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«Ci costruiamo le une con le altre» («Abitare il silenzio», di Francesca Sbardella, pt. 2/3)

AbitareIlSilenzio(la prima parte è qui)

Uno degli aspetti più interessanti del libro di Francesca Sbardella1 è che l’«antropologa in clausura» del sottotitolo non si limita all’osservazione dall’esterno del suo oggetto di studio, l’«essere monaca carmelitana», ma trasforma di necessità il proprio corpo in un laboratorio di sperimentazione e di osservazione dall’interno: «Dal di fuori si costruiscono concetti, dentro si vivono situazioni e pratiche ripetute».

A fianco della dimensione di fede, quella corporea, la sua negazione, è tutt’altro che secondaria, anzi, per una monaca le due sono con ogni probabilità fuse. La studiosa laica, da parte sua, può concentrarsi su cosa accade al corpo, ad esempio nel caso dell’orazione in ginocchio: «Durante i cicli di preghiera avevo sempre male alle braccia, desideravo cambiare posizione e talvolta, nello spostamento o nell’appoggiarmi per sbaglio al bracciolo facevo rumore; la mia difficoltà con l’orazione era evidente: arrivavo alla fine dell’ora di preghiera, quando riuscivo ad arrivarci, con tutte le gambe addormentate e dolenti, mi alzavo in modo scomposto e facevo sempre rumore con il piccolo sedile». E anche la posizione da seduti non è meno faticosa, «a livello visivo le religiose, in entrambe le posizioni, appaiono come statue di gesso o figure pietrificate». È da questa angolatura che si può cogliere qualche indizio di cosa sia la pressoché ininterrotta concentrazione di una monaca sulla preghiera rivolta a, sul dialogo con e sull’attesa di Dio. «Il modo in cui posizionamo il nostro corpo», ricorda suor Odile, «ci aiuta alla vita di preghiera, sostiene la nostra preghiera»; posture e gesti sono simbolici, interiorizzati, ripetuti fino a quell’inconsapevole automatismo che coincide con il suo opposto: la deliberata e profonda adesione. «I gesti servono a esprimere quello che viviamo interiormente», dice  suor Caroline.

Il verbo al plurale è importante, perché anche nel silenzio prevalente la condivisione dell’esperienza, e del suo significato, è centrale per la comunità monastica che solo in apparenza è formata da individui isolati: «Sembra che ogni religiosa abbia intorno a sé sempre una bolla d’aria che la separa dalle altre». La comunità è anche «credere insieme in quello che si sta facendo», come dice con formula azzeccata Sbardella, che aggiunge: «La forza della credenza è data dalla credenza delle altre, la forza del gruppo sorregge l’individualità». Il gruppo è fonte al tempo stesso di coercizione, perché spinge all’adeguamento alle regole e alle consuetudini, non senza qualche tratto di durezza, e di sostegno: «Per ciascuna religiosa vedere intorno a sé altre religiose che agiscono allo stesso modo nel medesimo luogo, che presumibilmente credono in ciò che stanno facendo e che riescono praticamente a continuare a farlo, produce sicurezza personale e alimenta la condivisione comunitaria». Poiché quelli veri non sono ammessi – non servono –, le altre sono gli unici «specchi» disponibili nel monastero, consentono un confronto e una verifica quotidiani e rappresentano anche una continua fonte di apprendimento, visto che l’uso della parola è limitato: sono la regola incarnata. La comunità è il libro vivente delle proprie consuetudini, anche di quelle più piccole e nascoste.

Il monastero è una grande «macchina» che consente alla singola monaca di perseverare nella sua ricerca, lo fa in maniera talvolta delicata, altre volte con severità, lo fa con la sua struttura, con i suoi orari, i suoi oggetti, i suoi spazi e i suoi vuoti, con il suo silenzio, e soprattutto con le altre sue abitanti. «Ci costruiamo le une con le altre», dice suor Françoise, «insieme, e non c’è nulla che ci sfugga in quel silenzio di cui parlavi prima. Ci si rende conto di tutto. Tutto prende una dimensione ben più importante che nel mondo.»

