò qualcuno, mai mormorò, né mai disse una sola parola, benché insultata, maltrattata, maledetta e detestata da molti». Tutte le sue quattrocento consorelle ne avevano addirittura «orrore». Tuttavia fu proprio lei, tra lo stupore della monache, che il grande Piterone, «uomo provato e virtuoso anacoreta», volle incontrare durante la sua visita al monastero, lei che, «essendo migliore di voi e di me, è un amma, cioè una madre spirituale, e io mi auguro di essere trovato degno di trovarmi con lei nel giorno del giudizio». Sconvolte, le monache di Tabennesi si inginocchiano e confessano i loro peccati nei confronti di Isidora, in un crescendo che strappa un sorriso. «Io deridevo il suo misero abito», dice la prima; «Io le ho più volte versato addosso l’acqua della sciacquatura di piatti», dice la seconda; «Io l’ho picchiata», ammette la terza; «Io l’ho presa a pugni», confessa la quarta.

E la quinta? «Io le ho più volte spalmato il naso con la senape.»

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  1. E Zosima prosegue: «Se ottenessero di vedere non dico tutti, ma una parte dei miei mali, si distoglierebbero da me come dal pantano o dal fetore, o come da uno spirito impuro. E se i corpi degli uomini diventassero altrettante lingue per insultarmi per le mie cattiverie, sono convinto che nessuno sarebbe in grado di parlare esattamente della mia ignominia».
  2. Ho tratto lo spunto per queste note da Paolo Everghetinós, Esempi e parole dei santi Padri teofori, vol. II, a cura di M.B. Artioli, Edizioni scritti monastici, Abbazia di Praglia, 2013; in particolare dall’Argomento 1 («Quanti hanno poca stima di se stessi sono in onore presso Dio. Tutti quelli che da sé si trattano come persone da poco, sono considerati da Dio degni di onore») e dall’Argomento 2 («Accettare il disprezzo genera umiltà, mentre l’onore produce superbia. Perciò quelli che hanno umile sentire gioiscono quando sono disprezzati e si rattristano se onorati»), pp. 7-57.

 

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«Sono gente pratica»

«L’ambiente, teatro dei detti e dei fatti del Volgarizzamento delle Vite de’ SS. Padri, è prevalentemente il deserto, che, come mare di sabbia, si espande in varia guisa ai margini della ferace valle del Nilo.»

Non posso, né voglio, nascondere il senso di evasione che ricavo talvolta dalla lettura dei consueti argomenti in pagine di qualche tempo fa. La dimensione quasi leggendaria di certi personaggi risulta amplificata dalla bella prosa che molti studiosi del secolo scorso, e del precedente, ritenevano ancora doverosa. Oggi, anche un semplice lettore come me si confronta in prevalenza con testi «specialistici», più attenti alla sostanza che alla forma. Così, è di grande soddisfazione ogni tanto affrontare testi che badino a entrambe.

Come nel caso di Ascetismo e monachesimo prebenedettino di Giuseppe Turbessi (o.s.b.; 1912-1979), valente studioso e successore del famoso dom Franzoni nell’abbaziato di San Paolo fuori le Mura. Nonostante sia del 1961, il saggio non è trascurabile, ha una ricchissima bibliografia e contiene un capitolo – il nono: «Spiritualità del monachesimo primitivo» – che racconta dei Padri del Deserto con precisione e gusto, e da una prospettiva condivisibile: «I monaci, quali ci appariscono nelle Vite, non sono affatto teorici della spiritualità: sono gente pratica».

«Vediamo chi fossero questi asceti prima di venire al deserto; e che cosa vi facciano»: la vicenda è nota, ma le parole di dom Turbessi la rendono piacevole e accogliente in ogni suo aspetto. Dal rapporto con le «belve» («il dominio sulla natura e sugli animali che Adamo perdette con la colpa, sembra riconquistato da questi abitatori dei deserti»), al cibo, «poverissimo e misurato» («non ti sia bisogno d’andare molto attorno né d’impacciarti a cuocere», nella splendida versione del Cavalca prediletta da dom Turbessi); dal vestiario, «che non era migliore del loro vitto» («si vestivano di panni vecchi e pizzicanti»), al lavoro quotidiano («tessere funi; fare sportelle e matte») – c’è una vaga atmosfera di fiaba, che avvolge dolcemente il lettore, cui può capitare di accompagnare idealmente i protagonisti di questo racconto, «che si sono inabissati nell’umiltà del proprio nulla».

