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Consueti, regolari, «ordinari» (Dice il monaco, CV)

Dice Paul Quenon, ocso, monaco dell’abbazia di Gethsemani in Kentucky:

La natura stessa mi insegna il distacco in virtù della sua caducità. Il mutamento è intrinseco alle cose, e io posso semplicemente fermarmi e accogliere il mutamento come una lezione di vita. Non si può sviluppare un grande attaccamento là dove nulla dura a lungo: anche l’incanto delle mattine più luminose svanisce, persino l’intatto paradiso della primavera in Kentucky mi lascia insoddisfatto. Il cuore sa che non è abbastanza, e ambisce a qualcosa di più. Chiamarla «desolazione» sarebbe eccessivo. Le stesse meraviglie del mondo pare dicano: «Non siamo abbastanza». Il meglio che posso fare è prendere le cose come sono, e come sono lasciarle. Il passare dei giorni e la routine quotidiana della comunità rinforzano questo «naturale esercizio». Essere consueti, regolari, «ordinari» è un modo di essere autentici. Alzarsi al suono della campana significa essere pronti ad abbandonare qualcosa per prepararsi a qualcos’altro, e questo cambiamento, questa alternanza è al tempo stesso una sfida e un sollievo: anche lasciare il coro e andare al lavoro è un sollievo. La giornata del monaco offre un ritmo, un continuo lasciare, prendere, lasciare di nuovo e riprendere: è un allenamento al distacco, mediante il quale posso dimenticarmi di me stesso, perché il più delle volte non ho il controllo della situazione, non devo prendere decisioni. Persino l’idea del mio progresso spirituale si smarrisce a fronte di ciò che sta accadendo qui, adesso, vicino. Possibile che sia così semplice ciò che Gesù intendeva dicendo: «Il regno dei cieli è vicino»?

♦ Paul Quenon, In Praise of the Useless Life. A Monk Memoir, foreword by Pico Iyer, Ave Maria Press 2018, pp. 50-51.

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Testimone inattendibile (Dice il monaco, CIV)

Disse abba Poemen, padre del deserto, verso la fine del IV secolo:

Sta scritto: «Testimonia ciò che i tuoi occhi hanno visto». Ma io vi dico: non rendete testimonianza nemmeno di ciò che toccate con mano. In questo genere di cose un fratello prese un abbaglio: gli parve di vedere un fratello che peccava con una donna. Dopo essere stato molto combattuto, andò a colpirli con un piede, credendo che fossero loro, e disse: «Smettetela dunque! Fino a quando?» Ed ecco erano fasci di grano! Per questo vi ho detto: anche se toccate con mano, non accusate.

♦ Vita e detti dei padri del deserto, a cura di L. Mortari, Città Nuova (1990) 20085, pp. 400-401 (Poemen, 114).

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Fra l’insopportabile e il pesante (Dice il monaco, CIII)

Dice un monaco cisterciense del XII secolo, forse uno degli immediati successori di san Bernardo nella carica di abate di Clairvaux:

Quando l’uomo abituato al bene pecca in modo grave, dapprima la cosa gli sembra così insopportabile che gli pare di scender vivo all’inferno. Ma con il passare del tempo la cosa non gli sembra più insopportabile, e tuttavia gli pare pesante; e fra l’insopportabile e il pesante, non è piccolo il mutamento di livello. Un poco ancora e la giudica lieve; colpito ripetutamente, non avverte più le ferite e non bada più alle sferzate. […] In un breve lasso di tempo, poi, non solo non sente, ma addirittura prova piacere, gli diventa dolce ciò che gli era amaro e quel che era aspro si fa gradevole. Quindi, è condotto alla consuetudine: così non solo ne prova piacere, ma lo prova ripetutamente e non può più contenersi. Alla fine non può davvero esserne più strappato, perché la consuetudine si trasforma in natura, e ciò che prima era impossibile fare, ormai è impossibile contenere. È così che si scende, anzi, si cade, da Gerusalemme a Gerico: in questo modo si procede verso l’allontanamento da Dio e verso l’indurimento del cuore. A questo punto il peccatore puzza, è di quattro giorni [come il corpo corrotto di Lazzaro].

