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Il collo di san Bernardo

C’è un piccolo episodio della vita di Bernardo di Chiaravalle in cui mi sono già imbattuto più volte, senza poterne però apprendere ancora la fonte. Mi piace molto per la sua potenza, diciamo così, teatrale. È un episodio avvenuto a Verfeil (Viridi-folio), probabilmente intorno al 1145, quando in effetti Bernardo si trovava nel sud della Francia, su invito del cardinale Alberico, legato di papa Eugenio III, per combattere gli eretici seguaci del monaco Enrico.

In quegli anni Bernardo si allontana da Clairvaux sempre più malvolentieri, non soltanto per motivi di salute. È ragionevole pensare che viaggi con un piccolo corteo di confratelli, dotato di varie cavalcature. A 55 anni il grande abate è un uomo vecchio, ampiamente provato nel fisico, malato, stanco; ma è comunque Bernardo di Chiaravalle, il padre del ricco e potente ordine cisterciense, una delle figure più rispettate della cristianità, della quale si dice che sia il vero papa, e non il suo ex confratello e discepolo Eugenio.

Uno dei punti cruciali della predicazione eretica è proprio la ricchezza ecclesiastica e il richiamo alla povertà di ispirazione evangelica. Quando Bernardo attacca il suo sermone, forse sul sagrato della chiesa principale, «un eretico gli fece notare, ironicamente, quanto grasso e ben pasciuto fosse il mulo ch’egli cavalcava» (anche l’impertinente Walter Map, tra l’altro, nel parodiare un miracolo del santo fa menzione della sua «asinam magnam»).

Ed ecco la scena madre, che mi piace immaginare preceduta e seguita da un silenzio teso e profondissimo: Bernardo non risponde, lo sguardo fisso nella direzione donde è venuta la voce. Un suo monaco gli si avvicina lentamente, con due dita prende il cappuccio del saio del suo abate e lo tira, scoprendo il capo e soprattutto il collo di Bernardo.

Un collo magro e segnato da oltre vent’anni di digiuni e penitenze.

(L’ultimo incontro con questo episodio l’ho avuto grazie a Raoul Manselli, Evangelismo e povertà, in Il secolo XII: religione popolare ed eresia, Jouvence 1995, pp. 47-66.)

 

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Cavalca, Cavalca, Cavalca

CavalcaQualche giorno fa, con la complicità di un pomeriggio piovoso, ho dedicato alcune ore a una libreria di remainders (una delle attività più belle, e al tempo stesso tristi, che conosca). Il risultato più notevole dello scavo sono stati i due volumi delle Vite dei S.S. Padri volgarizzate da Domenico Cavalca, pubblicati presumibilmente nel 1915 dall’Istituto Editoriale Italiano, nella collana dei Classici Italiani, serie III, voll. LIV-LV. Non si tratta di una rarità editoriale, e sono pressoché certo che siano disponibili in rete (anche se non le ho cercate), ma non potevo esimermi dal dare ricetto ai due suddetti volumi, il primo dei quali è introdotto con perizia da Massimo Bontempelli, che così presenta l’autore: «Domenica Cavalca nacque, circa il 1270, a Vico Pisano, e fu della regola di San Domenico. La sua vita è semplice, e si compendia tutta nelle sue opere ascetiche, e nella fondazione del monastero di Santa Marta in Pisa, ov’egli raccoglieva le donne di mala vita che riusciva a convertire. Morì nel 1342». E aggiunge un’osservazione sul genere frequentato dal Cavalca che merita di essere riportata: «La letteratura ascetica di quel tempo può dirsi impersonale: è un poco come gran parte della letteratura giornalistica del nostro».

È lo stesso Bontempelli a dar conto di quella che, seppur ampia, è comunque una scelta dai testi originali, che tra l’altro sono stati riproposti recentemente nell’«originaria forma linguistica pisana» dalle Edizioni del Galluzzo. Ma non si tratta qui di filologia né di bibliografia, che pure nel caso delle Vitae Patrum (del Vitapatrum) sarebbe molto interessante, bensì di un mero pretesto introduttivo per annotare una piccola scelta dei fantastici titoletti che accompagnano i paragrafi delle storie, e che già di per sé, anche fuori contesto, raccontano una storia.