Per quanto sia stato un campo di battaglia spirituale dei più sanguinosi, leggendo queste pagine sembra impossibile che qualcosa di male possa essere accaduto nel deserto dei Padri, poiché lì tutte, o quasi, le sconfitte hanno avuto una rivincita, tutti gli errori hanno trovato un pentimento, tutte le domande una risposta, le lacrime un conforto. Certo, i «pacifici abitanti dell’eremo» avevano anche dei nemici, come i falsi monaci, gli avari, i ladri, gli incontinenti e «gli illusi dal demonio», ma i «mediocri» erano comunque in minoranza, e tra quelle sabbie, in una sintesi perfetta di idea e azione, i monaci «vissero integralmente il loro ideale cristiano».

È lo stesso dom Turbessi a ricordarci la parte di leggenda di quelle vite, ma ci ricorda anche, in conclusione, che «un fervore così vasto, intenso, totalitario ed incendiario non fu mai più narrato».

Giuseppe Turbessi, Ascetismo e monachesimo prebenedettino, Editrice Studium 1961.

 

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Due comportamenti solo apparentemente contraddittori del grande Macario

Macario è uno dei Padri del deserto che mi sono più simpatici. Egiziano, contemporaneo di Antonio, di poche parole, talvolta dure, e di molti atti, anche assai dolci, con un passato di cammelliere, onorato da vivo e più ancora da morto, di sé diceva di non essere diventato monaco, ma di avere «semplicemente» visto dei monaci.

Puntò alla solitudine più assoluta nel deserto di Scete. Se ne stava nella sua grotta, dando un’occhiata qualche volta alla strada: «Ed ecco un giorno passare di lì Satana in forma di uomo: sembrava che indossasse una tunica di lino piena di buchi, e dai buchi sporgevano delle fiale». Dove vai? E cos’è quella roba? gli chiede Macario. «Vado a insinuare i pensieri nei fratelli», risponde Satana. «Porto ai fratelli le golosità», ne porto tante perché alla fine ce n’è almeno una che piace. Al ritorno, però, Satana è molto seccato perché tutti sono stati «sgarbati» con lui e l’hanno scacciato; tutti tranne uno, Teopempto, «lui mi dà retta e, quando mi vede, si contorce come il vento».

Appena il diavolo si allontana, Macario si alza e si affretta verso il monastero. Grandi feste, ma lui vuole essere portato subito da Teopempto. Si siede con lui e gli chiede: «”Come ti vanno le cose, fratello?”. Disse: “Bene, grazie alle tue preghiere”. “Non ti fanno guerra i pensieri?”. “No, finora sto bene”.» Teopempto si vergogna come un cane, ha paura di confessare, e allora Macario s’inventa di essere lui vittima dei pensieri: nonostante l’età, la fama e tutto quanto «sono turbato dallo spirito di fornicazione». Alla fine il giovane monaco si apre e Macario lo lascia confortato e attrezzato di buoni consigli.

Rientrato al suo eremo, qualche giorno dopo Macario rivede Satana che torna dal monastero. «”Come vanno i fratelli?”. “Male!”, disse [Satana]. “Perché?”. “Perché sono tutti sgarbati; e, quel ch’è peggio, anche quello che mi era amico e mi ubbidiva è cambiato non so come, e nemmeno lui mi dà più retta, anzi è diventato il più sgarbato di tutti».

D’altra parte Pietro racconta che un giorno Macario andò in visita da un anacoreta e, «trovatolo malato, gli chiese: “Che vuoi mangiare?”». Nella cella non c’era niente di niente, e quando l’anziano gli rispose «un pasticcino», Macario non esitò un istante e andò «a prenderlo fino ad Alessandria e lo portò al malato».

«E questo fatto meraviglioso rimase ignoto a tutti.»

Detti dei Padri del deserto, serie alfabetica, Macario l’Egiziano, 3, 8.

 

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«Sparsi nei deserti» (la «Storia dei monaci in Egitto»)

ConiPadrinel desertoHo già preso qualche appunto sulla Historia monachorum, in particolare sulla sua versione latina, di Rufino di Concordia – secondo alcuni autore, secondo altri traduttore di un originale greco – ma l’ho riletta volentieri sia perché è molto divertente, sia perché ne è testé uscita una nuova edizione per le benemerite Edizioni Scritti Monastici dell’Abbazia di Praglia, basata su quello che viene appunto considerato l’originale greco, di autore incerto.

