«Non volevo rovinarvi la festa» (I miracoli di san Columba, pt. 3)

(la prima parte è qui, la seconda qui)

Il terzo e conclusivo libro della Vita di San Columba è dedicato alle visioni angeliche dell’abate di Iona – visioni  angeliche e manifestazioni di luce divina, come tiene a precisare Adamnano. Ma il libro è occupato soprattutto dal racconto della morte di Columba, il capitolo più lungo dell’opera (III, 23), nel quale le doti di «sceneggiatore» dell’autore si mostrano al massimo, proprio nella costruzione della sequenza finale di scene.

È un giorno di maggio del 597 e Columba va a trovare i confratelli che lavorano nei campi. Avrei voluto raggiungere il mio Signore nella Pasqua appena trascorsa, si rivolge loro, ma, «per non trasformare una festa di gioia in una di mestizia per voi, ho preferito posporre di qualche giorno la mia dipartita da questo mondo». I monaci si disperano. Columba guarda verso est, benedice l’isola, compie un miracolo e torna al monastero. Il sabato successivo si fa accompagnare al granaio dal suo servitore, il buon Diarmait. Benedice le scorte e si rallegra perché «se dovessi andare da qualche parte, avrete [voi, miei confratelli] abbastanza pane per almeno un anno». Diarmait è a disagio: Padre, in questi ultimi tempi parlate troppo spesso della vostra morte. Ti rivelerò un segreto, ribatte Columba, se prometti di mantenerlo. Diarmait si inginocchia e promette, e Columba prosegue: il sabato è il giorno del riposo, e oggi sarà veramente il mio sabato perché sarà il mio ultimo giorno in questa vita dolorosa. Alla mezzanotte di domenica raggiungerò il mio Signore.

Lasciato il granaio, Columba si avvia al monastero. A metà strada si ferma per riposare un momento, e un cavallo bianco (di quelli usati dai monaci per trasportare il latte) gli si avvicina e gli appoggia il muso sul petto. Sembra persino che pianga, il cavallo, e Diarmait fa per allontanarlo, ma Columba lo ferma: «Lascialo stare! Lascia che pianga, lui che ci ama, lascia che versi le sue lacrime più amare sul mio petto».

Rientrato nella sua cella, Columba riprende a lavorare su un manoscritto che sta copiando, il Libro dei Salmi: mi fermerò alla fine di questa pagina, mormora mentre trascrive il Salmo XXXIV. Si fa sera, e il santo si ritira per il sonno, non prima di aver detto a Diarmait le sue ultime parole: «Amatevi l’un l’altro senza remore. Pace. Se terrete questa condotta, secondo l’esempio dei santi padri, Dio, che sostiene i buoni, vi aiuterà, e io ai suoi piedi intercederò per voi».

È mezzanotte. Risuona la campanella che chiama i monaci all’ufficio notturno. Columba si alza senza esitazioni e, quasi di corsa, precede gli altri in chiesa. Diarmait gli corre appresso. Entra dopo di lui. È buio.

«Padre, dove siete?» sussurra.

I confratelli con le lampade non sono ancora arrivati. Diarmait si fa strada nell’oscurità fino all’altare. Columba vi è sdraiato davanti. «Rialzandolo un poco e sedendogli accanto, Diarmait accolse la santa testa in grembo. Intanto i monaci con le lanterne si raccolsero intorno e presero a singhiozzare, vedendo il loro abate morente… Diarmait sollevò la mano destra del santo, per benedire il coro dei monaci. Il venerabile padre, con le forze rimaste, nello stesso tempo mosse la mano, così che dal movimento fosse chiaro che stava benedicendo i fratelli, anche se nel momento del suo passaggio non poteva più parlare. Infine, rese lo spirito.»

(3-fine)

Adomnán of Iona, Life of St Columba, translated by R. Sharpe, Penguin Books 1995.

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