(2-continua)

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  1. Francesca Sbardella, Abitare il silenzio. Un’antropologa in clausura, fotografie di Franco Zecchin, Roma, Viella, 2015.

 

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Soluzione 7,6 per cento («Abitare il silenzio», di Francesca Sbardella, pt. 1/3)

AbitareIlSilenzio«In tutti i miei soggiorni non sono riuscita a ritagliarmi dei tempi per me, né come persona né come studiosa. Sono stata inserita a tutti gli effetti dentro la quotidianità claustrale, sia nella liturgia di preghiera, sia nella gestione della casa, nei turni della cucina come in quelli delle pulizie… Ho dovuto imparare a stare dentro.» Quella di Abitare il silenzio di Francesca Sbardella1 è stata una delle letture più interessanti degli ultimi tempi. Per almeno quattro motivi.

Interessante perché illustra la complessità del rapporto tra un antropologo e il suo «campo» di ricerca, proprio quando la posizione del primo non può essere di mero osservatore; interessante per le reazioni personali della studiosa alla situazione, seppur riportate con parsimonia; interessante soprattutto in quanto «reportage» dall’interno della clausura concepito e realizzato in maniera unica; interessantissima per le parole delle monache, riportate con ampiezza (e anche con significativo rispetto date sia in originale francese che in traduzione).

Il libro si basa su tre esperienze lunghe di postulantato, della durata di un mese (tra 2006 e 2010), condotte dall’autrice in due monasteri francesi di Carmelitane scalze (da notare che non tutte le monache coinvolte conoscevano la vera identità della studiosa, ma pensavano che fosse una vera postulante), più una serie di soggiorni brevi e di colloqui a posteriori con le monache. Non soltanto un’osservazione, quindi, per quanto ravvicinata, bensì una partecipazione diretta per poter «seguire parte del percorso di apprendistato attraverso il quale una donna si avvicina all’ambito claustrale e, intervenendo su se stessa, costruisce il proprio essere monaca». Tale partecipazione ha permesso alla studiosa di concentrarsi in particolare sulla quotidianità, sulle abitudini, sui gesti e comportamenti che definiscono la comunità. La verifica successiva attraverso i colloqui ha evidenziato, tra l’altro, significative tensioni tra quanto viene vissuto e quanto viene detto a proposito di questo vissuto.

Da non trascurare infine l’inserto fotografico, opera di Franco Zecchin, realizzato in un breve pomeriggio autunnale alla fine della ricerca: sedici scatti quasi del tutto «disabitati», e tuttavia assai eloquenti. Li ho guardati spesso (come se custodissero un segreto) mentre seguivo uno dei temi principali del volume, tanto importante da aver conquistato il posto d’onore nel titolo: il silenzio.

Il silenzio è infatti la prima dimensione che colpisce la postulante. L’ambiente cui si accede non è soltanto silenzioso (già questo rappresenta comunque uno stacco molto forte con la comune esperienza di vita al di fuori del monastero), è plasmato dal silenzio; non solo in relazione alla parola, rara e regolata, ma anche al rumore prodotto dalle proprie attività: si deve imparare a fare le cose, o anche semplicemente a camminare, in silenzio – ed è tutt’altro che facile («Durante la mia esperienza facevo sempre rumore, disturbando la quiete consueta… si sentiva quando io aprivo e chiudevo le porte, quando andavo in bagno, quando salivo le scale…»). La studiosa traduce l’esperienza soggettiva in dati: «La giornata in clausura è di 16 ore e 45 minuti (dalle 5:45 alle 22:30) per un totale di 1.005 minuti. Nell’arco dell’intera giornata ci sono 75 minuti di possibilità di verbalizzazione sonora libera (divisi in due ricreazioni ripsettivamente di 30 e 45 minuti), cioè il 7,6 per cento del tempo vissuto da svegli». Il silenzio, nelle sue varie forme, è strettamente connesso con il cuore della vita carmelitana – il desiderio di entrare in contatto con la divinità2 – e al tempo stesso si trasforma da strumento in modo d’essere: «L’aspirazione mistica sembra realizzarsi primariamente su base sonora, attraverso la scelta di rappresentazioni uditive che implicano l’acquisizione di tecniche del tacere e della parola, del corpo e del sentimento, tutte orientate verso la “riduzione” della persona». Tutto il superfluo è eliminato, compresi gli automatismi e le abitudini che «fuori» lubrificano gli scambi e la comunicazione: ciao, grazie, scusa, per favore. In clausura la comunicazione passa anzitutto attraverso le sguardo, il viso e i gesti: un «sistema di senso accettato e riconosciuto dal gruppo, che richiede tempi di apprendimento estremamente dilatati».