Databile intorno al 400, è un vero e proprio reportage di un monaco di Gerusalemme che, insieme ad alcuni compagni, va a raccogliere notizie su gli «uomini perfetti» che si sono ritirati nei deserti dell’Egitto, e può essere assimilato ai grandi esempi della Storia lausiaca e della Storia dei monaci siri. Non è un documento storico, per quanto i particolari più minuti raccontino aspetti molto interessanti della quotidianità, non è un romanzo fantastico, per quanto sia bombo di senso del meraviglioso: è, come giustamente viene proposto, una «evocazione», di un clima spirituale, di uno slancio, di un’incarnazione della fede, concepita e scritta soprattutto come esortazione per tutti coloro che verranno e ai quali di quel clima non resterà altro che il racconto: sappiate che quegli uomini (e quelle donne, qui però assenti) sono esistiti.

E hanno compiuto prodigi.

«Ho visto, infatti, in Egitto», dice l’autore all’inizio del suo racconto, «molti padri che vivono una vita angelica, seguendo le orme del Signore nostro Salvatore e, come nuovi profeti, con la loro condotta ispirata, meravigliosa, virtuosa, dimostrano di possedere una potenza divina… Alcuni di loro non sanno che sulla terra c’è un altro mondo, che nelle città s’insinua la cattiveria… È possibile vederli, sparsi nei deserti, in attesa del Cristo, come figli legittimi aspettano il padre, come un esercito il proprio re, o come servi devoti il loro padrone e liberatore» (Prologo, 5-7).

È lo stesso autore che osserva come non basterebbe il tempo per raccontare tutte le manifestazioni della virtù somma di questi uomini: taciturni, pazienti, candidi, obbedienti, ospitali, servizievoli, altruisti, longevi, prevalentemente crudisti e grandi amici degli animali; come abba Teona che «di notte, così raccontavano, usciva dalla sua cella e si univa alle bestie selvatiche alle quali dava da bere l’acqua che aveva. Intorno alla sua casetta si potevano vedere orme di bufali, di onagri, di gazzelle e di altri animali la cui compagnia per lui era motivo di grande piacere» (VI, 4).

Mi piace molto quando, quasi inavvertitamente, si insinua nel racconto un minimo particolare che non rimandi all’ascesi e alla penitenza. In questo caso addirittura un «grande piacere», oppure un pisolino, come nel caso di abba Giovanni che, «prima di tutto restò in piedi per tre anni sotto una roccia, pregando incessantemente Dio, senza mai sedersi, senza dormire, a eccezione di qualche sonnellino che riusciva quasi a rubare in quella posizione» (XIII, 4): lo so, è un puro gioco intellettuale, ma io lo vedo l’anziano asceta che chiude gli occhi un momento, e la testa gli scivola di lato e si appoggia alla pietra…

O come nella storia dell’uva e del grande Macario, al quale «furono portati dei grappoli d’uva fresca. Egli volentieri l’avrebbe mangiata ma, per dimostrare di essere temperante, la mandò ad un fratello ammalato», il quale a sua volta la spedì a un altro, che, per carità, e via così: «Quell’uva, in conclusione, fece il giro di molti fratelli e nessuno la mangiò»; fece il giro completo del monastero perché tornò a Macario che «la riconobbe, fece delle indagini, e rimase stupito» (XXI, 14): bravi confratelli!

I nomi non sono estranei alla simpatia che provo per questi personaggi: abba Or, abba Bes, abba Surus, Amun e Pitirione, abba Dioscoro, Piammonas e Pafnuzio, che un giorno disse a un mercante: «Perché non vieni anche tu a godere del nostro nome, il nome di monaco?», e quello andò. E abba Patermuzio, per il quale il sole arrestò il suo corso «e non tramontò prima del suo arrivo nel villaggio [dove si stava recando a visitare discepoli ammalati]: tutti gli abitanti della zona videro bene il fenomeno». Tutti.

Con i Padri nel deserto (Storia dei monaci in Egitto), a cura di S. di Meglio, Edizioni Scritti monastici, Abbazia di Praglia, 2015 (con illustrazioni molto interessanti da un volume del 1625).

