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Perduta di vista la terra (Dice il monaco, CX)

Dice il cappuccino Benedetto da Canfield, nel 1610:

La volontà di Dio è un mare spirituale sul quale ciascuno può navigare secondo la dimensione della sua nave, di modo che le barchette delle anime deboli dei principianti remano nei porti, sulle acque basse della volontà esteriore; i barconi dei progrediti veleggiano, spingendosi più al largo, nella profondità della volontà interiore, e i potenti vascelli dei perfetti, perduta di vista la terra, navigano nel mare aperto della volontà essenziale.

♦ Benedetto da Canfield, Regola di perfezione, I, I, 8, a cura di M. Vannini, Edizioni Biblioteca Francescana 2022, p. 19.

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Tutte le cose passate, presenti e future (Dice il monaco, CIX)

Dice Guglielmo di Saint-Thierry, «abate benedettino e poi, per sua scelta, semplice monaco cistercense», tra il 1135 e il 1148:

Il vapore provocato dalla digestione, salendo leggero e soave, tocca dolcemente il cervello [ascendens lenis et suavis, molliter tangit cerebrum] e ne comprime i ventricoli, tanto da far assopire tutte le sue attività: questo è il sonno. In esso, mentre vengono meno tutte le altre facoltà dell’anima, soltanto la facoltà naturale continua ad essere attiva, e opera nel modo più intenso, in quanto tutta la natura è a sua disposizione. L’anima, intanto, quieta nell’interiorità, essendo escluse tutte le funzioni dei sensi, riconsidera in sé tutte le cose passate, presenti e future: questi sono i sogni.

♦ Guglielmo di Saint-Thierry, La natura del corpo e dell’anima (De natura corporis et animae) 1, 11-12, a cura di A. Siclari, Nardini 1991, pp. 69-70 (legg. mod.).

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«È sorprendente!» (Dice il monaco, CVIII)

Scrive Anselmo d’Aosta, già monaco, priore e abate, e a questo punto arcivescovo di Canterbury, alla fine del 1106:

al suo davvero diletto amico Elgoto, il venerabile abate del cenobio di Saint-Ouen; con il migliore augurio che l’amicizia saprebbe suggerire.

Un vero amico si dà sempre pensiero, come di un altro se stesso, di chi gli è vero amico; né ignora quali gioie o pene, a seconda delle circostanze, debba con lui condividere. Non gli è per nulla caro il soffrire; se però c’è una pena da condividere, desidera piuttosto – è sorprendente! – esserne a conoscenza e con lui soffrire, anziché ignorandola non soffrirne affatto. La vostra diletta e, in nome dell’amicizia, per me soave persona, desidera sapere che ne sia della mia attuale esistenza; onde intimamente disporsi nei miei riguardi in perfetta consonanza con il mio più intimo stato d’animo.

[…] Per quanto lo consentono le instabili vicende di questo mondo, tutto – a parte la debolezza fisica da me ogni giorno avvertita in misura crescente – va per me, Dio aiutando, a gonfie vele [omnia mihi… deo dante prospera sunt], sia dal punto di vista della salute che sotto ogni altro aspetto.

♦ Anselmo d’Aosta, Lettera 407, in Lettere, vol. 2: Arcivescovo di Canterbury, tomo 2, traduzione di A. Granata, commento di C. Marabelli, Jaca Book 1993, pp. 379-81.

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Il debole e piccolo ragno (Dice il monaco, CVII)

Dice Giovanni Carpazio, che «pare sia stato vescovo di Karpathos, isola tra Rodi e Creta, dopo aver condotto vita monastica in quella stessa isola»:

Guarda il ragno e renditi conto di quanto un uomo valga più di un ragno. Parlo del ragno perché non vi è nulla di più debole e impotente: esso infatti non ha possessi, non fa viaggi oltremare, non intenta liti, non va in collera, non possiede magazzini, conduce una vita di assoluta esichia, in perfetta mitezza e temperanza, non ingerendosi affatto delle cose degli altri ma facendo soltanto le proprie, e compiendo il suo lavoro con un certo carattere di tranquillità e di calma, mostra una sola possibilità a quelli che amano l’ozio: se uno vuole restare ozioso, neppure vuole mangiare. […] Il debole e piccolo ragno passa dunque il tempo in questa condizione pacifica, non tollerando in nessun modo di andarsene in giro, né di vagare qua e là con la fantasia, né di affaticarsi e affannarsi all’infinito: e il Signore, che abita nelle altezze e guarda alle cose basse (e non vi è niente di più basso del ragno), estende sino a lui la sua provvidenza e gli invia quel po’ di cibo quotidiano, facendo cadere vicino alla sua tenda, nelle sue reti, gli animaletti di cui ha bisogno.

