Il Commento al Cantico dei cantici di Ruperto di Deutz può risultare di lettura assai ostica per chi non abbia competenze specifiche o quantomeno spiccati interessi di mariologia. Nelle parole della curatrice della sua prima edizione italiana1, Cecilia Falchini, è infatti il primo commento al Cantico, dei molti che ne compongono la lunga tradizione, che «si colloca in una prospettiva esplicitamente mariana, con particolare riferimento all’evento e al mistero dell’incarnazione».
Il monaco Ruperto, definito da uno dei suoi massimi studiosi «probabilmente il porta-parola più rappresentativo dei benedettini, esattamente come san Bernardo per i cistercensi e Ugo di San Vittore per i canonici regolari» (J.H. Van Engen), lo scrisse intorno al 1125, quando stava concludendo la sua poco più che cinquantennale e travagliata vicenda come abate del monastero di Sant’Eriberto di Deutz (presso Colonia), dal quale derivò la denominazione ancorché fosse nato a Liegi intorno al 1075.
Stante la premessa, non me la sento proprio di dire alcunché sul trattato, se non che, tra le altre cose, mi ha offerto un esempio lampante della oggi quasi inimmaginabile familiarità che gli autori come Ruperto avevano con la Scrittura. Una cosa però, che mi ha colpito molto, la annoterò qui.