 

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«Come se fosse la cosa più facile di tutte»: il discorso ascetico di Nilo di Ancira

È molto seccato Nilo di Ancira, abate vissuto tra la fine del IV secolo e l’inizio del V e noto anche come Nilo l’Asceta, seccato perché ci sono individui che vanno in giro dichiarandosi monaci, discepoli della «vita filosofica», e invece non fanno altro che indossarne la maschera, continuando a seguire le proprie passioni e attirando in questo modo «il pubblico discredito su tutta la vita monastica». Come se bastassero «barba, mantello e bastone» per imitare gli apostoli e i padri delle origini, figuriamoci! Questi tizi ignorano che «essere filosofo [cioè monaco] significa soprattutto essere libero, più che altro fuggendo la schiavitù delle passioni». Bisogna esercitarsi senza posa nel combattimento delle passioni, avendo sempre ben chiaro che cosa ci aspetta dopo la morte: l’eterno supplizio o la gloria luminosa. Anche perché «osservare invero il più assoluto silenzio, nutrirsi di erbe, coprirsi il corpo con logori stracci e vivere rinchiusi in una botte passerebbe davvero ogni limite di insipienza se non si attendesse dopo la morte nessuna gratificazione». (Devo dire che mi piace questa franchezza che, nelle immagini aggiunte per maggior chiarezza, dimostra l’assidua frequentazione del dubbio da parte di Nilo: «Sarebbe infatti come eliminare dalla vita il premio per la virtù […], stare in un’arena che al di là dei sudori non porta altri frutti».)

Comunque la grandezza di un tempo è corrotta, e le città «pullulano di girovaghi alla ventura», proprio quei girovaghi aborriti da Benedetto, che sono regola a se stessi, che «assiepano come parassiti le porte dei ricchi o li precedono di corsa nelle piazze come fanno gli schiavi, allontanandone quelli che già stanno loro intorno e…» e che, somma iniquità, pretendono persino di avere dei discepoli, aggiungendo alla propria la responsabilità per l’altrui perdizione. I padri seppero mettere a tacere le pretese del corpo, seppero farsi simili alle Pontenze invisibili, «noi invece in stato di bisogno ci comportiamo come cagnolini che scodinzolano per fare festa a chi loro getti un osso spolpato», ci preoccupiamo dei terreni, dei confini, dei vestiti, dei cibi, degli oggetti, anche di quelli più volgari: ma vi rendete conto, giungiamo a fabbricare pitali d’argento!

È curioso, poi, se ci si pensa: a nessuno viene in mente di fare il chirurgo senza aver appreso l’arte medica, nessuno si sogna di costruire una casa senza conoscere le regole dell’edilizia, e così via, «solo quando si tratta di onorare Dio come egli merita, tutti non hanno timore di cimentarsi senza la guida di un maestro, come se fosse la cosa più facile di tutte».

Sì, mi piace questo Nilo, devoto e contemporaneo del Crisostomo, che, secondo il curatore, Calogero Riggi, spesso la tradizione ha sovrapposto o confuso con Nilo il Sinaita, l’autore delle Narrationes de caede monachorum in monte Sinai (che ancora mi mancano). Tutte le opere intestate ai vari Nili stanno nel tomo 79 della Patrologia Graeca del sommo Migne, quelle di sicura attribuzione a Nilo di Ancira, oltre a un corpus rispettabile di lettere, hanno titoli indicativi, come ad esempio (sempre in latino) il Tractatus de paupertate volontaria, il De octo spiritibus malitiae e appunto il Liber de monastica exercitatione, cioè il Discorso ascetico, nel quale si riversa tutta la seccatura di Nilo per la faccia tosta di chi si spaccia per monaco. Ma nel quale si trovano anche interessanti esempi di lettura allegorica della Bibbia e un gusto spiccato per l’immagine concreta, utile a comprendere bene il senso pratico dell’insegnamento.

La via della virtù è una lunga convalescenza, dice infatti Nilo, e occorre stare più che attenti alle ricadute, sempre in agguato anche dopo una vita intera di rinunce. Lungo questa via possiamo contare però su alcuni maestri. Il primo, infallibile, è Gesù, «che volle prima fare e poi insegnare»; poi le scritture, che opportunamente lette sono un tesoro inestimabile; e infine le testimonianze di chi ci ha preceduto.

Proprio a questo proposito, commentando l’attraversamento del Giordano da parte di Giosuè e del suo esercito (Giosuè 4, 1-11), Nilo fa un’osservazione che mi sembra molto bella: «Così egli [Giosuè] ci insegna come bisogna fare emergere alla luce i pensieri sommersi nel profondo della nostra vita istintiva, comporli sapientemente in un insieme come un monumento, e parteciparne agli altri, senza gelosia, la conoscenza, perché sappia come tragittare il fiume non solo chi si trovi a passare per caso, ma anche chiunque voglia compire la medesima traversata, così facilitata dall’esperienza altrui; perché insomma l’esperienza degli uni sia di insegnamento agli altri».

Nilo di Ancira, Discorso ascetico, a cura di C. Riggi, Città Nuova 1983.