  1. Come, entrando più addentro nel diserto, fu battuto e in diversi modi tentato dalle demonia.
  2. Di uno esempio che diede d’uno eremito che fu ingannato da un demonio che gli apparve in ispezie di una femmina smarrita.
  3. Come liberò una giovane che era ammaliata e impazzava d’amore, e d’altri indemoniati che liberò, e come visitava i frati una volta l’anno.
  4. Come tornando coi monaci al primo abitacolo, venendo tutti quanti meno di sete neL diserto, gittandosi in orazione, impetrò da Dio una fonte, e poi come ritornò al monte.
  5. De’ filosofi, i quali convinse.

 

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«È stato il soldato» (Vita di Maria-Marino)

Rimasto vedovo, il buon Eugenio così si rivolge alla figlia Maria: «Figlia mia, ecco metto nelle tue mani tutto quello che possiedo, perché io me ne vado a salvarmi l’anima». Allevata secondo i principi della santa religione, Maria non è proprio entusiasta: Ma come? E la mia, di anima? Il padre si commuove, ma non sa che cosa fare: vuole entrare in un monastero – ovviamente maschile – e non c’è modo che la figlia (ianua diaboli) lo possa seguire. «All’udire queste parole la figlia gli disse: “No, mio signore, non ci entrerò come tu dici, ma t’accompagnerò in monastero dopo essermi tagliata i capelli e aver indossato un abito maschile”.»

Nel bel volume Donne di comunione, curato da Lisa Cremaschi, e nel quale ho letto la storia di amma Sincletica, c’è un’altra storia molto interessante e caratteristica del fenomeno (il «sotterfugio») delle donne che si travestivano da uomini per entrare in monastero. È un fenomeno ampiamente attestato dalle fonti, come ci informa la curatrice, al punto da essere oggetto di specifiche proibizioni da parte dei concilii della tarda antichità («Se una donna, per presunta ascesi, muta l’abbigliamento e, al posto del consueto abito femminile, indossa quello maschile, sia anatema» Concilio di Gangra, 435, can. 13). La Vita di Maria-Marino, di area greca e anonima, ebbe vastissima diffusione, fu tradotta e finì addirittura, in forma sintetica, nell’opera di Iacopo da Varagine. Vi si può leggere una forma di rifiuto verso il modello dominante della femminilità, per quanto «questo tentativo di rottura… non riesca a proporre altra alternativa se non l’imitazione del modello maschile».

E così Maria diventa Marino, segue il padre (una figura molto dolce, che asseconda e copre lo stratagemma della figlia – i capelli glieli taglia lui, ad esempio) e si fa monaco. Tutto va per il meglio. Passa il tempo. Eugenio muore. Marino progredisce nella virtù. Non gli cresce la barba, ma i confratelli non ci badano (per forza, non mangia mai!). Un giorno l’abate (l’«igumeno» per la precisione) ordina a Marino di unirsi agli altri monaci che ogni tanto escono dal monastero per «sbrigare commissioni». Se devono passare fuori la notte, si fermano presso un’«osteria» dove vengono trattati con riguardo. Qui avviene il fattaccio. Una notte un soldato violenta la figlia dell’oste, la mette incinta e la minaccia: «Se tuo padre lo viene a sapere digli: “È stato il giovane monaco ad andare a letto con me”». Così accade. L’oste, imbufalito, va al monastero e reclama giustizia. L’igumeno non perde tempo e sbatte fuori Marino, il quale tace e «si mise a sedere fuori dal portone del monastero e se ne stava lì sopportando il gelo e la calura».

Quando nasce il bambino, l’oste ne fa un fagotto e lo getta in grembo a Marino, che continua a tacere e s’ingegna per accudire il neonato (il latte se lo fa dare dai pastori). Passano tre anni e i monaci, mossi a compassione, implorano l’igumeno di perdonare Marino e di riaccoglierlo. L’igumeno alla fine cede: «Per l’amore dei fratelli ti accolgo come ultimo di tutti». Marino, felice, ringrazia, rientra nel monastero con il piccolo e si sottomette senza fiatare ai lavori più umili. Il bambino – «che gli correva dietro piangendo e dicendo “tata, tata”, e altre espressioni che dicono i bambini quando vogliono mangiare» – cresce, è bravo, diventa monaco.

