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Una capacità (Dice il monaco, VII; Mectildiana)

Dice Catherine Mectilde de Bar, in un capitolo del 1662, e in una «conversazione familiare»:

Credetemi, la vostra perfezione è nell’obbedienza, ma non vi assicuro che sia nelle cose che voi proponete, per quanto vi sembrino sante. Per esempio: vorreste fare orazione mentre l’obbedienza è di coricarvi; io vi dico che la vostra preghiera, per quanto sublime, non è che un’illusione. Queste sono, di solito, manifestazioni della nostra superbia che ci sottrae all’obbedienza per renderci singolari; e vi sono dei contemplativi superbi come demoni. Sì, sorelle mie, ho visto anime molto elevate, in stati eminenti di orazione, cadute come stelle dal cielo per essersi allontanate dall’obbedienza. Questo fa tremare; non pensate infatti che, per aver domandato certi permessi alle superiore, siate discolpate davanti a Dio. Niente affatto, a meno che non si tratti di qualcosa per la vostra salute. Allora ve lo permetto di tutto cuore; ma non di tutte le altre cose che potete fare; in nome di Dio non chiedete esenzioni… Io vi posso esentare dai digiuni e dalle astinenze, ma non dall’obbedienza, perché è un voto fatto al Signore.

Dobbiamo essere una capacità di Dio…

Catherine M. de Bar, Attesa di Dio. Riflessioni sulla Regola di San Benedetto, Jaca Book 1982, pp. 113-114.

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Tertulliano e Sigmund Freud (Dice il monaco, VI)

Dice Tertulliano:

Inoltre, quando sei preoccupato per il viaggio di un fratello, i demoni sono soliti farlo apparire in sogno il giorno del suo ritorno, per spingerci, una volta che il sogno se n’è andato, a ricorrere agli indovini di sogni quando un fratello parte e a fare buona accoglienza a coloro da cui bisogna invece fuggire, se non si vuole che spingano l’anima a deviare verso altri errori. I demoni infatti non conoscono nulla prima che avvenga, ma annunciano spesso quello che sta avvenendo e inventano fantasie. Spesso, dunque, quando siamo nella quiete, essi vedono un fratello venire verso di noi: allora lo preannunciano per mezzo di pensieri, ai quali non bisogna credere, anche se sembrano veritieri.

Cosa che trovo in singolare consonanza con quanto scrive Sigmund Freud a proposito delle «strane coincidenze», citando un caso occorso a lui stesso.

Nominato da poco professore, stava passeggiando in un parco, quando gli venne in mente una coppia di genitori che tempo prima si erano rifiutati di affidargli le cure della loro bambina. Stava sviluppando una «fantasia di vendetta» su di loro, e improvvisamente se li vide di fronte, in atteggiamento cordiale: Una breve riflessione distrusse l’apparenza miracolosa dell’incontro. Io stavo camminando su una strada larga e diritta, quasi deserta, in direzione di quella coppia, avevo visto e riconosciuto le due persone alzando fuggevolmente lo sguardo a circa venti passi da loro, ma avevo annullato questa percezione – sul modello di un’allucinazione negativa – per gli stessi motivi di antipatia che poi s’imposero nella fantasia apparentemente emersa in modo spontaneo.

Tertulliano, La tempesta dei pensieri. A Eulogio sulla confessione dei pensieri e sul consiglio riguardo a essi, a cura di L. Cremaschi e B. Mariano, Monastero di Bose-Qiqajon 2005, p. 45; Sigmund Freud, Psicopatologia della vita quotidiana, Boringhieri 1971, pp. 276-77 («Determinismo, credenza nel caso e superstizione»).

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Tre precetti di Pacomio (Dice il monaco, V)

Prescrive Pacomio:

La sera, dopo il lavoro, non si potrà andare a ungersi ed ammorbidirsi le mani con l’olio senza essere accompagnati da un altro. E nessuno ungerà tutto il corpo salvo in caso di malattia, né si laverà o farà il bagno, se il male non è grave.

Non è permesso entrare nella cella di un altro senza aver prima bussato alla porta.

Nessuno parlerà ad un altro nell’oscurità.

Pacomio, Praecepta, 92, 89, 94, in Pacomio e i suoi discepoli, Regole e scritti, a cura di L. Cremaschi, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 1988.

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Per giardini e frutteti (Dice il monaco, IV)

Dice Eugippio, intorno al 530, di come «sia illecito prendere qualche cibo e bevanda fuori dalla comune mensa benedetta».