Modo d’essere che individua la monaca di clausura, il silenzio tuttavia non è un valore in sé, «se è utilizzato male – sottolinea suor Jeanne – significa che non c’è niente, solo il vuoto. Bisogna che sia un silenzio orientato, abitato. Orientato verso il Signore e gli altri».

(1-segue)

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  1. Francesca Sbardella, Abitare il silenzio. Un’antropologa in clausura, fotografie di Franco Zecchin, Roma, Viella, 2015.
  2. L’antropologa parla di «divinità», perché il suo sguardo si allarga ben al di fuori del singolo monastero, all’umanità e alle forme del sacro, ma per le monache «non si tratta di qualsiasi dio»: «Per noi si tratta di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo… Nel lavoro che ci aveva mostrato, l’ultima volta, il fatto che usasse il termine “divinità” ci disturbava un po’».

 

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«La mia doccia si è rotta» (Dice il monaco, XXXVI)

Dice un’anonima carmelitana francese nel 2013:

Se una suora vuole parlare dopo le funzioni serali, normalmente può andare a trovare la Priora – ed è sempre lo stesso: non nella cella. Neanche per parlare con la Priora si può andare nella cella, si va nel suo ufficio. Bisogna che ognuna abbia il proprio luogo dove sia veramente a casa sua, dove possa sistemare le proprie cose come preferisce, il suo angolino di preghiera o la sua posta, dove sia sicura che nessuno entri. Dopo tutto, nel mondo, quando si va a trovare gli amici, non è che vi facciano entrare dovunque. Forse la prima volta, se hai comprato casa, fai vedere tutto agli amici e parenti, ma poi non entreranno più nella camera da letto; andranno in salotto, nella sala da pranzo, forse anche in cucina e nei corridoi, ma non nelle camere.

[…]

Se si vuole parlare con una suora, anche per questioni banali, e si hanno domande da farle, si va nella sala comune o in qualche stanza da lavoro. In ogni caso, le suore non hanno il permesso di entrare nelle celle [delle consorelle]. Se si deve fare un lavoro in una cella e bisogna chiedere alla suora competente (per esempio, se qualcosa si è rotto nella finestra), bisogna dire che si vorrebbe far entrare quella particolare suora per riparare. «La mia doccia si è rotta, non so cosa fare; suor Anne può venire a vedere?» Bisogna sempre chiedere.

Citata in Francesca Sbardella, Abitare il silenzio. Un’antropologa in clausura, Viella 2015, pp. 61-2; un libro di estremo interesse, attualmente in lettura e di prossima relazione.

 

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«Nettava le cose più schife» (Dice il monaco, XI)

Dalle carte del processo sulla vita e i miracoli di Maria Maddalena de’ Pazzi (aprile 1612) sappiamo che cosa, della sua consorella carmelitana, dice la conversa suor Maria Arcangela Chierici:

Mi chiedeva i suoi difetti, et io alcuna volta li dicevo questo il maggior difetto che mi pare voi habbiate è questo, che voi non tenete la vita come l’altre, potresti pure andare calzata et vestita come noi, et no co’ piedi per terra, io credo che la sia una cosa di vostro capo; alcuna altra volta li dicevo voi haresti a mangiare come noi, voi non volete mai altro che un poco di pane et un poco di aqqua.

E che cosa dice la conversa suor Pace Colombini:

Molte volte stetti le settimane intere a fare le faccende della cucina in sua compagnia, lei rigovernava, attigneva l’aqqua, spazzava, nettava le cose più schife le quali cose dovevo fare io, et mi pativo assai in vederle fare a lei, ma per un certo timore che havevo di lei non ardivo a disdirli.