♦ Anonimo pseudo-bernardiano del XII secolo, La coscienza, 4, in: La sapienza del cuore. La coscienza al cuore della vita spirituale in alcuni testi monastici del XII secolo, a cura di R. Larini, Edizioni Qiqajon-Comunità di Bose 1997, pp. 136-37.

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Uomo avvisato, mezzo salvato (Dice il monaco, CII)

Dice Pacomio, il padre del monachesimo cenobita, intorno (diciamo) al 330:

Ti prego vivamente di avere in abominio la vanagloria. La vanagloria è l’arma del diavolo. In questo modo fu ingannata Eva. (Il diavolo) le disse: «Mangiate il frutto dell’albero, si apriranno i vostri occhi e diventerete come dei». Ascoltò, pensando che fosse la verità, inseguì la gloria di Dio e le fu tolta anche quella umana. E anche tu, se insegui la vanagloria, essa ti rende estraneo alla gloria di Dio. Ma per Eva non era stato scritto per avvertirla di questa guerra, prima che il diavolo la tentasse; per questo il Verbo di Dio venne, si incarnò nella vergine Maria per liberare la stirpe di Eva. Tu invece, riguardo a questa guerra, sei stato ammaestrato nelle sante Scritture dai santi che ti hanno preceduto. Perciò, fratello mio, non dire: «Non ne avevo sentito parlare», oppure: «Non mi era stato detto nulla di questa cosa né ieri, né l’altro ieri».

♦ Pacomio, Catechesi, 24, in: Pacomio e i suoi discepoli. Regole e scritti, a cura di L. Cremaschi, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 1988, pp. 214-15.

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In una qualche maniera, ovvero male e miseramente (Dice il monaco, CI)

Dice Ruperto di Deutz, monaco e abate benedettino, nato nei dintorni di Liegi verso il 1076, nel suo Commento all’Apocalisse:

Perché ignoriamo anche il suo nome, abbiamo però almeno una piccolissima luce, vale a dire possiamo ricorrere alla santa Scrittura, così che in essa, o almeno attraverso di essa, in una qualche maniera possiamo comprendere non già che cosa o come Dio sia, ma soltanto che cosa egli non sia, e che Dio non è paragonabile a nessuna creatura.

E dice anche, ne La santa Trinità:

È per misericordia di Dio che gli uomini sono stati fatti mortali, perché non avvenisse che essi fossero irrecuperabili, come il diavolo, vivendo per l’eternità male e miseramente.

♦ Ruperto di Deutz, Un’intima familiarità. Antologia, a cura di C. Falchini, Edizioni Qiqajon-Comunità di Bose 2023, pp. 45 e 237-38.

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Come in una pentola che bolle (Dice il monaco, C)

(Per il centesimo «Dice il monaco» la parola non può che andare ancora una volta a san Bernardo, che di questi appunti è un po’ il nume tutelare. E quindi…) Dice Bernardo di Chiaravalle, monaco e abate cisterciense (1090-1153), commentando il Cantico dei Cantici:

C’è, dunque, un unguento che l’anima, irretita nelle proprie colpe, produce per se stessa. Infatti, quando inizia a scrutare le proprie vie, raccoglie, riunisce e pesta nel piccolo mortaio della coscienza le molte e varie specie dei propri peccati e, all’interno del proprio cuore, come in una pentola che bolle, cuoce tutto insieme, con una specie di fuoco generato dalla penitenza e dal dolore… Ecco, questo è l’unico unguento con il quale l’anima peccatrice deve addolcire gli inizi della propria conversione e che deve applicare alle sue piaghe recenti: il primo sacrificio a Dio, infatti, è uno spirito contrito.

♦ Bernardo di Chiaravalle, Sermone X, 5, in Sermoni sul Cantico dei Cantici, introduzione di J. Leclercq, traduzione e note di C. Stercal, con la collaborazione di M. Fioroni e A. Montanari, parte prima («Opere di San Bernardo» V/1), Città Nuova 2006, p. 129.