«Il tempo passò.» Un giorno l’igumeno chiede ai fratelli: «Dov’è Marino? È tre giorni che non lo vedo…» Marino è morto, nella sua cella. Chissà se se n’è andato in pace, quel grande peccatore? si chiede l’igumeno, e quando dà le disposizioni per il lavacro e la sepoltura… costernazione generale: «Fratel Marino è una donna!» Senso di colpa senza limiti. Viene fatto venire l’oste che, sconvolto, «cominciò anche lui a gemere e a stupirsi per l’accaduto». Giunge anche la figlia dell’oste – nel frattempo, ovviamente, posseduta da un demonio – che confessa infine la verità: «È stato il soldato a sedurmi».

«E subito fu guarita al ricordo della santa Maria e tutti glorificarono Dio per il prodigio accaduto e per la pazienza di Maria, perché aveva perseverato fino alla morte senza rivelare la sua identità.»

Vita di Maria-Marino, in Donne di comunione. Vite di monache d’oriente e d’occidente, a cura di L. Cremaschi, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2013, pp. 147-54.

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Sincletica, perla ignorata da molti

C’è un episodio dell Vita di Sincletica che mi ha colpito molto. In primo luogo per l’accento macabro, che, seppur non alieno al registro agiografico, mi è parso particolarmente acuto; inoltre per l’apparizione di un personaggio eccentrico e per la svolta che esso produce.

La Vita di Sincletica, amma del deserto, è stata a lungo attribuita ad Atanasio, l’autore della Vita di Antonio (ca. 355), con la quale presenta ampi parallelismi; ora non più, e si ritiene che sia un testo di origine egiziana da datarsi al V secolo. È un racconto dallo stile «faticoso, ridondante, ripetitivo, ma…, a differenza delle successive produzioni dell’agiografia orientale, lascia poco spazio al meraviglioso» (Lisa Cremaschi).

E infatti. Siamo alla fine della vita dell’amma, Sincletica ha ottant’anni, e il diavolo, che nulla ha potuto contro di lei «dall’esterno», la attacca dall’interno. Sincletica si ammala, prima ai polmoni, poi alle corde vocali: emottisi, febbri, perdita della voce – «[il Nemico] al pari di una lima, consumava senza sosta il suo corpo». Ma la donna non tentenna e continua la sua battaglia, con l’esempio della sopportazione, tanto che le sue compagne ne sono vieppiù edificate. Allora il diavolo attacca i denti: «Avendole guastato un molare, subito deteriorò la gengiva; l’osso si mosse, l’infezione si estese a tutta la mascella e intaccò le parti vicine; in quaranta giorni l’osso si consumò e dopo due mesi era forato. Erano annerite tutte le parti all’intorno; anche l’osso era corroso e a poco a poco si frantumava. Tutto il suo corpo era putrefatto e maleodorante tanto che quelle che la servivano soffrivano più di lei» (non sono in grado di citare l’originale greco, ma anche la versione latina è impressionante: «Tunc omnia circum putredine nigricantia, caro gangrena, ossa sphacelo paullatim, per se ipsa labem contrahentia absumebatur: exinde putredo: graveolentia totus corpus occupaverat»).

Le consorelle non ce la fanno, provano a bruciare incensi, «ma subito si ritraevano per l’odore spaventoso» («horribilem et cadaverosum odorem»); le suggeriscono di «spargere aromi» sulle parti lese, ma lei non vuole rinunciare alla sua «lotta gloriosa». La svolta si ha con l’arrivo di un medico, chiamato dalle compagne dell’amma affinché provi a convincerla. Lei, di nuovo, si ribella: Perché mi volete strappare a questo combattimento? Perché vi preoccupate della cose sensibili e non di quelle spirituali?

Il medico, pacato e razionale (lo ammetto, mi è piaciuto molto), trova le parole e la motivazione giuste: «Non ti offriamo un farmaco per curarti o recarti sollievo, ma per seppellire, secondo gli usi, quella parte corrotta e morta perché i presenti non siano contaminati. Ti faccio quello che si fa ai morti; ti applico una miscela di aloe, di mirra e di succo di mirto» (nella versione latina: «aloen ecce cum myrrha et myrto in vino maceratam applico»).

E Sincletica accetta il consiglio.

Vita di Sincletica, in Donne di comunione. Vite di monache d’oriente e d’occidente, a cura di L. Cremaschi, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2013, pp. 79-146 (l’appellativo di «perla ignorata da molti» dato a Sincletica si può trovare negli Acta Sanctorum, nel primo volume, al 5 gennaio).