Citate in Anna Scattigno, Una comunità testimone. Il monastero di Santa Maria degli Angeli e la costruzione di un modello di professione religiosa, in I monasteri femminili come centri di cultura fra Rinascimento e Barocco, a cura di G. Pomata e G. Zarri, Edizioni di storia e letteratura 2005, pp. 198-99.

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Il mosaico

Mi hanno ricordato, correttamente, il pericolo di sicuro fraintendimento che corro con queste note quando applico categorie inadatte a un fenomeno che può essere compreso soltanto all’interno di un preciso contesto. In altre parole: che senso ha avvicinarsi al monachesimo con «occhi laici»? Dico «ricordato» perché si tratta, ovviamente, di un dubbio che ho sempre avuto, ma che è giusto rinverdire. In altre parole ancora: sì, leggi leggi, ma rimani necessariamente fuori, non capisci la lingua e interpreti male e vedi cose che non ci sono, fantasmi.

Ho reagito – anche se penso che sia un ostacolo inaggirabile – come faccio sempre, aprendo un altro libro: Il Povero e la bambina. Storia di una monaca di clausura, e proprio nella Prefazione del Preposito generale dei Carmelitani scalzi, Saverio Cannistrà, ho trovato queste parole: «Dalla lettura di queste pagine si vede bene come le domande che la gente comunemente pone alle monache di clausura non possano trovare risposta se non accettando di lasciarsi coinvolgere almeno un poco nella relazione che è al centro della loro vita, quella con Gesù Cristo. Senza questa empatia, tutto è suscettibile di essere interpretato con altre categorie, e così in qualche modo frainteso. Teresa [d’Avila] direbbe che diventa impossibile comunicare, come se si parlasse arabo». Ecco appunto.

Sono andato avanti ugualmente e ho letto la storia di «una carmelitana» con grande… Stavo per dire, come tante altre volte, «interesse». Ma qual è la sostanza di questo «interesse»? Ho letto la vicenda della vocazione, dei dubbi e infine del discernimento conquistato a fatica grazie alle parole dei grandi autori carmelitani e soprattutto di Teresa d’Avila («La grande Teresa aveva fatto luce, mi aveva indicato la strada, e mi fidai. Una donna sente al volo quando un’altra donna dice il vero»). Ho letto dell’ingresso al Carmelo («Il Carmelo non è fatto per anime che vogliano fuggire dal mondo, ma che intendono vivere sprofondate nel cuore del mondo!»), del percorso anch’esso faticoso all’interno della comunità, degli aspetti della vita quotidiana mescolati con quelli spirituali – il «paradosso» che tiene uniti cielo e terra. Ho letto molte indicazioni per così dire preziose: «Insopportabile non è la sofferenza ma la solitudine. È ciò che mi sento di dire, dopo anni di vita carmelitana…», «Teresa ha pensato i suoi monasteri come scuole di relazione», molte altre. E infine la citazione di don Milani: «Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto sul suo conto», parole che l’autrice così commenta: «Con onestà, credo che la carmelitana potrebbe paradossalmente ripeterle davanti a ogni sorella e, in lei, a ogni uomo».

D’accordo, questo è importante per provare a capire, ma, ripeto, perché mi interessa? Oggi, molto approssimativamente, potrei dire che, sebbene non creda (uso questo termine per semplificare) all’esistenza di una vicenda eterna, bensì alla realtà di una vicenda fisica, biologica, storica, economica e sociale complessa al punto da apparire trascendente, trovo comunque utile ascoltare chi è giunto a conclusioni differenti. Una formulazione molto insoddisfacente, forse è meglio dire che non lo so.

A conclusione delle sue riflessioni sulla clausura la «carmelitana» riassume così: «Dialogo, condivisione, lectio della Parola, fedeltà alla Regola diventano momenti privilegiati che permettono a ognuna di essere quel pezzetto di mosaico che in modo unico e irripetibile è chiamata a realizzare nel proprio monastero» (p. 89). Il corsivo su «unico e irripetibile» l’ho messo io perché quello, forse, dentro e fuori il monastero, è uno dei punti di maggior distanza. Distanza forse incolmabile, perché io credo che, a malincuore, si debba perlomeno aggiungere sostituibile.