Prima e dopo la refezione stabilita dal regolamento comune, si osservi con la somma cura che fuori della mensa nessuno presuma concedere affatto qualche cibo alla sua bocca; se alcuni camminassero per i giardini e i frutteti, quando i frutti pendono qua e là dolcemente dai rami degli alberi, e non solo sbattono contro i petti dei passanti, ma talvolta, caduti per terra, si offrono per essere calpestati dai piedi, pronti, anche solo a vederli, per essere raccolti e così soddisfare la voglia del desiderio, anche allora, quando l’opportunità o l’abbondanza suggerirebbero di soddisfare la gola persino ai più ragguardevoli e astinenti, questi considerino di commettere un sacrilegio, non solo nel gustare alcuno di essi, ma anche nel toccarlo con la mano, tranne il caso in cui lo si metta per la refezione comune e sia offerto pubblicamente, con il permesso dell’economo, come un servizio fatto verso i fratelli.

Eugippio, Regola, 38, a cura di B. Degórski e L. Mirri, Città Nuova 2005, pp. 158-59.

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In mezzo a tanta neve (Dice il monaco, III)

Dice Guigo I, certosino:

E poiché, assieme a tutti gli altri compiti che si addicono a una vita povera e all’umiltà, ci cuciniamo da noi stessi i cibi, gli [a colui che abita nella cella] sono date anche due pentole, due ciotole, una terza ciotola per il pane, oppure, al suo posto, un tovagliolo; poi una quarta ciotola, un po’ più grande, per lavarvi il necessario. Poi due cucchiai, un coltello per il pane, una coppa, un bicchiere, una brocca per l’acqua, una saliera, un piatto, due sacchetti per i legumi, un asciugamano. Per il fuoco: un fornello, dell’esca, una pietra focaia, della legna, una scure. Per i lavori: una pialla.

A colui che leggerà queste cose chiediamo che non ci derida e non ci biasimi se prima, per un tempo abbastanza prolungato, egli non sarà rimasto in cella in mezzo a tanta neve e a un freddo così terribile.

Guigo I, Consuetudini della Certosa (1125 ca.), in Fratelli nel deserto. Fonti certosine, II, a cura di C. Falchini, Edizioni Qiqajon 2000, p. 148.

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Se il mondo crolla (Dice il monaco, II)

Dice un certosino:

Per un Certosino pensare ai suoi confratelli è spesso un ostacolo o una tentazione. […] Se siamo puri e fedeli, pazienti e lieti, possiamo essere certi che questa Vita preziosa sarà comunicata a tutti i nostri fratelli presenti e assenti… Lascia i tuoi confratelli a se stessi e quanto a te, pensa solo a mantenere la tua anima pura e in Dio e non permettere alle riflessioni su questa o quella cosa di turbarti. Vivi nel monastero come se non ci vivesse nessuno, non inquietarti se il mondo crolla e mantieni la calma dell’anima.

Dice un cisterciense:

E un contemplativo può affezionarsi alla sua contemplazione. Può pensare che la contemplazione sia la sola cosa che importa. Appena può rimanere solo e può gustare la calda dolcezza interiore del riposo al centro di se stesso – che è forse un’ombra illusoria della vera contemplazione – per lui il mondo potrebbe anche crollare, e con esso il monastero. Egli sacrificherà ogni altra cosa a questo piacere. L’obbedienza diventerà una questione priva di importanza. La carità sembrerà un assurdo. E nel suo cuore l’amore si essiccherà al calore letale del suo desiderio di auto-soddisfazione. Ed egli sarà schiavo non meno di un milionario.

Un certosino (Jean-Baptiste Porion), Scuole di silenzio, Edizioni San Clemente-Parole et Silence, senza data, ma prima del 2000, pp. 131, 120; Thomas Merton, Le acque di Siloe (1949), Garzanti 1992, p. 398.

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Legna sottile (Dice il monaco, I)

Dice* Doroteo di Gaza (sec. VI):

Vi faccio un esempio perché possiate capire. Chi accende il fuoco ha soltanto un piccolo pezzo di carbone infuocato: questo carboncino è la parola del fratello che ci ha offeso; non è che un carboncino; che altro può essere la parola di un tuo fratello? Se la sopporti, spegnerai il carbone. Ma se cominci a pensare: «Perché mi ha detto queste cose? So io come rispondergli!», e: «Se non avesse voluto offendermi, non l’avrebbe detto. Sappi che anch’io so come fargli del male!», allora metti sul fuoco della legna sottile, come chi accende il fuoco, e fai del fumo: il turbamento. Il turbamento consiste nel rimuginare i nostri pensieri fino a eccitare il nostro cuore, e questa eccitazione diventa audacia temeraria.

Insegnamenti, 14, 154, citato in AA.VV., Il deserto di Gaza. Barsanufio, Giovanni e Doroteo, Edizioni Qiqajon, Bose, 2004, p. 297.

(* Nuova rubrichetta: «Dice il monaco».)

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