 

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Tre storie di san Saba

1. Saba molto giovane (era nato nei pressi di Cesarea nel 439), e già in forze al monastero di Flaviana, un giorno vide una mela «bella d’aspetto e veramente dilettevole». Quasi vinto dall’impulso, la staccò dall’albero e fece per addentarla, ma poi gli sovvenne Adamo, colui che introdusse la morte nel mondo, e si bloccò: che io non segua la soddisfazione del ventre a scapito dei godimenti spirituali. «E così, vinto il suo desiderio con un ragionamento più forte, gettò la mela a terra e la calpestò, calpestando, con la mela, il suo stesso desiderio. E da quel giorno si dette questo precetto, di non mangiare mai mele fino alla morte.»

2. Saba, ancora adolescente, era già chiamato il «giovane vegliardo» ed era capace di grandi gesti. Un giorno d’inverno, nuvoloso e umido, il monaco addetto alla panificazione pensò bene di stendere il suo bucato nel forno. Poi se ne dimenticò, e il giorno dopo, intento alla cottura del pane, «si ricordò dei suoi abiti e fu in gran turbamento a loro proposito». Nel trambusto generale, nessuno sapeva cosa fare, tranne Saba, che «sostenuto da una fede inaccessibile al dubbio, dopo essersi armato del segno della croce, balzò nel forno, vi prese gli abiti e ne uscì indenne». Gli anziani del monastero ne furono molto impressionati.

Il monastero di Mar Saba

Il monastero di Mar Saba

3. Saba ormai anziano, e carico di gloria per la santa vita e le molte fondazioni monastiche, soffrì la contestazione dei suoi confratelli. Il sant’uomo, «combattivo contro i demoni, [ma] dolce verso gli uomini», si allontanò di sua volontà dal monastero e si diresse nella regione di Scitopoli, dove si esiliò per qualche tempo in una grotta abitata da un leone. Già la prima notte, l’animale, trovato il vecchio monaco addormentato, lo afferrò per la tunica e cercò di trascinarlo fuori. Ma Saba, destatosi, cominciò a recitare l’ufficio notturno, e il leone uscì dalla grotta ad aspettare. Conclusa la salmodia, Saba si distese di nuovo, e di nuovo il leone provò a spingerlo fuori. Al che Saba gli si rivolse: «La caverna è abbastanza vasta per contenerci largamente ambedue», siamo entrambi figli di Dio; se ti va, resta con me, se no, ciao. «A queste parole, colto in qualche modo da reverenza, il leone se ne andò.»

Cirillo di Scitopoli, Vita di Saba, III, V, XXXIII, in Storie monastiche del deserto di Gerusalemme, traduzione di R. Baldelli e L. Mortari, note a cura di L. Mortari, Edizioni Scritti Monastici Abbazia di Praglia 2012, pp. 223, 224, 259-60.

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Rissa tra monaci

Dopo aver scritto («certamente prima del 1170») la vita del suo amatissimo abate Aelredo di Rievaulx, figura di primissimo piano dei cisterciensi, e uno dei «quattro evangelizzatori di Cîteaux», Walter Daniel riceve molte critiche. Ha esagerato, ha proposto miracoli senza portare testimoni, ha usato espressioni forvianti. Ed è così amareggiato e indignato per queste critiche che poco dopo redige una Lettera a Maurizio (probabilmente il predecessore di Aelredo) per respingerle e confutarle. Il testo è sopravvissuto poiché l’autore stesso ha finito con l’anteporlo alla Vita di Aelredo di Rievaulx, per evitare ulteriori controversie («Ho posto separatamente questa lettera all’inizio del nostro libretto in modo che vi si possa ricorrere come a un indice, soprattutto nel caso in cui, riguardo ai fatti, si rivelasse necessario produrre il nome dei testimoni»). Tutta la vicenda di Aelredo, per non parlare dell’opera, merita un’attenzione speciale, ma qui è scattata prima la curiosità per un episodio singolare.