«Una carmelitana», Il Povero e la bambina. Storia di una monaca di clausura, Edizioni OCD 2011.

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«Siamo ancora su questa terra»

Sono sempre stato un fan di Teresa d’Avila, in virtù soprattutto di quella che a me sembra una doppia natura: la mistica e la donna pratica. Così, la leggo spesso, in particolare la seconda, quella delle Fondazioni, delle Costituzioni, del Modo di visitare i monasteri.

Siamo nel 1576, Teresa ha 61 anni, le ha viste tutte, si potrebbe dire, e su richiesta del provinciale e suo confessore p. Jerónimo Gracián de la Madre de Dios scrive un breve trattato sul comportamento che devono tenere i padri visitatori dei conventi carmelitani. Il Modo, appunto: «Una perla preziosa per chi è responsabile del buon andamento di una comunità monastica… Sono pagine che fanno conoscere il realismo della vita comunitaria… e, al tempo stesso, rivelano spontaneità, apertura e penetrazione psicologica» (Giovanna della Croce). Esattamente. Sono 55 paragrafi, chiusi tra un’obbligatoria dichiarazione di inadeguatezza e un’altrettanto obbligatoria attestazione di sudditanza al padre spirituale, che grondano pragmatismo e intelligenza della «cosa» e del suo scopo. Si può dire, inoltre, che pur rivolgendosi agli ecclesiastici, maschi, chiamati al compito di sorvegliare le monache, e dicendo di essersi ispirata a un modello concreto, Teresa scriva quello che lei farebbe, prendendo «per mano» i suddetti maschi e introducendoli nella clausura.

È evidente come ogni frase derivi da esperienza diretta. Come quando invita a valutare con precisione le «qualità manageriali» delle priore: il visitatore, amorevole come un padre, ma inflessibile come un capo, rimuova subito le incapaci («Perché molte potranno essere molto sante ma non adatte a fare le priore»); si faccia mostrare i registri contabili («Non so se questo riguardi cosa temporale o spirituale. Ciò che da principio volevo dire è che occorre esaminare con molta cura e attenzione i libri delle spese») e riprenda le «spendaccione»; non si mostri loro amico, né faccia preferenze; non ceda di fronte a piccole eccezioni o innocue richieste (occhio che «noi sappiamo caldeggiare assai bene i nostri desideri»); stia in guardia con le «anime soggette a malinconia», con le quali «avrà molto da fare».

Teresa insiste molto sullo «scrutinio», cioè l’interrogatorio individuale e senza testimoni delle monache. La raccolta di informazioni dev’essere minuziosa, bisogna ascoltare attentamente perché spesso a una sorella «sembrerà vero quello che non lo è e ne caricherà le tinte»; occorre mettere a confronto, verificare, pesare le testimonianze, istituire  un sistema virtuoso di sostanziale delazione coperto da «rigoroso segreto» (a me, Teresa, «è accaduto di costatarlo molte volte, e con priore che erano grandi serve di Dio, delle quali io avevo tanta stima, che mi sembrava impossibile non prestar loro fede; ma poi, trattenendomi alcuni giorni in monastero, restavo sbalordita nel vedere proprio il contrario di quanto mi era stato detto… Pertanto  sono ormai convinta di non dover credere a nessuna fino a quando non mi sia bene informata della situazione»).

Il visitatore si farà mostrare i locali, controllerà il canto, l’abito (e se qualche cosa non va, «la faccia bruciare in sua presenza»), l’eloquio, il lavoro, le novizie, le converse. Una selva di istruzioni, insomma, perché «siamo ancora su questa terra» e il demonio è sempre in agguato, primo fra tutti quello della «forza dell’abitudine, così tremendamente propria della nostra natura», poi quello della mormorazione, quello della tentazione, della rilassatezza , e così via. Perché io, Teresa, «piuttosto che un monastero giunga a tale estremo, vorrei nel modo più assoluto vederlo distrutto».

Teresa d’Avila, Modo di visitare i monasteri, in Opere complete, a cura di L. Borriello e G. della Croce, Paoline 1998.