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Imbottigliata e conservata (Dice il monaco, XCIX)

Dice Michael Casey (n. 1942), monaco trappista australiano dell’abbazia di Tarrawarra:

La tradizione benedettina è più che un vocabolario specializzato o un codice di condotta – per quanto ammirevole. È la trasmissione della vita. Mentre la continuità è la sua essenza, la sua missione è incompleta se non diventa un agente di cambiamento – se non fa la differenza per coloro che la ricevono. È una storia continua di un complesso di credenze, valori e pratiche che si sono cristallizzate nel testo del VI secolo conosciuto come Regola di san Benedetto. Oltre al suo contenuto oggettivo c’è un elemento che varia da persona a persona che è il cuore del suo potere di iniziare un processo di trasformazione. La tradizione non esiste al di fuori delle persone, non può essere imbottigliata e conservata. Essa è elettrica: la scintilla salta da una persona all’altra.

E in un’intervista dello scorso anno risponde a questa domanda:

«Padre Michael, nei passaggi decisivi della storia la presenza monastica ha sempre avuto un’importanza decisiva. Tuttavia nel cambiamento epocale che stiamo vivendo il monachesimo registra oggi un ruolo abbastanza marginale.»

Certo, è vero: pensi a esempio che gran parte della classicità e della cultura umanistica che oggi studiamo nelle scuole e nelle università è giunta a noi attraverso la preservazione e trasmissione operata da generazioni di monaci. Ma, vede, i monaci custodiscono la memoria, la tradizione. Non è compito dei monaci cambiare il mondo, e neanche, in verità, cambiare le persone. Ai monaci non è richiesto di essere numerosi, e tantomeno di saper imporre un’egemonia culturale. Io penso piuttosto ai monaci come a un piccolo gruppo di uomini e donne, dal profilo ordinario, che cercano di vivere in semplicità il Regno di Dio. Null’altro che questo. La Grazia che i monaci possono trasmettere oggi al mondo viene da qui: essere ordinari, piccoli, semplici. La santità che i monaci ricercano nella loro vita semplice deve riuscire attrattiva, noi non dobbiamo convincere o convertire nessuno.

♦ Michael Casey, La Regola e la tradizione. Un viaggio personale, lectio magistralis in occasione del Dottorato honoris causa consegnato dal Pontificio Ateneo Sant’Anselmo, 6 aprile 2022, in: «Vita Nostra» 23, a. XII (2022), n. 2, p. 37.

♦ Roberto Cetera, Uomo della tradizione. Il monaco secondo padre Michael Casey, in: «L’Osservatore Romano», 20 aprile 2022.

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La grande convergenza (Dice il monaco, XCVIII)

Dice Bernardo di Chiaravalle, monaco e abate cisterciense (1090-1153), intorno al 1138:

Non stupirti se nelle qualità umane si trovino cose così dissimili: basta che tu faccia un’accorta attenzione a quanta diversità di nature si riscontra che coesistono nella stessa sostanza. Cosa è più sublime dello spirito di vita? Cosa è più umile del fango della terra? Di certo penso che non rimase nascosta agli stessi sapienti di questo mondo la grande convergenza nell’uomo di cose talmente divergenti, quando hanno definito l’uomo animale ragionevole e mortale. Di sicuro è stupefacente abbinare la ragione con la morte, come lo è accompagnare la discrezione con la corruzione. Ed è proprio così, nei comportamenti, così nei sentimenti, così nelle passioni degli uomini dove si trova una serie di contrasti non minore, anzi, forse, più ampia. Se poi scruti a parte tutta la depravazione, e di nuovo consideri singolarmente tutto ciò che di buono pure vi si trova, penserai certamente che la coesistenza di cose talmente diverse è un vero e proprio miracolo.