♦ Giovanni Carpazio, Ai monaci dell’India che gli avevano scritto, cento capitoli di ammonizione, 47, in La Filocalia, a cura di Nicodimo Aghiorita e Macario di Corinto, traduzione, introduzione e note di M.B. Artioli e M.F. Lovato, vol. I, Gribaudi Editore 1983, p. 413.

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Questo così piccolo fremito vitale (Dice il monaco, CVI)

Dice un monaco cisterciense del XII secolo, da alcuni identificato in Alchero di Clairvaux:

Non si trova fra le arti liberali quell’arte, superiore a tutte, mediante la quale trattenere il cuore, il quale è ciò che di più mobile e di più fuggevole vi sia. Instabile, infatti, per la sua mobilità naturale, rifiuta di star fermo in un dato punto: la sua vita è nel movimento, e il moto è per lui vita. Questo così piccolo fremito vitale nel cuore muove la massa dell’intero corpo umano: con quale arte lo si conterrà, perché mentre muove tutte le altre cose, lui tuttavia non si muova? Forse se si sospendesse al suo collo una mola d’asino non si muoverebbe più. E invece, si agiterebbe in misura ben maggiore con il fardello della mola! Bisognerà perciò agire in questo modo con lui: giri attorno alla terra e la percorra in lungo e in largo, per vedere se può trovare qualcuno più veloce e più mobile di lui. Se non avrà trovato sulla terra uno simile a sé, compia pure il giro del cielo, e attacchi al proprio carro le ruote dei carri di Dio. Che farà allora di fronte a coloro che camminano sulle ali dei venti? Forse potrà competere pure con essi. [… Ma] quando avrà visto la potenza del suo Creatore superare la propria in maniera così netta, si fermi e ripieghi le sue ali, trattenendo se stesso, e costringendosi a raccogliersi su di sé grazie alle briglie del confronto con l’agire divino non trasgredisca i propri limiti.

♦ Anonimo del XII secolo, La dimora interiore, 21, in: La sapienza del cuore. La coscienza al cuore della vita spirituale in alcuni testi monastici del XII secolo, a cura di R. Larini, Edizioni Qiqajon-Comunità di Bose 1997, pp. 167-68.

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Consueti, regolari, «ordinari» (Dice il monaco, CV)

Dice Paul Quenon, ocso, monaco dell’abbazia di Gethsemani in Kentucky:

La natura stessa mi insegna il distacco in virtù della sua caducità. Il mutamento è intrinseco alle cose, e io posso semplicemente fermarmi e accogliere il mutamento come una lezione di vita. Non si può sviluppare un grande attaccamento là dove nulla dura a lungo: anche l’incanto delle mattine più luminose svanisce, persino l’intatto paradiso della primavera in Kentucky mi lascia insoddisfatto. Il cuore sa che non è abbastanza, e ambisce a qualcosa di più. Chiamarla «desolazione» sarebbe eccessivo. Le stesse meraviglie del mondo pare dicano: «Non siamo abbastanza». Il meglio che posso fare è prendere le cose come sono, e come sono lasciarle. Il passare dei giorni e la routine quotidiana della comunità rinforzano questo «naturale esercizio». Essere consueti, regolari, «ordinari» è un modo di essere autentici. Alzarsi al suono della campana significa essere pronti ad abbandonare qualcosa per prepararsi a qualcos’altro, e questo cambiamento, questa alternanza è al tempo stesso una sfida e un sollievo: anche lasciare il coro e andare al lavoro è un sollievo. La giornata del monaco offre un ritmo, un continuo lasciare, prendere, lasciare di nuovo e riprendere: è un allenamento al distacco, mediante il quale posso dimenticarmi di me stesso, perché il più delle volte non ho il controllo della situazione, non devo prendere decisioni. Persino l’idea del mio progresso spirituale si smarrisce a fronte di ciò che sta accadendo qui, adesso, vicino. Possibile che sia così semplice ciò che Gesù intendeva dicendo: «Il regno dei cieli è vicino»?

♦ Paul Quenon, In Praise of the Useless Life. A Monk Memoir, foreword by Pico Iyer, Ave Maria Press 2018, pp. 50-51.