 

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Cavalca, Cavalca, Cavalca

CavalcaQualche giorno fa, con la complicità di un pomeriggio piovoso, ho dedicato alcune ore a una libreria di remainders (una delle attività più belle, e al tempo stesso tristi, che conosca). Il risultato più notevole dello scavo sono stati i due volumi delle Vite dei S.S. Padri volgarizzate da Domenico Cavalca, pubblicati presumibilmente nel 1915 dall’Istituto Editoriale Italiano, nella collana dei Classici Italiani, serie III, voll. LIV-LV. Non si tratta di una rarità editoriale, e sono pressoché certo che siano disponibili in rete (anche se non le ho cercate), ma non potevo esimermi dal dare ricetto ai due suddetti volumi, il primo dei quali è introdotto con perizia da Massimo Bontempelli, che così presenta l’autore: «Domenica Cavalca nacque, circa il 1270, a Vico Pisano, e fu della regola di San Domenico. La sua vita è semplice, e si compendia tutta nelle sue opere ascetiche, e nella fondazione del monastero di Santa Marta in Pisa, ov’egli raccoglieva le donne di mala vita che riusciva a convertire. Morì nel 1342». E aggiunge un’osservazione sul genere frequentato dal Cavalca che merita di essere riportata: «La letteratura ascetica di quel tempo può dirsi impersonale: è un poco come gran parte della letteratura giornalistica del nostro».

È lo stesso Bontempelli a dar conto di quella che, seppur ampia, è comunque una scelta dai testi originali, che tra l’altro sono stati riproposti recentemente nell’«originaria forma linguistica pisana» dalle Edizioni del Galluzzo. Ma non si tratta qui di filologia né di bibliografia, che pure nel caso delle Vitae Patrum (del Vitapatrum) sarebbe molto interessante, bensì di un mero pretesto introduttivo per annotare una piccola scelta dei fantastici titoletti che accompagnano i paragrafi delle storie, e che già di per sé, anche fuori contesto, raccontano una storia.

  1. Come, entrando più addentro nel diserto, fu battuto e in diversi modi tentato dalle demonia.
  2. Di uno esempio che diede d’uno eremito che fu ingannato da un demonio che gli apparve in ispezie di una femmina smarrita.
  3. Come liberò una giovane che era ammaliata e impazzava d’amore, e d’altri indemoniati che liberò, e come visitava i frati una volta l’anno.
  4. Come tornando coi monaci al primo abitacolo, venendo tutti quanti meno di sete neL diserto, gittandosi in orazione, impetrò da Dio una fonte, e poi come ritornò al monte.
  5. De’ filosofi, i quali convinse.

 

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Errore di stampa, refuso («Penthos», di Irénée Hausherr; pt. 2/2)

Penthos(la prima parte è qui)

Questa seconda spinta ha a che fare con la versione laica della compunzione, che, ricordo anzitutto a me stesso, può essere definita come «rammarico che si prova in fondo al cuore per aver peccato». Tra l’altro, la parola greca che usano i Padri è catanyxis, che, mi insegna Hausherr, ha molti echi nelle Scritture, il più suggestivo dei quali per me è nel Salmo 4, al verso 5: «Tremate e non peccate, sul vostro giaciglio riflettete e placatevi»; molto potente in latino: «Irascimini, et nolite peccare; quae dicitis in cordibus vestris in cubilibus vestris compungimini» (dove c’è tutto il senso di costrizione e disagio); interessante in Turoldo: «Trepidate sgomenti e più non peccate, sui vostri giacigli meditate in silenzio» (ormai la preposizione per letto e giaciglio non può che essere «su», non più «in»). La compunzione, oggi ormai quasi sistematicamente sostituita dalla contrizione («sentimento di vivo dolore e di sincero pentimento per colpe commesse, soprattutto in trasgressione alle leggi della morale cristiana»), è, osserva Hausherr, essere inchiodati a qualcosa, al ricordo del peccato e dunque alla colpa, quella colpa che secondo Origene «lascia una traccia scritta indelebilmente nel cuore, per essere manifestata nel giorno del giudizio». E, per aggiungere suggestioni anche pretestuose, la parola greca per indicare questa traccia è typos, cioè typo, cioè «errore di battitura, errore di stampa, refuso»: il peccato è un errore di stampa che non può più essere corretto, bensì perdonato dal grande Correttore, al quale si presenterà infine lo scempio del proprio testo imperfetto. Il pentimento per l’errore, tuttavia, può cominciare subito, ed essere sostanzialmente ininterrotto: «Vi è una guarigione anche dopo l’ulcera, ma rimane la cicatrice» (Basilio); «Non vi è reintegrazione nella vecchia condizione, quando anche la cercassimo con molti sospiri e lacrime; da queste viene la cicatrizzazione, con pena, ma viene, e noi ci crediamo» (Gregorio).