Walter si premura anzitutto di citare estesamente i testimoni dei fatti narrati, poi di rivendicare il diritto dello scrittore di usare le armi della retorica e infine di aggiungere altre storie a riprova della santità di Aelredo. Santità che ha la sua radice primaria nella carità dell’abate, capace di sopportare le offese più gravi e di amare senza riserve anche i nemici più maligni. «Io, miserabile qual sono», scrive Walter, «porto l’abito monastico, sono tonsurato, indosso la cocolla, ed è come tale che parlo, che dico, che attesto, che garantisco, che giuro, giuro al cospetto di Colui che è la Verità stessa, Cristo nostro Signore: mi stupisco di più davanti alla carità di Aelredo di quanto mi stupirei se avesse risuscitato quattro uomini da morte.»

Era tormentato da tanti guai di salute, Aelredo, e un giorno, distrutto da una colica particolarmente dolorosa, è sdraiato su una stuoia davanti a un camino: «Tutto il suo corpo, come un foglio di pergamena posto vicino a una fiamma, era a tal punto accartocciato che sembrava avere la testa direttamente tra le ginocchia». Walter è seduto vicino a lui, molto triste. Ed ecco che arriva un «monaco epicureo, dall’aspetto taurino [quidam epicurus monachus… aspectu taurino]» e aggredisce l’abate, dapprima verbalmente, poi, afferrata a due mani la stuoia, lanciando letteralmente il sofferente nel fuoco: «Ah, miserabile! Ora ti uccido!… Che fai lì disteso, impostore della peggior specie, individuo assolutamente inutile e sciocco», adesso ti faccio vedere io! Walter reagisce e agguanta l’energumeno per la barba, ma quello è più grosso e, in poche parole, lo mena. Lo strepito è tale che sopraggiungono altri monaci, i quali, visto lo spettacolo, «non desiderano altro che mettere le mani addosso [inicere manos] a quel figlio della peste». Ma prima che la situazione degeneri, si leva la voce di Aelredo: «No, no, ve ne prego! No, figli miei!… Sono tranquillo, non sono ferito, non sono turbato», anzi, sono riconoscente al confratello che buttandomi nel fuoco mi ha purificato.

Così dicendo, Aelredo prende tra le mani il capo del monaco violento, lo bacia e lo benedice e «non diede ordine di espellerlo dal monastero, né di bastonarlo; non comandò di legarlo come un pazzo furioso, né di metterlo in ceppi; non permise infine che nessuno gli rivolgesse una sola parola di biasimo». È contro di me che ha peccato, e solo io potrei vendicarmi, ma non lo farò mai, perché la perfezione passa attraverso queste prove, ed «è così che saremo salvati». «Talionem non reddit», commenta Walter, chi sarebbe capace di tanto?

Walter Daniel, Lettera a Maurizio, in Vita di Aelredo di Rievaulx, a cura di A. Tombolini, Jaca Book 2012, pp. 173-211.

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«Non volevo rovinarvi la festa» (I miracoli di san Columba, pt. 3)

(la prima parte è qui, la seconda qui)

Il terzo e conclusivo libro della Vita di San Columba è dedicato alle visioni angeliche dell’abate di Iona – visioni  angeliche e manifestazioni di luce divina, come tiene a precisare Adamnano. Ma il libro è occupato soprattutto dal racconto della morte di Columba, il capitolo più lungo dell’opera (III, 23), nel quale le doti di «sceneggiatore» dell’autore si mostrano al massimo, proprio nella costruzione della sequenza finale di scene.

È un giorno di maggio del 597 e Columba va a trovare i confratelli che lavorano nei campi. Avrei voluto raggiungere il mio Signore nella Pasqua appena trascorsa, si rivolge loro, ma, «per non trasformare una festa di gioia in una di mestizia per voi, ho preferito posporre di qualche giorno la mia dipartita da questo mondo». I monaci si disperano. Columba guarda verso est, benedice l’isola, compie un miracolo e torna al monastero. Il sabato successivo si fa accompagnare al granaio dal suo servitore, il buon Diarmait. Benedice le scorte e si rallegra perché «se dovessi andare da qualche parte, avrete [voi, miei confratelli] abbastanza pane per almeno un anno». Diarmait è a disagio: Padre, in questi ultimi tempi parlate troppo spesso della vostra morte. Ti rivelerò un segreto, ribatte Columba, se prometti di mantenerlo. Diarmait si inginocchia e promette, e Columba prosegue: il sabato è il giorno del riposo, e oggi sarà veramente il mio sabato perché sarà il mio ultimo giorno in questa vita dolorosa. Alla mezzanotte di domenica raggiungerò il mio Signore.