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«No Greater Love»

«A warm, revelatory glimpse of an alternative lifestyle», dice l’«Independent on Sunday» nel più consueto stile delle praises che accompagnano i prodotti dell’industria culturale. E in questa frase c’è molta dell’ambiguità che si porta dietro la visione di No Greater Love, documentario del 2009 di Michael Whyte, interamente girato all’interno del monastero della Santissima Trinità di Notting Hill (interamente, salvo la significativa inquadratura finale). Dopo uno scambio epistolare lungo dieci anni (un topos della cinematografia monastica, se si pensa al Grande silenzio di Philip Gröning), le carmelitane scalze di Londra (a questo proposito, tre di loro portano le Birkenstock) hanno acconsentito a essere filmate per circa un anno, sia nelle attività quotidiane, sia nelle ore di preghiera. Dodici sorelle in scena, tutte europee tranne una, tre sulla sedia a rotelle.

Il risultato è, appunto, warm, confortante, nel senso di quell’infida forma di pace che prova l’individuo laico e indaffarato di fronte all’immagine di un luogo dal quale è bandita la frenesia e il rumore (a eccezione di una micidiale macchina per potare che, devo confessare, mi ha svegliato bruscamente durante la prima visione). Nel primo blocco di scene quello che colpisce è, banalmente, il silenzio che avvolge le attività («Silence becomes music», dirà una monaca durante un’intervista), e lo spettatore vi si rifugia, come si rifugia nella compostezza dei movimenti, nella semplicità degli ambienti, nell’essenzialità delle suppellettili: quel «minimalismo» che qui è il semplice effetto di una causa che risiede altrove, ma che nei negozi viene venduto, con largo successo, come ingrediente primario dell’agognata serenità.

Nel secondo aggettivo, revelatory, c’è tutto il desiderio di «quelli di fuori» di vedere (sì, proprio vedere, sbirciare, più ancora che sapere) ciò che accade «lì dentro». E si vede, in effetti, anche se a ripensarci non c’è nulla che non potessi immaginare, anzi che non avessi immaginato, o di cui non avessi letto (con una sola, spettacolare eccezione: fanno la spesa online – canned tuna fish, quantity: 2). L’orto, la lavanderia, la sartoria, il refettorio, la ricreazione… va riconosciuto che, a differenza di Gröning, Whyte non indulge nel tentativo di ricavare l’inquadratura astratta che dovrebbe trasformare il semplice gesto di pelare una patata nel simbolo di chissà quale verità. Alcuni gesti, sì, ci vengono, mostrati in primissimo piano, ma con maggiore distacco e attenzione agli oggetti (una sequenza molto interessante è in questo senso la preparazione, la confezione e la spedizione delle ostie prodotte dal monastero). Come nel Grande silenzio, d’altra parte, i momenti più interessanti sono i primi piani dei volti delle monache, che qui vengono anche intervistate.

E l’ambiguità raggiunge il suo picco proprio con l’alternative lifestyle che queste interviste dovrebbero, forse, comunicare. Io stesso, da bravo «ateo e materialista», fatico ad accettare che si possa parlare di «stile di vita alternativo»: cosa sono queste donne, vegetariane? E allora guardo i loro occhi, quasi tutti per età o formazione non consapevoli della cinepresa, e ascolto le loro parole (si poteva fare di più col sonoro…). E poi smetto di ascoltare e osservo soltanto, gli occhi, per esempio quelli della priora, dietro occhiali giganteschi, o quelli della monaca che racconta delle difficoltà dei primi anni, oppure di quell’altra che, con le maniche rimboccate, piega la biancheria e intanto spiega che all’inizio non è che si vada d’accordo con tutte, o infine di quell’altra che, su e giù da una sedia, recita una parodia di Romeo e Giulietta per la festa del patrono… Cosa ci vedo? Sinceramente non lo so. In mezzo a tanti guizzi noti (gioia, paura, condiscendenza, ricordi non piacevoli, una punta di sfida, comprensione, cipiglio, serenità, ironia) c’è probabilmente anche qualcos’altro, che non capisco, che forse non accetto, ma che non mi spaventa.

No Greater Love (2009), di Michael Whyte.

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