Non soltanto il ricordo dei propri peccati genera la compunzione, «ma essa si nutre anche delle certezze e delle incertezze dell’avvenire», e poi ci sono i peccati altrui, «l’interesse per la sorte eterna degli altri», il sentimento della salvezza perduta, e così via. Un male universale che tuttavia non deve spingere alla tristezza e alla disperazione, perché la possibilità stessa di piangerlo è un dono del Signore e il segno che non ci ha abbandonati. Il discorso di Hausherr continua, esaminando i mezzi, gli ostacoli e gli effetti della compunzione e del lutto, con pagine piene di note, riferimenti e suggestioni di grande interesse. Nel frattempo, però, se così si può dire, io mi sono fermato sulla riva dove il concetto cristiano di peccato si è dissolto, ma non il suo effetto. È difficile muoversi su tale sponda, e questa è comunque una lezione dei Padri, perché la «porticina segreta dell’autogiustificazione» (Barsanufio) è sempre aperta; ed è difficile per le risonanze psicoanalitiche (anche d’accatto) di certi discorsi. Ma il «rammarico che si prova in fondo al cuore» esiste, e punge, a livello individuale o sociale, e se non è «per aver peccato», sarà «per essere stato inadeguato», alle cose o alle persone. È chiaro che il pentimento qui ha un significato diverso, e che anche la salvezza, se è data, ha un significato completamente diverso. Non diverso forse è quel «lutto», in questo caso sì, senza speranza, per i propri refusi.

Ma queste sono solo parole.

(2-fine)

Irénée Hausherr, Penthos. La dottrina della compunzione nell’Oriente cristiano (Roma, 1944), traduzione di L. Danieli, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 2013.

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Qualcosa di completamente fuori moda («Penthos», di Irénée Hausherr; pt. 1/2)

Penthos«Penthos è precisamente quel genere di libro di cui la maggior parte di noi ha bisogno oggi – qualcosa di completamente fuori moda che dà un taglio al nostro contemporaneo spirito consumistico. È un libro per persone serie, che tratta un argomento serio.» Con queste parole dirette, e che vezzeggiano il lettore, l’editore presenta la prima traduzione italiana del volume del francese Irénée Hausherr, gesuita e professore di patristica morto nel 1978, dedicato al penthos, cioè al lutto. Non quello circoscritto a un singolo evento luttuoso, bensì il sentimento di vasta estensione esistenziale, all’origine, tra le altre cose, della compunzione.

Non so se si possa avere bisogno di un libro, non so se sia il caso di squalificare senza distinzioni lo spirito consumistico, ho il terrore di indossare la maschera della «persona seria» (visto che mi riesce così bene) e non ricordo nemmeno vagamente l’ultima volta in cui mi sono, o mi sarei potuto, imbattere nel termine «compunzione»; eppure non mi sento ancora del tutto estraneo al suo significato. Anzi.

Sono molto contento di aver letto questo libro, e ringrazio chi l’ha tradotto, perché ne ho ricevuto due spinte. La prima, più prevedibile, è legata all’aspetto della spiritualità orientale qui preso in considerazione e al relativo, e misterioso, «carisma delle lacrime», che mi ha sempre interessato molto e che forse ho potuto comprendere un po’ meglio. Sono passati settant’anni dalla prima edizione di Penthos, e se il suo impatto si è affievolito, considerando ad esempio che molti dei Padri del Deserto citati da Hausherr oggi sono ampiamente tradotti e diffusi, tanto che persino uno come me non batte ciglio a veder menzionate le lettere di Barsanufio di Gaza, la sua compattezza di struttura e la sua forza concettuale sono intatte: fonti, definizione, cause, mezzi, ostacoli, effetti del lutto – 220 pagine che ne racchiudono migliaia, senza sbavature, né lungaggini, né ostentazioni.

Compattezza e forza che derivano, mi sembra, da uno stile individuale che fiammeggia sotto l’erudizione. Così, ad esempio, l’autore ha catturato la mia attenzione nel quarto paragrafo: «In mancanza di esperienza personale, ti propongo di ascoltare gli insegnamenti degli anziani su una delle disposizioni più necessarie all’ascensionista spirituale. Essi lo chiamano in greco penthos. Ma non si tratta di un’idea greca oppure bizantina; essa si ritrova sotto diversi nomi (dei quali vi faccio grazia) in tutte le lingue parlate dai cristiani orientali. Accontentiamoci di ricordare i termini latini dei Verba Seniorum: dolor, ovvero luctus».