Lasciato il granaio, Columba si avvia al monastero. A metà strada si ferma per riposare un momento, e un cavallo bianco (di quelli usati dai monaci per trasportare il latte) gli si avvicina e gli appoggia il muso sul petto. Sembra persino che pianga, il cavallo, e Diarmait fa per allontanarlo, ma Columba lo ferma: «Lascialo stare! Lascia che pianga, lui che ci ama, lascia che versi le sue lacrime più amare sul mio petto».

Rientrato nella sua cella, Columba riprende a lavorare su un manoscritto che sta copiando, il Libro dei Salmi: mi fermerò alla fine di questa pagina, mormora mentre trascrive il Salmo XXXIV. Si fa sera, e il santo si ritira per il sonno, non prima di aver detto a Diarmait le sue ultime parole: «Amatevi l’un l’altro senza remore. Pace. Se terrete questa condotta, secondo l’esempio dei santi padri, Dio, che sostiene i buoni, vi aiuterà, e io ai suoi piedi intercederò per voi».

È mezzanotte. Risuona la campanella che chiama i monaci all’ufficio notturno. Columba si alza senza esitazioni e, quasi di corsa, precede gli altri in chiesa. Diarmait gli corre appresso. Entra dopo di lui. È buio.

«Padre, dove siete?» sussurra.

I confratelli con le lampade non sono ancora arrivati. Diarmait si fa strada nell’oscurità fino all’altare. Columba vi è sdraiato davanti. «Rialzandolo un poco e sedendogli accanto, Diarmait accolse la santa testa in grembo. Intanto i monaci con le lanterne si raccolsero intorno e presero a singhiozzare, vedendo il loro abate morente… Diarmait sollevò la mano destra del santo, per benedire il coro dei monaci. Il venerabile padre, con le forze rimaste, nello stesso tempo mosse la mano, così che dal movimento fosse chiaro che stava benedicendo i fratelli, anche se nel momento del suo passaggio non poteva più parlare. Infine, rese lo spirito.»

(3-fine)

Adomnán of Iona, Life of St Columba, translated by R. Sharpe, Penguin Books 1995.

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Vade retro, Nessie… (I miracoli di san Columba, pt. 2)

(la prima parte è qui)

La qualità descrittiva della prosa di Adamnano rifulge nel secondo libro della Vita di San Columba, dedicato ai miracoli di potere. Bisogna anche dire che la varietà dei suddetti è tale da produrre gli effetti tipici dell’agiografia: meraviglia e, in altri tempi, venerazione. Adamnano è serissimo, ma il suo tono si fa più affettuoso: «our own Columba», ripete spesso, e non solo per orgoglio di appartenenza.

Il «nostro caro Columba» non lesina le dimostrazioni del suo divino potere, non rifiuta mai una benedizione, un intervento a chi glielo chiede: un’anima santa, generosa e soccorrevole, che veglia sulla propria comunità. C’è un albero i cui frutti sono aspri? «Nel nome di Dio onnipotente tutta la tua asprezza ti abbandoni, o albero amaro, e i tuoi frutti più aspri siano da ora i più dolci» (II, 2); la sete ci perseguita? Quella roccia darà acqua (II, 10); caspita, mi sono dimenticato il bastone nel porto di Iona! Niente paura, lo troverai al tuo arrivo in Irlanda (II, 14); padre, protesta Luigne, mi sanguina sempre il naso! «Il santo si avvicinò, gli strinse le narici tra il pollice e l’indice della mano destra e lo benedisse»: mai più una sola goccia di sangue dal naso fino all’ultimo dei suoi giorni (II, 18). E così via, guarigioni, porte bloccate, pozzi asciutti, codici cascati in acqua…

Vanno tutti da lui, non lo lasciano mai in pace. È lì tranquillo che copia i suoi manoscritti (II, 29) e arriva un confratello, Molua Ua Briúin, e gli fa: «Ti prego, benedici questo attrezzo che ho tra le mani». Con un’ombra di impazienza Columba «non solleva nemmeno lo sguardo… nondimeno stende il braccio e, con la penna ancora in mano, fa il segno della croce». Qualche ora dopo gli viene un dubbio e chiama Diarmait, il suo fido servitore, e gli chiede: «”Cos’era quell’attrezzo che ho benedetto per il nostro fratello?” “Un coltello”, risponde Diarmait, “di quelli usati per uccidere tori e vacche”». Ommadonnasanta!, «”Confido nel mio Signore”, aggiunge Columba, “che quel coltello che ho benedetto non recherà danno né a uomo né ad animale”.» E infatti, nemmeno un’ora dopo, Molua prova a sgozzare un torello, ma la lama non riesce neppure a scalfire la pelle dell’animale.