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Testimone inattendibile (Dice il monaco, CIV)

Disse abba Poemen, padre del deserto, verso la fine del IV secolo:

Sta scritto: «Testimonia ciò che i tuoi occhi hanno visto». Ma io vi dico: non rendete testimonianza nemmeno di ciò che toccate con mano. In questo genere di cose un fratello prese un abbaglio: gli parve di vedere un fratello che peccava con una donna. Dopo essere stato molto combattuto, andò a colpirli con un piede, credendo che fossero loro, e disse: «Smettetela dunque! Fino a quando?» Ed ecco erano fasci di grano! Per questo vi ho detto: anche se toccate con mano, non accusate.

Vita e detti dei padri del deserto, a cura di L. Mortari, Città Nuova (1990) 20085, pp. 400-401 (Poemen, 114).

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Fra l’insopportabile e il pesante (Dice il monaco, CIII)

Dice un monaco cisterciense del XII secolo, forse uno degli immediati successori di san Bernardo nella carica di abate di Clairvaux:

Quando l’uomo abituato al bene pecca in modo grave, dapprima la cosa gli sembra così insopportabile che gli pare di scender vivo all’inferno. Ma con il passare del tempo la cosa non gli sembra più insopportabile, e tuttavia gli pare pesante; e fra l’insopportabile e il pesante, non è piccolo il mutamento di livello. Un poco ancora e la giudica lieve; colpito ripetutamente, non avverte più le ferite e non bada più alle sferzate. […] In un breve lasso di tempo, poi, non solo non sente, ma addirittura prova piacere, gli diventa dolce ciò che gli era amaro e quel che era aspro si fa gradevole. Quindi, è condotto alla consuetudine: così non solo ne prova piacere, ma lo prova ripetutamente e non può più contenersi. Alla fine non può davvero esserne più strappato, perché la consuetudine si trasforma in natura, e ciò che prima era impossibile fare, ormai è impossibile contenere. È così che si scende, anzi, si cade, da Gerusalemme a Gerico: in questo modo si procede verso l’allontanamento da Dio e verso l’indurimento del cuore. A questo punto il peccatore puzza, è di quattro giorni [come il corpo corrotto di Lazzaro].

♦ Anonimo pseudo-bernardiano del XII secolo, La coscienza, 4, in: La sapienza del cuore. La coscienza al cuore della vita spirituale in alcuni testi monastici del XII secolo, a cura di R. Larini, Edizioni Qiqajon-Comunità di Bose 1997, pp. 136-37.

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Uomo avvisato, mezzo salvato (Dice il monaco, CII)

Dice Pacomio, il padre del monachesimo cenobita, intorno (diciamo) al 330:

Ti prego vivamente di avere in abominio la vanagloria. La vanagloria è l’arma del diavolo. In questo modo fu ingannata Eva. (Il diavolo) le disse: «Mangiate il frutto dell’albero, si apriranno i vostri occhi e diventerete come dei». Ascoltò, pensando che fosse la verità, inseguì la gloria di Dio e le fu tolta anche quella umana. E anche tu, se insegui la vanagloria, essa ti rende estraneo alla gloria di Dio. Ma per Eva non era stato scritto per avvertirla di questa guerra, prima che il diavolo la tentasse; per questo il Verbo di Dio venne, si incarnò nella vergine Maria per liberare la stirpe di Eva. Tu invece, riguardo a questa guerra, sei stato ammaestrato nelle sante Scritture dai santi che ti hanno preceduto. Perciò, fratello mio, non dire: «Non ne avevo sentito parlare», oppure: «Non mi era stato detto nulla di questa cosa né ieri, né l’altro ieri».

♦ Pacomio, Catechesi, 24, in: Pacomio e i suoi discepoli. Regole e scritti, a cura di L. Cremaschi, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 1988, pp. 214-15.

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In una qualche maniera, ovvero male e miseramente (Dice il monaco, CI)

Dice Ruperto di Deutz, monaco e abate benedettino, nato nei dintorni di Liegi verso il 1076, nel suo Commento all’Apocalisse:

Perché ignoriamo anche il suo nome, abbiamo però almeno una piccolissima luce, vale a dire possiamo ricorrere alla santa Scrittura, così che in essa, o almeno attraverso di essa, in una qualche maniera possiamo comprendere non già che cosa o come Dio sia, ma soltanto che cosa egli non sia, e che Dio non è paragonabile a nessuna creatura.

E dice anche, ne La santa Trinità:

È per misericordia di Dio che gli uomini sono stati fatti mortali, perché non avvenisse che essi fossero irrecuperabili, come il diavolo, vivendo per l’eternità male e miseramente.

♦ Ruperto di Deutz, Un’intima familiarità. Antologia, a cura di C. Falchini, Edizioni Qiqajon-Comunità di Bose 2023, pp. 45 e 237-38.

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