Ecco: una delle disposizioni più necessarie all’ascensionista spirituale. Il lutto, il cordoglio, con la sua manifestazione più eclatante, il pianto, quello adulto, altro oggetto misterioso dell’esperienza quotidiana. Il lutto di lūgĕo, lūges, luxi, luctum, lūgēre, quello al centro della seconda «beatitudine» che in genere ricordiamo così: «Beati gli afflitti, perché saranno consolati» (Beati qui lugent, quoniam ipsi consolabuntur, Matteo 5, 4), ma che ad esempio il Diodati rende così: «Beati coloro che fanno cordoglio, perché saranno consolati». Il lutto che non è tristezza, che non ha a che fare con la penitenza, che «non sboccia dentro un animo debole», che «è una disposizione dimessa dell’anima», che è il primo passo su una strada che va in direzione opposta alla disperazione, e così via.

Ma qui siamo già sul terreno della seconda spinta.

(1-continua)

Irénée Hausherr, Penthos. La dottrina della compunzione nell’Oriente cristiano (Roma, 1944), traduzione di L. Danieli, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 2013.

 

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Una passeggiata con Cipriano

QuandoUomoDiventaIstriceLa nuova collana di libri «Vetera sed nova», che le Edizioni San Paolo hanno lanciato l’anno scorso, sembra fatta apposta per uno come me, e infatti ho preso tutti i volumi apparsi finora (tranne uno). «Le piccole ma non meno preziose “gemme” della letteratura cristiana antica e medievale, dal messaggio umano e cristiano sempre attuale», come recita la presentazione della casa editrice, sono infatti assai ghiotte, come nel caso dell’ultima in ordine di tempo, il De zelo et livore di Cipriano di Cartagine, pubblicato col titolo di Quando l’uomo diventa istrice. La gelosia e l’invidia.

Il breve testo, forse un sermone, scritto non prima del 251, è sicuramente importante per la conoscenza della figura del vescovo africano (che soffrì il martirio per decapitazione durante la persecuzione dell’imperatore Valeriano nel 258), ed è importante per la storia del cristianesimo delle origini, quale testimonianza della strada tutt’altro che diretta e rettilinea che ha portato alla definizione dei sette vizi capitali. Ma non sono questi i motivi per i quali, come si suol dire, me lo sono goduto.

Come accade non di rado con questi testi, che non devo tecnicamente studiare, ma posso semplicemente leggere, li considero una passeggiata senza obblighi – se non quello di non inquinare – e mi godo il paesaggio, sempre ricco di sorprese, curiosità e insegnamenti, e particolari anche minori come la più classica delle metafore sportive: non si tratta ancora di calcio ma «corriamo ogni giorno in questo stadio [dove si esercitano] le virtù [in hoc virtutum stadio cotidie currimus]».

Mi dispiace un po’ che Cipriano consideri la musica, certa musica, instrumentum diaboli, il quale «tenta le orecchie attraverso le melodie della musica per dissolvere e rendere fiacco il cristiano vigore mediante l’ascolto di un suono più dolce», mentre trovo perfetta, assolutamente perfetta e non bisognosa di alcuna prova la seguente formulazione: «[È] una calamità senza rimedio odiare chi è felice».

Mi piace la descrizione (di cui il curatore ci mostra la derivazione da Seneca) dell’invidioso, che esibisce «il volto minaccioso, lo sguardo torvo, il pallore del volto, il tremore delle labbra, lo stridore dei denti, parole rabbiose, insulti sfrenati…»; mi piacciono queste cinque parole che descrivono il modo in cui l’Avversario si insinua nei nostri pensieri, «leniore aura et flatu molliore», cioè «con un sussurro più lieve e più dolce»; mi piace l’idea che i pensieri «marciscano»; mi piace molto questa immagine di Dio padre che «di persona [ipso] osserva e giudica il corso dei nostri comportamenti e della nostra vita [… E] che allora appunto ci potrà capitare di vederlo se gli piacciamo dapprima in questo mondo per essergli graditi per sempre nel suo Regno».