♦ Bernardo di Chiaravalle, Sermone V nella dedicazione della chiesa, 7, in Sermoni per l’anno liturgico, t. 2, introduzione, traduzione e note di D. Pezzini («Opere di San Bernardo» III/2), Città Nuova 2021, p. 815.

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I significati comuni delle parole (Dice il monaco, XCVII)

Dice Basilio di Cesarea, che «applicò l’esegesi in un’ampiezza e con una passione che tracimano in ogni sponda nelle Omelie sull’Esamerone» (F. Trisoglio), intorno al 378:

Io conosco le leggi dell’interpretazione allegorica, anche se non sono stato io a scoprirle, ma mi sono incontrato con altri che le avevano faticosamente elaborate. Quelli che non accettano i significati comuni delle parole che sono scritte dicono che l’acqua non è acqua, ma una qualche altra sostanza diversa; interpretano le parole «pianta» e «pesce» come credono loro; la creazione dei rettili e delle bestie selvatiche la spiegano distorcendola a seconda delle proprie congetture, come fanno gli interpreti dei sogni, i quali danno le interpretazioni che loro interessano delle immaginazioni che sono loro apparse durante il sonno. Per conto mio, quando sento parlare di erba penso all’erba; e anche pianta, pesce, bestia selvatica, mandria io li accolgo tutti come sono detti: «Infatti, io non mi vergogno del Vangelo».

♦ Basilio di Cesarea, Omelia IX, Gli animali terrestri, 1, in Omelie sull’Esamerone e di argomento vario, a cura di F. Trisoglio, revisione dei testi greci, indici e bibliografia di V. Limone, Milano, Bompiani, 2017, pp. 335-337.

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Lo stomaco dell’anima (Dice il monaco, XCVI)

Dice Bernardo di Chiaravalle, monaco e abate cisterciense (1090-1153), in uno dei suoi Sermoni sul Cantico dei Cantici:

Vi sono alcuni che vogliono sapere solo al fine di sapere: ed è turpe curiosità. Ci sono altri che vogliono sapere per essere, essi stessi, conosciuti: ed è turpe vanità. Essi certamente non schiveranno il beffardo Satirico che, per chi è così, canta: «Il tuo sapere non è niente, se un altro non sa che tu sai». Ci sono anche quelli che vogliono sapere per vendere la loro scienza, ad esempio per denaro, o per onori: ed è turpe guadagno. Ci sono, però, anche quelli che vogliono sapere per edificare: e questa è carità. Ci sono, infine, quelli che vogliono sapere per essere edificati: e questa è prudenza.

Di tutti costoro, soltanto gli ultimi due non commettono un abuso nei confronti della scienza, poiché desiderano conoscere al fine di compiere il bene. Inoltre: «La comprensione è buona per tutti quelli che la mettono in pratica». Tutti gli altri prestino ascolto: «Chi conosce il bene e non lo compie, commette peccato», come se dicesse, con un esempio: prendere un cibo e non digerirlo fa male. Un cibo indigesto, infatti, e non ben cotto produce umori cattivi e reca danno al corpo, invece di nutrirlo. Allo stesso modo accade per un’abbondante scienza introdotta nello stomaco dell’anima, che è la memoria; se questa scienza non è cotta dal fuoco della carità e trasfusa e assimilata attraverso le articolazioni dell’anima – cioè i comportamenti e le azioni – e non è resa positiva dalle cose buone che ha conosciuto – attestandolo con la vita e i comportamenti –, tale scienza non sarà forse considerata peccaminosa, come il cibo trasformato in umori cattivi e nocivi? […] Non soffrirà, forse, gonfiori e contorcimenti nella coscienza, un uomo di tal fatta, vale a dire che conosce il bene e non lo fa?

♦ Bernardo di Chiaravalle, Sermone XXXVI, III, 3-4, in Sermoni sul Cantico dei Cantici, introduzione di J. Leclercq, traduzione e note di C. Stercal, con la collaborazione di C. Dezzuto, M. Fioroni e A. Montanari, parte seconda («Opere di San Bernardo» V/2), Città Nuova 2008, pp. 39-41.

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