Le rubriche stesse dei miracoli sono piccole storie in sé, e devo citare almeno II, 41: A proposito di un uomo chiamato Luigne «il piccolo martello», un timoniere, che viveva a Rathlin, odiato dalla moglie per la sua bruttezza.

Un miracolo infine merita una nota a sé. Un giorno Columba è in viaggio nei territori dei Picti e deve attraversare il fiume Ness (II, 29). Giunto sulla riva, vede poco distante un assembramento: stanno seppellendo un pover’uomo, sbranato da un’orrenda bestia emersa improvvisamente dalle acque. Tra lo sconcerto dei presenti, Columba chiede a uno dei suoi monaci di attraversare a nuoto il fiume per recuperare un battello ormeggiato sull’altra riva. Senza esitare, il confratello si tuffa. A metà strada ecco la bestia sorgere dalle profondità. Tutti sono paralizzati dal terrore, ma Columba stende la mano, fa il segno della croce e dice: «”Fermati! Non toccare l’uomo! Torna da dove sei venuta!” Al suono della voce del santo la bestia fugge spaventata, così veloce da far pensare che fosse trascinata indietro con delle corde».

Columba aveva appena sconfitto il mostro di Loch Ness (e questa, come annota il curatore, è proprio la storia più antica cui fanno riferimento i «credenti» di Nessie).

(2-continua)

 Adomnán of Iona, Life of St Columba, translated by R. Sharpe, Penguin Books 1995.

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It’s been a hard day… (I miracoli di san Columba, pt. 1)

Stavo proprio per arrendermi alla Vita di san Columba di Adamnano di Iona, che ho preso in mano tempo fa. Il primo libro, dedicato ai miracoli di profezia, per quanto ricco di episodi curiosi e di notizie storiche e geografiche interessanti (che tanto dimenticherò), mette a dura prova il «lettore non specialistico». C’è soltanto una pausa nel flusso di battaglie, tempeste e destini, tutti rigorosamente previsti, e lo stesso Adamnano ne è consapevole perché la introduce (I, 37) con queste parole: «In mezzo a tante manifestazioni notevoli dello spirito di profezia, non è fuori luogo ricordare la storia di come san Columba…» La scena balza davanti agli occhi e il tono si addolcisce.

Un giorno i fratelli stanno rientrando dal lavoro nei campi. Sono a metà strada tra la brughiera (la parola esatta è machair) sulla costa occidentale di Iona e il monastero (Adamnano dice «il nostro monastero», con una nota davvero struggente), quando tutti improvvisamente provano «una sensazione strana e meravigliosa». Nessuno fiata, nemmeno quando, il giorno successivo, la cosa si ripete, e il giorno dopo ancora. Alla fine il priore Baithéne si rivolge ai monaci: «Fratelli, è tempo che ciascuno di voi dica se gli è accaduto qualcosa di strano, o addirittura miracoloso, qui a metà strada tra i campi e il monastero».

È un anziano a rispondere per primo, e le sue parole sono così belle che provo a tradurle per intero. «Poiché ce lo chiedi, descriverò cosa mi è stato rivelato in questo luogo. Nei giorni scorsi, e anche adesso, mi sembra di sentire un meraviglioso profumo, come se tutti i fiori fossero raccolti in uno solo; e un calore come di fuoco, ma non il fuoco del tormento, bensì dolce, a suo modo. Provo, anche, una strana, indicibile gioia, che mi riempie il cuore. Mi sento ristorato, all’istante, e così lieto da dimenticare ogni tristezza e ogni fatica. Persino il carico sulla mia schiena, per quanto non sia affatto leggero, da qui fino al monastero – non so come – mi pare tanto lieve da non sentirlo più.»

