Vade retro, Nessie… (I miracoli di san Columba, pt. 2)

(la prima parte è qui)

La qualità descrittiva della prosa di Adamnano rifulge nel secondo libro della Vita di San Columba, dedicato ai miracoli di potere. Bisogna anche dire che la varietà dei suddetti è tale da produrre gli effetti tipici dell’agiografia: meraviglia e, in altri tempi, venerazione. Adamnano è serissimo, ma il suo tono si fa più affettuoso: «our own Columba», ripete spesso, e non solo per orgoglio di appartenenza.

Il «nostro caro Columba» non lesina le dimostrazioni del suo divino potere, non rifiuta mai una benedizione, un intervento a chi glielo chiede: un’anima santa, generosa e soccorrevole, che veglia sulla propria comunità. C’è un albero i cui frutti sono aspri? «Nel nome di Dio onnipotente tutta la tua asprezza ti abbandoni, o albero amaro, e i tuoi frutti più aspri siano da ora i più dolci» (II, 2); la sete ci perseguita? Quella roccia darà acqua (II, 10); caspita, mi sono dimenticato il bastone nel porto di Iona! Niente paura, lo troverai al tuo arrivo in Irlanda (II, 14); padre, protesta Luigne, mi sanguina sempre il naso! «Il santo si avvicinò, gli strinse le narici tra il pollice e l’indice della mano destra e lo benedisse»: mai più una sola goccia di sangue dal naso fino all’ultimo dei suoi giorni (II, 18). E così via, guarigioni, porte bloccate, pozzi asciutti, codici cascati in acqua…

Vanno tutti da lui, non lo lasciano mai in pace. È lì tranquillo che copia i suoi manoscritti (II, 29) e arriva un confratello, Molua Ua Briúin, e gli fa: «Ti prego, benedici questo attrezzo che ho tra le mani». Con un’ombra di impazienza Columba «non solleva nemmeno lo sguardo… nondimeno stende il braccio e, con la penna ancora in mano, fa il segno della croce». Qualche ora dopo gli viene un dubbio e chiama Diarmait, il suo fido servitore, e gli chiede: «”Cos’era quell’attrezzo che ho benedetto per il nostro fratello?” “Un coltello”, risponde Diarmait, “di quelli usati per uccidere tori e vacche”». Ommadonnasanta!, «”Confido nel mio Signore”, aggiunge Columba, “che quel coltello che ho benedetto non recherà danno né a uomo né ad animale”.» E infatti, nemmeno un’ora dopo, Molua prova a sgozzare un torello, ma la lama non riesce neppure a scalfire la pelle dell’animale.

Le rubriche stesse dei miracoli sono piccole storie in sé, e devo citare almeno II, 41: A proposito di un uomo chiamato Luigne «il piccolo martello», un timoniere, che viveva a Rathlin, odiato dalla moglie per la sua bruttezza.

Un miracolo infine merita una nota a sé. Un giorno Columba è in viaggio nei territori dei Picti e deve attraversare il fiume Ness (II, 29). Giunto sulla riva, vede poco distante un assembramento: stanno seppellendo un pover’uomo, sbranato da un’orrenda bestia emersa improvvisamente dalle acque. Tra lo sconcerto dei presenti, Columba chiede a uno dei suoi monaci di attraversare a nuoto il fiume per recuperare un battello ormeggiato sull’altra riva. Senza esitare, il confratello si tuffa. A metà strada ecco la bestia sorgere dalle profondità. Tutti sono paralizzati dal terrore, ma Columba stende la mano, fa il segno della croce e dice: «”Fermati! Non toccare l’uomo! Torna da dove sei venuta!” Al suono della voce del santo la bestia fugge spaventata, così veloce da far pensare che fosse trascinata indietro con delle corde».

Columba aveva appena sconfitto il mostro di Loch Ness (e questa, come annota il curatore, è proprio la storia più antica cui fanno riferimento i «credenti» di Nessie).

(2-continua)

 Adomnán of Iona, Life of St Columba, translated by R. Sharpe, Penguin Books 1995.

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