Nell’ultima frase citata «il corso dei nostri comportamenti e della nostra vita» traduce l’espressione latina conversationis ac vitae nostrae curricula, che trovo molto bella e molto interessante linguisticamente. D’altra parte poco prima Cipriano, citando l’insegnamento dell’apostolo Paolo, aveva ricordato che ci è possibile camminare nella luce perché «illuminati dalla luce di Cristo, siamo sfuggiti alle tenebre di uno stile di vita immerso nella notte», che in latino suona così: «Qui inluminati Christi lumine tenebras nocturnae conversationis evasimus». Quanta strada ha fatto quella espressione: cosa c’è infatti di più intimo, dolce, e scevro di malignità, alle nostre orecchie di una conversazione notturna?

Cipriano di Cartagine, Quando l’uomo diventa istrice. La gelosia e l’invidia, edizione bilingue a cura di L. Coco, Edizioni San Paolo 2014 («Vetera sed nova»; 5).

 

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«Una nuvola non si forma senza brezza»

Si può dire, magari semplificando un po’, che prima delle Regole vengono le raccolte di sentenze, come prima dei cenobiti, sempre semplificando, vengono gli eremiti. L’esigenza di fissare norme strutturate emerge, comprensibilmente, quando il monaco solitario si unisce ad altri per formare una comunità («Mentre l’eremita non ha bisogno della regola, bensì della “parola” o sentenza, il cenobita è sottoposto alla regola», scrive Gregorio Penco). E se le Regole incorporeranno comunque buona parte di quanto messo a punto nelle raccolte di sentenze (come fa anche Benedetto), tali regole, a loro volta, hanno precedenti illustri «all’interno di una tradizione letteraria ben definita»: il genere sapienziale, da Esiodo, a Solone, a Teognide, fino a Marco Aurelio ed Epitteto.

Ho letto recentemente quattro esempi notevoli di queste raccolte in un volume curato da Lucio Coco, che accorpa il Discorso sull’ascesi di Basilio Magno, le Sentenze di Isaia di Scete, l’Esortazione ai monaci di Iperechio (del quale «non si sa niente») e La legge spirituale di Marco l’Eremita. Ai Padri del deserto, e ai loro testimoni, piacciono e tornano utili le frasi brevi, i proverbi, gli aforismi: si ricordano bene, si meditano meglio, agevolano l’insegnamento. E a me piacciono perché vi trovo conferma del valore di protopsicologia di tante scritture monastiche. Nel passaggio dal pensiero classico a quello cristiano sono talvolta evidenti gli innesti puri e semplici, altre volte delle specie di traduzioni o adattamenti. C’è ad esempio un detto molto semplice di Marco l’Eremita che recita: «Non pensare o fare niente senza uno scopo. Chi infatti cammina senza uno scopo faticherà inutilmente» (54); alcuni codici lo riportano con questa variante: «Non pensare o fare niente senza aver in Dio il tuo scopo…».

Sono pensieri di uomini di fede, certo, cristiani, che guardano alla salvezza dell’anima, ma qui e là emergono, quasi involontariamente, osservazioni di cui si intuisce bene la radice più antica, e che colpiscono per la luce limpida che gettano su meccanismi di pensiero che transitano immutati le epoche (d’altra parte sono proprio i «pensieri» uno degli oggetti principali della meditazione dei Padri).

«Monaco, non mostrarti duro; ricorda che nessuno che sia duro ha potuto resistere» (Iperechio, 74; solo il monaco?). «Meglio mangiare carne e bere vino che mangiare le carni dei fratelli con la calunnia» (Iperechio, 138). «Non dire: “Ciò che non voglio mi capita lo stesso”. Sicuramente se non quella, tu ami le cause di quella cosa» (Marco l’Eremita, 143). «C’è chi recide una passione per un piacere più grande e viene celebrato da coloro che ignorano il suo scopo. E forse anch’egli ignora che si sta sforzando inutilmente» (Marco, 101). «[Disse ancora:] Sono simile a un passero, che un fanciullo ha legato per le zampe; se si molla il filo, subito si alza in volo credendo di essere stato liberato, ma se il fanciullo lo tira giù, lo riporta indietro. Così vedo me stesso. Dico questo perché uno non deve smettere di darsi pensiero fino all’ultimo respiro» (Isaia di Scete, 8, 3). «Quando senti che pulsioni soggiacenti in noi assumono consistenza e sollecitano la passione nella mente che se ne sta quieta, sappi che è la mente [stessa] in un momento precedente che le ha suscitate, le ha rese concrete e le ha messe nel cuore» (Marco, 180).

In fondo «una nuvola non si forma senza brezza e vento, e una passione non si genera fuori dall’intelletto» (sempre lui, Marco l’Eremita).

Sentenze spirituali, a cura di L. Coco, Città Nuova 2011.

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