Anch’io, anch’io!, esplodono in coro gli altri monaci e, buttandosi in ginocchio («tutti insieme con un solo movimento»), chiedono al priore una spiegazione. E la spiegazione del priore è allo stesso tempo la più semplice, bella e «impossibile». Di quell’«impossibilità» sulla quale anch’io come tutti sorvolo ogni volta che non posso essere dove e con chi vorrei.

«Voi sapete», dice infatti Baithéne, «che il nostro padre Columba pensa costantemente a noi e si cruccia quando torniamo a casa da lui così tardi, perché sa che abbiamo lavorato duramente. Perciò, dal momento che non può venirci incontro con il corpo, la sua anima corre da noi e ci conforta mentre camminiamo, in modo che la gioia riempia i nostri cuori.»

(1-continua)

Adomnán of Iona, Life of St Columba, translated by R. Sharpe, Penguin Books 1995.

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Il trailer della «Vita di san Columba»

Uno dice: il trailer – un breve montaggio di scene appositamente realizzato per invogliare la visione di un’opera di prossima uscita – è uno degli strumenti promozionali più specificamente cinematografici. Con ogni probabilità, concettualmente, si può risalire a forme legate alla diffusione a stampa di opere letterarie, ma nel complesso non si va troppo indietro.

E tuttavia aprendo la Vita di san Columba di Adamnano di Iona (composta alla fine del VII secolo), al primo capitolo del Libro primo ci s’imbatte in qualcosa che del trailer ha tutte le caratteristiche. Il racconto della vita del grande santo, fondatore dell’abbazia di Iona e figura cardinale del monachesimo irlandese e britannico altomedievale, comincia infatti con una carrellata di storie ed esempi relativi ai suoi poteri miracolosi.

Alcuni di questi poteri sono presentati in maniera generica: Columba guariva i malati; poteva vedere («proprio con gli occhi del corpo») i demoni e gli angeli; teneva a freno la furia delle bestie feroci («talvolta uccidendole, talvolta scacciandole»); prevedeva la sorte ultraterrena di chi era ancora in vita ed era persino in grado di influenzare le battaglie con le sue preghiere (una dote di cruciale importanza, dato il ruolo anche politico che svolgeva tra re e potenti nella zona d’influenza delle sue fondazioni).

Altri esempi, invece, sono presentati facendo riferimento a precise circostanze. La scena più corposa riguarda l’apparizione che il santo fece nei sogni del re di Northumbria Oswald la notte precedente la scontro in cui, grazie proprio alla profezia di Columba, sconfiggerà il gallese Cadwallon (634). «Sii forte e coraggioso», dice Columba al re, citando Giosuè, e aggiunge: va’ in battaglia domani perché il Signore mi ha concesso che i tuoi nemici questa volta siano sconfitti e che Cadwallon cada in tuo potere. La scena più curiosa riguarda un gruppo di briganti irlandesi pentiti che riuscirono a sfuggire ai loro inseguitori invocando san Columba: una notte, ormai accerchiati, si mettono a cantare canzoni irlandesi in onore del santo e passano, illesi, attraverso «fiamme, spade e lance». (Ed è ancor più curioso che, come accade proprio in certi trailer, queste due scene risultino poi «tagliate» nella narrazione seguente.)

La rassegna si completa con altri cinque episodi: Columba seda una tempesta in mare; Columba, giovane, tramuta l’acqua in vino durante una messa; Columba prende una pietra bianca, la benedice e la getta in un fiume, e «la pietra galleggiò come una mela, contro l’ordine naturale delle cose»; Columba risuscita il figlio di un buon cristiano – «un miracolo molto grande», commenta Adamnano; Columba infine dice ai suoi confratelli che spesso la grazia divina lo ha toccato producendo «un miracoloso allargamento del potere della mente, tanto che gli sembrava che tutto il mondo fosse raccolto in un raggio di sole» (evidente citazione della Vita di san Benedetto – quasi a dire: vi è piaciuta quella? Vi piacerà questa.)

A questo punto, come resistere al desiderio di leggere tutta l’opera? Adamnano non è uno sprovveduto: «Queste storie circa i poteri miracolosi del santo sono state qui brevemente riassunte in modo che il lettore, avendo avuto un assaggio del dolce banchetto che lo attende, sia più bramoso di ciò che, estesamente e con l’aiuto del Signore, verrà raccontato nei tre libri che seguono».

Un trailer, appunto.

Adomnán of Iona, Life of St Columba, translated by Richard Sharpe, Penguin Books 1995.

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