Capo XXVI. Qualità, e doni naturali della Venerabil Madre
Fu Ella in quanto al corpo di molto buona, e leggiadra dispositione, di statura, secondo il consueto delle donne più tosto alta, che picciola; il volto era non mediocremente bello, di figura però alquanto lunga. Il colore assai bianco, e negl’ultimi anni, per le sue molte indispositioni violato quasi sempre dal pallido. La fronte di moderata ampiezza; l’occhio di color celeste, e gratioso, abenche non molle, ed effeminato, ma ben sì grave, e virile, e più tosto inchinava al severo, che al soverchiamente benigno, onde traluceva in esso la Maestà de’ suoi alti natali. Il naso uguale, e di ottima proportione e nella sommità delle narici alquanto rotondo. La bocca corrispondeva all’altre parti senza improportione, le gote erano decentemente piene. Haveva sotto il labbro del lato sinistro un Neo; scherzo consueto della natura, e che al rimanente della faccia suol aggiungere un poco di gratia. Nel camminare era compostissima, aborrendo naturalmente qualsivoglia strepito. La voce era alquanto piena, e sonora, nel che non osservava l’ordinaria conditione del sesso. Questa gli offerse materia per esercitarsi nell’humiltà, imperoche alcune volte, senza avvedersene, l’alzava soverchiamente, onde nel riconoscerlo con indicibil sommissione ne chiedeva perdono, quasi di grave delitto.
[…] Hor passando dall’esterna apparenza del corpo all’interne, e naturali doti dell’animo, diamo principio dall’intelletto, era questi perspicace, ed acuto sopra la conditione delle donne, onde componeva Sermoni, come se molto tempo havesse studiato. Io ne ho letti alcuni con altre sue Sagre Poesie, delle quali dilettossi, e ne lasciò scritti molti versi, e canzonette in lode dell’amor di Dio, e del patire per suo amore, e d’altre materie spirituali; discuopre in essi non volgare ingegno, e può esser che un giorno li goda la pietà de Fedeli promulgati con le stampe. Dimostrava ne i negotij una capacità così grande, che il governo d’un Monastero era per il suo svegliato intendimento assai inadeguato impiego. Il Cardinal de Medici fratello del gran Duca di Toscana essendo in Roma gli parlò, e la trattò, e dipoi disse non haver conosciuta donna di maggior capacità. Quindi avveniva che compisse con tutti i Signori Prencipi, e Cardinali con estrema vivezza di parole, e prontezza di ben aggiustate risposte, quantunque la temperasse con la Religiosa simplicità, che professava. Era nel tratto sommamente gioiale, aborrendo certe rozze malinconie spiacevoli all’humana conversatione. Diceva, e non di rado motti dolcemente arguti tal’hora in lingua Spagnola, o Siciliana, co’ quali nelle communi ricreationi gloriavasi di servire alla modesta allegrezza delle sue Religiose.
[…] Era naturalmente così tenera di cuore, e cotanto compassionevole verso le sue Religiose, che se gli rendeva impossibile vederle patire, onde se si avvedeva, che alcuna di loro mostrasse tristezza, a tutto suo potere si studiava rallegrarla, essendo Ella di conditione lieta, e vivace. Diceva bene spesso, che in tutto il tempo, nel quale era stata Religiosa non sapeva che cosa fosse scontentezza. Da questa sua innata compassione originavasi l’esser molto liberale in spender denaro, quando conosceva esser necessario per il sollievo, e sostentamento delle medesime Religiose. L’avvisavano alcune volte le Dispensiere, che si consumava molto per condire le vivande, o in altra cosa appartenente al vitto. Al che Ella rispondeva disconvenirsi molto a quelle, che servono un sì grande, ricco, e potente Signore l’esser anguste di cuore. Che quando mancasse la provisione già fatta l’avvisassero, che harebbe fatta l’altra, solo richieder da loro, che attendessero a servire Iddio con perfettione, e lasciassero a lei la cura di provederle: esser Iddio fedele a quelli che con esattezza lo servono.
Vita della ven. Madre Suor Chiara Maria della Passione Carmelitana Scalza: Fondatrice del Monastero di Regina Coeli. Nel secolo donna Vittoria Colonna, Figlia di Don Filippo Gran Contestabile del Regno di Napoli ecc. Scritta dal padre fra Biagio della Purificatione Carmelitano Scalzo, in Roma, nella Stamperia di Gioseppe Vannacci, 1681 (Libro II, Capo XXVI, pp. 334 e segg.).

Qualche tempo fa dicevo che mi ero «avventato» sull’edizione della cronaca del monastero carmelitano della Santissima Incarnazione di Roma: be’, devo ammettere che ho fatto – e sto facendo – una certa fatica, dovuta soprattutto ai più che legittimi «criteri di edizione» che, pur avendo «parzialmente reso più fruibile per la lettura» il testo (parzialmente), ne hanno «scrupolosamente» mantenute le caratteristiche ortografiche e di punteggiatura, salvi pochissimi interventi di normalizzazione.
Forse mi è gia capitato di dire che il mio punto di vista al riguardo è assestato su una formula che volge in positivo quest’ultima frase: credo a chi dice di credere, non ho motivo di pensare che sia una finzione. Peraltro è la studiosa stessa a ricordare che si è trattato solo di uno sfogo2 (anche del corpo, con una certa probabilità), tant’è vero che chiede alle suore di pronunciarsi su questo aspetto. Tra le altre, suor Anne è lapidaria e definitiva: «Se la presenza di Dio non è reale, la nostra vita è stupida», e all’obiezione che si tratta in ogni caso di una «presenza» astratta, ribadisce: «Non è visibile, ma è reale. Certo è una questione di fede. Per noi è reale, se no non ha senso restare qui. Tutti questi gesti hanno un significato perché viviamo con qualcuno, viviamo con Dio». Ed è esattamente una affermazione del genere che mi spinge a credere a suor Anne.